sabato 31 gennaio 2026

Non strattonate Francesco


Enzo Bianchi
Non strattonate Francesco. Era un folle, sempre fuori posto

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Inverno 1224-1225, Francesco d’Assisi è un uomo di poco più di quarant’anni, che ha vissuto secondo la forma del santo Vangelo. Il Signore gli aveva dato dei fratelli, ai quali consegnò una Regola che la chiesa approvò, anche se continuava a ribadire che l’unica vera Regola è «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola Bollata 1). Quando la sua comunità è grande, nel 1220 egli rinuncia al governo dei fratelli ma non rinuncia e esserne guida spirituale, sebbene constati che ormai il progetto che il Signore gli aveva rivelato non era più seguito dai suoi fratelli ed egli era diventato oggetto di contestazione e anche di disprezzo.

Sovente in ritiro con qualche fratello, vive “la grande tentazione”, mentre la salute fisica peggiora e la malattia lo rende debole e gli toglie la vista. Nella sua infermità, è accolto da Chiara nel giardino del monastero, sempre più provato e tentato ma consolato dalla presenza di colei che si diceva “pianticella di Francesco”. Ormai somigliantissimo all’umano suo Signore, dopo una notte terribile, di tenebra anche interiore, al mattino si alzò e disse ai frati che erano con lui: «Per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita… voglio, a lode di Lui e a mia consolazione e per l’edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature» (Leggenda perugina 43). E così, fatto silenzio, con il volto verso il sole che non vedeva più, essendo i suoi occhi fasciati dopo essere stati cauterizzati, cominciò a dire: «Altissimu onnipotente bon Signore …».

Ecco com’è nato il Cantico di frate sole: da un cristiano malato, debole, povero e tentato, ormai cieco, impossibilitato a vedere il sole e le altre creature. Con questo cantico nutrito dalla preghiera di Francesco, ispirato dai salmi biblici e generato dal suo cuore capace di vedere e osservare con gli occhi la bellezza di ogni creatura animata o inanimata, egli dice innanzitutto un “amen”, un “sì” alla vita e a questo mondo, quindi loda, ringrazia il suo Signore che chiama con confidenza e amore “mi’ Signore”, il mio Signore. Come ci testimonia Tommaso da Celano, Francesco «non era più un uomo che pregava, era ormai diventato preghiera vivente» («non tam orans, quam oratio factus»; Vita seconda 95).

È dunque un’intuizione singolarmente acuta quella di accedere alla vita di Francesco dal Cantico delle creature come fa Giulio Busi in Il Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco. E Busi lo fa riconducendo Francesco a una lettura finalmente profonda e non prona alle mode, come spesso è accaduto e continua ad accadere, soprattutto in questo anno di celebrazioni per l’ottavo centenario della morte.

C’è molto dell’autore in questa lettura di Francesco, molto del raffinato studioso di mistica ebraica, di conoscitore della Bibbia, di rigoroso filologo, di storico che conosce i documenti, li studia e li rispetta. Lontano dagli stereotipi e dai luoghi comuni ai quali ancora oggi è purtroppo e da troppi ridotto, Francesco è uno che deve parlare all’intimità e quindi è giusto che lo si renda attraverso una lettura intima, quindi vera, autentica, come quella che fa Giulio Busi.

Sottraendolo a quelle che sono le letture superficiali e di comodo che ne vengono spesso fatte - ecologista, pacifista, animalista, antiborghese, anticapitalista, anti gerarchico - il Francesco di Busi è scomodo perché contraddittorio. Questa non è una biografia ma una narrazione raffinata, elegante ma al tempo stesso ruvida, impietosa, spietata appunto perché non esita a mostrare la contraddizione che abita Francesco. In lui si muovono dialetticamente due aspetti irriducibili l’uno all’altro: quello della rottura, del cammino, del disagio cercato, della non garanzia della vita, e dall’altro il contemplativo, il mistico, il somigliantissimo.

Busi offre di Francesco non una descrizione ma un’interpretazione che sgorga da un maniacale studio delle fonti francescane. Emerge un Francesco esistenziale, cioè vissuto e non semplicemente rappresentato. È morto da ottocento anni ma da più di ottocento anni Francesco è strattonato da ogni parte e questo fa parte della sua testimonianza. Busi fa ben capire che non è possibile trovare Francesco fuori dal disagio da lui vissuto di non essere mai esattamente al suo posto. Non è al suo posto quando è il borghese che deve diventare un bravo mercante, non è al suo posto come cavaliere che parte per la crociata, non è al suo posto quando è un eremita, non è al suo posto neppure all’interno dell’ordine che ha fondato. Emblematico è l’episodio della “perfetta letizia” che Busi commenta alla perfezione: in una notte di pioggia, di gelo e di vento il santo di Assisi bussa alla porta di un suo convento e il guardiano lo caccia anche se lo ha riconosciuto, perché di notte non accolgono nessuno. È qui che Francesco pensa che l’umiliazione che sta subendo e la difficoltà che sta vivendo siano il suo percorso, la sua verità e per questo è perfetta letizia. Essere fuori posto è la sua grazia, una grazia molto tormentata.

Busi coglie poi l’essenziale, il nucleo incandescente della figura di Francesco ed è la sua follia secondo il vangelo, il suo radicalismo evangelico, quel suo attenersi ostinatamente al Vangelo sine glossa. Francesco è stato riconosciuto come il “somigliantissimo a Cristo”, una somiglianza che nasceva dalla familiarità con le Scritture e in particolare con il Vangelo di cui parla sempre e solo al singolare.

Di fronte a chi, improvvisandosi esperto di Francesco, ne sta facendo l’icona dell’italianità e il manifesto culturale italiano, il saggio di Busi è l’antidoto più efficace all’ideologia indecente priva di ogni spessore intellettuale, al devozionismo superficiale mancante di ogni profondità spirituale, e non per ultimo è anche l’anticorpo alla strumentalizzazione politica.

La storia si ripete, se si pensa che - come ha ricordato di recente Bruno Bignami - esattamente un secolo fa il fascismo officiava i settecento anni della morte di Francesco esaltandone l’italianità e il santo di Assisi fu salutato come “l’italiano per eccellenza”, dichiarando il 4 ottobre festa nazionale. Giuseppe Nicolini, allora vescovo di Assisi, vi fece eco proclamando Francesco “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi”. In quella circostanza don Primo Mazzolari scrisse a un’amica: «Ho paura che la folla degli esteti della santità deturpi, in questo centenario rumoroso e vuoto, quel santuario di povertà e purezza». Non poteva che essere un figlio di Francesco, il custode del Sacro convento di Assisi fra Marco Moroni, a dichiarare aprendo l’anno giubilare francescano il 10 gennaio scorso: «Dobbiamo sempre vigilare di fronte alle derive della religione civile e alla tentazione degli atei devoti, e usare cautela quando si associano fede e identità nazionale».

Il Francesco di Giulio Busi aspira a dare un’anima evangelica a questo Paese e rifiuta di farsi stampella di una religiosità identitaria e nazionale.

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