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giovedì 29 gennaio 2026

Da dove viene l'Ice

Igiaba Scego
Instagram, gennaio 2026

L'Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dagli slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci mostrato più di uno slave catcher. Ve ne ricordo un paio. Arnold Ridgeway de La Ferrovia sotterranea di Colston Whitehead che perseguita la protagonista Cora nella fuga per la libertà. E poi le persone che hanno inseguito Sethe e che hanno costretto la donna a uccidere la sua Beloved, la sua figlioletta. Perché meglio morta che in catene. Meglio la libertà della morte che la prigionia della piantagione. Il libro lo avete riconosciuto: Amatissima di Toni Morrison.   
Quindi l'Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c'è un'altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsu la democrazia.
Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto.

La riemersione degli slave catchers, del suprematismo nativista wasp [acronimo di white «bianco», anglo-saxon «anglosassone» e protestant «protestante»], ora chiamato ICE è davvero il segno della grande  crisi che sta attraversando il paese.
Poi come al solito si dice veniamo per i somali, per i latinos, poi in realtà sono tutti nel mirino della violenza. Per questo gli abitanti del Minnesota si sono stretti forte forte ai loro vicini di casa e di vita.
Essere vicini solidali è la prima forma di democrazia.

PS non minimizzo le squadracce naziste e fasciste. Sono state brutali. Ma per capire ICE ci serve fare un raffronto con la storia della brutalità e della violenza nate da schiavitù e genocidio sul suolo americano. 

 

Davide Orecchio 
La violenza nel tempo di Trump

Nazione indiana, 25 gennaio 2026

 Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.

giovedì 23 ottobre 2025

Un appello per le sanzioni a Israele

Jonathan Glazer

Personaggi ebraici di tutto il mondo chiedono alle Nazioni Unite e ai leader mondiali di sanzionare Israele
The Guardian, 22 ottobre 2025

"Non abbiamo dimenticato che molte delle leggi, degli statuti e delle convenzioni istituite per salvaguardare e proteggere ogni forma di vita umana sono state create in risposta all'Olocausto", scrivono i firmatari. "Queste garanzie sono state incessantemente violate da Israele ".

Tra i firmatari figurano l'ex presidente della Knesset israeliana Avraham Burg, l'ex negoziatore di pace israeliano Daniel Levy, lo scrittore britannico Michael Rosen, l'autrice canadese Naomi Klein, il regista premio Oscar Jonathan Glazer, l'attore statunitense Wallace Shawn, le vincitrici dell'Emmy Ilana Glazer e Hannah Einbinder e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

I firmatari esortano i leader mondiali a rispettare le sentenze della Corte internazionale di giustizia (ICJ) e della Corte penale internazionale, a evitare la complicità nelle violazioni del diritto internazionale bloccando i trasferimenti di armi e imponendo sanzioni mirate, a garantire adeguati aiuti umanitari a Gaza e a respingere le false accuse di antisemitismo contro coloro che promuovono la pace e la giustizia.

"Chiniamo il capo con immenso dolore mentre si accumulano prove che le azioni di Israele saranno giudicate conformi alla definizione legale di genocidio", si legge nella lettera.

L'appello segue un netto cambiamento nell'opinione pubblica degli ebrei statunitensi e dell'elettorato in generale negli ultimi anni. Un sondaggio del Washington Post ha rilevato che il 61% degli ebrei statunitensi ritiene che Israele abbia commesso crimini di guerra a Gaza e il 39% afferma che stia commettendo un genocidio. Tra il pubblico americano in generale, il 45% ha dichiarato alla Brookings Institution di credere che Israele stia commettendo un genocidio, mentre un sondaggio Quinnipiac di agosto ha rilevato che metà degli elettori statunitensi condivide questa opinione, incluso il 77% dei Democratici.

Tra gli altri firmatari della lettera figurano il direttore d'orchestra israeliano Ilan Volkov, la drammaturga V (precedentemente nota come Eve Ensler), il comico americano Eric André, il romanziere sudafricano Damon Galgut, il giornalista e documentarista premio Oscar Yuval Abraham, il vincitore del premio Tony award, Toby Marlow, e il filosofo israeliano Omri Boehm.

"La nostra solidarietà con i palestinesi non è quindi un tradimento dell'ebraismo, ma un suo compimento", scrivono i firmatari. "Quando i nostri saggi insegnarono che distruggere una vita significa distruggere un mondo intero, non fecero eccezioni per i palestinesi. Non ci fermeremo finché questo cessate il fuoco non porterà alla fine dell'occupazione e dell'apartheid".

Dal 7 ottobre 2023, almeno 65.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 167.000 feriti, secondo il Ministero della Salute di Gaza, mentre le Nazioni Unite stimano che circa il 90% della popolazione sia sfollata internamente. Due senatori democratici statunitensi, Chris Van Hollen e Jeff Merkley, hanno concluso, dopo una missione conoscitiva nella regione a settembre, che Israele stava attuando "un piano sistematico per distruggere e ripulire etnicamente i palestinesi di Gaza", con gli Stati Uniti complici di queste azioni.

Il loro rapporto descriveva dettagliatamente la distruzione quasi totale delle infrastrutture civili, la militarizzazione del cibo e gli ostacoli sistematici alla distribuzione degli aiuti umanitari.

Il cessate il fuoco del 10 ottobre è stato scosso da ripetute violazioni. L'agenzia di stampa palestinese ha affermato che Israele ha violato il cessate il fuoco 80 volte e ucciso almeno 80 palestinesi negli ultimi 11 giorni. L'esercito israeliano ha accusato Hamas di aver violato l'accordo, uccidendo due soldati israeliani a Rafah e ritardando la restituzione dei corpi degli ostaggi.

Nella lettera pubblica si afferma che la tregua non fa alcun riferimento alla Cisgiordania , dove continua la violenza dei coloni e dove le condizioni di base dell'occupazione restano irrisolte.

Secondo l' ultimo rapporto dell'ufficio umanitario delle Nazioni Unite , quest'anno oltre 3.200 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi in Cisgiordania, e le Nazioni Unite hanno documentato 71 aggressioni da parte di coloni in una sola settimana di ottobre. In un episodio di questa settimana, una donna di 55 anni è stata ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita a bastonate da un colono mascherato mentre raccoglieva le olive, un attacco ripreso in un video .

L'organizzazione israeliana per i diritti civili Yesh Din ha scoperto che solo il 3% delle indagini sulla violenza dei coloni tra il 2005 e il 2024 ha portato a condanne. Poco dopo il suo insediamento, Donald Trump ha revocato le sanzioni limitate che Joe Biden aveva imposto a decine di coloni e gruppi di coloni violenti.

Si prevede che la Corte Internazionale di Giustizia emetta una nuova sentenza questa settimana per chiarire gli obblighi di Israele nei territori occupati, a seguito del parere consultivo non vincolante del luglio 2024 che dichiarava l'illegittimità dell'occupazione. Eppure, secondo quanto riferito, i ministri degli Esteri dell'UE si stanno tirando indietro dalle sanzioni, nonostante le conclusioni del servizio diplomatico dell'Unione secondo cui vi sarebbero "indicazioni" che Israele stia violando i suoi obblighi in materia di diritti umani ai sensi dell'accordo di associazione UE-Israele.

venerdì 5 settembre 2025

Una poetessa palestinese

Kit Fan
The Guardian, 5 settembre 2025

48Kg di Batool Abu Akleen, tradotto dalla poetessa , con Graham Liddel, Wiam El-Tamami, Cristina Viti e Yasmin Zaher Tenement, £17.50 )

giacca gialla da 48 kg

Questo straordinario esordio di una ventenne palestinese, nata e cresciuta a Gaza, si distingue tra le poesie di testimonianza sul genocidio locale. Contiene 48 poesie, ciascuna delle quali rappresenta un chilogrammo di peso corporeo, con il libro che letteralmente si assottiglia man mano che si sfogliano le pagine. La poesia finale dichiara: "Muoio senza voce. / Mi scuoia, carne dalle ossa. / Mi taglia in quarantotto pezzi. Distribuisce le parti in sacchetti di plastica blu / e li getta ai quattro angoli". A differenza delle Muse che seppellirono gli arti smembrati di Orfeo, la poesia si conclude con il paramedico che indovina "quale di questi sacchetti / contenga la mia carne". Scritte a Gaza tra il 2023 e il 2025, le poesie di Abu Akleen smontano e rimontano meticolosamente il corpo per interrogarsi sull'ingiustizia, la morte e il dolore. Creano un mondo in cui assurdità e realtà, ironia e umanità coesistono: dal gelataio che grida "cadaveri in vendita" pur notando che "nessuna tomba li compra", alla morte che desidera una festa di compleanno e sceglie "un braccio che il missile non ha frantumato". Abu Akleen ha autotradotto 38 delle 48 poesie, descrivendo il processo di traduzione come "fare pace con la morte", mentre scrivere in arabo significava essere "fatti a pezzi senza... nessuno lì a ricordarlo". Il libro articola il fondamentale ponte linguistico che stabilisce nel presente tra arabo e inglese e include fotografie storiche di Gaza del 1863 e del 1908 e la scoperta nel 2022 di un mosaico bizantino del V secolo, che evidenziano la ricca storia culturale della città. In 48Kg Abu Akleen trasforma i dettagli osservati in fragili interpretazioni: i "piatti rotti che trasformano in case per i loro fratelli più piccoli", il "momento in cui la guerra è diventata una scuola" e "l'anulare che presto alla donna che ha perso / la mano e il marito". Nota che la poesia dà "una forma ai sentimenti per comprenderli", e queste poesie strazianti e rischiose protestano con chiarezza e tenerezza senza compromessi contro le continue atrocità.

lunedì 13 aprile 2015

Gli armeni e la parola genocidio


Marcello Flores D’Arcais
“Distruggere un popolo è genocidio”
intervista di Alessandra Baduel
la Repubblica, 13 aprile 2015











«La parola “genocidio”, il termine giuridico che definisce il tentativo di distruggere un popolo, è nata proprio a partire dal caso armeno». Marcello Flores D’Arcais dedica molto del suo lavoro di storico proprio a quel termine e ai fatti che definisce. Suo è il libro Il genocidio degli armeni ( Il Mulino).
Professore, cos’è che fa del termine “genocidio” una parola importante da usare?
«Costituisce una specie particolare di violenza di massa. È la definizione giuridica del tentativo di distruggere un popolo. Il termine è nato nel 1944: fu Raphael Lemkin, un giurista ebreo polacco emigrato negli Stati Uniti, a coniarlo all’epoca della Shoah. Lemkin però lavorava alla ricerca di una definizione già negli anni Trenta e partiva proprio da quello che allora ancora si definiva “massacro degli armeni”».
Sta dicendo che è proprio ciò che hanno subìto gli armeni ad aver fatto nascere la parola?
«Lo testimoniano gli atti dei congressi a cui Lemkin partecipava. C’è un saggio che lui scrisse nel 1933 sulla “barbarie” come crimine contro la legge internazionale. Ma per anni non riuscì a trovare la parola giusta, che sottolineasse il voler cancellare dall’umanità un gruppo in quanto tale. Parola che poi è divenuta ufficiale nel 1948, con l’approvazione all’Onu della Convenzione su prevenzione e punizione del genocidio».
Con quali elementi la Turchia contesta la definizione?
«La contesta davanti agli Stati esteri, ma nella stessa Turchia c’è un recente bestseller titolato sul genocidio armeno, di Hasan Cemal, che nessuno ha ritirato. L’autore è nipote di uno dei governanti dell’epoca dei fatti. Con l’estero, però, la Turchia non vuol fare ammissioni».



Maria Serena Natale / Antonia Arslan
Tra le vittime del genocidio c’è il grande poeta armeno Daniel Varujan, che lei ha tradotto in italiano. Qual è la poesia che ha più amato?
«Quella che dedicò alla giovane moglie, un testo di una sensualità panica, limpida. S’intitola “Tu sei benedetta fra le donne”».

 













Daniel Varujan (1884-1915)
Tu sei benedetta fra le donne

Maria, quando siedi su questo letto
e io davanti a te, sul tappeto, genuflesso
bacio le vene azzurre
di queste tue mani stillanti luce,
sento, Maria, sotto le mie labbra calde
un essere che, goccia a goccia, beve silenzioso il tuo sangue.
Da quella notte, quando colmasti incurante
questo cuscino dei tuoi capelli,
e apristi il tuo seno al piacere, veemente,
che fece scorrere la piena del sudore dalle tue tempie,
e morì la verginità
nel tuo grembo e negli occhi celesti,
da quella notte, dalle ciglia delle tue palpebre
stillò miele; mansueta,
silenziosa tu divenisti,
la colomba dalle piume di neve
che, rannicchiata al sole, sogna
il nido da costruire….
Contemplo, ora, la consunzione soave del tuo volto
e, attraverso la tua camicia aperta, i seni dove
la tua vita si condivide, e tu
dividendoti diventi madre.
In ciascun battito della tua vena io sento
il palpito del mio stesso cuore
e lo sbocciare del fiore del mio sangue,
il cui profumo inebria me e te,
ed è l’amore di noi due.
Sii benedetta, Maria,
tu che con infinita tenerezza
la tua costola mi doni, e le tue ossa
per altre ossa spremi,
tu che divieni il solco
più puro e più fertile di tutti,
e il vaso più bello di tutti
i vasi dei gigli,
sii benedetta, in eterno.
Tu che, saggia, porti
- come gemma preziosa nell’anfora –
l’Uomo impronta di Dio nel profondo del tuo grembo,
sii tu benedetta, o Maria….

Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

A woman attends a religious service marking the anniversary of mass killings of Armenians in Ottoman Empire in 1915 at an Armenian church in Tbilisi April 24 2012. 

sabato 4 aprile 2015

Arslan, La masseria delle allodole


La tragedia degli armeni. Un gruppo di donne indomabili e il loro amore per la vita


In questo suo primo romanzo, Antonia Arslan attinge alle memorie familiari per raccontare la tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli armeni, e la struggente nostalgia per una patria e una felicità perdute. Yerwant ha lasciato, appena tredicenne, la casa paterna per studiare nel collegio armeno di Venezia. Ora, dopo quasi quarant’anni, sta ultimando i preparativi per il viaggio che lo ricondurrà alla Masseria delle Allodole, tra le colline dell’Anatolia, dove potrà finalmente riabbracciare i suoi cari. La notizia si diffonde nella cittadina natale, inebriata dai gelsomini in fiore e dai dolci preparati per la Pasqua, un’euforica frenesia che pervade lo scorrere quieto dei giorni. Giorni intessuti delle pigre partite a tric-trac nella farmacia del fratello Sempad, giorni colorati dai sogni d’amore delle sorelle, Azniv e Veron, e dalla festosa confusione dei bambini, su cui vigila la mamma Shushanig. Si sta organizzando la festa di benvenuto e tutti, parenti e amici, sono invitati a prendervi parte. La Masseria è rimessa a nuovo, per completare l’opera è stato perfino ordinato da Vienna un pianoforte a mezza coda. Ma siamo nel maggio del 1915. L’Italia è entrata in guerra e ha chiuso le frontiere mentre il partito dei Giovani Turchi insegue il mito di una Grande Turchia, in cui non c’è posto per le minoranze. Yerwant non verrà, e non ci sarà nessuna festa. Al suo posto, solo orrore e morte. È qui che comincia, per le donne armene della città, un’odissea segnata da marce forzate e campi di prigionia, fame e sete, umiliazioni e crudeltà. Nel loro cammino verso il nulla, madri figlie e sorelle si aggrappano disperatamente all’esistenza e tengono accesa la fiamma della speranza. Sarà grazie alla loro tenacia, al loro sacrificio e all’aiuto disinteressato di chi rifiuta di farsi complice della violenza che tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna”, dopo una serie di rocambolesche avventure, riusciranno a salvarsi e a raggiungere Yerwant in Italia. E sarà lui a garantire per loro un futuro e a custodire le “memorie oscure” che oggi la nipote Antonia ha trasfuso in un romanzo dolce e straziante come una fiaba.


Antonia Arslan, laureata in archeologia, è stata professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università di Padova. È autrice di saggi pionieristici sulla narrativa popolare e d’appendice (Dame, droga e galline. Il romanzo popolare italiano fra Ottocento e Novecento, nuova edizione Unicopli 1986) e sulla “galassia sommersa” delle scrittrici italiane (Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900, Guerini 1998).






La deportazione



Nella grande piana ai piedi dei primi contrafforti del Tauro, confluiscono stremati i resti delle carovane. Di quanti, di quante biancheggiano ormai le ossa sui sentieri, quanti gonfi cadaveri sono trasportati dall'Eufrate; quanti bambini, quante ragazze sono scomparsi. Il gruppetto dei superstiti della piccola città si attenda penosamente sotto due alberi scarni, mentre un falco alto gira nel cielo limpidissimo. È luglio, chissà. Nessuno tiene più il conto dei giorni.
Dove sono i castelli di Cilicia, dove il regno crociato dei Lusignano? Nella nebbia, nel calore accecante, fra i resti miserabili di quel popolo orgoglioso si aggirano i fantasmi degli arcieri invincibili bagratidi, dei cavalieri con l'orifiamma al vento. E un delicato vento di morte soffia sulle guance accaldate, sui volti riarsi, portando frescura, abbandonata inerzia, consolazione: e Shushanig vede le belle forti angele guerriere che vengono a prenderla, insieme a Sempad a cavallo, bello come quando andava a caccia con l'amico nel paese dei Lazi.


Epilogo


E così, paziente lettore, siamo giunti al termine di questo viaggio, e di questo racconto. Le figlie di Sempad sopravvissero, e così Nubar, come era stato predetto. Per un anno Zareh li tenne nascosti nella cantina della sua casa, e non li avrebbe potuti nutrire senza il premuroso aiuto di Marie-Joséphine e del tesoretto di Ismene, e la volontà concorde di aiutare gli armeni del popolo di Aleppo e degli stranieri che vi abitavano.
Poi riuscì a imbarcarli per mare verso Venezia – e verso Yerwant che se ne prese cura. Shushanig sopravvisse a se stessa per tutto quel lungo anno; ma si lasciò andare, e morì di crepacuore sulla nave, la prima notte in cui, essendosi finalmente imbarcata per l'Italia con il suo piccolo popolo, poté dismettere la paura e sorridere di nuovo a Sempad. Che avvenne poi dei suoi figli, e di Yerwant, della sua contessa, di Yetwart e Khayël? Questa sarà un'altra storia.
Ismene e Isacco restarono ad Aleppo con Shushanig fino alla sua partenza; poi se ne andarono a Smirne, insieme. E anche questa è un'altra storia.
Nazim rimase ad Aleppo con Zareh, rimandando la sua partenza; ma un giorno scomparve davvero, forse per esercitare la sua professione alla Mecca. Di certo, non tornò più indietro.
Nazim trovò Djelal, nella notte famosa: e non si sa che cosa gli disse. Ma alcuni giorni dopo, come per caso, Djelal e Zareh si incontrarono, e piansero insieme: cioè bevvero caffè e giocarono a tric-trac. E fu poi Djelal che trovò la nave, e i passaporti tedeschi per il piccolo popolo di Shushanig; e ancora lui testimoniò al processo per le stragi armene, a Costantinopoli, nel 1919.
Nessuno, paziente lettore, è più tornato nella piccola città.




Il libro e il film

Il libro è uscito nel 2004 da Rizzoli. Tre anni dopo i fratelli Taviani ne hanno tratto un film. Tra gli attori figurano Paz Vega, Angela Molina, Alessandro Preziosi, Mariano Rigillo, Mohamed Bakri, Linda Batista.



lunedì 8 dicembre 2014

Spinoza cancellato da Heidegger


Guido Ceronetti
Heidegger antisemita: cancella Spinoza
La discussione sui “Quaderni neri” del pensatore tedesco pubblicati in Germania
L’adesione di Heidegger al nazismo è da tempo materia di un animato dibattito, su cui ora gettano nuova luce i suoi Quaderni neri, taccuini filosofici di cui in Germania sono usciti finora tre volumi, che saranno tradotti in Italia da Bompiani
Corriere della Sera, 8 dicembre 2014 





... una prova ben più importante e decisiva dell’antisemitismo filosofico di Heidegger è nella sua totale cancellazione della presenza di un pensatore come Benedetto Spinoza dalla storia della metafisica, che per H. è la filosofia tout court.
Leggo e mi sforzo di capirlo, Heidegger, da circa quarant’anni, riempio di note ogni volume: il suo silenzio su Spinoza, l’ebreo portoghese cacciato e maledetto dalla sinagoga di Amsterdam, il pensatore che ha visto Dio più da vicino, intossicato, drogato, malato dell’Essere anche più, forse, dello stesso Heidegger, sarebbe stato un vitando, un reietto, uno di cui è decenza tacere, per il cattedratico di Friburgo.
Heidegger approda alla sua idea dell’Essere attraverso innumerevoli ruminazioni; Spinoza l’aveva assorbita dalla Scrittura biblica, dove il verbo essere ( haiah ) è la matrice del nome impronunciabile di Dio, il tetragramma reso corrente nella versione Adonai, Signore. Le quattro lettere esprimono, significano, designano l’Essere nella sua infinità immanente-trascendente che non può essere detta che spinoziana. Troppo grande è il nostro debito con quel «povero ebreo» solitario dell’Aia per non rinnegarlo con qualche imbecillità ideologica antisemita.
Attribuire l’oblio dell’essere (della metafisica che lo pensa) a un ente d’immaginazione come «l’ebraismo mondiale» (il concentrato rituale e tradizionale superstite di un popolo disperso ma non spento) è un delitto grave di questa modalità di anti-denken antisemita, perché è incontestabile per chiunque sia avvezzo a pensare che se mai ci fu e ci sarà un «popolo dell’essere» quello è l’ebraico, che ha l’Essere e l’assolutezza dell’essere iscritti in quattro lettere che si ha paura di pronunciare. Negare all’ebreo di essere proprietà dell’essere e depositario del Nome che lo nomina, è negargli, in lingua heideggeriana, l’esserci, il dasein, dunque equivale a escluderlo, a sterminarlo. È la mano genocida in guanti di gomma. Per questo si può parlare di un antisemitismo tragico, quando ne spunta un orecchio di porco nel tentativo di cancellare Spinoza dalle tavole del pensiero.
Come alternativo al Nome non dicibile la Kabbalàh medievale ha creato En-Sof: il Non-c’è-fine, l’Infinito, l’Essere in cui non può darsi l’oblio, se non come motivo di reiterazione filosofica, perché all’incessante generarsi di quel che è causa sui appartiene il recupero illimitato di ogni oblio possibile (oblivia rerum), i nostri insignificanti nomi compresi. (Senso delle antiche tombe ebraiche in voluto abbandono, da veri figli del deserto in esilio, in quanto il Signore è la Mano e il Nome di quei dimenticati).
Un supposto antisemitismo tragico (intellettuale, non criminale) sfinito dal suo inseguimento dell’Essere che non cesserà di avere per approdo il Nulla (il drammatico «Che cos’è Metafisica?» in quel limite cozza) può essere tentato di vendicarsi escludendo dal pensiero e dallo stesso Esserci l’unico «popolo dell’Essere» di questo mondo: l’ebreo biblico — portatore e gelosa vittima sacrificale del Dio en-sof — a costo di tradire (di velare ) la Verità come «svelatezza». 


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L’ultimo segreto (nero) di Heidegger
Nei «Quaderni» inediti un antisemitismo metafisico
«L’ebraismo mondiale sradica i popoli dall’Essere»
Gli scritti del pensatore tedesco appena pubblicati gettano nuova luce sulla sua adesione al Terzo Reich
Riteneva che la Germania, per salvare l’Occidente, dovesse ricollegarsi al paganesimo della Grecia e di Roma
Ma il suo errore è stato teorico prima che politico

di Donatella Di Cesare

Corriere della Sera, La Lettura 2 novembre 2014 



... Dopo i Quaderni neri Auschwitz appare più strettamente connesso con l’oblio dell’Essere. Per quel che riguarda Heidegger, le domande, almeno per chi non cerchi risposte sbrigative, si moltiplicano. Tanto più che a lui si devono quei concetti che oggi consentono una riflessione sulla Shoah: dal dispositivo alla tecnica, dalla banalità del male alla «fabbricazione dei cadaveri». Il suo errore è stato filosofico prima che politico, e cioè il compromesso con la metafisica che lo ha spinto a definire l’essenza dell’Ebreo, piuttosto che a scorgere in questo altro, così prossimo, il varco verso un nuovo oltre. Se in seguito avesse riconosciuto l’evento traumatico di Auschwitz, avrebbe lasciato che quel trauma mandasse in frantumi la storia dell’Essere.