giovedì 15 gennaio 2026

Perché non manifestate?


Filippo Barbero
I non manifestanti insegnano a manifestare

il manifesto, 15 dicembre 2026

«Perché siete scesi in piazza per Gaza e non lo fate per l’Iran? Sono gli stessi valori!». Nel caos che ci circonda i valori attraversano in modo ossessivo il discorso pubblico. I nostri valori democratici, quelli dell’Occidente, naturalmente.

Sempre presentati come omogenei e condivisi, essenziali e immodificabili. A volte i «valori europei» o quelli della tradizione giudaico-cristiana, come la parte – spesso costruita ad arte – per il tutto.

C’è una ragione precisa per cui questa parola è diventata così centrale e quotidiana: funziona come un dispositivo che neutralizza l’azione. Quando parliamo di valori senza interrogarci sulle loro condizioni di efficacia, creiamo un discorso che produce soggettività inerti e prive di effetti concreti. È una retorica che ci illude di prendere posizione mentre in realtà ci allontana dalla necessità di assumerci le conseguenze delle nostre scelte. Questo meccanismo suggerisce cosa sia possibile pensare, dire e fare in un dato momento storico, naturalizzando certi rapporti di potere attraverso richiami valoriali che appaiono auto evidenti.

Come non essere dalla parte di chi viene ucciso? Ecco allora che l’obiezione «perché non andate in piazza oggi?» si presenta come normativamente giusta.

Sia chiaro: manifestare è sempre un esercizio prezioso di democrazia e ogni iniziativa va giudicata dalle motivazioni che la muovono e dalla partecipazione che riesce a raccogliere. Per questo scendere in piazza a sostegno dei giovani iraniani è cosa buona e giusta e bisogna augurarci che le piazze siano piene. Il problema non è la manifestazione in sé, ma l’uso strumentale del richiamo ai valori per delegittimare altre mobilitazioni o per esimersi dall’azione concreta. La domanda «perché non manifestate anche per l’Iran?» diventa insidiosa quando viene posta non da chi effettivamente scende in piazza, ma da chi invoca i valori come arma retorica o tattica senza mai tradurli in impegno personale.

Il punto è che i valori, quando invocati senza conseguenze, non servono a nulla. Anzi, sono peggio dell’inutile perché sono attivamente dannosi. Funzionano come una forma sofisticata di paralisi morale che illude e assolve chi li articola pubblicamente, esentando dal fare qualsiasi cosa che abbia effetti reali. Chi invoca la piazza per l’Iran spesso non c’è mai andato e si guarda bene dal farlo. È come richiamare il valore del diritto internazionale per l’Ucraina senza interrogarsi sulle sue condizioni di effettività e su chi concretamente le ostacola. I valori diventano categorie dello spirito, astrazioni senza passione né azione.

Questo divario tra valori e azione, tra le parole e le cose, non è semplice ipocrisia nel senso letterale del termine. L’ipocrisia, in fondo, spesso aiuta la civiltà e la convivenza perché permette di cooperare nonostante le diversità e i conflitti. Quello che vediamo qui è un regime di esistenza del potere in un contesto di erosione del funzionamento delle democrazie. Una sorta di indulgenza laica, più insidiosa dell’ipocrisia perché disponibile a basso costo mentre esenta dall’azione. Due benefici al prezzo di uno: la sensazione di essere moralmente a posto e l’esonero dalle conseguenze pratiche della postura morale assunta.

Ma c’è un ultimo aspetto, se possibile ancora più insidioso. Il modo in cui tutto ciò genera ambiguità strategica in contesti dove il potere è sempre più concentrato. Quando si prova a passare dai valori all’azione concreta, ci si perde nella nebbia. Se il potere è nelle mani di pochi e questi pochi invocano valori presentati come condivisi e universali, quello che ottengono è un linguaggio sufficientemente vago da rendere il non agire più rassicurante dell’agire.

La vera distinzione, oggi, non è tra chi ha valori e chi non ne ha, ma tra chi è disposto a renderli efficaci attraverso l’azione e chi li usa come orpello cosmetico, arma tattica o rassicurazione identitaria. Per questo è politicamente urgente chiedersi quali conseguenze concrete siamo disposti ad accettare per attuare quei valori e a quali condizioni essi possono davvero funzionare. Quale prezzo siamo pronti a pagare, quali interessi a sacrificare, quali alleanze e relazioni a rompere e quali a costruire in modo nuovo e dissonante. Quali sono le condizioni materiali di efficacia dei valori che proclamiamo. Solo così i valori potrebbero tornare a essere impegni che vincolano l’azione politica e producono effetti concreti nel mondo.

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