Alessia Melcangi
Il figlio dello Scià, alternativa debole
La Stampa, 14 gennaio 2026
In molti ricordano i fasti della mitica Persepoli, riportata a nuova vita nel 1971 in occasione della grandiosa (e decisamente kitsch) celebrazione dei 2.500 anni della monarchia persiana: un tentativo di legare l’Iran moderno alle vestigia dell’antica Persia, oscurandone le radici islamiche. Creano stupore – e talvolta malinconia – le immagini delle ragazze in gonna e a capo scoperto che passeggiavano nelle strade di Teheran; lascia increduli la memoria dell’alleanza tra l’Iran pre-rivoluzionario e gli Stati Uniti, così stretta da trasformare il Paese in uno dei principali avamposti americani nella regione. Sembra quasi di parlare di un’età dell’oro, quella della monarchia di Mohammad Reza Pahlavi iniziata nel 1941 e conclusasi drammaticamente nel 1979 con la rivoluzione khomeinista. La narrazione occidentale tende spesso a rileggere lo scià come “filo-moderno”, “secolarizzatore”, “alleato dell’Occidente”, quasi un modello illuminato da contrapporre all’attuale teocrazia. Ma la realtà storica è molto più complessa e molto meno romantica.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l’Occidente. Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall’alto in cambio di obbedienza assoluta. Il perno del regime era il suo apparato repressivo capillare: la Savak, i temutissimi “sgherri” dello scià, addestrati anche con il supporto della Cia e del Mossad, noti per torture, sorveglianza capillare ed eliminazione del dissenso.
Lo scià era amato, sì, ma dentro una fetta precisa della società: élite urbanizzate, ricchi occidentalizzati, famiglie vicine al potere, settori istruiti delle grandi città. La maggioranza silenziosa, soprattutto nelle campagne e nelle periferie, viveva invece una frattura crescente fra modernizzazione imposta e identità islamica calpestata dalla “Rivoluzione Bianca”. La rivoluzione del 1979 – spesso etichettata in Occidente come un semplice “colpo degli islamisti” – fu in realtà l’esplosione di una crisi sociale, economica e culturale molto più vasta che vedeva attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh, e le correnti liberal-nazionaliste. E l’Occidente, che oggi cerca nel nome “Pahlavi” la salvezza dalla Repubblica islamica, dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano, probabilmente, anche i giovani iraniani che quel periodo l’hanno forse sentito solo raccontato. Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore. In questo contesto appare davvero difficile immaginare che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, possa rappresentare l’alternativa vincente agli ayatollah. Estraneo alla realtà iraniana fin da prima del 1979 poiché cresciuto all’estero, è diventato una figura di riferimento per parte della diaspora. Si presenta come promotore di una futura transizione democratica, sostenuto da gruppi politici esterni al Paese. Negli anni ha cercato appoggi in ambienti conservatori statunitensi e in settori filo-israeliani. Un profilo che parla molto alle cancellerie straniere, meno alla società iraniana: per questo emerge come figura riconoscibile e facilmente leggibile dall’Occidente, non necessariamente come leader possibile per l’Iran. Loda apertamente il Presidente Trump e sostiene la destra americana: per questo gode di visibilità internazionale, ma allo stesso tempo viene rifiutato da molti iraniani, per i quali ogni interferenza straniera rappresenta un tabù storico.
Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia rappresenta ordine, modernità, apertura al mondo. Per molti dentro l’Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti. Questa ambiguità pesa enormemente sul possibile ruolo politico del figlio. E allora perché, oggi, nell’Iran in rivolta del 2026, il nome “Pahlavi” torna nelle piazze? A differenza del 1978, oggi non esiste una leadership interna. Non ci sono movimenti organizzati, figure carismatiche. La Repubblica islamica ha demolito ogni struttura politica alternativa. I giovani che protestano — per la gran parte nati dopo il 2000 — non conoscono la monarchia. Gridano «Viva lo scià» non per nostalgia, ma probabilmente perché evocare il nemico storico del regime è il modo più radicale ed efficace per colpirlo sul piano simbolico. È rabbia, non restaurazione. A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal suo progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa: in un paese ferito da decenni di autoritarismo, non prendere posizione sul passato equivale a non essere credibili sul futuro. Resta, poi, un ostacolo cruciale: la percezione di “estraneità”.
Nell’immaginario iraniano ogni intervento esterno, ogni figura percepita come installata dall’estero, è destinata al rigetto. Gli slogan delle piazze non vanno confusi con un mandato al ritorno del trono. L’Iran del futuro, se nascerà dalle rovine del sistema attuale, non potrà essere il riflesso nostalgico di un passato: un simbolo non rappresenta mai una soluzione politica.

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