sabato 31 gennaio 2026

Il Casanova di Stefan Zweig

Matteo Nucci
Il racconto libertino del vecchio Casanova, che voleva i corpi ma lasciava libera l'anima

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Non vuole essere nulla, gli basta apparire tutto». Sarebbe sufficiente questa frase per definire l’uomo di cui Stefan Zweig parla al culmine della prima metà di una delle sue opere biografiche più riuscite: Casanova, piccola perla finalmente tradotta in italiano dall’originale dell’edizione definitiva per Settecolori. Filosofia della superficialità, del resto, è il titolo del quarto fra gli otto capitoli del libro, quello in cui Casanova appare il paradigma dell’uomo capace di sottrarsi a tutto. All’etica, alla morale, alla coscienza, al sapere profondo, impegnato com’è a non avere impegni, non avere nulla, non contare nulla, non possedere nulla. Fermo sull’epidermide di ogni cosa, d’altronde, egli ha in mente una sola epidermide. Quella che lo ha reso celebre facendo del suo nome un nome comune. Dunque, l’argomento a cui Zweig si dedica nella seconda metà del libro: l’homo eroticus.

Tutto si svela paradigmaticamente nel confronto di Casanova con Don Giovanni, l’altro grande libertino fra realtà e letteratura cui il veneziano viene spesso avvicinato. Sono pagine divine. Don Giovanni è un hidalgo, uno spagnolo, in cui il cattolicesimo, per quanto rifiutato, alligna. Casanova no, non si è ribellato, non lotta contro la religione, è semplicemente libero. Qui è la chiave dell’opposto comportamento nei confronti di quell’universo femminile che entrambi cercano di conquistare come se volessero ambire alla totalità. Don Giovanni, infatti, non crede alla purezza della donna e intimamente non la ama, bensì la odia: «non è mai mosso da vero amore e affetto, ma da un odio primordiale del suo essere maschio che lo spinge come un demonio contro le donne». La lussuria, tutta cerebrale, cresce assieme al sadismo. Don Giovanni vuole umiliare, offendere, svergognare, violentare, disonorare. E più la donna si sottrae, più Don Giovanni s’infiamma per vincerla e sottometterla.

All’esatto opposto sta Casanova. Egli ama tutte le donne indistintamente. Non importa la bellezza o la giovinezza, né tantomeno il pericolo o la difficoltà nella seduzione. Gli basta sentire una risata femminile e s’infiamma facendosi «uomo di genio», perché quella donna che desidera, magari senza averne ancora visto il volto, rappresenta la donna, un universo plurale, un tutto. E per quella donna che tutte rappresenta, Casanova, mosso da una lussuria legata ai cordoni spermatici anziché al cervello, s’immolerà e darà ogni cosa, pur di vederla felice. È qui che l’opposizione a Don Giovanni scintilla di pura luce. Casanova è onesto (Zweig pronuncia con consapevolezza la parola). Onestamente vuole la felicità e il piacere di ogni sua conquista. Il che accade sempre. Sempre le donne sentono in lui, con l’istinto che le caratterizza, la purezza del desiderio, la forza torrenziale del suo essere: uno che non si risparmia, ma scialacqua, che non esita e non sceglie e perciò sa concedersi davvero fino in fondo. Non sorprende allora che le donne sedotte da Casanova non gli rimproverano mai nulla, non hanno rancori o risentimenti. Nessuna di loro si dispera. Egli le conquista senza distruggerle, le seduce senza corromperle. Dà loro piacere. Non ne tocca l’anima che a lui non interessa. Al contrario, invece, le vittime di Don Giovanni pensano a lui come al Diavolo in persona, che il mattino dopo travolge la loro passione con il gelo di una risata sprezzante: lo odiano, odiano se stesse per esserglisi concesse, odiano il sesso maschile, e rimangono per sempre avvelenate nell’anima.

Il libro di Zweig però non finisce così. Il grande libertino, infatti, non si è reso immortale grazie al racconto altrui o alle invenzioni di chi ne ha descritto le gesta o ne ha messo in musica la crudele genialità. No, Casanova è diventato immortale grazie a ciò che egli stesso scrisse e raccontò della propria vita. E per far questo dovette accadere in lui quel che aveva sempre negato, o meglio, dimenticato: l’essere umano invecchia. Negli ultimi capitoli, Zweig ci mette davanti a un uomo che non è più commedia, ma semmai tragedia. Ha perso tutto quel che lo rendeva irresistibile, Casanova. Non seduce più, è costretto a pagare, e anche le prostitute lo prendono in giro. Privo di fiducia, bellezza, potenza, denaro, privo di quello «sfacciato pavoneggiarsi da beniamino del vigore fallico e della fortuna» egli sembra finito. E invece è proprio allora che qualcosa accade. Ancora una volta, il vecchio imbroglione inganna il mondo e, mentre tutti lo credono finito, «costruisce la propria vita dal ricordo, avventurandosi con astuzia nell’immortalità».

Mettendo in piedi, da grande scrittore, la sua opera autobiografica, Casanova però finisce per mostrare come le due apparenti metà enucleate dal libro di Zweig si uniscano in perfetta unità. Lo scrittore, infatti, racconta con la sfacciataggine e la spudoratezza dell’homo eroticus, e riesce a dare vita profonda alle sue storie proprio perché «l’apparente difetto di non andare in profondità» rende i suoi racconti più interessanti di qualsiasi resoconto storico. E tuttavia questo non basterebbe all’immortalità. C’è altro. Ossia «il coraggio di mostrare la piena mescolanza della carne e dello spirito nell’amore maschile, di raccontare non solo le vicende sentimentali, gli amori puri, ma anche le avventure dei bordelli, la carnalità pura, epidermica, tutto il labirinto del sesso che ogni vero uomo attraversa». Dunque la giocosa sincerità dell’uomo che non ha mai smesso di desiderare il piacere della donna, contemplando con sublime meraviglia un emisfero a lui sempre straniero e per questo degno del più grande amore.

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