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mercoledì 7 ottobre 2026

Il cricket in India

Davide Martello
Perché il cricket in India è così importante

Il Post, 23 settembre 2026

La mia storia con l’India è una cosa seria.

In questi ultimi dieci anni non si è fatta mancare proprio nulla.
Sono stato nei ghat di Varanasi, dove notte e giorno bruciano le pire dei morti. Mi sono seduto sotto l’albero di fico dove il Buddha in un’alba di molti secoli fa raggiunse l’illuminazione. Sono arrivato a Calcutta con il treno notturno, attraversando al sorgere del sole le risaie azzurre che sembravano uscite da un sogno. Al grande tempio di Madurai ho visto la folla portare in spalla il dio Shiva, conducendolo per la notte dalla moglie Parvati, dopo una giornata passata ad ascoltare le preghiere dei fedeli.

È stata una frequentazione molto intensa, che però non si è spinta a uno degli aspetti più caratteristici del paese (e di quelli vicini): l’amore per il cricket.

Trecentocinque anni dopo la prima partita di cricket mai giocata in India (nel 1721 da alcuni marinai inglesi sbarcati nel porto di Khambhat, nel Gujarat) l’entusiasmo che questo sport genera è enorme, alimenta rivalità assai aspre e l’idolatria per i giocatori più forti, che arrivano ad avere status mitici, paragonabili solo a quelli dei più famosi attori di Bollywood. Nonostante ciò, non sono mai riuscito a entrare nella dinamica delle partite e dei campionati. Il cricket mi è sempre risultato troppo estraneo, con le sue partite lunghissime, il modo intricato di contare i punti e i movimenti degli atleti sul campo difficili da interpretare. Poi, nel corso di un progetto con la tv pubblica indiana, mi sono imbattuto in una notizia che ha catturato la mia attenzione.

Tra febbraio e marzo del 2026 in India e Sri Lanka si è tenuto il mondiale di cricket, evento al quale per la prima volta è riuscita a qualificarsi la Nazionale italiana. La coppa è andata poi all’India, ma la squadra italiana si è fatta valere, vincendo nella fase a gironi una storica partita contro il Nepal e andando vicino a battere addirittura l’Inghilterra. La notizia ha destato in me una nuova curiosità. Mi sono messo in contatto con Rakbir, dottorando in filosofia a Ca’ Foscari e responsabile della comunicazione della Federazione italiana di cricket, il quale mi ha raccontato che i giocatori della Nazionale sono nella grandissima maggioranza italiani con doppio passaporto, perché discendenti di italiani emigrati nei paesi del Commonwealth, dove il cricket è largamente praticato, o immigrati arrivati dal subcontinente indiano che hanno continuato a praticare anche in Italia lo sport più amato nei loro paesi d’origine.

Come è facile immaginare, giocare a cricket in Italia non è un’attività remunerativa. Tutti i giocatori della Nazionale hanno anche altre occupazioni. In molti, per poter partecipare ai mondiali, si sono licenziati. Alcuni, una volta tornati in Italia, hanno iniziato a lavorare come rider, in attesa di occasioni migliori. Più me ne occupavo e più avevo l’impressione di trovarmi di fronte a una storia che diceva molto dei nostri tempi e che teneva assieme il mondo globalizzato e il disperato bisogno di conservare a tutti i costi un’identità. Mi sono chiesto, però, se il mio disinteresse per il cricket non mi stesse facendo sfuggire da sotto il naso qualcosa di importante. In fin dei conti in Italia i cittadini stranieri che provengono da paesi dove questo sport è il più seguito sono attorno ai 600 mila.

Possibile che il cricket fosse la chiave per capire meglio anche qualcosa dell’Italia, e quindi, inevitabilmente, qualcosa di me?

Con questa domanda in testa, ho deciso di andare a vedere la mia prima partita di cricket.

Sono stato fortunato: alla periferia ovest di Milano c’è uno dei più importanti campi da cricket d’Italia (campo, non stadio; di quelli, come mi dice Rakbir, non ce n’è nemmeno uno, anche se ci si sta lavorando) che, proprio pochi giorni dopo la mia decisione, avrebbe ospitato una partita. Le due sfidanti sarebbero state il Milan Cricket Club, la squadra più antica d’Italia (fondata nel 1972 da un gruppo di britannici e irlandesi), e la squadra aziendale messa da poco in piedi da un inglese che in Italia ha una grossa società di importazione di prodotti indiani, la India Trading.

Il match è un’amichevole ma Andrea, membro del Milan Cricket Club e responsabile in Lombardia per la Federazione, mi spiega che in questo sport le amichevoli sono molto più importanti che nel calcio. Trattandosi in origine di uno sport aristocratico era infatti molto comune che i vari club si organizzassero per giocare in base ai loro rapporti e preferenze, senza i vincoli di un campionato regolare. Non a caso la stessa coppa del mondo è un’invenzione recente, giocata per la prima volta nel 1975.

Prima della partita del Milan Cricket Club (foto di Alessandra Coppola)

Andrea mi spiega anche i rudimenti del gioco, sotto gli sguardi divertiti degli altri giocatori, che sembrano chiedersi cosa ci sia di così difficile da capire. Arranco nelle spiegazioni, mi aggrappo a quel poco che già so, in primis che il cricket è un lontano antenato del baseball, e che ruota attorno al lancio di una palla che deve essere respinta con una mazza. Lo dico ad Andrea, cercando di non compromettere la mia posizione. Lui annuisce, paziente, come a dire che certo, ovvio che ci sono delle somiglianze, ma che sembrano così evidenti solo a chi ne capisce poco.

Nel frattempo, i giocatori hanno preso posizione. Sotto il sole inclemente di luglio alcuni hanno occupato il pitch, cioè il rettangolo di terreno spianato al centro dell’ampio circolo che costituisce il campo vero e proprio. Nel pitch le palle vengono lanciate, respinte con la mazza e riportate dopo essere state recuperate. Osservo i loro movimenti, senza che per il momento mi siano ancora chiare le regole che governano il gioco, ma è affascinante vedere il dispiegarsi di questo meccanismo. È una sensazione simile al vedere uno stormo di storni volare, in un modo che sembra allo stesso tempo totalmente casuale e regolato al millimetro.

Nei primi minuti mi colpiscono diversi aspetti, e tutti rendono il cricket diverso dallo sport come lo intendiamo noi. È un gioco molto statico, in cui rapidi momenti di concitazione sono intervallati da lunghe pause in cui i giocatori prendono posizione o aspettano che gli altri facciano le loro mosse. In aggiunta, cosa veramente peculiare osservata dal punto di vista degli sport più in voga in Italia, le squadre non sono presenti nella loro interezza in campo. La squadra che lancia la palla – in questo caso il club aziendale, in maglietta arancione – ha tutti gli undici giocatori al loro posto. Per il Milan Cricket Club, in maglia nera, ci sono solo due battitori, con in pugno le mazze tozze e spesse. Gli altri giocatori sono ai lati del campo da gioco. Alcuni seguono quello che accade, altri si allenano. C’è addirittura chi schiaccia un sonnellino.

La squadra della India Trading si è persino portata un barbecue, e i giocatori che non sono impegnati in campo ci danno dentro con le costine e le braciole.

Per fortuna Andrea, tra un’occhiata al tabellone dei punti e un paio di tiri di prova, prova a illuminarmi. Mi spiega che anche questo è un retaggio del passato dello sport, che si pratica in varie forme sin dal XVII secolo. La partita è importante ovviamente, ma altrettanto lo è la socialità. In origine i membri dei club che si trovavano per sfidarsi, da bravi nobili e inguaribili snob, non avevano alcuna fretta. La partita poteva durare molte ore, e spesso anche più di un giorno. Da qui una certa atmosfera rarefatta, un incrocio tra una partita e un picnic, con gli sfidanti che, tra una battuta e l’altra, si fanno assieme una birra.

La questione del tempo necessario a giocare una partita di cricket è ovviamente fondamentale perché è un ostacolo in un mondo in cui in genere lo sport si guarda in tv e non può durare più giorni. Con il tempo le partite sono andate progressivamente accorciandosi, passando dal formato di cinque giorni a quello di otto ore, per arrivare infine a quello più diffuso oggi, il cosiddetto T20, che dura all’incirca tre ore e mezza (ed è anche quello usato nei campionati del mondo cui ha partecipato l’Italia). Una durata senza dubbio più gestibile per chi non sia un nobile dell’Ottocento, ma comunque nettamente maggiore di ogni altro sport diffuso nei nostri tempi.

La partita continua e un po’ alla volta inizio a capire la dinamica di base: i lanciatori scagliano la palla verso il battitore, cercando di colpire dei paletti alle sue spalle, chiamati wicket. Se ci riescono il battitore viene eliminato. Se il battitore invece riesce a colpire la palla con la mazza la sua squadra può ottenere dei punti, in base al tipo di battuta che riesce a realizzare. Ogni lanciatore può tirare la palla sei volte, e man mano che i battitori vengono eliminati subentrano i loro compagni, fino a quando tutti e undici i giocatori di una squadra sono passati alla battuta. A quel punto le posizioni si invertono, la squadra che era alla battuta va al lancio, e viceversa. Ma non basta, mi manca ancora da capire l’intricato sistema di punteggio, i vari modi in cui i battitori possono far punti e le regole per determinare i vincitori…

(foto di Alessandra Coppola)

Attacco bottone con uno dei giocatori del Milan Cricket Club, Mohammed. È un ragazzo del Kerala, nell’India del sud, qui in Italia per una specializzazione da dentista all’Università del Piemonte Orientale. Quando gli dico che ho visitato il Kerala è piacevolmente stupito. Questo stato relativamente piccolo nel sud del paese è una meta molto meno battuta rispetto al nord dell’India. È anche lo stato dove è ambientato uno dei pochi romanzi indiani noti al grande pubblico, Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy, che nel 1997 vinse il Booker Prize ed è la ragione per cui ci sono andato.

Nell’India del sud, da dove viene Mohammed, si parlano lingue radicalmente diverse da quelle del nord: gli chiedo quindi in che lingua parlino tra di loro i giocatori della squadra. Lui mi spiega che la lingua di base è l’hindi, la più diffusa nell’India del nord, e che con l’hindi ci si capisce abbastanza bene anche con i pakistani, che parlano urdu, di fatto una lingua parzialmente coincidente con l’hindi (sebbene si scriva con un alfabeto differente). Il problema è che la lingua principale del Kerala, la lingua madre di Mohammed, è il malayalam, sebbene lui, come spesso capita agli indiani istruiti, capisca anche l’hindi. In squadra però ci sono giocatori che parlano di preferenza punjabi, bengali, telugu… poi c’è la mia guida Andrea, che parla in italiano, e un giocatore irlandese, ultimo retaggio dei fondatori anglofoni del club. Insomma, alla fine quando si è tutti assieme si parla un inglese alla buona, e tutti capiscono il succo. Mohammed non sembra per nulla colpito da questa babele linguistica. Si stringe nelle spalle, mi dice che non c’è problema, gli indiani sono abituati a gestire l’enorme diversità e complessità del loro paese, in India si parlano decine di lingue, e in qualche modo ci si capisce sempre.

«Vedi, il cricket in India è come la religione», mi dice, come se fosse un dato di fatto, «non è necessario parlare tutti la stessa lingua».

Anche in Italia si dice che il calcio è come una religione. Il punto è che in India (e nel subcontinente in generale) la religione non è per nulla la stessa cosa che in Italia. Non è qualcosa che si fa in privato o in momenti precisi della giornata e dell’anno, come la messa della domenica o quella delle feste comandate. È un’esperienza totalizzante che pervade la quotidianità e ogni spazio, fatta di templi e altari a ogni angolo, santoni per le strade, icone sacre dappertutto, gente che alla fermata del bus vuole sapere per filo e per segno qual è la tua religione di famiglia (oltre a chiederti se sei sposato e se hai figli, questioni considerate imprescindibili). La religione nel subcontinente è un collante sociale che in Europa nei secoli si è sfilacciato, ma che qui crea dinamiche di coesione sociale ma anche di ostilità e violenza tra fedi diverse.

Torno a guardare i giocatori in campo. Le due squadre si apprestano a fare una pausa e scambiarsi i ruoli. Sono tutti sudati, in molti ne approfittano per bere o mangiare. Altri chiacchierano in gruppetti, commentano la partita, ridono. Lontani dalle loro case, costretti ad adattarsi a un paese con usanze molto diverse, dove anche la loro religione non è sempre facilmente praticabile, forse giocano a cricket per sentirsi meno smarriti, percepire che questo angolo di mondo è un po’ anche loro, e ritrovarsi insieme nel fine settimana, dopo il lavoro, come se non avessero mai dovuto andarsene.

Mohammed si prepara a entrare in campo come lanciatore, dopo aver pazientemente aspettato il suo turno. «Mi ricordo di quando ero bambino», mi dice. «Eravamo in tre amici e andavamo al parco, a giocare a cricket. In teoria si dovrebbe giocare in 22, ma anche in tre avevamo tutto quello di cui avevamo bisogno».

martedì 22 settembre 2026

Quel seno inopportuno

Couvrez ce sein que je ne saurais voir (Molière, Tartuffe)
Coprite quel seno, che non potrei vedere

Monica Ricci Sargentini
«Posando seminuda svilisce i nostri sacrifici» E le atlete si scagliano contro l’attrice Sweeney
Corriere della Sera, 22 settembre 2026

Sydney Sweeney appare quasi nuda, coperta da palloni e attrezzi sportivi, nella campagna di Novig, piattaforma di pronostici sulle competizioni. Lo spot ha provocato una protesta sui social. «Questo è l’aspetto delle donne nello sport», ha scritto la velocista britannica Amy Hunt pubblicando foto delle proprie gare. Per la ex nuotatrice australiana Ariarne Titmus è uno schiaffo a chi ha dedicato la vita alla disciplina. La ciclista inglese Sophie Capewell ha criticato la rappresentazione sessualizzata delle sportive; l’ex ginnasta Usa Gracie Kramer ha pubblicato un suo video con la scritta «Questo è l’aspetto di una donna nello sport», ripresa da molte altre atlete.

Jacob Fortinsky, fondatore di Novig, ha difeso la campagna ricordando che la piattaforma è riservata ai maggiori di 21 anni. L’attrice ha risposto alle critiche pubblicando foto di sportive che avevano posato nude. È la seconda volta in poco più di un anno che una pubblicità con Sweeney fa scalpore: nel 2025 lo slogan di American Eagle «Sydney Sweeney has great jeans», gioco di parole con genes, «geni», suscitò accuse di alludere all’eugenetica. Ora le atlete contestano l’uso di una bella donna per attirare il pubblico maschile mentre lo sport femminile conquista riconoscimento per i suoi risultati.

«Non stiamo giudicando la libera scelta dell’attrice, stiamo giudicando il potere delle immagini e quelle di questa campagna non hanno nulla a che fare con l’emancipazione» dice Lorella Zanardo, che ha lavorato molto sulla rappresentazione delle donne nei media. L’autrice invita a considerare chi quelle immagini le guarda: «Cosa vedono le bambine mentre camminano? Una ragazza che ha il manico di una racchetta da tennis tra i glutei e due palle da football tra i seni». Per l’autrice, le donne che si tolgono il velo in Iran compiono un atto di emancipazione: «Quel gesto visto in rete spinge altre ragazze a prendere coraggio». In questa campagna, invece, «usare il proprio corpo per eccitare» ripropone uno stereotipo sessuale trito e ritrito.

Sweeney è partner di Novig e possiede una quota della società. Trasformarla in un simbolo da adorare o condannare fa perdere di vista chi costruisce e diffonde quelle immagini. Anche Bigmama mostra il proprio corpo per vendere i rasoi Gillette Venus, in una campagna che parla di orgoglio e libertà. Ma in quel caso le immagini vengono considerate un atto emancipatorio.


https://machiave.blogspot.com/2025/05/coprite-quel-seno.html

martedì 8 settembre 2026

Il tennis nel Cile di Pinochet

 


1976: quando la davis incrocia la storia

Tennis e politica. Eliana Di Caro racconta la controversa vicenda della finale vinta da Panatta e compagni nel Cile di Pinochet, sullo sfondo di un anno inquieto per la società italiana

Giuliano Amato
Il Sole 24ore, 7 settembre 2026

  • È un libro di cui colpiscono, fin dalle prime pagine, sia il godibilissimo stile, sia il racconto, sempre avvincente. E dopo un po’ colpisce anche lo scrupolo della documentazione. L’autrice ha attinto alle fonti più diverse, compreso il prezioso (per il tennis) Fondo Gianni Clerici, custodito nella sede di Brescia dell’Università Cattolica, presso il quale ha anche ascoltato le radiocronache con cui Mario Giobbe dette agli italiani, su Rai Radio 2, l’unica informazione in diretta sulla controversa finale di Davis, Cile Italia del 17-19 dicembre 1976.

    Che cosa ci offre in queste densissime pagine? Intanto i ritratti a più dimensioni dei sei personaggi, protagonisti della vicenda: Mario Belardinelli, responsabile tecnico della nazionale e direttore del Centro di Formia, dove aveva preparato ed educato quasi tutto il meglio del tennis italiano, Nicola Pietrangeli, il capitano non giocatore carico di glorie, e poi i quattro della squadra, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli. Va lasciato al lettore il gusto di ricostruirli via via da sé questi ritratti dei sei personaggi, nei profili delle loro vite private, dei loro vizi e delle loro virtù, delle loro qualità umane e tennistiche, degli stessi contrasti fra di loro. Anche chi già li conosce trova qui qualcosa di loro che non sapeva. E arriva a conoscerli meglio: Belardinelli, maestro e padre, Pietrangeli, sorretto e afflitto dalla convinzione di essere inarrivabile, Panatta, corteggiato e corteggiatore con talento superiore a volte distratto, Barazzutti, con la sua ineguagliata tenacia in campo e fuori, Bertolucci, braccio d’oro con un amore per la buona tavola più forte di lui, Zugarelli, che si sente ingiustamente trattato da ultimo. Chi ama il tennis e la sua storia, legge queste pagine senza perdersi una riga.

    Poi c’è, naturalmente, la vicenda e c’è il clima in cui si svolge, dominato dalla domanda: andare o non andare? Andare è un immeritato favore al sanguinario regime di Pinochet? Il mondo dello sport è tendenzialmente più favorevole all’andare, i media e la politica sono divisi, ma il no sembra prevalere. C’era appena stato il boicottaggio del Sud Africa ancora razzista per le Olimpiadi di Montreal. E proprio in Coppa Davis il Cile era in finale perché l’Unione Sovietica si era rifiutata di disputare la semifinale. E ora l’Italia?

    Come ricordo io stesso in questo libro (per alcuni aspetti del quale l’autrice mi ha generosamente coinvolto), io, che ero allora l’ultima ruota del carro, ero favorevole all’andata a Santiago. Ero tra quelli che pensavano che in Cile non tutti erano Pinochet e che il regime non meritava di fregiarsi, come avrebbe fatto, della vittoria finale in Coppa Davis. Ma i partiti, specie a sinistra, sembravano bloccati nelle loro posizioni. Il no era un a priori e se alla fine si arrivò, in primo luogo da parte comunista, a una sia pur tacita accettazione, lo si deve all’intelligenza del nostro Ambasciatore (rectius, incaricato d’affari) là, Tomaso De Vergottini, il quale già aveva ben meritato per i tanti oppositori a cui aveva dato rifugio, agevolandone poi l’uscita dal Paese. Fu lui a negoziare la liberazione di due esponenti del locale partito comunista in cambio della rimozione degli ostacoli politici italiani. Nell’occasione i comunisti cileni fecero sapere ai loro compagni italiani che l’effetto del no poteva anche essere un maggior consenso nazionalistico a favore del regime.

    E la squadra dunque partì, ma il clima continuò ad essere malcerto, con le teste più voltate dall’altra parte che a favore. Non tutti i giornali mandarono i loro inviati, La Repubblica decise da ultimo di mandare Saverio Tutino, ma solo per raccontare le nefandezze del regime, non la finale della Davis. La televisione fece soltanto dei resoconti serali e l’unica voce in diretta era quella già ricordata di Mario Giobbe su Rai Radio 2. Quando la squadra tornò in Italia con la Coppa, ad attenderla all’aeroporto non c’era nessuno.

    Il clima generale fu questo, ma la vittoria fu vissuta dal mondo dello sport, e non solo da esso, appunto come una vittoria, un motivo di orgoglio italiano che era stato inseguito da anni, almeno dal 1961, quando avevamo perso la finale con l’Australia. Ora c’eravamo riusciti e crebbe la popolarità dei nostri giocatori, in primis di Panatta, protagonista di un anno meraviglioso (aveva vinto anche gli Internazionali di Roma e di Parigi), e autore della scelta di giocare il doppio a Santiago con la maglietta rossa, rossa come i fazzoletti cuciti dalle madri cilene con i nomi dei loro figli scomparsi (“Ci sparano”, aveva detto Bertolucci, ma lo avevano fatto). L’argomento che avevamo impedito al Cile fascista di iscrivere il suo nome sulla Coppa Davis prese, anche grazie a questo, a farsi strada.

    Ed eccola l’Italia dello sport, del tennis, mettere il suo segno positivo su un periodo della nostra storia, gli anni 70, che tendiamo invece a ricordare soprattutto come gli anni di piombo. No, non fu solo così e il libro nel fornire il contesto generale dell’avventura cilena lo dice. Ricorda la forza della nostra democrazia non solo nel contrastare il terrorismo, ma anche nel varare riforme che nascevano dalla maturazione in corso nel Paese, il diritto di famiglia, il divorzio, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale. Ci accorgiamo che il tessuto della democrazia contro la quale si arenò la strategia della tensione era solido in primo luogo fra gli italiani. E scopriamo che del suo ordito fecero parte anche la forza educativa del Centro di Formia di Mario Belardinelli, le qualità sportive ed umane dei tennisti che ne uscirono; le loro magliette rosse sui campi di Santiago.

  • Eliana Di Caro, L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia, il Mulino, pagg. 152, € 15


  • martedì 18 agosto 2026

    Larissa

    Giulia Zonca
    Larissa Iapichino: "I nostri ori in ogni dove sono una poesia che cambia l'Italia"

    La Stampa, 18 agosto 2026

    BIRMINGHAM. Larissa Iapichino porta i segni dell’estate azzurra: sulla guancia c’è il baffo di un bacio con rossetto di mamma, l’oro al collo e luccichio negli occhi che resiste dopo la bolgia di medaglie. È un’onda lunga: nuoto, ginnastica, atletica e tennis, si vince da tutte le parti.

    Successo nel salto in lungo in Inghilterra, un luogo a lei caro.
    «Da bambina ci ho passato le mie estati, neanche tanto lontano da qui, a Derby. C’era la curva Iapichino, tutti i parenti di parte materna presenti. In questo stesso stadio, diversi anni fa sono venuta a tifare Gimbo in un meeting e a Londra ho visto Bolt vincere i 100 metri nella finale olimpica del 2012. In questo Paese ci ho costruito la mia cultura sportiva».

    I risultati di questa Italia cambieranno la nostra?
    «Me lo auguro. Mai dirò “Bisogna smettere di parlare di calcio”, c’è posto per tutti, ma allo sport bisogna essere educati. Capire il valore delle competizioni, essere consapevoli della condotta da pubblico. A Birmingham abbiamo battuto la Gran Bretagna in casa senza un insulto, solo calore».

    È l’era dell’oro?
    «Sono anni che resteranno. La prossima generazione potrà riconoscere una impresa sportiva e non si fermerà al tifo becero o a considerazioni legate unicamente al risultato».

    Sua sorella Anastasia, più piccola di 7 anni, vede lo sport diversamente da lei?
    «È una pigrona, ora va in palestra. Qui si è divertita. Mi ha fatto un cartellone anche se non ho idea di che dicesse: era bianco, non si leggeva nulla. Chissà che si era inventata. Noi siamo entrambe “Gen Z” eppure diverse. Usiamo tantissimo il telefono e per lei è già più naturale. Nella prossima fase gli smarphone potrebbero addirittura essere educativi».

    Ci sono paesi che lo proibiscono ai ragazzi.
    «Sbagliato. Renderei funzionale l’utilizzo. Le limitazione non portano mai risultati, anzi stimolano la trasgressione».

    Tra lei e Sara Curtis c'è una sintonia che dura da un po’ di tempo. Come è nata?
    «L’ho conosciuta due anni fa e mi ha colpita, abbiamo trovato una confidenza immediata e ci siamo scambiate esperienze. Lei è matura, vincente. Ora le scrivo, volevo farlo prima, però ogni giorno faceva un risultato più grande e ho aspettato. Ho un bel po’ di cose da dirle».

    Sua madre le parlava proprio di Fiona May una delle prime afrodiscendenti in azzurro, come il modello da tenere a mente. Un precedente visto che lei è la prima afroitaliana nella nazionale di nuoto.
    «Esistono coincidenze che ci legano ed è bello il viaggio in parallelo, io qui senza record del mondo, ma c’è l’oro in due squadre super».

    Nella sua, Diaz ha saltato 18,15 metri nel triplo...
    «Una poesia. Non ce n’è più per nessuno. Mi aspetto davvero per lui quel record straordinario che non oso nominare. Io balzo solo in allenamento, è tosta: sembriamo atleti che fanno castelli di sabbia in pedana ma è una disciplina traumatica, il triplo di più. Trovare tutta quell’eleganza mentre rischi ogni volta è da fuoriclasse».

    Quale medaglia le ha dato più carica?
    «Derkach. Altro oro nel triplo. Un esempio di determinazione e rivalsa. Dopo anni infernali si ripresenta al massimissimo con una decisione impressionante. Da brivido. Con tutta la storia che si porta dietro».

    La sua mischia l’Italia alle origini giamaicane e inglesi.
    «Per questo vincere il medagliere nel Regno Unito è particolare. Ho urlato come una matta durante la 4x400. Al traguardo, la Gran Bretagna perde e la gente si silenzia, per un attimo si è sentita solo la mia voce ululante. Pazzesco. Mi sono percepita connessa al luogo, a tutte le parti di me. Una bella emozione che mi porterò dietro».

    Senza paragoni con sua madre perché lei il titolo europeo non lo ha vinto.
    «Le ho detto “Questa è solo mia”. Ha riso. Ripete sempre che vuole essere superata, siamo due donne e anche due atlete che si vogliono bene, i confronti sono affari di altri, a noi non sono mai interessati».

    All’Europeo l’abbiamo vista più stabile, serena.
    «Un po’ i nervi si sono tirati perché ho in canna più di 7 metri. Anche babbo, che mi allena, me lo dice... Ma da qui usciamo ancora più convinti. Sono maturata tanto. Non mi aspetto che da qui in poi tutto vada bene, ho solo smesso di mettermi pressione. Se ci scopriamo bravi in qualche cosa siamo sempre capaci di metterci un chiletto di aspettative in più».

    Ha mandato in pensione l’autosabotatrice di cui ha raccontato spesso?
    «Ho smesso di avere paura di chi sono. Temevo di essere troppo, sto talento mi spaventava. Non è per essere smargiassa: voglio solo dare il massimo. A volte non basterà, ma voglio a gara finita poter dire sono stata completamente me stessa».

    Chi è lei?
    «Una ragazza di 24 anni che ha diritto di scoprirsi e imparare chi è. In pedana più aggressiva e nella vita più dubbiosa. Ne ho fatta di strada, se guardo dietro vedo insoddisfazioni e delusioni. Tutto mi ha portata a essere la donna di oggi».

    Finale all’ultimo giorno nel crescere della baraonda, come si è concentrata?
    «Sono rimasta solitaria, ho guardato pezzi di arredamento comprabili, ho letto pagine di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ho evitato i libri per gli studi di legge, meglio non esagerare: ho già dato l’esame di diritto del lavoro poco prima della Diamond League in cui ho fatto il record italiano, a Eugene. Va bene così per un po’».

    Se le avessero detto ai tempi della pubblicità della fetta al latte che un giorno avrebbe vinto l’Europeo, come avrebbe reagito?
    «Avrei risposto “Faccio davvero atletica?”. Non volevo finire su questa strada, mi ha convinto la magia. A lungo sono stata bastian contraria, dritta nell’opposto di ciò che dicevano i genitori. Testardaggine».

    Inno con la mano sul cuore.
    «Si, sono stonatissima per cui bassa voce fino che non parte il battimani e poi grido».

    sabato 15 agosto 2026

    Dariya Derkach, oltre la paura

    Giulia Zonca
    Dariya Derkach: "Ci sarà sempre qualcuno per cui non sono italiana. È il mio Paese, mi ha nutrita"

    La Stampa, 15 agosto 2026

    Con l’oro in tasca Dariya Derkach ritrova finalmente il ritmo della propria vita. Prima nel salto triplo agli Europei a 33 anni, con il personale di 14,60 metri: «Una medaglia ricca, pesante. C’è dentro il viaggio».

    A 8 anni, con un cappotto rosso, partiva su un autobus da Vinnytsia, in Ucraina, dove è nata. Ora è avvolta in una bandiera tricolore. Si chiude un cerchio?

    «Ricordo un proverbio che dice: c’è la terra che ti dà la nascita ma è la patria che ti sfama. Ecco, la nazionalità è proprio questo».

    Serve pure l’opportunità di averla. Oggi in Italia c’è la voce di Vannacci, la richiesta di chiudere le frontiere con la Spagna per i migranti che tentano di attraversare il confine a Ceuta.

    «I discorsi sulle frontiere non sono mai un punto di partenza e quelli sulla rappresentanza meritano serietà. Prendo me stessa. Ci sarà sempre qualcuno per cui non sarò mai del tutto italiana. Vivo in Italia da 26 anni, è il Paese che mi ha dato un’istruzione, mi ha nutrita, mi ha regalato ogni possibilità, è il Paese per cui ho vinto l’oro».

    È stata una bimba predestinata che poi ha inseguito le promesse per decenni, quanto hanno pesato l’aspettativa e l’attesa della cittadinanza?

    «Vedere tutte le gare giovanili in tv da primatista di salto in lungo e salto triplo è stata dura. Ero consapevole che l’atletica vera era l’altra, quella dei grandi. Forse ho aspettato un po’ troppo per diventare grande».

    Ha perso gli anni di solito dedicati all’esperienza.

    «Mi ha penalizzato passare dalle gare regionali a quelle internazionali senza nulla in mezzo. Il giorno prima le rivali erano gigantesse in tv e il giorno dopo mie pari in pedana. Non tornavano le proporzioni: mi bloccavo. È passata solo dopo la medaglia indoor nel 2023. Prima avevo la sindrome dell’impostore. Dopo ho visto le occasioni perse».

    La più dolorosa?

    «Europei 2016, ad Amsterdam: ero in forma e ancora non pronta. Un salto nullo che sarebbe stato la svolta mi ha tolto ogni forza. A Birmingham niente mi avrebbe spiazzata, ho passato tre giorni a calcolare il vento in ogni direzione».

    La vittoria restituisce la fatica di decenni?

    «Se penso al passato mi sembra assurdo, ma l’ho vissuto giorno per giorno, non vedevo la trama. Anche nel calvario delle tre operazioni ai tendini... ho reagito. Non mi rendevo neppure conto di quanto la situazione fosse grave e guardando indietro dico: cavolo».

    Guardando in basso vede due caviglie martoriate.

    «Le cicatrici stanno insieme alla medaglia, un tutt’uno».

    Ha avuto mai voglia di mollare?

    «No, ma nel 2018-2019 non sapevo come continuare. Avevo problemi di peso, ero persa e confusa. Eppure, come sempre, come oggi: la voglia era integra. Ho vissuto per l’atletica, unico pensiero dominante. In quelle stagioni depresse in cui ho saltato 12 metri e sono arrivata a pesare 60 chili, con il fisico sballato, era tutto storto. Anche psicologicamente, assalita dagli attacchi di panico: era ora di cambiare e non ne avevo il coraggio. Poi ho imboccato la strada giusta».

    Allora l’allenava suo padre, ex decatleta che oggi lavora con la nazionale cinese.

    «Quando le cose vanno bene in famiglia si amplifica la condivisione, quando vanno male è un inferno».

    A un certo punto della carriera consiglia un cambio ai tanti colleghi che si allenano con i parenti?

    «Se ci sono i risultati è giusto andare avanti, se le cose iniziano a non girare però quella è una condizione in cui si peggiora ed è tempo che non ti restituisce nessuno».

    Se questo oro fosse arrivato 10 anni fa, come da pronostico, lei sarebbe diventata la faccia dell’atletica italiana?

    «Di sicuro: eravamo pochi a valere le finali. Ricordo l’investitura e anche la tensione per sto passaporto. Tempi previsti dalla legge: 12 anni di limbo, sono tanti, ma l’iter era quello. Una volta indossata la maglia azzurra le controprestazioni mi hanno segnato. Ho patito».

    In che senso?

    «Quando ho raggiunto la prima medaglia, tre anni fa, ero così abituata al senso di colpa che il giorno dopo il podio guardavo Larissa Iapichino in pedana e pensavo: che fortuna, se la può giocare. Mi ero scordata del mio argento. Ho detto: oddio Dariya calmati, butta sta pressione. Non essere all’altezza dell’idea che si aveva di me ha condizionato il percorso».

    Ora l’Italia è in stato di grazia. Non passa giorno senza medaglie.

    «Pazzesco. Eravamo davvero indietro nel 2013, non eravamo competitivi e questo exploit della nostra atletica ha spostato la consapevolezza e alzato il livello».

    Sara Curtis, record del mondo a ripetizione nel nuoto, supernova dell’estate. La guarda e che cosa pensa?

    «Spettacolare. Fa parte di una generazione che ha la stessa nostra voglia di fare, ma un entusiasmo diverso. Vale soprattutto per le ragazze».

    Perché?

    «Noi eravamo spaventate, chiuse, problematiche. Loro osano».

    Lei è salita su un bus per lasciare casa a 8 anni.

    «Mi vantavo con le amiche di andare in Italia. Non ero consapevole».

    Dicono di lei che ha una sopportazione fuori soglia. Non sarà che questa attitudine alla resistenza l’ha danneggiata?

    «Di certo. Mi lamentavo quando era già tardi, però il disastro dopo le operazioni ai tendini mi ha messo le antenne. Ora se c’è qualche cosa che non va mi fermo. Non solo per i fastidi fisici».

    Che rapporto ha con l’età? Nella telecronaca Rai i suoi 33 anni sono stati sottolineati parecchio.

    «È normale, il tempo va. Io penso anche al dopo carriera. Vorrei stare nello sport, non più in pista: calpesto il tartan da che sono nata. Vedremo dopo le Olimpiadi».

    È previsto un trasferimento a Torino.

    «L’idea è quella. È la città del mio allenatore Alessandro Nocera e mi convince. Dopo tanti anni a Formia a inseguire la tranquillità, vorrei vibrazioni diverse e un posto dove curare il fisico con una supervisione accurata».

    Che cosa le ha detto sua madre dopo il successo?

    «Che il mio cane Cesare le si è seduto davanti a guardarmi in tv e non si è più mosso. È lui che ha raccolto tutte le mie confidenze».

    lunedì 20 luglio 2026

    E Spagna fu

    La rete di Ferran Torres

    Torres piega l'Argentina al 106', Spagna campione del mondo

    La squadra di De la Fuente domina e abbatte ai supplementari l'Argentina grazie al sinistro vincente dell'attaccante del Barça. Albiceleste in 10 ai supplementari per l'espulsione di Enzo Fernandez

    dal nostro inviato Fabio Licari
    La Gazzetta dello Sport, 20 luglio 2026

    19 luglio 2026 (modifica il 20 luglio 2026 | 07:22) - EAST RUTHERFORD (STATI UNITI)

    anticalcio

    Una finale mai vista e, diversamente dall’indimenticabile Argentina-Francia del 2022, questo è tutto tranne che un complimento. La finale che non è mai stata giocata è un titolo che ci starebbe bene per descrivere l’inesistenza degli argentini che, da subito, applicano la loro strategia mondiale al quadrato. Dal blocco basso al non gioco. Rinunciando a superare la metà campo e sperando che, prima o poi, la trama spagnola si sarebbe allargata. Non è mai successo. Quindi soltanto aspettare, distruggere, rilanciare nel vento, provocare, senza un’idea di manovra. Con tutti dietro il pallone, scompaiono le linee di passaggio per Messi, l’unico con il quale svoltare. Alvarez ha i soliti compiti da mezzala sinistra aggiunta, Montiel a destra bloccato, Tagliafico preoccupato da Yamal, e il centrocampo della Selección una specie di seconda linea Maginot. Sarebbe bella l’immagine cinematografica di “stallo alla messicana” ma non realistica: qui c’era uno con le mani davanti al volto per proteggersi e l’altro che sparava mentre la pistola faceva clic. 

    pochi pericoli

    Perché è vero che l’Argentina aveva eletto la strada dell’anticalcio, ma la Spagna non riusciva mai a trasformare l’eleganza in una manovra veramente pericolosa. Di più: nel primo tempo, appena due tiri della Roja. La Spagna aveva costretto la Francia a perdere le coordinate, ma sapeva che con l’Argentina sarebbe stato diverso: i sudamericani a fare barricate, i campioni d’Europa a tessere una manovra necessariamente spezzata. Il copione era scritto. Sono mancati i fuoriclasse. Messi lasciato solo, senza forza né voglia di accorciare le distanze, Yamal più vivace, ma mai versione Europeo. Olmo solita chiave tattica con le sue sponde spalle alla porta, ma traffico da agosto inoltrato su entrambe le corsie. Il vero fuoriclasse della Spagna è la squadra. 

    svolta nella ripresa

    Qualcosa si smuove nella ripresa con il primo cambio di Scaloni, dentro Paredes per Nico Gonzalez, trasformando il 4-4-2 più sfacciato in un 4-1-3-2, con l’ex Juve e Roma davanti alla difesa. Scelta di protezione? Fino a un certo punto. Perdendo le fasce a centrocampo, i due difensori esterni dovevano alzarsi e nasceva la profondità per Yamal e soci. Le sostituzioni hanno sicuramente dato una scossa. Fuori per infortunio i due centrali di Scaloni, Lisandro e Romero, difensivi tutti gli altri subentri. Scelta chiarissima ma quasi incomprensibile, il ct (fin qui) del buon senso non ha neanche dato una chance a Lautaro, abdicando al tridente risolutore. Molto più coerente De la Fuente che non ha mai sacrificato alla ragione di stato una filosofia vincente. 

    espulsione e gol

    L’Argentina ha completato la sua opera con l’espulsione sacrosanta di Enzo Fernandez, gran giocatore ma della serie “colpisco quello che si muove, se è il pallone meglio”, solo che Cubarsì ha ossa e muscoli. Quindi gli ex campioni giocano i supplementari in dieci e, comprensibilmente, accentuano la loro dimensione nichilista. Solo che ora si respira. Williams, Pedri e Ferran danno la botta di aria fresca che mancava, premiando le scelte di De la Fuente. Tutte le riserve spagnole sarebbero titolari da noi, povere stelle che stanno a guardare dal 2014. Assist di Williams di testa e Ferran arriva implacabile. Di parate Martinez ne aveva fatte fin troppe. Triste, solitaria e mai in final l’Argentina, meno bella del solito ma campione del mondo, dei due mondi, la Spagna, che solleva la coppa tra le lacrime di Messi e uno stadio di fischi a Infantino e Trump.




    domenica 19 luglio 2026

    L'arbitro, le statistiche e i presagi


    Natalie Tan e Calvin Burton
    Spagna contro Argentina nella finale dei Mondiali: l'arbitro, le statistiche e i presagi
    The Guardian, 19 luglio 2026

    Chi è l'arbitro?


    Slavko Vincic è diventato il primo arbitro sloveno a dirigere una finale di Coppa del Mondo. Ha diretto la finale di Champions League del 2024 a Wembley (vinta dal Real Madrid contro il Borussia Dortmund per 2-0) e la semifinale degli Europei del 2024, vinta dalla Spagna per 2-1 contro la Francia. La prima partita di Coppa del Mondo per il 46enne è stata la sconfitta dell'Argentina contro l'Arabia Saudita nel 2022. In quel torneo, Vincic ha espulso Piero Hincapié dell'Ecuador per essersi coperto la bocca al 95° minuto della partita contro il Messico. La sua media di cartellini gialli è di 2,33 a partita.

    Slavko Vincic parla con Piero Hincapié dell'Ecuador nella partita contro il Messico. Fotografia: Fernando Llano/AP

    Vantaggio della Spagna?


    Nelle ultime 14 finali dei Mondiali e degli Europei, sia maschili che femminili, tredici sono state vinte dalla squadra che ha disputato prima la semifinale. Nell'altra occasione, le semifinali si sono giocate lo stesso giorno. La Spagna maschile ha dato il via a questa serie, battendo l'Italia per 4-0 nella finale di Euro 2012. Anche l'Argentina ha beneficiato di un giorno di riposo in più rispetto ai tre della Francia, in vista della finale del 2022. Questa volta è la Spagna ad aver avuto un giorno di riposo extra.

    Stare lontano


    Da 36 anni nessun presidente argentino assiste a una partita della nazionale ai Mondiali e l'attuale, Javier Milei, non farà eccezione. Ha seguito tutte e sette le partite dalla sua residenza presidenziale, dichiarando a una stazione radio di Buenos Aires che "non c'è alcuna possibilità" che si rechi nel New Jersey. La superstizione risale al 1990, quando Carlos Menem visitò la nazionale argentina prima della clamorosa sconfitta all'esordio contro il Camerun. Da allora, si crede che la presenza del presidente a una partita dei Mondiali porti sfortuna alla squadra. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha in programma di assistere alla partita, così come il re Felipe VI.

    La storia ci chiama


    Una vittoria dell'Argentina la renderebbe la terza nazione a vincere due Mondiali consecutivi e la prima di questo secolo. L'Italia vinse nel 1934 e nel 1938 e il Brasile nel 1958 e nel 1962. Se la Spagna trionfasse, diventerebbe la quarta squadra maschile a detenere contemporaneamente gli Europei e la Coppa del Mondo, dopo la Germania Ovest (1972, 1974), la Francia (1998, 2000) e la Spagna, che fu la prima squadra maschile nella storia a vincere tre titoli importanti di fila (Europei 2008, Mondiali 2010, Europei 2012).

    Attacco contro difesa?


    L'Argentina ha segnato il maggior numero di gol (19) con un certo margine, seguita dalla Spagna al quarto posto con 14. Tuttavia, la Spagna ha subito il minor numero di gol (1), mentre l'Argentina ne ha subiti sette.

    Anelli per i vincitori


    Se quattro tempi e uno spettacolo  nell'intervallo non fossero stati sufficienti, ai vincitori verranno consegnati gli anelli. La consegna degli anelli è una pratica comune negli Stati Uniti sin dalle World Series del 1922. C'è da guadagnare, con 30 anelli disponibili per i campioni del mondo e altri 1.996 in vendita al pubblico. Il design presenta una mini coppa del mondo su un lato, mentre l'altro "rifletterà l'identità della squadra vincitrice", come rivelato sul sito web della FIFA. Ai giocatori e agli allenatori della squadra vincitrice verranno consegnati anelli provvisori per consentire la personalizzazione degli anelli su misura, che verranno consegnati in un secondo momento.

    Finale annullato

    Le due squadre avrebbero dovuto affrontarsi quest'anno nella Finalissima in Qatar, con l'Argentina che sperava di difendere il trofeo conquistato contro l'Italia nel 2022. Tuttavia, la partita è stata annullata a causa della guerra in Medio Oriente e la UEFA ha dichiarato: "Dopo lunghe discussioni tra la UEFA e le autorità organizzatrici in Qatar, possiamo annunciare che, a causa dell'attuale situazione politica nella regione, la Finalissima non potrà essere disputata come previsto in Qatar il 27 marzo". Le due squadre non sono riuscite a trovare un accordo su un'alternativa e la partita è stata annullata.

    Chi ha bisogno di esperienza come allenatore di club?

    La finale vedrà contesa una sfida tra due allenatori senza alcuna esperienza nella massima divisione a livello di club. Luis de la Fuente, esonerato dopo 11 partite con l'Alavés, squadra di terza divisione, allena le nazionali giovanili spagnole dal 2013. Lionel Scaloni, invece, ha allenato quasi esclusivamente la nazionale maggiore argentina, a parte sei partite alla guida dell'Under 20. Avendo già vinto insieme Europei, Copa América e Mondiali, i due hanno dimostrato che l'esperienza nei club di élite non è un requisito indispensabile per allenare una nazionale.

    Minuti in campo

    A parte il giorno di riposo extra, la Spagna potrebbe comunque essere più fresca, avendo disputato tutte le partite nei 90 minuti regolamentari. L'Argentina ha giocato due volte i tempi supplementari, totalizzando 794 minuti contro i 717 della Spagna. I sudamericani si sono trovati in una situazione simile in Qatar, dove hanno giocato 30 minuti supplementari nei quarti di finale. Una squadra composta in gran parte da giocatori più anziani di quattro anni avrà abbastanza energie a disposizione?

    Rara partita all'aperto per la Spagna


    Sebbene non si prevedano temperature eccessivamente elevate, il Servizio Meteorologico Nazionale ha emesso un'allerta per la qualità dell'aria a causa del fumo degli incendi boschivi proveniente dal Canada. L'Ufficio per la Gestione delle Emergenze di New York ha dichiarato che giovedì i livelli di qualità dell'aria in città avevano raggiunto livelli "molto insalubri", ma le condizioni sono migliorate significativamente. La Spagna è stata relativamente protetta da tali fattori ambientali durante il suo percorso, avendo giocato una delle sette partite in uno stadio completamente all'aperto. L'Argentina ha giocato all'aperto tre volte, di cui due con temperature che hanno raggiunto i 32°C.

    storia della Coppa del Mondo

    Le due squadre si sono affrontate una sola volta nel torneo, con la vittoria dell'Argentina per 2-1 nel 1966. Luis Artime segnò entrambe le reti per i sudamericani.