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martedì 18 agosto 2026

Larissa

Giulia Zonca
Larissa Iapichino: "I nostri ori in ogni dove sono una poesia che cambia l'Italia"

La Stampa, 18 agosto 2026

BIRMINGHAM. Larissa Iapichino porta i segni dell’estate azzurra: sulla guancia c’è il baffo di un bacio con rossetto di mamma, l’oro al collo e luccichio negli occhi che resiste dopo la bolgia di medaglie. È un’onda lunga: nuoto, ginnastica, atletica e tennis, si vince da tutte le parti.

Successo nel salto in lungo in Inghilterra, un luogo a lei caro.
«Da bambina ci ho passato le mie estati, neanche tanto lontano da qui, a Derby. C’era la curva Iapichino, tutti i parenti di parte materna presenti. In questo stesso stadio, diversi anni fa sono venuta a tifare Gimbo in un meeting e a Londra ho visto Bolt vincere i 100 metri nella finale olimpica del 2012. In questo Paese ci ho costruito la mia cultura sportiva».

I risultati di questa Italia cambieranno la nostra?
«Me lo auguro. Mai dirò “Bisogna smettere di parlare di calcio”, c’è posto per tutti, ma allo sport bisogna essere educati. Capire il valore delle competizioni, essere consapevoli della condotta da pubblico. A Birmingham abbiamo battuto la Gran Bretagna in casa senza un insulto, solo calore».

È l’era dell’oro?
«Sono anni che resteranno. La prossima generazione potrà riconoscere una impresa sportiva e non si fermerà al tifo becero o a considerazioni legate unicamente al risultato».

Sua sorella Anastasia, più piccola di 7 anni, vede lo sport diversamente da lei?
«È una pigrona, ora va in palestra. Qui si è divertita. Mi ha fatto un cartellone anche se non ho idea di che dicesse: era bianco, non si leggeva nulla. Chissà che si era inventata. Noi siamo entrambe “Gen Z” eppure diverse. Usiamo tantissimo il telefono e per lei è già più naturale. Nella prossima fase gli smarphone potrebbero addirittura essere educativi».

Ci sono paesi che lo proibiscono ai ragazzi.
«Sbagliato. Renderei funzionale l’utilizzo. Le limitazione non portano mai risultati, anzi stimolano la trasgressione».

Tra lei e Sara Curtis c'è una sintonia che dura da un po’ di tempo. Come è nata?
«L’ho conosciuta due anni fa e mi ha colpita, abbiamo trovato una confidenza immediata e ci siamo scambiate esperienze. Lei è matura, vincente. Ora le scrivo, volevo farlo prima, però ogni giorno faceva un risultato più grande e ho aspettato. Ho un bel po’ di cose da dirle».

Sua madre le parlava proprio di Fiona May una delle prime afrodiscendenti in azzurro, come il modello da tenere a mente. Un precedente visto che lei è la prima afroitaliana nella nazionale di nuoto.
«Esistono coincidenze che ci legano ed è bello il viaggio in parallelo, io qui senza record del mondo, ma c’è l’oro in due squadre super».

Nella sua, Diaz ha saltato 18,15 metri nel triplo...
«Una poesia. Non ce n’è più per nessuno. Mi aspetto davvero per lui quel record straordinario che non oso nominare. Io balzo solo in allenamento, è tosta: sembriamo atleti che fanno castelli di sabbia in pedana ma è una disciplina traumatica, il triplo di più. Trovare tutta quell’eleganza mentre rischi ogni volta è da fuoriclasse».

Quale medaglia le ha dato più carica?
«Derkach. Altro oro nel triplo. Un esempio di determinazione e rivalsa. Dopo anni infernali si ripresenta al massimissimo con una decisione impressionante. Da brivido. Con tutta la storia che si porta dietro».

La sua mischia l’Italia alle origini giamaicane e inglesi.
«Per questo vincere il medagliere nel Regno Unito è particolare. Ho urlato come una matta durante la 4x400. Al traguardo, la Gran Bretagna perde e la gente si silenzia, per un attimo si è sentita solo la mia voce ululante. Pazzesco. Mi sono percepita connessa al luogo, a tutte le parti di me. Una bella emozione che mi porterò dietro».

Senza paragoni con sua madre perché lei il titolo europeo non lo ha vinto.
«Le ho detto “Questa è solo mia”. Ha riso. Ripete sempre che vuole essere superata, siamo due donne e anche due atlete che si vogliono bene, i confronti sono affari di altri, a noi non sono mai interessati».

All’Europeo l’abbiamo vista più stabile, serena.
«Un po’ i nervi si sono tirati perché ho in canna più di 7 metri. Anche babbo, che mi allena, me lo dice... Ma da qui usciamo ancora più convinti. Sono maturata tanto. Non mi aspetto che da qui in poi tutto vada bene, ho solo smesso di mettermi pressione. Se ci scopriamo bravi in qualche cosa siamo sempre capaci di metterci un chiletto di aspettative in più».

Ha mandato in pensione l’autosabotatrice di cui ha raccontato spesso?
«Ho smesso di avere paura di chi sono. Temevo di essere troppo, sto talento mi spaventava. Non è per essere smargiassa: voglio solo dare il massimo. A volte non basterà, ma voglio a gara finita poter dire sono stata completamente me stessa».

Chi è lei?
«Una ragazza di 24 anni che ha diritto di scoprirsi e imparare chi è. In pedana più aggressiva e nella vita più dubbiosa. Ne ho fatta di strada, se guardo dietro vedo insoddisfazioni e delusioni. Tutto mi ha portata a essere la donna di oggi».

Finale all’ultimo giorno nel crescere della baraonda, come si è concentrata?
«Sono rimasta solitaria, ho guardato pezzi di arredamento comprabili, ho letto pagine di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ho evitato i libri per gli studi di legge, meglio non esagerare: ho già dato l’esame di diritto del lavoro poco prima della Diamond League in cui ho fatto il record italiano, a Eugene. Va bene così per un po’».

Se le avessero detto ai tempi della pubblicità della fetta al latte che un giorno avrebbe vinto l’Europeo, come avrebbe reagito?
«Avrei risposto “Faccio davvero atletica?”. Non volevo finire su questa strada, mi ha convinto la magia. A lungo sono stata bastian contraria, dritta nell’opposto di ciò che dicevano i genitori. Testardaggine».

Inno con la mano sul cuore.
«Si, sono stonatissima per cui bassa voce fino che non parte il battimani e poi grido».

sabato 15 agosto 2026

Dariya Derkach, oltre la paura

Giulia Zonca
Dariya Derkach: "Ci sarà sempre qualcuno per cui non sono italiana. È il mio Paese, mi ha nutrita"

La Stampa, 15 agosto 2026

Con l’oro in tasca Dariya Derkach ritrova finalmente il ritmo della propria vita. Prima nel salto triplo agli Europei a 33 anni, con il personale di 14,60 metri: «Una medaglia ricca, pesante. C’è dentro il viaggio».

A 8 anni, con un cappotto rosso, partiva su un autobus da Vinnytsia, in Ucraina, dove è nata. Ora è avvolta in una bandiera tricolore. Si chiude un cerchio?

«Ricordo un proverbio che dice: c’è la terra che ti dà la nascita ma è la patria che ti sfama. Ecco, la nazionalità è proprio questo».

Serve pure l’opportunità di averla. Oggi in Italia c’è la voce di Vannacci, la richiesta di chiudere le frontiere con la Spagna per i migranti che tentano di attraversare il confine a Ceuta.

«I discorsi sulle frontiere non sono mai un punto di partenza e quelli sulla rappresentanza meritano serietà. Prendo me stessa. Ci sarà sempre qualcuno per cui non sarò mai del tutto italiana. Vivo in Italia da 26 anni, è il Paese che mi ha dato un’istruzione, mi ha nutrita, mi ha regalato ogni possibilità, è il Paese per cui ho vinto l’oro».

È stata una bimba predestinata che poi ha inseguito le promesse per decenni, quanto hanno pesato l’aspettativa e l’attesa della cittadinanza?

«Vedere tutte le gare giovanili in tv da primatista di salto in lungo e salto triplo è stata dura. Ero consapevole che l’atletica vera era l’altra, quella dei grandi. Forse ho aspettato un po’ troppo per diventare grande».

Ha perso gli anni di solito dedicati all’esperienza.

«Mi ha penalizzato passare dalle gare regionali a quelle internazionali senza nulla in mezzo. Il giorno prima le rivali erano gigantesse in tv e il giorno dopo mie pari in pedana. Non tornavano le proporzioni: mi bloccavo. È passata solo dopo la medaglia indoor nel 2023. Prima avevo la sindrome dell’impostore. Dopo ho visto le occasioni perse».

La più dolorosa?

«Europei 2016, ad Amsterdam: ero in forma e ancora non pronta. Un salto nullo che sarebbe stato la svolta mi ha tolto ogni forza. A Birmingham niente mi avrebbe spiazzata, ho passato tre giorni a calcolare il vento in ogni direzione».

La vittoria restituisce la fatica di decenni?

«Se penso al passato mi sembra assurdo, ma l’ho vissuto giorno per giorno, non vedevo la trama. Anche nel calvario delle tre operazioni ai tendini... ho reagito. Non mi rendevo neppure conto di quanto la situazione fosse grave e guardando indietro dico: cavolo».

Guardando in basso vede due caviglie martoriate.

«Le cicatrici stanno insieme alla medaglia, un tutt’uno».

Ha avuto mai voglia di mollare?

«No, ma nel 2018-2019 non sapevo come continuare. Avevo problemi di peso, ero persa e confusa. Eppure, come sempre, come oggi: la voglia era integra. Ho vissuto per l’atletica, unico pensiero dominante. In quelle stagioni depresse in cui ho saltato 12 metri e sono arrivata a pesare 60 chili, con il fisico sballato, era tutto storto. Anche psicologicamente, assalita dagli attacchi di panico: era ora di cambiare e non ne avevo il coraggio. Poi ho imboccato la strada giusta».

Allora l’allenava suo padre, ex decatleta che oggi lavora con la nazionale cinese.

«Quando le cose vanno bene in famiglia si amplifica la condivisione, quando vanno male è un inferno».

A un certo punto della carriera consiglia un cambio ai tanti colleghi che si allenano con i parenti?

«Se ci sono i risultati è giusto andare avanti, se le cose iniziano a non girare però quella è una condizione in cui si peggiora ed è tempo che non ti restituisce nessuno».

Se questo oro fosse arrivato 10 anni fa, come da pronostico, lei sarebbe diventata la faccia dell’atletica italiana?

«Di sicuro: eravamo pochi a valere le finali. Ricordo l’investitura e anche la tensione per sto passaporto. Tempi previsti dalla legge: 12 anni di limbo, sono tanti, ma l’iter era quello. Una volta indossata la maglia azzurra le controprestazioni mi hanno segnato. Ho patito».

In che senso?

«Quando ho raggiunto la prima medaglia, tre anni fa, ero così abituata al senso di colpa che il giorno dopo il podio guardavo Larissa Iapichino in pedana e pensavo: che fortuna, se la può giocare. Mi ero scordata del mio argento. Ho detto: oddio Dariya calmati, butta sta pressione. Non essere all’altezza dell’idea che si aveva di me ha condizionato il percorso».

Ora l’Italia è in stato di grazia. Non passa giorno senza medaglie.

«Pazzesco. Eravamo davvero indietro nel 2013, non eravamo competitivi e questo exploit della nostra atletica ha spostato la consapevolezza e alzato il livello».

Sara Curtis, record del mondo a ripetizione nel nuoto, supernova dell’estate. La guarda e che cosa pensa?

«Spettacolare. Fa parte di una generazione che ha la stessa nostra voglia di fare, ma un entusiasmo diverso. Vale soprattutto per le ragazze».

Perché?

«Noi eravamo spaventate, chiuse, problematiche. Loro osano».

Lei è salita su un bus per lasciare casa a 8 anni.

«Mi vantavo con le amiche di andare in Italia. Non ero consapevole».

Dicono di lei che ha una sopportazione fuori soglia. Non sarà che questa attitudine alla resistenza l’ha danneggiata?

«Di certo. Mi lamentavo quando era già tardi, però il disastro dopo le operazioni ai tendini mi ha messo le antenne. Ora se c’è qualche cosa che non va mi fermo. Non solo per i fastidi fisici».

Che rapporto ha con l’età? Nella telecronaca Rai i suoi 33 anni sono stati sottolineati parecchio.

«È normale, il tempo va. Io penso anche al dopo carriera. Vorrei stare nello sport, non più in pista: calpesto il tartan da che sono nata. Vedremo dopo le Olimpiadi».

È previsto un trasferimento a Torino.

«L’idea è quella. È la città del mio allenatore Alessandro Nocera e mi convince. Dopo tanti anni a Formia a inseguire la tranquillità, vorrei vibrazioni diverse e un posto dove curare il fisico con una supervisione accurata».

Che cosa le ha detto sua madre dopo il successo?

«Che il mio cane Cesare le si è seduto davanti a guardarmi in tv e non si è più mosso. È lui che ha raccolto tutte le mie confidenze».

lunedì 20 luglio 2026

E Spagna fu

La rete di Ferran Torres

Torres piega l'Argentina al 106', Spagna campione del mondo

La squadra di De la Fuente domina e abbatte ai supplementari l'Argentina grazie al sinistro vincente dell'attaccante del Barça. Albiceleste in 10 ai supplementari per l'espulsione di Enzo Fernandez

dal nostro inviato Fabio Licari
La Gazzetta dello Sport, 20 luglio 2026

19 luglio 2026 (modifica il 20 luglio 2026 | 07:22) - EAST RUTHERFORD (STATI UNITI)

anticalcio

Una finale mai vista e, diversamente dall’indimenticabile Argentina-Francia del 2022, questo è tutto tranne che un complimento. La finale che non è mai stata giocata è un titolo che ci starebbe bene per descrivere l’inesistenza degli argentini che, da subito, applicano la loro strategia mondiale al quadrato. Dal blocco basso al non gioco. Rinunciando a superare la metà campo e sperando che, prima o poi, la trama spagnola si sarebbe allargata. Non è mai successo. Quindi soltanto aspettare, distruggere, rilanciare nel vento, provocare, senza un’idea di manovra. Con tutti dietro il pallone, scompaiono le linee di passaggio per Messi, l’unico con il quale svoltare. Alvarez ha i soliti compiti da mezzala sinistra aggiunta, Montiel a destra bloccato, Tagliafico preoccupato da Yamal, e il centrocampo della Selección una specie di seconda linea Maginot. Sarebbe bella l’immagine cinematografica di “stallo alla messicana” ma non realistica: qui c’era uno con le mani davanti al volto per proteggersi e l’altro che sparava mentre la pistola faceva clic. 

pochi pericoli

Perché è vero che l’Argentina aveva eletto la strada dell’anticalcio, ma la Spagna non riusciva mai a trasformare l’eleganza in una manovra veramente pericolosa. Di più: nel primo tempo, appena due tiri della Roja. La Spagna aveva costretto la Francia a perdere le coordinate, ma sapeva che con l’Argentina sarebbe stato diverso: i sudamericani a fare barricate, i campioni d’Europa a tessere una manovra necessariamente spezzata. Il copione era scritto. Sono mancati i fuoriclasse. Messi lasciato solo, senza forza né voglia di accorciare le distanze, Yamal più vivace, ma mai versione Europeo. Olmo solita chiave tattica con le sue sponde spalle alla porta, ma traffico da agosto inoltrato su entrambe le corsie. Il vero fuoriclasse della Spagna è la squadra. 

svolta nella ripresa

Qualcosa si smuove nella ripresa con il primo cambio di Scaloni, dentro Paredes per Nico Gonzalez, trasformando il 4-4-2 più sfacciato in un 4-1-3-2, con l’ex Juve e Roma davanti alla difesa. Scelta di protezione? Fino a un certo punto. Perdendo le fasce a centrocampo, i due difensori esterni dovevano alzarsi e nasceva la profondità per Yamal e soci. Le sostituzioni hanno sicuramente dato una scossa. Fuori per infortunio i due centrali di Scaloni, Lisandro e Romero, difensivi tutti gli altri subentri. Scelta chiarissima ma quasi incomprensibile, il ct (fin qui) del buon senso non ha neanche dato una chance a Lautaro, abdicando al tridente risolutore. Molto più coerente De la Fuente che non ha mai sacrificato alla ragione di stato una filosofia vincente. 

espulsione e gol

L’Argentina ha completato la sua opera con l’espulsione sacrosanta di Enzo Fernandez, gran giocatore ma della serie “colpisco quello che si muove, se è il pallone meglio”, solo che Cubarsì ha ossa e muscoli. Quindi gli ex campioni giocano i supplementari in dieci e, comprensibilmente, accentuano la loro dimensione nichilista. Solo che ora si respira. Williams, Pedri e Ferran danno la botta di aria fresca che mancava, premiando le scelte di De la Fuente. Tutte le riserve spagnole sarebbero titolari da noi, povere stelle che stanno a guardare dal 2014. Assist di Williams di testa e Ferran arriva implacabile. Di parate Martinez ne aveva fatte fin troppe. Triste, solitaria e mai in final l’Argentina, meno bella del solito ma campione del mondo, dei due mondi, la Spagna, che solleva la coppa tra le lacrime di Messi e uno stadio di fischi a Infantino e Trump.




domenica 19 luglio 2026

L'arbitro, le statistiche e i presagi


Natalie Tan e Calvin Burton
Spagna contro Argentina nella finale dei Mondiali: l'arbitro, le statistiche e i presagi
The Guardian, 19 luglio 2026

Chi è l'arbitro?


Slavko Vincic è diventato il primo arbitro sloveno a dirigere una finale di Coppa del Mondo. Ha diretto la finale di Champions League del 2024 a Wembley (vinta dal Real Madrid contro il Borussia Dortmund per 2-0) e la semifinale degli Europei del 2024, vinta dalla Spagna per 2-1 contro la Francia. La prima partita di Coppa del Mondo per il 46enne è stata la sconfitta dell'Argentina contro l'Arabia Saudita nel 2022. In quel torneo, Vincic ha espulso Piero Hincapié dell'Ecuador per essersi coperto la bocca al 95° minuto della partita contro il Messico. La sua media di cartellini gialli è di 2,33 a partita.

Slavko Vincic parla con Piero Hincapié dell'Ecuador nella partita contro il Messico. Fotografia: Fernando Llano/AP

Vantaggio della Spagna?


Nelle ultime 14 finali dei Mondiali e degli Europei, sia maschili che femminili, tredici sono state vinte dalla squadra che ha disputato prima la semifinale. Nell'altra occasione, le semifinali si sono giocate lo stesso giorno. La Spagna maschile ha dato il via a questa serie, battendo l'Italia per 4-0 nella finale di Euro 2012. Anche l'Argentina ha beneficiato di un giorno di riposo in più rispetto ai tre della Francia, in vista della finale del 2022. Questa volta è la Spagna ad aver avuto un giorno di riposo extra.

Stare lontano


Da 36 anni nessun presidente argentino assiste a una partita della nazionale ai Mondiali e l'attuale, Javier Milei, non farà eccezione. Ha seguito tutte e sette le partite dalla sua residenza presidenziale, dichiarando a una stazione radio di Buenos Aires che "non c'è alcuna possibilità" che si rechi nel New Jersey. La superstizione risale al 1990, quando Carlos Menem visitò la nazionale argentina prima della clamorosa sconfitta all'esordio contro il Camerun. Da allora, si crede che la presenza del presidente a una partita dei Mondiali porti sfortuna alla squadra. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha in programma di assistere alla partita, così come il re Felipe VI.

La storia ci chiama


Una vittoria dell'Argentina la renderebbe la terza nazione a vincere due Mondiali consecutivi e la prima di questo secolo. L'Italia vinse nel 1934 e nel 1938 e il Brasile nel 1958 e nel 1962. Se la Spagna trionfasse, diventerebbe la quarta squadra maschile a detenere contemporaneamente gli Europei e la Coppa del Mondo, dopo la Germania Ovest (1972, 1974), la Francia (1998, 2000) e la Spagna, che fu la prima squadra maschile nella storia a vincere tre titoli importanti di fila (Europei 2008, Mondiali 2010, Europei 2012).

Attacco contro difesa?


L'Argentina ha segnato il maggior numero di gol (19) con un certo margine, seguita dalla Spagna al quarto posto con 14. Tuttavia, la Spagna ha subito il minor numero di gol (1), mentre l'Argentina ne ha subiti sette.

Anelli per i vincitori


Se quattro tempi e uno spettacolo  nell'intervallo non fossero stati sufficienti, ai vincitori verranno consegnati gli anelli. La consegna degli anelli è una pratica comune negli Stati Uniti sin dalle World Series del 1922. C'è da guadagnare, con 30 anelli disponibili per i campioni del mondo e altri 1.996 in vendita al pubblico. Il design presenta una mini coppa del mondo su un lato, mentre l'altro "rifletterà l'identità della squadra vincitrice", come rivelato sul sito web della FIFA. Ai giocatori e agli allenatori della squadra vincitrice verranno consegnati anelli provvisori per consentire la personalizzazione degli anelli su misura, che verranno consegnati in un secondo momento.

Finale annullato

Le due squadre avrebbero dovuto affrontarsi quest'anno nella Finalissima in Qatar, con l'Argentina che sperava di difendere il trofeo conquistato contro l'Italia nel 2022. Tuttavia, la partita è stata annullata a causa della guerra in Medio Oriente e la UEFA ha dichiarato: "Dopo lunghe discussioni tra la UEFA e le autorità organizzatrici in Qatar, possiamo annunciare che, a causa dell'attuale situazione politica nella regione, la Finalissima non potrà essere disputata come previsto in Qatar il 27 marzo". Le due squadre non sono riuscite a trovare un accordo su un'alternativa e la partita è stata annullata.

Chi ha bisogno di esperienza come allenatore di club?

La finale vedrà contesa una sfida tra due allenatori senza alcuna esperienza nella massima divisione a livello di club. Luis de la Fuente, esonerato dopo 11 partite con l'Alavés, squadra di terza divisione, allena le nazionali giovanili spagnole dal 2013. Lionel Scaloni, invece, ha allenato quasi esclusivamente la nazionale maggiore argentina, a parte sei partite alla guida dell'Under 20. Avendo già vinto insieme Europei, Copa América e Mondiali, i due hanno dimostrato che l'esperienza nei club di élite non è un requisito indispensabile per allenare una nazionale.

Minuti in campo

A parte il giorno di riposo extra, la Spagna potrebbe comunque essere più fresca, avendo disputato tutte le partite nei 90 minuti regolamentari. L'Argentina ha giocato due volte i tempi supplementari, totalizzando 794 minuti contro i 717 della Spagna. I sudamericani si sono trovati in una situazione simile in Qatar, dove hanno giocato 30 minuti supplementari nei quarti di finale. Una squadra composta in gran parte da giocatori più anziani di quattro anni avrà abbastanza energie a disposizione?

Rara partita all'aperto per la Spagna


Sebbene non si prevedano temperature eccessivamente elevate, il Servizio Meteorologico Nazionale ha emesso un'allerta per la qualità dell'aria a causa del fumo degli incendi boschivi proveniente dal Canada. L'Ufficio per la Gestione delle Emergenze di New York ha dichiarato che giovedì i livelli di qualità dell'aria in città avevano raggiunto livelli "molto insalubri", ma le condizioni sono migliorate significativamente. La Spagna è stata relativamente protetta da tali fattori ambientali durante il suo percorso, avendo giocato una delle sette partite in uno stadio completamente all'aperto. L'Argentina ha giocato all'aperto tre volte, di cui due con temperature che hanno raggiunto i 32°C.

storia della Coppa del Mondo

Le due squadre si sono affrontate una sola volta nel torneo, con la vittoria dell'Argentina per 2-1 nel 1966. Luis Artime segnò entrambe le reti per i sudamericani.

giovedì 16 luglio 2026

Il cuore spezzato dell'Inghilterra

Matt Hughes
L'Inghilterra è a pezzi dopo la drammatica doppietta dell'Argentina che le garantisce un posto in finale di Coppa del Mondo
The Guardian, 16 luglio 2026

 Mercoledì sera l'Inghilterra ha subito una cocente delusione ai Mondiali: due gol subiti in sette minuti hanno regalato all'Argentina una vittoria in rimonta per 2-1 e la qualificazione alla finale contro la Spagna di domenica.

Lautaro Martínez ha segnato il gol della vittoria con un colpo di testa da distanza ravvicinata nei minuti di recupero, dopo che Enzo Fernández aveva pareggiato con una splendida conclusione dal limite dell'area di rigore inglese all'85° minuto, con Lionel Messi che ha fornito gli assist per entrambe le reti.

L'Argentina avrà l'opportunità di difendere il titolo mondiale contro i campioni d'Europa a New York, una partita imperdibile che segnerà l'ultima apparizione di Messi sul palcoscenico più importante.

Messi ha guidato i festeggiamenti gioiosi dei giocatori argentini davanti ai propri tifosi dopo il fischio finale, con alcuni membri della squadra che hanno esposto uno striscione con la scritta "Las Malvinas son Argentinas" ("Le Isole Falkland sono argentine"), in un riferimento all'inimicizia storica suscitata da questa partita. A distanza di 44 anni, il conflitto rimane fonte di amarezza in Argentina , ma la decisione dei giocatori di esprimersi potrebbe portare a provvedimenti disciplinari da parte della FIFA.

L'Inghilterra era a pochi minuti dal fare la storia raggiungendo la sua prima finale di Coppa del Mondo maschile dal 1966, e la prima in trasferta, ma ha pagato il prezzo di aver adottato una tattica difensiva dopo che Anthony Gordon aveva portato la squadra in vantaggio al 55° minuto.

Le sostituzioni effettuate da Thomas Tuchel sono state immediatamente criticate da esperti e tifosi: l'allenatore ha infatti inserito tre difensori e ha optato per una difesa a cinque nel tentativo di preservare il vantaggio di 1-0.

Gordon è stato il primo a essere sostituito al 72° minuto, con Ezri Konsa al suo posto, dato che Tuchel aveva dato istruzioni ai suoi giocatori di adottare un modulo 5-3-2, con l'ingresso di altri due difensori, Dan Burn e Nico O'Reilly, all'82° minuto.

Il capitano Harry Kane, che ha segnato sei gol prima della finale per il terzo posto dell'Inghilterra contro la Francia di sabato – due in meno di Messi e Kylian Mbappé nella corsa alla Scarpa d'Oro – ha ammesso che l'Inghilterra si era mostrata troppo difensiva dopo essere passata in vantaggio.

"Una volta passati in vantaggio per 1-0, abbiamo cercato solo di resistere, il che a questo livello non basta", ha dichiarato alla BBC. "Sono distrutto per i ragazzi, distrutto per tutti, la squadra, lo staff, i tifosi. Abbiamo giocato una buona partita per la maggior parte del tempo."

"Sono distrutto perché abbiamo lavorato duramente per arrivare fin qui. I ragazzi hanno dato tutto: ogni singolo passo, sudore, sangue, lacrime, qualsiasi cosa. Fallire come abbiamo fatto oggi è davvero devastante."

Gioia per l'Argentina e agonia per l'Inghilterra al fischio finale. Foto: Dylan Martinez/Reuters

“Dopo il gol, che fosse per via del loro maggior numero di uomini in avanti o semplicemente perché non riuscivamo a contrastarli uomo per uomo, è stata un'ondata dopo l'altra [di attacchi argentini]. Abbiamo cercato di resistere, i ragazzi hanno fatto dei blocchi, ma alla fine non è bastato.

"Abbiamo avuto molti bei momenti in questo torneo. Molte belle partite. Un'altra semifinale. Parliamo di essere vicini alla vittoria. Ci siamo, dobbiamo solo trovare quel tassello mancante nella fase finale del torneo."

"Questi tornei ti prosciugano le energie: richiedono tantissimo impegno, pressione e una grande concentrazione mentale, e noi ne abbiamo dimostrato molto in queste sei-sette settimane che abbiamo trascorso insieme. Ci manca solo quel tassello finale."

Tuchel ha difeso le sue sostituzioni, ma ha ammesso che all'Inghilterra è mancata l'aggressività dopo il vantaggio e ha concesso troppo facilmente il possesso palla. "Siamo delusi", ha detto. "Eravamo così vicini, ma siamo diventati troppo passivi dopo il gol. Abbiamo concesso troppi cross, troppe occasioni e troppi tiri. Eravamo vicini, ma non siamo riusciti a mantenere alto il livello dopo aver segnato."

«Abbiamo deciso di passare a una difesa a cinque perché gli spazi erano troppo ampi e [dovevamo] essere forti nel gioco aereo. Subito dopo il gol, senza effettuare sostituzioni, abbiamo concesso troppi cross. Abbiamo cercato di aiutare i giocatori, ma la responsabilità è dell'allenatore.»

Thomas Tuchel passa accanto ad Anthony Gordon, uno dei giocatori che ha sostituito, dopo la sconfitta dell'Inghilterra. "La responsabilità è dell'allenatore", ha detto. Foto: Richard Callis/SPP/Shutterstock

“Certo che volevamo segnare il secondo gol, ma non serve a niente se non si ha il possesso palla. Siamo diventati troppo passivi, non riuscivamo a tenere il possesso. Non credo sia stato un problema strutturale. La partita è cambiata completamente e capisco che se ne parli, che ci siano milioni di allenatori là fuori che ne sanno di più. Devo prendere una decisione.”

Tuchel ha insistito di non avere rimpianti, ma il modo in cui l'Inghilterra è stata sconfitta influenzerà la percezione dei risultati ottenuti in precedenza nel torneo, ovvero il raggiungimento della semifinale di Coppa del Mondo per la quarta volta nella storia della squadra.

Le prestazioni dell'Inghilterra sono state altalenanti, con l'eroica vittoria contro il Messico, ottenuta in inferiorità numerica allo stadio Azteca nei sedicesimi di finale, come indubbio momento culminante, prima della sofferta vittoria ai supplementari contro la Norvegia in condizioni di umidità estrema a Miami lo scorso fine settimana.

"Nessun rimpianto, non al momento", ha detto Tuchel. "Ci siamo andati molto vicini, meritavamo di essere in vantaggio per 1-0: abbiamo giocato una delle nostre migliori partite [fino a quel momento], forse la migliore in assoluto."