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giovedì 14 maggio 2026

Golshifteh Farahani

 

Thomas Usan
Chi è Golshifteh Farahani, l'attrice iraniana dietro allo schiaffo di Brigitte a Macron
La Stampa, 14 maggio 2026 

Un simbolo della lotta contro il regime iraniano e oltre 15 milioni di follower sui social. Secondo il giornalista Florian Tardif il motivo dello schiaffo di Brigitte Macron al marito Emmanuel, in Vietnam nel 2025, fu la scoperta di alcuni messaggi del presidente francese con l’attrice Golshifteh Farahani.

Un amore, secondo il cronista, “platonico” tra l’inquilino dell’Eliseo e la star che avrebbe provocato la gelosia della first lady. Farahani non è solamente un’attrice, ma in patria è un vero e proprio simbolo di libertà per essersi opposta al regime, fino a essere costretta all’esilio.

Un’attrice nata

Ma andiamo con ordine. Nata nel 1983, Farahani già a 14 anni entra nel mondo del cinema iraniano, diventando in breve tempo una star nazionale. Vince diversi premi e con il tempo riesce a ottenere alcune parti in diversi film asiatici. L’anno della svolta però è il 2008. Ridley Scott la chiama per fare un provino per “Nessuna verità”, un film in cui partecipano attori di fama internazionale, tra cui Leonardo DiCaprio e Russell Crowe. Supera la selezione e ottiene la parte, diventando la prima attrice iraniana a lavorare per una produzione hollywoodiana.

La rottura con il regime

In patria però il regime non sostiene la sua scelta, nonostante la popolarità dell’attrice tra gli iraniani. Sempre nel 2008, sull’onda dell'entusiasmo per la nuova star, viene selezionata per un provino a Londra per “Prince of Persia”. Il regime però le impedisce di lasciare il Paese e da qui iniziano le prime incrinature. Nello stesso anno viene pesantemente criticata dai fondamentalisti per essersi rifiutata di indossare l’hijab nei film internazionali.

A questo punto Farahani si trasferisce a Parigi. E proprio nella capitale francese nel 2012 posa con il seno nudo per un’iniziativa ai premi César, l'equivalente francese degli Oscar. Apriti cielo. Le autorità iraniane convocano la famiglia, ancora residente in patria, spiegando loro che la figlia non è più benvenuta nel Paese. Nell’arco di pochi mesi il passaporto le viene confiscato e il provvedimento di esilio viene ufficializzato. Da allora non è mai più tornata in Iran. Nel 2015, quando ormai è diventata un simbolo di libertà, posa completamente nuda per la rivista francese Egoïste.

«Parigi è l'unico posto al mondo in cui le donne non si sentono in colpa. In Oriente, ti senti in colpa tutto il tempo», dirà dopo le ennesime critiche del regime. Negli anni ha sempre portato avanti la battaglia per la liberazione dell’Iran, a partire dal suo ruolo importante a livello mondiale per la diffusione della notizia della morte di Mahsa Amini, arrivando fino ai discorsi in occasioni importanti come il festival di Cannes.

E lo scorso gennaio in un editoriale a “Le Monde” ha raccontato il suo passato: «Sono nata durante la guerra in Iraq, nel 1983 - scrive sul quotidiano francese -, dopo la Rivoluzione Islamica. I primi anni della mia vita sono stati intrisi di paura. Paura per mio padre, che fuggiva per salvarsi la vita perché aveva fatto parte dell'opposizione, sia prima che dopo la rivoluzione». E continua: «Non è la prima volta che l'Iran vive sotto un regime così brutale, ma spero che sia l'ultima. La resistenza all'abominio, alle dittature e agli invasori è nel nostro sangue».

La carriera in ascesa

In Francia oggi è diventata una figura molto riconosciuta all’interno del mondo culturale. Lavora con registi come Christophe Honoré, Alain Chabat e Arnaud Desplechin. La sua carriera a Hollywood è continuata ancora dopo gli esordi con un altro film di Scott “Exodus: Dei e Re” e “Pirati dei Caraibi. La vendetta di Salazar”, per cui si sottopone a ore di trucco al giorno per incarnare la maga Shansa.

https://machiave.blogspot.com/2026/01/in-nome-del-popolo-iraniano.html



martedì 31 marzo 2026

Il destino del popolo iraniano


Gli iraniani intrappolati nell'incoerenza di Donald Trump
Le Monde, editoriale, 30 marzo 2026

A più di quattro settimane dall'inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano, guerra che sembra sfuggire ai loro piani, si parla sempre meno di un attore che, tuttavia, si trova in prima linea, e in peggio: il popolo iraniano.

La sua rivolta alla fine di dicembre aveva alimentato le speranze di un cambio di regime, promosse dallo stesso popolo iraniano. Questo movimento di protesta, diffusosi a macchia d'olio, denunciava gli effetti devastanti delle politiche imposte dall'allora Guida Suprema, Ali Khamenei, che avevano portato il Paese a una situazione di debolezza storica. La repressione senza precedenti della mobilitazione ha sancito la frattura insanabile tra il popolo e una casta che pretendeva di rappresentarlo, mentre in realtà era concentrata sulla propria sopravvivenza e sui propri privilegi. Questa frattura ha persino alimentato le speranze di un intervento militare straniero.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avevano esortato i manifestanti a sfidare una macchina repressiva che aveva già dimostrato la sua spietatezza nel 2018, 2019 e 2022, per citare solo i movimenti popolari più recenti. L'inquilino della Casa Bianca aveva persino assicurato loro che gli "aiuti" erano in arrivo. Una menzogna, visto che il sangue era già stato versato.

La guerra iniziata il 28 febbraio fu, nelle sue prime ore, giustificata ancora una volta dalla necessità di rispettare il desiderio di libertà del popolo iraniano. Ma ben presto, la tenacia del regime e, soprattutto, il blocco dello strategico Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, in risposta agli intensi bombardamenti, resero irrilevante tale giustificazione.

Con l'intelligence israeliana che prevede una repressione altrettanto spietata delle rivolte come a gennaio, Benjamin Netanyahu sembra non avere altra priorità che indebolire il regime. Questo anche a costo di permettere al suo esercito di attaccare impianti petroliferi e del gas, danneggiando sia gli iraniani che l'attuale governo. Il primo ministro israeliano ha già dimostrato a Gaza e in Libano che il destino dei civili non è una sua priorità.

Una guerra chiaramente improvvisata

Impegnato in una guerra impopolare negli Stati Uniti che minaccia alcune delle sue promesse elettorali, Donald Trump si sta imbarcando in una ricerca incerta di una via d'uscita. Questa potrebbe comportare il dispiegamento di truppe di terra nella speranza di costringere il regime iraniano a riconoscere la sconfitta, pur mantenendolo al potere. Il presidente repubblicano sostiene che la strategia di eliminare i più alti funzionari iraniani abbia già portato a un cambio di regime.

Questo non è ovviamente vero. Il risultato di questi assassinii successivi è, al contrario, un irrigidimento dell'ideologia e delle misure di sicurezza. Persino sotto i bombardamenti americani e israeliani, il regime iraniano continua a reprimere, imprigionare e giustiziare i suoi oppositori.

È ormai chiaro che la fine del programma nucleare e missilistico balistico iraniano, così come la manipolazione delle milizie ad esso affiliate, sono legate alla natura stessa del regime di Teheran. Lanciando quella che è stata chiaramente una guerra improvvisata, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno rischiato di radicalizzarlo ulteriormente. E le principali vittime sono proprio coloro che affermavano di voler liberare, intrappolati più che mai tra bombe e una repressione sempre più brutale. 

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/30/les-iraniens-dans-le-piege-de-l-incoherence-de-donald-trump_6675412_3232.html

martedì 3 marzo 2026

Il vero baricentro del potere

Masoud Pezeshkian
Francesca Luci
Pezeshkian nella leadership provvisoria dopo Khamenei

il manifesto, 3 marzo 2026

Mentre il fumo dei bombardamenti riempie i cieli sopra Teheran, la domanda chiave rimane: cosa succederà dopo la massiccia aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele e la violenta scomparsa di Ali Khamenei, l’uomo che ha guidato l’Iran per oltre tre decenni? Il Paese resta di fronte a una vera e propria sfida esistenziale, le cui conseguenze inevitabilmente si rifletteranno su tutto il Medio Oriente e avranno ripercussioni a livello globale.

L’INTERVENTO militare israeliano-americano può certamente essere considerato una violazione degli articoli 2 e 5 della Carta delle Nazioni unite, che tutelano la sovranità degli Stati e vietano l’uso della forza contro di essi. Oggi, però, la logica del diritto internazionale sembra subordinata alla realtà della forza, dove chi detiene il potere militare può agire con relativa impunità.

Il futuro dell’Iran, paradossalmente, dipende molto dagli obiettivi di Washington e Tel Aviv, considerando la loro superiorità militare e la prevedibile prevalenza nel lungo periodo. La distruzione delle capacità nucleari, missilistiche e militari dell’Iran è il primo obiettivo che Washington e Tel Aviv perseguono.

L’amministrazione Trump ha esplicitamente dichiarato di mirare al cambiamento di regime. Trump ha invitato il popolo iraniano a «prendere il controllo del governo», suggerendo un obiettivo di riforma politica. Tuttavia, secondo alcune fonti, la diplomazia americana è alla ricerca di personaggi influenti nel regime per poter garantire un patto politico dopo la distruzione dell’arsenale militare di Teheran. Il piano ricorda l’azione americana seguita in Venezuela: una Repubblica Islamica più docile che possa operare in campo neutrale e disarmato.

CI SONO STATE VOCI secondo cui Ali Larijani, Segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, avrebbe aperto canali di contatto con gli americani. Larijani fa parte di una potente famiglia; suo fratello, Sadiq Larijani, è un religioso e attualmente è presidente del Consiglio per il Discernimento Nazionale, considerato da alcuni come un possibile successore di Khamenei, anche se non essendo discendente del Profeta potrebbe causare difficoltà nella comunità sciita. Ma nei momenti di guerra sembra che il comando militare prevalga su quello politico. Infatti, le pressioni dei Guardiani della Rivoluzione hanno spinto Larijani a smentire le voci circolate, pubblicando un messaggio sul canale X in cui ha scritto: «Non negoziamo». Comunque, il piano americano potrebbe non piacere a Tel Aviv, che preferisce un Iran in una condizione di instabilità interna – un Paese «diviso, fallito e caotico», incapace di proiettare potenza all’esterno – piuttosto che impegnarsi in una complessa e incerta operazione di ricostruzione politica.

Indebolire le forze di sicurezza del Paese attraverso bombardamenti ripetuti, come è avvenuto nei primi tre giorni del conflitto, specialmente nella capitale e nelle città principali, e sollecitare rivolte popolari ed etniche – come l’invito diffuso da Netanyahu in lingua persiana su reti e tv di lingua persiana – sembra essere l’obiettivo di questo disegno. Non sarebbe affatto sorprendente se Tel Aviv armasse i gruppi etnici curdi o baluci, o anche i gruppi di opposizione, sotto la bandiera della lotta per la libertà. Una guerra civile fratricida in Iran metterebbe Israele al riparo da un potenziale antagonista.

Tuttavia, esistono altre variabili che possono cambiare radicalmente gli scenari previsti dagli americani e dagli israeliani, come ad esempio la resistenza della struttura politica e militare di Teheran. Per il momento, Teheran mostra compostezza e determinazione, suscitando sorpresa in molti osservatori.

A livello politico è stato istituito un consiglio di leadership provvisorio che comprende il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il chierico Ali Reza Arafi. Questo consiglio ha il compito di gestire l’amministrazione ordinaria. Il potere formale di eleggere il successore spetta all’Assemblea degli Esperti.

IL VERO BARICENTRO del potere iraniano risiede nel Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, che non è solo un esercito parallelo ai militari regolari, ma un vero e proprio impero industriale e politico che controlla ampi settori dell’economia nazionale. Ciò può portare il Paese a un sistema militarizzato impegnato in una lotta per la sopravvivenza nazionale, dove i confini tra autorità religiosa e comando militare diventano sempre più labili.

 

giovedì 26 febbraio 2026

Il figlio dello Scià

Farian Sabahi

Farian Sabahi 
Reza Pahlavi vuole il trono dell'Iran per riavere l'eredità

Il Fatto quotidiano, 26 febbraio 2026

“Se Reza Pahlavi chiede al presidente statunitense Donald Trump di bombardare l’Iran, proponendosi come guida nella transizione in caso di cambio di regime, è perché vuole mettere le mani sul trust in Svizzera in cui il padre depositò la maggior parte del denaro. Chiunque, all’interno della famiglia Pahlavi, potrebbe prenderne possesso se diventasse re dell’Iran”. È il 77enne Ahmad Ali Massoud Ansari, uno degli uomini più vicini a Mohammad Reza Shah (1941-1979), a raccontare questo particolare sull’eredità congelata in un trust, un fondo fiduciario, dal sovrano che fuggì da Teheran il 16 gennaio 1979, durante la rivoluzione che pose fine alla monarchia e portò all’instaurazione della Repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.

SECONDO Ansari, lo scià divise la propria ricchezza in quattro parti: “La prima era di 65 milioni di dollari e i familiari ne ricevettero 50 milioni: il 20 per cento al primogenito Reza, il 20 per cento all’altro figlio maschio Ali Reza, il 20 per cento alla terza moglie Farah Diba, il 15 per cento rispettivamente alle figlie Leila e Farahnaz, e il rimanente alla figlia di primo letto Shahnaz e a sua figlia Mahnaz. Nella seconda parte vi erano le proprietà immobiliari: la villa a Sankt Moritz e parecchi terreni e immobili in Spagna, di cui sono ben informato perché ero stato incaricato di venderli. Il terzo cespite erano i gioielli. Il quarto è il trust, in cui non sappiamo quanto denaro vi sia”. In merito al trust, Ansari afferma che Mohammad Reza Shah Pahlavi inserì due opzioni: “La prima: potrà reclamare quel patrimonio immenso il membro della famiglia Pahlavi che riuscirà a riprendere il potere a Teheran. Reza ha il diritto di diventare re, avrebbe dovuto darsi da fare ma non ha mai manifestato un vero interesse. Altri avrebbero potuto impegnarsi: Ali Reza, il secondo figlio maschio – morto suicida nel 2011 – oppure Patrick Ali Reza. Quest’ultimo ha 78 anni, vive in Svizzera ed è il figlio del principe Ali Reza Pahlavi – il secondo figlio maschio di Reza Shah Pahlavi che regnò fino al 1941 e quindi fratello dell’ultiscià –, morto in un incidente aereo nel 1954. La madre di Patrick Ali Reza era francese di origine polacca, quel figlio non era stato riconosciuto dalla corte iraniana, e per questo era cresciuto a Parigi, per poi venire in Iran in visita. Ci eravamo conosciuti a Teheran ed eravamo diventati buoni amici. Nella seconda opzione prefigurata dallo scià in esilio, tutti i membri della famiglia reale dovrebbero mettersi d’accordo sul fatto che nessuno è interessato a dare continuità alla monarchia e quindi sarebbero disposti a spartirsi quel denaro. Tra coloro che dovrebbero firmare, per mettere fine al trust e consentirne la divisione, ci sono anche io. Anni fa fui citato in giudizio in Svizzera perché c’era chi voleva rimuovere il mio nome”. Ansari non appartiene alla famiglia Pahlavi, ma è imparentato con l’imperatrice Farah Diba che “trascorre la maggior parte del tempo in Francia perché lì vivono le sue amiche e perché se restasse negli Stati Uniti più di quattro mesi l’anno dovrebbe pagarvi le tasse”.

Di Ansari mi hanno parlato iraniani del fronte riformatore in esilio. Lo contatto sui social, dopodiché è lui stesso a propormi una chiacchierata al telefono. Mi racconta di avere vissuto a Roma dai 15 ai 18 anni con il padre, ambasciatore dell’Iran in Italia, di cui avevo trovato traccia all’archivio storico del ministero degli Affari esteri a Roma. Si era poi trasferito negli Stati Uniti e oggi vive in Virginia. Il suo punto di vista è rilevante perché per decenni ha curato gli interessi finanziari e immobiliari della famiglia Pahlavi: “Oltreché allo scià, ero molto vicino al suo primogenito Reza con cui ho però avuto una lite tremenda”. Ed è per questo che ora Ansari è disposto a rivelare il motivo per cui il principe chiede a Trump di bombardare l’Iran per poi offrirsi di guidare la transizione, in caso di cambio di regime. Ansari dice di essere stato a fianco dello scià fino alla sua morte e mi inoltra immagini che lo ritraggono vicino a lui, in occasione del suo ultimo compleanno in Messico, durante l’esilio. Afferma di essersi definito monarchico fino al 1984. Dopodiché cambiò idea perché “il governo dovrebbe essere al servizio del popolo, mentre questo non è il caso per i sovrani. Dissi a Reza di avere cambiato posizione, ma lui mi chiese di restare comunque al suo fianco. Nelle trasmissioni radiofoniche e televisive il principe iniziò ad attaccare l’ayatollah Khomeini, dopodiché usciva dagli studi di registrazione e diceva: ‘Ma lasciatemi stare! Ahmad Ali vieni a salvarmi!’. Però io non potevo dire nulla, perché non volevo essere attaccato dai suoi collaboratori”.

SECONDO Ansari, “a Reza non interessa tornare a Teheran e diventare re, sono gli altri a fare pressione su di lui. Lo stesso scià, in occasione della sua ultima intervista, disse che il suo primogenito non voleva lottare per diventare re. Nel 1983 gli presentai William Joseph Casey, il capo della Cia. Alla Casa Bianca c’era Reagan, che nel 1984 diede ordine di fare di tutto per portare indietro Reza a Teheran. Ebbi una discussione con il principe perché gli offrirono 150.000 dollari al mese e io gli dissi di rifiutare. Questo è uno dei motivi per cui ci scontrammo: non gli avevo presentato il capo della Cia affinché prendesse denaro, ma perché parlasse con una persona del suo livello. Tre settimane dopo, Casey mi mandò a dire: ‘Quel giovane non è interessato’. Anziché tornare in Iran, Reza ha lavorato per la Cia fino a due anni fa, quando si è recato a Gerusalemme e si è messo al soldo degli israeliani”.

MENTRE la portaerei Uss Gerald R. Ford è ancorata nella baia di Souda e l’armada di Trump cresce di giorno in giorno, Ansari non ha dubbi: “La guerra ci sarà e l’Iran sarà disintegrato, per poi essere diviso in otto, nove pezzi. Il Kurdistan iraniano è già stato promesso ai curdi. Sfortunatamente, nel corso della storia l’Iran è passato da un dittatore all’altro. Lo scià era un dittatore, ho vissuto al suo fianco e posso dirlo con sincerità. Poi è arrivato un dittatore peggiore, e l’attuale leadership della Repubblica islamica non è certo meglio. Ora, il principe Reza Pahlavi viene usato dai nemici dell’Iran. Se fosse in grado di tornare a Teheran, scenario per me impossibile, la sua dittatura sarebbe peggio di quella attuale. La prova è l’aggressività delle persone attorno a lui: i suoi seguaci vogliono imporre la loro opinione su tutti gli altri, il che non è buon segno”.

giovedì 29 gennaio 2026

Dalla parte dell'Iran

 

Francesca Luci 
Sull’Iran accerchiato dagli Usa pesa la frattura con la popolazione

il manifesto, 24 gennaio 2026

La Repubblica islamica continua a dibattersi in una spirale di crisi multidimensionale che investe il paese su più fronti. Alla crisi economica, la corruzione strutturale e l’ostilità popolare si somma ora l’accerchiamento delle forze americane, che minacciano di attaccare da un momento all’altro.

«Forse sarebbe stato possibile per il potere affrontare le profonde crisi che investono il nostro paese», dice Framarz F., imprenditore, da Teheran «Forse sarebbe stato possibile opporsi al tentativo israelo-americano di piegare l’Iran e imporre le proprie condizioni. Non sarebbe stata la prima volta che affrontavamo una durissima prova. Ma il sangue di migliaia di persone innocenti, cadute in appena due notti infernali, ha creato una frattura così profonda tra il potere e la popolazione che neppure un miracolo potrebbe portare alla riconciliazione», conclude Framarz, commosso.

IL NUMERO delle vittime resta incerto: poco più di 3mila secondo le autorità iraniane, fino a 30mila secondo l’opposizione all’estero. Qualunque sia la cifra reale, la tragedia ha scosso profondamente la società iraniana, toccando anche chi non si era mai opposto al sistema, ma neppure ne condivideva la politica.

Gli Stati Uniti hanno schierato quella che il presidente americano Trump ha definito «una grande armata accanto all’Iran», ma lascia intendere che la leadership di Teheran vuole «raggiungere un accordo».

Il sistema, ormai, è sorretto dal cerchio militare e religioso e da coloro che godono di interessi e privilegi diretti. Non sono pochi, certo, ma restano decisamente minoritari secondo qualsiasi sondaggio, inclusi quelli riconducibili all’amministrazione stessa. Arduo pensare che il vertice del potere possa piegarsi al diktat americano, pur trovandosi in estrema difficoltà. I comandanti dei Guardiani continuano a minacciare gravi conseguenze in caso di attacchi militari statunitensi, mentre l’economia iraniana continua il suo declino: tassi di cambio e prezzi dell’oro da record e continuo calo del mercato azionario.

«L’enorme sottrazione di risorse dalla cassa dello Stato per i fatti militari e per le migliaia di enti religiosi dipendenti direttamente dal potere supremo pesa enormemente sul mercato e sull’andamento dell’economia del paese – ci dice Sadegh H., economista residente a Teheran – I tentativi del governo Pezeshkian di invertire la rotta del mercato sono inutili. Il governo non ha liquidità: se non si raggiungerà un accordo con gli americani, la situazione peggiorerà».

SI STIMA che oltre il 55% dell’economia sia controllato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Irgc). L’Irgc e le fondazioni religiose direttamente collegate al leader supremo Khamenei collaborano strettamente, gestendo ingenti risorse e controllando settori chiave dell’agricoltura, del turismo e dell’industria.

La proposta di inserire l’Irgc nella lista nera, con l’obiettivo di paralizzare gran parte dell’economia iraniana, sembra aver trovato consenso presso il ministero degli esteri italiano, che avrebbe deciso di proporre all’Unione europea il suo inserimento tra le organizzazioni terroristiche.

La notizia ha portato alla convocazione dell’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei. Il ministero degli esteri iraniano ha messo in guardia contro le «conseguenze distruttive» di qualsiasi etichettatura delle Guardie rivoluzionarie e ha invitato la Farnesina a «correggere i suoi approcci sconsiderati nei confronti dell’Iran», riportano i media iraniani.

Inserire l’Irgc nella lista nera non è così facile. Oltre a servire prove concrete di attività terroristiche, ci sono ostacoli giuridici: è un corpo statale e sanzionarlo solleva questioni di diritto internazionale. Serve l’accordo di tutti i paesi membri e colpire le sue ramificazioni economiche è difficile.

venerdì 16 gennaio 2026

Iran. La svolta


Ghazal Gloshiri e Madjid Zerrouky 
In Iran, la brutale repressione del regime di fronte alle proteste di piazza
Le Monde, 16 gennaio 2026

All'indomani della "Guerra dei Dodici Giorni", che lo vide contrapposto a Israele e poi agli Stati Uniti nel giugno 2025, il regime iraniano sorprese molti allentando finalmente e ostentatamente la pressione sulla questione dell'hijab obbligatorio, ritirando la sua polizia morale dalle strade. Si trattò di un cambiamento inaspettato, dato che questo simbolo è uno dei capisaldi ideologici del sistema e uno dei suoi indicatori più visibili di controllo sociale. Oggi, tuttavia, il mondo assiste con sgomento alla violenza senza precedenti della repressione condotta da Teheran contro i manifestanti. Cosa è realmente accaduto per spiegare questo radicale irrigidimento del regime? Secondo l'ONG Human Rights Activists News Agency (HRANA), almeno 2.677 persone sono state uccise e 1.693 casi sono ancora in fase di inchiesta. Questo bilancio, probabilmente sottostimato, supera di gran lunga quello delle precedenti ondate di proteste in Iran.

Il 28 dicembre 2025, i commercianti del Gran Bazar di Teheran e gli agenti di cambio, indignati per il forte calo della valuta nazionale, chiusero i loro negozi, entrarono in sciopero e invitarono altri commercianti in tutto il Paese a fare lo stesso. A loro si unirono rapidamente altri settori, come i lavoratori dei trasporti, e poi gli studenti. Poco più di due anni dopo la rivolta di "Donne, Vita, Libertà", seguita alla morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per un'apparizione ritenuta "non abbastanza islamica ", le autorità furono nuovamente sfidate. Questa volta, le fasce svantaggiate e impoverite della società si unirono al movimento, che si diffuse in tutto il Paese.

La reazione iniziale delle autorità è stata rapida e, a prima vista, conciliante. Il presidente Massoud Pezeshkian ha parlato di "richieste legittime" in un Paese in cui l'inflazione si avvicinava al 50%. Ha promesso dialogo e soluzioni. Ma il suo operato ha contribuito ben poco a ispirare fiducia nei manifestanti. Dal suo insediamento nell'agosto 2024, il capo dello Stato e la sua amministrazione non hanno attuato riforme politiche o economiche significative, né hanno influenzato la politica estera dell'Iran – dettata dall'ufficio della Guida Suprema Ali Khamenei e dall'esercito – né hanno allentato la morsa delle sanzioni.

Bagno di sangue

Dieci giorni dopo l'inizio di questa nuova ondata di proteste, l'8 gennaio, tutto ha subito un'accelerazione. Le ripetute minacce contro Teheran da parte di Donald Trump, che si era dichiarato pronto a colpire il regime iraniano se avesse fatto ricorso alla violenza contro i manifestanti pacifici, e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il 3 gennaio, da parte delle forze statunitensi, hanno galvanizzato la folla in Iran. La popolazione si è riversata in massa nelle strade in quella che ha costituito la più grande mobilitazione popolare dalla rivoluzione del 1979. Le autorità hanno risposto con un bagno di sangue: migliaia di manifestanti sono caduti sotto il fuoco nemico in quarantotto ore. Optando per questa violenza estrema, il regime aveva forse oltrepassato un punto di non ritorno, rivelando una strategia di sopravvivenza basata esclusivamente sul terrore piuttosto che sul controllo ideologico o sul consenso sociale?

"L'8 gennaio non deve essere interpretato come una rottura improvvisa o una svolta dottrinale. La trasformazione era già in corso ", spiega Saeid Golkar, professore di scienze politiche all'Università del Tennessee a Chattanooga ed esperto di Iran . "Sotto l'ayatollah Khamenei [salito al potere nel 1989] , la Repubblica Islamica è gradualmente passata da un sistema teocratico basato su un mix di ideologia e consenso limitato a quello che descrivo come uno stato teosecuritario. Nel tempo, il regime ha iniziato a fare affidamento molto più sulla repressione che sul consenso". Per Saeid Golkar, le Guardie Rivoluzionarie e i servizi segreti sono le principali forze dietro le decisioni delle ultime settimane. "  Il sistema si sta comportando come un regime di sicurezza il cui obiettivo primario è la sopravvivenza piuttosto che la legittimità ", continua. "Questa scelta riflette la paura del collasso".

Prima dello scoppio della crisi, le figure più influenti del ceto dirigente apparivano divise su questioni chiave, tra cui l'opportunità di riprendere i negoziati con Washington sulla questione nucleare e sulla politica economica. Ma dalla "Guerra dei Dodici Giorni", la sopravvivenza del regime è diventata fondamentale, mentre Ali Khamenei, 86 anni e in declino, ha ridotto le sue apparizioni pubbliche.

"L'ayatollah Ali Khamenei non è più una figura centrale come un tempo ", sostiene Ali Alfoneh, ricercatore presso l'Arab Gulf States Institute. " Da tempo, gli affari quotidiani dello Stato sono gestiti da una leadership collettiva [il Consiglio Supremo di Sicurezza] composta dal presidente, dal presidente del parlamento, dal capo della magistratura, da un rappresentante della Guardia Rivoluzionaria e da un rappresentante dell'esercito regolare ". Secondo il ricercatore, la decisione di non attuare la legge sull'hijab è stata presa da questa leadership collettiva, così come l'accettazione da parte dell'Iran del cessate il fuoco durante la "Guerra dei Dodici Giorni", quando Ali Khamenei era nascosto e irraggiungibile, temendo di essere assassinato in un'operazione guidata da Israele o dagli Stati Uniti.

Il 14 gennaio, mentre il bilancio delle vittime civili delle proteste continuava a salire, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è apparso sul canale americano conservatore Fox News per rivolgersi direttamente a Donald Trump. Ha negato l'uso della violenza contro i manifestanti, definendoli invece "terroristi " . "Vi dico che si è trattato di scontri tra le nostre forze di sicurezza ed elementi terroristici che avevano un piano per causare un gran numero di morti al fine di provocare il presidente Trump e spingerlo a lanciare una nuova guerra contro l'Iran ", ha affermato Araghchi, definendo la sequenza di eventi un "complotto israeliano ". Ha esortato il presidente americano "a non ripetere lo stesso errore del giugno [2025]  " , aggiungendo: "Se si tenta un esperimento fallito, si otterrà lo stesso risultato ", riferendosi ai bombardamenti israelo-americani che hanno distrutto strutture militari e nucleari. L'Iran sostiene di essere uscito vittorioso da questo scontro.

Macchina di propaganda

Mentre il quasi totale blackout di internet impedisce la diffusione di informazioni affidabili dall'interno del Paese, la macchina della propaganda di Teheran funziona a pieno regime. Sulla televisione di Stato, così come sui canali Telegram di diverse agenzie di stampa filogovernative, proliferano le trasmissioni di "confessioni" di iraniani che affermano di aver attaccato le forze di sicurezza o preso d'assalto edifici pubblici e moschee. I funerali dei membri delle forze di sicurezza uccisi – circa un centinaio, secondo i dati ufficiali – si svolgono simultaneamente nella capitale, mobilitando i sostenitori del regime, mentre la magistratura avverte dell'imminente esecuzione di alcuni detenuti arrestati durante i disordini.

I riflessi dei leader iraniani sono plasmati dalla storia: a partire dalla caduta della dittatura dello Scià nel 1979 – che permise loro di prendere il potere – quando il vecchio regime fu travolto da un ciclo di proteste di massa che ne chiedevano le dimissioni in un contesto di iperinflazione, austerità e repressione politica. Poco più di trent'anni dopo, la Repubblica Islamica ha assistito in prima persona alla rivolta contro il suo alleato siriano, Bashar al-Assad, nel 2011, che culminerà con le sue dimissioni nel dicembre 2024, dopo anni di guerra civile in cui Teheran ha avuto un ruolo significativo. Il significativo indebolimento dell'"asse di resistenza" a Gaza e in Libano, e la sua rete di alleanze regionali forgiata nel corso di decenni, ne esacerbano il senso di vulnerabilità: isolata esternamente, la Repubblica Islamica si sta chiudendo internamente.

Secondo una fonte di Teheran vicina al regime, la recente ondata di proteste ha avuto un effetto simile all'Operazione Forough-e Javidan agli occhi del regime. Nel 1988, alla fine della guerra Iran-Iraq, alcuni membri dei Mujahedin-e Khalq (MEK) – un gruppo di opposizione che ha condotto una lotta armata prima contro lo Scià e poi contro la Repubblica Islamica – hanno combattuto a fianco dell'Iraq contro il loro stesso Paese. "Prima di quell'operazione, i membri dei Mujahedin imprigionati in Iran erano considerati semplici prigionieri politici ", ha continuato la stessa fonte. " Dopo Forough-e Javidan, sono stati visti come soldati di un esercito invasore e sono stati giustiziati. Ho l'impressione che, questa volta, la visione del regime sui manifestanti sia simile".

In questo contesto, e con la violenza perpetrata da Teheran contro la sua popolazione che minaccia di soffocare il dissenso, Saeid Golkar ritiene che le fondamenta del regime si stiano irrimediabilmente sgretolando. "La sua base popolare attiva è limitata, tra l'8% e il 10% della popolazione, ma rimane sufficiente a garantire la sopravvivenza a breve termine. Il regime mantiene la lealtà di questo ristretto nucleo sociale principalmente attraverso il clientelismo, la ricerca di rendite e l'accesso privilegiato alle risorse statali, e poi fa affidamento su questo gruppo, direttamente o indirettamente, per reprimere il resto della società". Questa lealtà, secondo l'analista, è meno ideologica che materiale, il che la rende condizionata e fragile: "Sta gradualmente erodendo la resilienza del sistema".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/01/16/en-iran-le-durcissement-brutal-du-regime-face-a-la-rue_6662494_3210.html

martedì 13 gennaio 2026

Cosa sta succedendo in Iran?

Fariba Adelkhah
antropologa 
Cosa sta succedendo in Iran?
AOC media, 14 gennaio 2026

La Repubblica Islamica dell'Iran torna a far notizia, tra manifestazioni, repressione e minacce da parte di Stati Uniti e Israele. La situazione è ancora più difficile da comprendere e imprevedibile perché le autorità hanno imposto un blackout informativo: Internet è bloccato, tranne presumibilmente per i privilegiati del regime (o, curiosamente, per alcuni dei suoi dissidenti in possesso di una cosiddetta SIM "white card"). Inoltre, l'opposizione in esilio satura i media annunciando l'imminente caduta dell'attuale presidente – sebbene lo faccia da quarantaquattro anni – e l'imminente ritorno dell'erede della dinastia Pahlavi, una previsione che si ripete da circa quindici anni. La proliferazione di fake news e video palesemente prodotti dall'intelligenza artificiale, o diffusi senza alcuna contestualizzazione, non fa che aumentare la confusione. Pertanto, dobbiamo avvicinarci alle immagini e ai dati che circolano senza alcuna possibilità di verifica o controllo incrociato con la massima cautela giornalistica e scientifica. In breve, li riceviamo da due fonti ugualmente inaffidabili e poco trasparenti: da un lato, il regime stesso; dall'altro, i social media, i cui meccanismi interni non ci sono più chiari. La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall'inflazione, che rende la vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A ciò si aggiungono le ormai ricorrenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute allo spreco di risorse idriche causato da tubature obsolete, alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e ai cambiamenti climatici. Sembra che questa rabbia porti con sé ora richieste politiche ostili alla Guida Suprema, o addirittura alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni ci assicurano, favorevoli all'erede di Mohammed Reza Shah, senza che sia possibile valutare l'entità del sostegno popolare di cui gode effettivamente nel Paese. Per comprendere meglio la rappresentatività e l'importanza delle manifestazioni, può essere utile guardare all'Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un certo grado di fiducia nella società – o che la società sta dimostrando flessibilità di una capacità di adattamento alle politiche pubbliche che non pregiudica in alcun modo i suoi sentimenti più profondi, la sua stessa divisione. Così, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di automobili più popolare in Iran, ha annunciato, è vero, alla fine dell'anno, prima dello scoppio delle proteste, che da dieci a undici milioni di iraniani si erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare anticipatamente le auto messe in vendita e consegnabili 30 giorni dopo o entro un periodo di quattro-otto mesi. L'esperienza ha dimostrato che questo periodo, in pratica, poteva essere posticipato due o tre volte. A novembre, più di tre milioni di iraniani si erano dichiarati acquirenti; a settembre, sei milioni. Analogamente, nel marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d'oro a 91.100 persone utilizzando lo stesso metodo di pagamento differito. Questo metodo di vendita è molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano volentieri case su progetto, pagando a credito: una gran parte alla firma e il saldo alla consegna. Anche il petrolio, nel contesto delle sanzioni internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una quota in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica commerciale del salaf (letteralmente: "pre-", che implica prepagato) è comune in agricoltura. Gli intermediari acquistano la frutta dagli alberi, prima che sia matura e raccolta, a un prezzo inferiore, assumendosi il rischio di condizioni meteorologiche avverse o altri eventi. L'agricoltore ci rimette in termini di reddito, ma può trarne vantaggio in termini di flusso di cassa. Si suppone che tutti ne siano vincitori, anche se, in realtà, questo tipo di transazione rivela l'asimmetria del rapporto tra produttori e commercianti o trasportatori, e favorisce una singola categoria sociale: gli intermediari, sulle cui spalle grava il grosso dell'onere economico. Il fattore cruciale, in questo caso, per le transazioni in oro o automobili, è la continua fiducia del pubblico nella firma dello Stato, o nelle sue istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. Ciò nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Pertanto, non tutti i legami tra Stato e società sembrano essere spezzati, sebbene gli eventi attuali diano credito all'ipotesi di una vera e propria crisi di regime, un'ipotesi che trascura quella parte della popolazione che non ha ancora espresso la propria opinione. Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che spiegano il mantenimento di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale che, in fondo, questa è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo almeno quattro ragioni: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in oltre quarant'anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessionante dei conflitti sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran, tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il timore di una guerra civile come quelle che devastano i Paesi vicini (Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell'ingerenza straniera. Il regime ha ancora una base sociale? In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati perché si possa giungere a una rottura brusca, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non deve essere trascurato nel valutare la forza della Repubblica Islamica e la natura dell'attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali, e persino parlamentari, sono autenticamente competitive a questo livello. Sono intrecciate con le dinamiche locali e possiedono quindi una propria dimensione distinta, relativamente indipendente dal regime, pur potendo attingere alle istituzioni esistenti, in particolare per quanto riguarda gli interessi agrari, che la rivoluzione del 1979 ha finito per riprodurre in larga misura, a causa della mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni '80. Oggi, molti iraniani, sebbene non "tutti" gli iraniani, scendono in piazza, in ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al movimento "Donne, Vita, Libertà", e con richieste più radicali, o almeno più generali e politiche di quelle del movimento. Dalla fine della guerra in Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Unici, spesso categorici, hanno tuttavia teso a ruotare attorno a tre o quattro questioni principali: l'economia, le libertà, la giustizia e, sempre più dopo la "Guerra dei Dodici Giorni" tra giugno e luglio 2025, la sicurezza. Qual è stata la causa scatenante dell'attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti erano ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili, il che diventa rapidamente catastrofico in un'economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il tono. Molto più di oro, petrolio o terreni. Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell'aggiustamento strutturale dell'economia iraniana dall'inizio degli anni Novanta – la cui attuazione impedirebbe (o proibirebbe) transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale a esse vincolati, e i tassi di libero mercato applicati all'intera popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una simile riforma monetaria, che, finora, è sempre stata rinviata sotto la pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che è sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere questi interessi particolari. Quest'anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il mercato della telefonia mobile e degli accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, importato al tasso di cambio preferenziale teoricamente riservato ai beni essenziali e rivenduto al tasso di libero mercato. Tutto questo sullo sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti, in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG, accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e a vantaggio delle proprie tasche. I commercianti di Alaeddine hanno vetrine, ma sono noti per lavorare a stretto contatto con reti commerciali illecite che, tuttavia, non sono necessariamente estranee a quelle dello Stato. Si potrebbe quasi parlare di una guerra tra due reti di contrabbando, o quantomeno due reti economiche informali: quella del mercato e quella del regime, con i suoi partner opportunisti, come banche e varie aziende. Da un lato, probabilmente non dovremmo attribuire al bazar di Alaeddine più importanza di quanta ne meriti, ad esempio ricordando astoricamente che il bazar è stato un protagonista di tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare della Rivoluzione Costituzionale del 1906-1909 e della cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979, quasi a voler annunciare meglio l'inevitabile rovesciamento del regime – un elemento su cui l'opposizione in esilio si aggrappa prontamente. Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è l'esasperazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l'incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e americane, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali. L'elemento decisivo della situazione è l'autonomia della strada. Questo fenomeno è riemerso con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e le conseguenti proteste del Movimento Verde, alcuni dei cui leader, incarcerati o agli arresti domiciliari, continuano a esercitare influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o meno allineata alle mobilitazioni popolari. Inoltre, è vero che il bazar è sempre stato abile nel mobilitare il pubblico impiegando vari "colli spessi" (gardan koloft). Il più famoso in epoca moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non si può escludere che i "colli spessi" contemporanei, traendo profitto dai guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti, meglio collegate all'economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino la rivolta, potrebbero quindi assumere la forma di una "guerra dei gioiellieri", come si dice comunemente in Iran, dove l'unico perdente è il cliente. La storia dell'Iran è piena di episodi simili, propizi a violenza, tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte. Una "guerra dei gioiellieri"? In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e su possibili programmi diversi dalla condanna dell'alto costo della vita, dalla denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino di un cambio di regime. Non è complottismo mettere in discussione, nell'attualità, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, attori di un fiorente mercato finanziario – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere l'unificazione del tasso di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e delle reti di contrabbando nelle province di confine. Per non parlare degli attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati nel 2025 hanno dimostrato di trarre vantaggio da interlocutori esterni all'Iran stesso. Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, "Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]" (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). In base a ciò che sento quotidianamente sui social media – in particolare su Clubhouse, che ha un seguito enorme – la soluzione politica sembra semplice, almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla "guerra dei dodici giorni"; ripresa economica; giustizia; libertà. Finché l'opposizione rimarrà divisa su tre punti controversi – il posto dell'Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione costituzionale, in altre parole, quella della Guida Suprema – lo Stato dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e ricevere l'approvazione o l'accettazione di una parte della popolazione, anche se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o corruzione. Il movimento "Donna, Vita, Libertà" ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non c'è mai stata una legge esplicita che lo renda obbligatorio). In parole povere, le forze dell'ordine si sono arrese. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore. Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare sull'isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In ogni caso, la questione del velo è stata indubbiamente sempre sopravvalutata all'estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e anzi potrebbe aver incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica. In risposta a questa aperta protesta, la repressione è diventata molto dura, come dimostra il numero apparentemente elevato di morti degli ultimi giorni. I servizi di sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d'ora il dibattito è stato così aperto all'interno della Repubblica Islamica, e con la sua opposizione, almeno fino al blocco di Internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni molto provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle chat room della piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli che vivono in patria che quelli nella diaspora, "esperti" così come gente comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza della retorica che vi si scambia, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le carenze. La prigione stessa partecipa a questo fermento. Detenuti famosi, come Tadjazadeh, Mirhossein Mousavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il tempo di discutere sui social media. Una delle caratteristiche notevoli di questa agitazione intellettuale è che non rifiuta necessariamente il quadro islamico. Spesso,La Repubblica Islamica non viene criticata per la sua esistenza, ma per la sua pratica scorretta, erronea o addirittura per aver tradito il "vero" Islam, in particolare in termini di politica economica, giustizia e libertà pubbliche e private. Si invoca un Islam migliore, che rimane il "legittimo problema della politica" (Pierre Bourdieu) per molti soggetti interessati – un fatto che parte dell'opposizione esterna non riesce a cogliere. Le autorità iraniane non sono composte solo da cattivi leader, ma anche da cattivi musulmani. Vengono quotidianamente istruiti facendo riferimento alla tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i sermoni dell'Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del "vero" Islam, quello di Ali ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei, lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall'attuale movimento di protesta. Del resto, non c'è dubbio che l'imminenza di questa eventualità sia alla base dei rivolgimenti che da diversi anni caratterizzano la vita politica iraniana. Infatti, all'interno del clero e negli ambienti di filosofia politica, la discussione è in corso dagli anni Novanta e Duemila, in particolare per quanto riguarda la natura personale o collegiale della funzione di velayat-faqih (leadership giurista). Le questioni relative al suo status, alle sue prerogative costituzionali e alla sua successione non sono più un tabù, nemmeno su Clubhouse. Uno degli effetti paradossali della Repubblica Islamica è il silenzio imposto all'alto clero riguardo alle questioni politiche. Ciò non è compreso da coloro che attribuiscono grande importanza alle dichiarazioni di alcuni membri di medio o basso rango, altamente ideologizzati e scambiati per portavoce del regime. Imprevedibilità rivoluzionaria: una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell'effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all'interno dell'Iran stesso. All'estero, l'opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su temi cruciali come la ripresa dell'economia, il rapporto con gli Stati Uniti (e, per di più, gli Stati Uniti di Trump!)Il posto dell'Islam e quello del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall'esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell'abisso, soprattutto se a spingerli lì sarà un intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 fu nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al regime costituito prenda il controllo sfruttando questa vena, anche se ciò significa trovare un compromesso con il "Grande Satana". Le Guardie Rivoluzionarie sono, naturalmente, le prime che vengono in mente in questa situazione, data la loro ascesa al potere economico nel corso di almeno due decenni. Ma non c'è garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano dietro le quinte. Tanto più che sono esse stesse divise, soprattutto lungo linee generazionali. Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Deriva da un'alchimia che le scienze sociali non riescono a cogliere facilmente, come dimostrano le previsioni in gran parte errate dei massimi esperti del 1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità di una società, talvolta legittimando idee o pratiche prima impensabili. Il panorama è senza dubbio più cupo oggi. Ci si potrebbe chiedere come si sia arrivati a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un'altra domanda. Il cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha partecipato alla rivoluzione e ne è orgogliosa, senza necessariamente sottoscrivere il regime che ne è emerso, la speranza è che le correnti politiche attuali riescano a dibattere tra loro senza ricorrere alla violenza, per realizzare le profonde trasformazioni necessarie. L'Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno combattuto per la sua integrità. [Nota dell'editore: i link, il cui accesso è limitato, sono stati comunque mantenuti.]

Un itinerario tra Sciences Po e Teheran

Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana, nata a Teheran nel 1959, è una ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi. Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro «Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024).




domenica 11 gennaio 2026

Iran, un paese in ostaggio

Alessia Melcangi 
Iran, piazze frammentate e regime compatto: il crollo degli Ayatollah non è vicino
La Stampa, 11 gennaio 2026

Le immagini che arrivano da Teheran sono ormai familiari: strade occupate, proteste spontanee, slogan urlati contro il regime. Non è una scena nuova per chi conosce la recente storia del Medio Oriente, e non lo è nemmeno per la Repubblica islamica dell’Iran, che da decenni alterna ondate di rivolta e cicli di repressione. Questo Paese ci ha mostrato più volte, con una chiarezza dolorosa, due verità parallele: da un lato, la tenacia con cui la sua popolazione torna a sfidare il nizam; dall’altro, la capacità dello stesso sistema di rispondere con una brutalità feroce, puntuale, metodica.

In Iran oggi è tornata la piazza. Ancora una volta. Prima i bazaarì, il ceto degli influenti commercianti travolti dall’ennesima svalutazione del rial; poi studenti, lavoratori, giovani delle grandi città; infine, le aree periferiche, dove il disagio economico si intreccia a rivendicazioni etniche e religiose. È l’ennesimo ciclo di mobilitazione degli ultimi venticinque anni, ma questa volta la Repubblica islamica appare più fragile. Più esposta. Il punto nuovo è che il regime arriva a questo passaggio dopo una sequenza di sconfitte e umiliazioni: la crisi dell’“asse della resistenza”, i proxy indeboliti, la guerra dell’estate scorsa contro Israele hanno mostrato tutti i limiti della celebre “deterrenza iraniana”. Il regime, oggi, non è semplicemente repressivo: è stanco, talmente incancrenito da non riuscire a offrire risposte politiche o economiche e, principalmente, incapace di leggere la realtà di ciò che accade dentro e fuori.

Tuttavia, il nodo decisivo resta un altro: la tenuta dei sistemi di sicurezza. Basij e Pasdaran, che vengono da quelle classi popolari che la Repubblica ha elevato, protetto, garantito, hanno tutto l’interesse a difendere lo status quo. E, soprattutto, provano un risentimento profondo verso quel ceto urbanizzato che guida le proteste politiche guardando a Occidente. Per molti giovani basij, aggredire le ragazze che si tolgono il velo non è solo obbedienza: è rivalsa. Per questo l’apparato resta sorprendentemente compatto. Le proteste, invece, non lo sono, almeno al momento. In Iran appaiono oggi tre movimenti distinti: quello economico, generalizzato e rabbioso, che reclama cambiamenti, ma non per forza sistemici; quello etno-religioso delle periferie (i baluci, gli arabi sunniti, i curdi), difficile da trasformare in mobilitazione nazionale, probabilmente manipolato da attori esterni; e quello politico, ciclico, radicato nelle élite urbane che chiedono la caduta del regime. Non emerge ancora un coordinamento, una leadership che sintetizzi il malcontento. Gli slogan pro-monarchia, che fanno sperare oltreoceano Reza Pahlavi, figlio dello scià, a malapena iraniano, appaiono come un gesto di sfregio verso un regime che demonizza il passato monarchico. C’è poi un elemento raramente colto dalla superficie: la crescente secolarizzazione della società iraniana. Paradossalmente, l’Islam al potere ha prodotto milioni di persone che non si definiscono più musulmane. Le moschee si svuotano, la pratica religiosa arretra, i giovani prendono distanza da un’ortodossia trasformata in apparato di controllo. La Repubblica islamica ha fatto dell’ortoprassi – il velo, le norme morali, la disciplina quotidiana – il nucleo della propria sopravvivenza.

Per questo Khamenei non può cedere: abbandonare quella rigidità significherebbe svuotare il regime delle fondamenta che lo sostanziano. Motivo per cui il sistema combina dogmatismo ideologico a feroce repressione.

A questo punto gli scenari possibili si giocano su due tavoli: la capacità dei manifestanti di individuare una piattaforma comune, resistente, che li unisca e li coordinil’abilità del regime di differenziare la risposta. Non è semplice: il governo conta poco, i centri decisionali sono molteplici, gli equilibri interni rigidi. Un primo scenario è quello di una Repubblica islamica capace di introdurre riforme concrete: sospendere l’arricchimento dell’uranio, frenare gli sprechi, reindirizzare almeno parte delle risorse oggi assorbite dai proxy regionali verso il risanamento dell’economia. Significherebbe distinguere tra proteste politiche da reprimere e rivendicazioni economiche da accogliere, e rivelerebbe una lucidità istituzionale che il sistema non ha mai dimostrato. In una fase post-Khamenei, invece, il potere potrebbe passare ai Pasdaran, facili ad abdicare alla rigidità morale degli ayatollah, alleviando il controllo sulla quotidianità, per consolidare un sistema di censura politica più rigido, protetto da un apparato di sicurezza che rimarrebbe il vero baricentro del potere. Infine, il terzo scenario – e il più realistico – è quello di “un cambio di regime senza cambiare il regime”: un maquillage che prolunga l’agonia senza modificare le strutture di potere. Così l’Iran rimane sospeso in una contraddizione feroce: una società che cambia rapidamente e un regime che non può permettersi di cambiare. La domanda, allora, rimane la stessa: quanto può durare un regime che esiste solo per evitare la propria fine?

lunedì 5 gennaio 2026

La strana alleanza

Gennaro Carotenuto
Rodríguez una "presidenta" in prova. Trump:
"Pagherà caro se non fa la cosa giusta"
Domani, 5 gennaio 2026

Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez giurerà come presidenta a interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Incoronata dal riconoscimento ufficiale dell’esercito, ma sotto l’ombra cupa di Donald Trump, che non ha mancato di inviarle le consuete minacce: «Se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro», è il messaggio recapitatole dal capo della Casa Bianca durante un’intervista a The Atlantic riportata da Bloomberg.

Insomma, dovrà muoversi con estrema cautela, e anche da questo punto di vista l’interim non è questione di lana caprina: per la Suprema Corte di Giustizia l’assenza di Nicolás Maduro non va considerata «definitiva», ma «temporanea». Una differenza con conseguenze pratiche, che ben si sposa con le parole del segretario di Stato Usa, che considera Rodríguez «in prova».

Per la precisione, Marco Rubio, ha affermato di non ritenere Rodríguez «la presidente legittima» dato che, ha spiegato, la legittimità del governo venezuelano deriverà da un periodo di transizione e da un’elezione.

Alleati di fatto


Da parte sua, in caso di assenza temporanea, la Costituzione venezuelana assegna un tempo comodo, 90 giorni, prorogabili quasi indefinitamente con un voto parlamentare di un’Assemblea legislativa a maggioranza chavista e presieduta da Jorge, fratello di Delcy. Considerando definitiva l’assenza di Nicolás Maduro, invece Rodríguez sarebbe stata obbligata a chiamare a elezioni presidenziali entro trenta giorni. Un’eventualità indesiderata sia da Trump che dal chavismo, oggi alleati di fatto. Ciò chiude, almeno per ora, gli spazi per l’opposizione, in particolare per María Corina Machado, che sabato plaudiva ai bombardamenti e si dichiarava «pronta a prendere il potere», e invece gelata da Trump, che l’ha definita né popolare né adatta a governare, e scaricata da Rubio: «è fantastica, ma no, grazie».

Secondo il New York Times, da settimane la vice-presidenta Rodríguez era stata individuata dalla Casa Bianca, per curriculum e competenze, come figura adatta a gestire l’uscita di scena di Maduro.

Nella visione di Trump il Venezuela – paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo – è un protettorato statunitense del quale nominare un vassallo. Ciò in un continente dove il Corollario Trump della dottrina Monroe vuole che «il nostro predominio in America Latina non sia mai più messo in discussione».

Tradimento o Realpolitik che sia, tocca quindi a Rodríguez essere la prima donna presidenta del Venezuela, prevalendo sugli altri leader chavisti, in particolare l’eterno numero due, Diosdado Cabello, e il ministro della Difesa Vladimir Padrino. Classe 1969, avvocata, è figlia di un militante della sinistra rivoluzionaria assassinato sotto tortura nel 1976. Lingua taglientissima, spesso criticata per gli insulti agli avversari, prima con Chávez e poi con Maduro è stata ministra degli Esteri, dell’Economia, delle Comunicazioni e, soprattutto, degli Idrocarburi. Governerà in prova per Trump e Rubio o ricaverà spazi di autonomia? Per ora continua a definire Nicolás «unico presidente del Venezuela». Le conviene.

Il ridisegno del continente


L’avvento a Miraflores di Rodríguez è un passaggio del ridisegno dell’America Latina secondo i voleri di Donald Trump. Nell’aporia di diritto internazionale sulla quale si fonda la National Security Strategy, Trump considera l’intera America Latina nelle disponibilità degli Stati Uniti e non ne riconosce più l’alterità rispetto agli interessi Usa. C’è così il ritorno alla dottrina Monroe e al “nodoso bastone” di Theodore Roosevelt, non mera “sfera d’influenza” da Guerra fredda, ma piena ideologia neocoloniale.

Al pretesto del narcotraffico, infatti, non crede nessuno, dopo che appena tre settimane fa Trump ha graziato Juan Orlando Hernández, già presidente dell’Honduras e condannato in via definitiva a 45 anni di carcere negli Usa. Al contrario, al primo posto dell’agenda vi è il contenere l’influenza geopolitica di Pechino (e in misura minore di Mosca) nella regione.

L’interscambio tra Cina e America Latina è cresciuto, in appena un quarto di secolo, da 12 a quasi 500 miliardi di dollari e ancora il 2 gennaio Nicolás Maduro aveva ricevuto a Caracas Qiu Xiaoqil, massimo responsabile cinese per la regione. Se nel 2005 a Mar del Plata l’America Latina di Chávez, Lula, Kirchner aveva rifiutato di integrarsi con gli Usa di Bush nell’Area di libero scambio (Alca), che avrebbe permesso agli Usa di contenere la Cina col lavoro a basso costo di milioni di latinoamericani, oggi Trump ci riprova.

Tycoon a gamba tesa


Ciò comporta l’interventismo in tutti i processi elettorali. Nel 2025 Trump ha imposto con i brogli il proprio uomo in Honduras, ha favorito Noboa in Ecuador e ha salvato per i capelli Javier Milei in Argentina. Nel 2026 si vota in Colombia a maggio e in Brasile in ottobre. I candidati di sinistra, Iván Cepeda per succedere a Gustavo Petro, e l’ottantenne Lula per seguire a Planalto, sono ben posizionati, ma il peso di Trump vuol ribaltare il segno politico della regione che, da inizio secolo, è a favore delle forze di emancipazione di sinistra.

In quest’ottica proprio Petro, che per Trump è «il prossimo Maduro», e Lula, sono i leader che, dopo aver rotto con Maduro per i brogli del 2024, condannano Trump con maggior fermezza. Per Lula: «Viviamo il momento peggiore per l’ingerenza Usa in America Latina e per gli sforzi volti a preservare la regione come zona di pace».