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politica e cultura

lunedì 19 gennaio 2026

Era solo una stupida foto

Giulia Ricci
Parla l'ex fidanzata di Zouhair, l'omicida di Abanoub: "Tutto per una stupida foto, scattata in terza elementare"
La ragazza: «Si faceva influenzare, aveva idee strane»
La Stampa, 19 gennaio 2026

«Era solo una stupida foto di terza elementare». Stefania, raggiunta sui social, subito non vuole parlare. C’è sgomento, incredulità. Paura per sé ma anche per la propria famiglia, «che ora è terrorizzata ad uscire di casa, temo per il loro posto di lavoro». Ma c’è anche rabbia, come quella scritta nel post diventato pubblico: «Ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due, chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo». È la fidanzata («ora la ex») di Zouahir Atif, il 18enne che ha ucciso con una coltellata il coetaneo Abanoub Youssef, a scuola davanti ai compagni, a La Spezia. Al centro di un gesto assurdo ci sarebbe la gelosia, una fotografia che ritrae Stefania con la vittima, a dichiararlo lo stesso assassino durante il primo interrogatorio. Ma é lei stessa a spiegare: «Non esiste una fotografia attuale di noi due, c’è solo uno scatto di infanzia che Aba mi aveva chiesto perché voleva vedersi da piccolo, quando era appena arrivato in Italia».

Avevano otto, nove anni: «Non c’era niente di male, e tra l’altro non gliel’ho nemmeno mai mandato, è rimasto tra i miei mobili di casa. Non capisco come ora possano dare la colpa a me». Il riferimento, probabilmente, è alla rabbia dei compagni di Aba, di chi cerca un capro espiatorio per un dolore inimmaginabile, di chi pensa che lei potesse fare di più, o forse ha bisogno di convincersene per superare queste ore folli. Ma Stefania, quello stesso crudele giorno, ha perso insieme un amico e colui che credeva un grande amore: «Ho provato con tutte le mie forze a evitare litigi inutili, ho sempre fatto il massimo per calmare le acque durante i loro battibecchi, poi vedendo tutti tranquilli, insegnanti e adulti, ho pensato di essere paranoica: io tendo ad aver paura di tutto».

Segnali piccoli, infinitesimali, ma che mai le avrebbero fatto pensare di avere davanti una persona in grado di uccidere: «Sì aveva problemi di rabbia, credevo che essendo il suo primo amore mi volesse tutta per sé, era una gelosia che non mi sembrava pericolosa. Non riesco proprio a capire come sia possibile sia arrivato a tanto per una banalità simile». Quella di Stefania è una difesa, non dovuta. Ancor prima di avere il tempo di metabolizzare il dolore, il lutto, un accadimento che non potrà che segnare per sempre la vita di una così giovane donna, lei ha dovuto difendersi. Dalle male lingue, dai gossip, da chi vuole metterla al centro di un gesto atroce che potrà nascondere solo motivazioni complesse e che solo gli inquirenti potranno decifrare. E dalla “colpa” di essere stata la ragazza di Atif: «Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo, anzi non gli ho rivolto parola, come giusto che sia, sono stata sottoposta ad altro». Si riferisce probabilmente ad una lunga testimonianza agli inquirenti, di cui non vuole parlare in alcun modo: «Rispetto la legge, mi hanno chiesto di non farlo».
Ma nei messaggi e nei vocali che non sono pubblici, scambiati con lei su una chat, Stefania usa parole come «vergogna», il timore per le ripercussioni sulla sua famiglia: «Spero che tutto questo non arrivi al posto di lavoro dei miei genitori. Abbiamo il terrore di uscire di casa per le varie versioni della storia». Tra le voci che si rincorrono nelle chat e nei corridoi, c’è anche quella di un selfie tra Stefania e Aba fatto con l’intelligenza artificiale. Non riesce a credere che al centro ci sia quello scatto delle elementari: «La morte, per una cosa così banale».

Quello che fa Stefania è un ritratto fra luci e ombre: «Zouahir era un ragazzo generoso ed educato, appena c’era il cambio dell’ora ringraziava anche l’insegnante per la lezione. Ma allo stesso tempo - continua - aveva un lato misterioso: leggeva molto, amava le poesie, le storie di misteri. Quando uscivamo aveva una risposta filosofica per tutto, su come affrontare i problemi e avere gli strumenti giusti per affrontare la vita». Non ha foto di loro insieme: «Mi chiedeva di censurargli il viso. È sempre stato molto riservato, rispettoso». Tra le letture, quelle di libri definiti «strani. Si faceva influenzare, aveva delle ideologie strane. Ma lo stavo aiutando a cambiare in meglio e aveva fatto degli ottimi progressi. Atif aveva stima di me». Parla al passato, Stefania, come se quel ragazzo dall’aspetto gentile e riservato non esistesse più: «Non era la persona che conosco io, è stato sconvolgente, non sapevo più chi avevo davanti, avevo solo paura». E pensa ad entrambe le famiglie, «mi stringo a quella di Zouhir e di Aba, farò il possibile in sua memoria, combatterò fino all’ultimo per lui. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante». Non c’è spazio per lei, per il suo dolore. Come se non avesse il permesso di provarlo, come se non fosse davvero vittima anche lei di una storia a tratti assurda e a tratti così reale, tra il mare dietro e i binari del treno davanti, lì dov’è incastonato l’istituto Einaudi Chiodo, le scritte per Aba sul muro, le lettere e i fiori davanti all'ingresso. Resta solo una domanda, tra quelle che si possono fare, insieme a quelle che sembra giusto fare: come ti senti? «Sotto pressione. Ma ho dato il massimo, e continuerò a darlo».

Pubblicato da Giovanni Carpinelli alle 08:33
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Etichette: angiscia, giustizia, violenza

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