Francesca Coin
Perché fa così tanta paura chi spezza il razzismo bianco
il manifesto, 27 gennaio 2026
L’intellettuale della Martinica Aimé Césaire l’avrebbe definito un boomerang imperiale, il processo secondo il quale i governi che sviluppano tecniche repressive per controllare i territori coloniali finiscono per impiegare quelle stesse tecniche contro i propri cittadini.
È la sintesi di quello che sta avvenendo nelle strade di Minneapolis, dove continuano i raid porta a porta, i rastrellamenti di quartiere, le deportazioni e gli omicidi da parte dell’Ice. L’ultima vittima è Alex Pretti, un infermiere di trentassette anni, che aveva iniziato a partecipare alle proteste contro l’Ice dopo l’omicidio di Renee Good.
È difficile resistere alla tentazione di considerare l’attuale accanimento come una vendetta per le pratiche solidali che la città di Minneapolis porta avanti da anni, grazie al protagonismo della comunità somala e migrante. La tessitura di reti di solidarietà dal basso è iniziata nel 2020 a pochi passi da dove è stata uccisa Renee Good, quando tra i 15 e i 26 milioni di persone hanno riempito le strade in protesta contro l’omicidio di George Floyd.
Era una straordinaria convergenza contro la violenza della polizia e il razzismo strutturale, quella del 2020. La più grande manifestazione della storia statunitense contemporanea. Ciò che aveva fatto discutere non era solo la scala, ma la composizione delle proteste, che vedeva una convergenza tra persone nere, bianche, latine, asiatiche e migranti e presenza bianca più alta di qualsiasi precedente storico. Non è mai stato così. Fino alle proteste di Black Lives Matter del 2014 e del 2019, la presenza bianca alle proteste contro le uccisioni di Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice è stata minoritaria, come la sua partecipazione alla discussione pubblica sul colonialismo.
Le manifestazioni seguite all’omicidio di George Floyd hanno innescato una resa dei conti sulla storia del razzismo e del privilegio bianco. Colpisce, in questo senso, come Trump sia da allora ossessionato dal Minnesota, al punto di fingere di aver vinto le elezioni in quello stato nel 2016, nel 2020 e anche nel 2024 e da usarlo come bersaglio primo nel suo progetto autoritario.
L’appello al razzismo bianco è da sempre l’arma più efficace dell’estrema destra. Il discorso suprematista è così radicato nella società occidentale, che la classe lavoratrice bianca è a lungo stata dalla parte sbagliata. Lo diceva bene l’intellettuale marxista nero Cedric Robinson nel suo testo del 2007 Forgeries of Memory and Meaning, riprendendo le parole di Otis Madison. «Il proposito del razzismo è controllare il comportamento delle persone bianche, non delle persone nere. Per le persone nere, pistole e carri armati sono sufficienti».
Robinson usava questa frase per descrivere gli anni di Jim Crow, l’insieme di norme locali che imponevano il ripristino della segregazione razziale negli stati del Sud tra il 1877 e il 1964.
Ripristinare la segregazione razziale, dopo che gli anni della ricostruzione avevano temporaneamente promosso eguali diritti civili, non era semplice. Era un obiettivo che poteva essere raggiunto solo con un cambiamento radicale, fatto di omicidi politici, linciaggi e complicità federale con la supremazia bianca, e di un dibattito manipolato che descriveva le persone nere come una minaccia e la supremazia bianca come una forza di redenzione, come ben descritto dal famigerato film di D. W. Griffith del 1915, Birth of a Nation.
Il razzismo bianco ha sempre avuto molto da guadagnare da queste congiunture storiche, che scaricano su neri e migranti i costi economici e morali delle epoche di crisi. Dopo anni di pour parler sul pericolo del razzismo al contrario, spiace dire che il fine ultimo degli inutili dibattiti sul woke e sulle guerre culturali era precisamente questo: solleticare il razzismo bianco e spingere la classe lavoratrice tra le braccia della destra.
In Italia, il libro di Mimmo Cangiano Guerre Culturali e Neoliberismo è un brutto veicolo di questo processo, che si serve dell’inadeguatezza delle politiche di inclusione per delegittimare le lotte antirazziste, accusate di smorzare l’unità di classe.
Se qualcosa ha da insegnarci, la brutalità che ci circonda, invece, è che non ci sarà limite alla violenza coloniale fino a che riuscirà a trovare complici nel privilegio bianco. Alex Pretti e Renee Good avevano scelto di disertare questa complicità storica e di agire in solidarietà con la comunità migrante. Che il loro esempio ci sia da modello.

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