Daniela Preziosi
Michele Serra: «Un giornale si salva con la scrittura. Elkann? Sprovvisto di mezzi culturali all’altezza»
Domani, 18 gennaio 2026
Al festone dei cinquant’anni di Repubblica – dire festa sarebbe troppo poco, oggi a Roma all’Auditorium dalle cinque della sera – Michele Serra ha uno spazio suo, un monologo. Invece per questo dialogo, quest’intervista, iniziamo da qui: lui – scrittore, autore satirico, inorridirà ma anche guru della sinistra – è a Repubblica “solo” da trenta. Prima era all’Unità. Quando arriva la chiamata di Ezio Mauro, racconta, «fu come la dichiarazione del mio essere diventato adulto. Impossibile rifiutare: era, alla fine degli anni 90, il meglio del giornalismo italiano. Come qualità della scrittura. Livello culturale. Le stesse ragioni per le quali Repubblica poteva sembrare odiosa: era l’élite. Oggi, ripensandoci, delle élite, di tutti i generi, possiamo solo avere nostalgia.
Prima avevi lavorato con Veltroni, ma non lo volevi direttore, poi con D’Alema, ti ha fatto fare Cuore, inserto satirico ormai da culto. Prima, “da sinistra”, come vedevi Repubblica?
Veltroni non lo volevo direttore perché era un dirigente del Pci, e io pensavo che l’Unità meritasse infine la propria autonomia. Ma, a conti fatti, è una delle poche persone nelle quali, oggi, mi riconosco per sensibilità e cultura. Quanto a Repubblica, la vedevo con una certa avversione: come il giornale che stava “rubando” tutti i lettori di sinistra all’Unità, che era il giornale nel quale io ero nato e cresciuto. Non solo: era anche il giornale che “dava la linea”, proponeva l’agenda politica, dettava le tendenze culturali. Egemonia culturale allo stato puro.
Era il giornale laico per eccellenza. Oggi un giornale è tante cose – carta, sito, social, radio, tv – e deve fare “comunità”, lo dici nel documentario sul tuo giornale. Ma “comunità” non è il contrario di laicità, insomma oggi non si rischia di coltivare parrocchie di fedeli?
Dipende. Nel mondo gassificato dai social, pulviscolare, sminuzzato, “comunità” è diventata una parola importante. Averla lasciata alla destra è una delle più gravi omissioni culturali della sinistra. Se non si è comunità, si è solo polvere in balia dei venti della storia,.
In quel ‘96 c’era il centrosinistra. Aveva vinto. Poi ha rivinto, nel 2006. Oggi che c’è?
Oggi siamo mille secoli dopo. Oggi sono dissolti i due grandi protagonisti del 900, la borghesia e il proletariato. La scomparsa della borghesia ha distrutto il pensiero conservatore e liberale, e aperto le porte ai mostri. Considero tale Trump. La scomparsa del proletariato ha tolto humus, ragione di essere, alla sinistra. Oggi c’è una lobby di tecnomiliardari esentasse che governa il mondo.
E dall’altra parte che c’è?
Una massa sterminata di impotenti, di esclusi, di non aventi diritto. Una parte dei quali crede di salvarsi applaudendo i suoi carnefici, e votandoli: di qui il successo del populismo. Dall’altra parte, una ex comunità di preoccupati, e di sensibili, che non sa più che pesci pigliare: è la sinistra.
Come definisci il rapporto fra la destra di governo e la stampa, quella non allineata alla destra?
È un rapporto inesistente fino dai presupposti. I presupposti del populismo sono che il rapporto tra capo e popolo non consente intermediazione. La stampa è uno dei più classici corpi intermedi. Come pensi che Meloni, e in misura infinitamente maggiore Trump, possano minimamente tollerarlo?
La pulsione alla censura è un problema o uno stimolo per gli autori?
Uno stimolo: fino a che non diventerà un problema. Quando Trump manderà i suoi sgherri a rastrellare le redazioni dei giornali, capiremo che è diventato un problema.
Eppure Giorgia Meloni funziona, raccoglie consenso: è invincibile?
Io credo che Meloni non sia invincibile, perché la realtà non è occultabile oltre misura. L’Italia è un Paese in declino economico, demografico, psicologico. Per quanti anni può continuare ad autoingannarsi, e a credere al puerile patriottismo di questo governo? Prima o poi i nodi verranno al pettine. Bisognerebbe che la sinistra fosse capace di parlare al paese con severità e gentilezza. Senza strillare, mutando linguaggio.
La grande ambizione della destra italiana, il suo destino, è Trump?
Purtroppo sì. Uno dei grandi misteri degli ultimi trent’anni è la morte della destra liberale. Montanelli, che conobbi e frequentai purtroppo solo nei suoi ultimi anni, mi disse: la borghesia è solo un mito illusorio. C’era già Berlusconi. Esecutore testamentario della borghesia. L’incarnazione del suo opposto. Considero inaudito che giornali come il Foglio abbiano adottato Berlusconi come idolo del momento, avendo per solo scopo, molto meschino, affossare e umiliare la sinistra. Mentre si trattava di affossare e umiliare la democrazia liberale. Fu una colpa indelebile. La morte del liberalismo borghese salutata con le fanfare.
Anni fa hai lavorato con Grillo. Che poi è diventato un leader politico. Cos’è stato il grillismo? Oggi Conte è in grado di raccogliere quell’onda e avvicinarla – non dico maritarla – al centrosinistra?
Grillo era un giovane e grande comico, il primo del Paese. E un uomo del popolo senza finzioni. Ho lavorato con lui per tre o quattro anni, gli ho voluto bene. Prima di me gli furono autori Antonio Ricci e Stefano Benni. Quello che è accaduto dopo non sono capace di giudicarlo, per quanto è smodato, insensato, quasi terribile. “Uno vale uno” è l’inizio della fine. Credo gli sia stato fatale l’incontro con Casaleggio.
A sinistra meglio non fare l’accozzaglia?
Non lo so, un giorno credo che sia obbligatorio il campo larghissimo, il giorno dopo credo sia una scelta fallimentare. Mi chiedo come creare una comunità, anzi una nuova comunità, di cittadini che credono nel limite, nella gentilezza, nella collaborazione civile, nel rispetto culturale e aggiungo nel federalismo europeo come antidoto naturale al cancro del nazionalismo. Ma non ho ricette, e compatisco chi deve trovarne una.
Elly Schlein? Vedi alternative alla sua leadership nell’alleanza?
Schlein se l’è cavata bene in uno ruolo difficilissimo, soprattutto brava incassatrice ogni volta che ha preferito il silenzio, o fare finta di niente, pur di tenere insieme un’idea di coalizione. Ha portato il Pd in alto, e lo ha tirato fuori dalla rissa delle fazioni. Non ho colpe particolari da imputarle: forse una comunicazione più calma, più serena, l’avrebbe avvantaggiata. E anche un maggiore ascolto a persone che potrebbero aiutarla al di fuori della sua piccola cerchia. Quanto ai nomi: Cuperlo, quando parla in Parlamento, sembra un colosso in mezzo ai pigmei. Ma forse pecco di complicità generazionale. Renzi è vivacissimo, ma narciso recidivo. Conte non ho mai capito, nemmeno per un secondo, chi sia e per conto di chi parli, “avvocato del popolo” è una formula vacua come è vacuo tutto il repertorio del populismo. Mi piace Salis, la sindaca di Genova; mi piace De Pascale, presidente dell’Emilia Romagna. Come tutti, aspetto che accada qualcosa.
Un bel giorno hai scritto un pezzo in cui chiedevi una mobilitazione in difesa dell’Europa. E ti è toccato di farne il leader.
Me la sono tirata addosso, ma sono contento di non essermi tirato indietro. Ho imparato tante cose, in quei giorni: quanti sono gli italiani (tantissimi!) che vorrebbero essere cittadini europei per contrastare Trump e Putin. E quanto ottuso e meschino è un pezzo della sinistra “antagonista” che brucia le bandiere europee perché sono “neocolonialiste”. Il problema è che ognuno pensa che la “sua” causa sia la sola degna, quella degli altri no. Nella “mia” piazza romana, piazza di cittadini, c’erano sia le bandiere ucraine sia le bandiere della pace e della Palestina. Caso più unico che raro. C’è chi ci ha visto un limite. Io ne sono fiero. Non era una manifestazione provinciale, o di fazione, era una manifestazione internazionalista, antinazionalista e pacifista. I contradaioli della sinistra estrema non hanno nemmeno provato a capire. A conti fatti, come avrebbero potuto?
Perché i ragazzi e le ragazze scendono in piazza per Gaza, meno per i ragazzi e le ragazze iraniane che si fanno ammazzare per ribellarsi agli ayatollah?
Per la ragione di cui sopra. Temono che scendere in piazza per Teheran significhi implicitamente approvare l’’intervento di Trump. È una assurdità, ma lo schematismo ideologico non aiuta a ragionare. Chi se ne frega se alle manifestazioni contro l’orribile teocrazia, assassina dei suoi figli, c’è uno con la foto del figlio dello scià? Quanto è debole il valore, la saldezza dei principi, l’amore per la libertà e i diritti, se li si sottomette ai calcoletti meschini della politica?
Repubblica è stata un pilastro della costruzione dell’opinione pubblica, penso al lunghissimo periodo di Berlusconi, e dell’antiberlusconismo. Con Meloni non sta funzionando. O sì?
Non so dire. Il ruolo dei giornali è di gran lunga meno determinante di prima. I giornali ancora rilucono di una luce trascorsa, come certe stelle spente che vediamo ancora nel cielo notturno. Certo, fino a che ci sono, considerarli voci libere, difenderle come tali, è decisivo. Ma sono anche abbastanza stufo di incontrare persone che mi dicono, sconsolate: ma che fine faranno i giornali? E io gli dico: ma tu li leggi? Risposta: no, da molti anni. E allora, di che accidenti si preoccupano? Si documentino su TikTok e non versino lacrime di coccodrillo.
Colpa dei «maledetti giornalisti» (è il titolo di un suo libro, con Goffredo Fofi e Gad Lerner, ndr) o degli editori che ormai per la stragrande maggioranza non hanno interesse a costruire uno spazio, anche di mercato, “d’alternativa”?
Colpa di entrambi, ma soprattutto degli editori. Tutti a parlare di on line, di app, di tecnologia, nessuno dei contenuti. Ma i contenuti, in un giornale, e nei media in generale, sono tutto. Immagina uno che apre una panetteria con il miglior vetrinista, la migliore promozione, il miglior servizio a domicilio: ma poi fa un pane di merda. Puoi stupirti se va a picco? Non c’è tecnologia che possa fare a meno della qualità dell’informazione, che è una qualità umanistica, oserei dire letteraria. La materia prima dell’informazione è la buona parola e la buona immagine. Punto e basta. Il resto è fuffa.
Ci siamo: gli editori. Repubblica è – sembra – alle soglie di un cambio di editore. E ora?
Repubblica cerca un editore vero, e interessato a quel genere di business, da molto tempo. E non lo trova. L’editore attuale di Repubblica è il classico esempio di editore invaghito di fole tecnologiche e del tutto sprovvisto di mezzi culturali all’altezza. La salvezza dei giornali, di ogni giornale, passa per la riqualificazione ostinata della qualità della scrittura. Repubblica era diventato il giornale più importante del paese per la qualità della scrittura: per niente altro. È sbiadita lungo gli anni questa qualità inconfondibile. Chissà che un giorno non la ritrovi.

Nessun commento:
Posta un commento