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venerdì 30 gennaio 2026

La vana caccia ai maestri

 

Adriana Cavarero

Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan, Louis Althusser: per almeno quarant’anni il pensiero critico europeo ha parlato anche attraverso le loro categorie. È plausibile che persino il quotidiano, come suggerisce Aldo Schiavone, sia stato rimodellato lungo quelle coordinate. Eppure, nonostante l’impressione diffusa di un’epoca disincantata e normalizzata, esistono ancora intellettuali che interrogano il Potere e ne smascherano le pratiche. Saranno gli storici a decidere chi, tra loro, avrà diritto a un posto nel Canone.

Nel panorama francese, oggi, vengono spontaneamente in mente figure come Thomas Piketty, capace di tradurre l’ingiustizia economica in numeri politicamente esplosivi, o Didier Eribon, lettore acuto delle ferite sociali e affettive della postmodernità. Accanto a pensatori dal pedigree ormai consacrato, dispensatori di grandi diagnosi del presente come Jürgen Habermas o Peter Sloterdijk, convivono intellettuali di orientamento e fama diseguali: il polemico e iperbolico Slavoj Žižek, il cattolico comunitarista Adrian Pabst, i giovani riformatori Rutger Bregman e William MacAskill.

A questo coro si affianca la letteratura, che spesso intercetta prima della teoria i nodi cruciali dell’oggi e gli scenari del futuro, individuali e collettivi. Un elenco inevitabilmente personale può includere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro, Jon Fosse.

E tuttavia, questa persistente caccia ai “maestri” appare in larga misura vana. Emergono quasi sempre i nomi che hanno prodotto maggiore rumore mediatico, non necessariamente quelli che hanno offerto gli strumenti più duraturi per orientarsi nel presente. Forse sarebbe più fecondo spostare lo sguardo su figure meno esposte, che lontano dai riflettori hanno elaborato pensieri rigorosi, pazienti, utili. Intellettuali che non ambiscono a fondare scuole né a occupare il centro della scena, ma che incidono nel lungo periodo.

In questa contro-geografia del pensiero trovano posto autori come Claudio Magris, Paolo Giordano, Alfonso Berardinelli, Matteo Marchesini, Sandro Veronesi, Elisabetta Rasy, Melania Mazzucco, Arundhati Roy, Antonia Byatt, Judith Butler, Martha Nussbaum, Franca D'Agostini, Roberta De Monticelli, Simona Forti, Chiara Saraceno, Adriana Cavarero: voci diverse, spesso eccentriche rispetto ai canoni dominanti, accomunate dalla capacità di tenere insieme etica, politica e vita vissuta. Forse è da qui, più che dai grandi nomi già consacrati, che passa oggi una forma autentica di orientamento critico.

Andrea Lavazza
Chi sono oggi i maestri?
Avvenire, 27 gennaio 2026

“Una volta c’erano tra noi i Maestri”, scrive Aldo Schiavone in un accorato pamphlet teso a risvegliare e scuotere il Vecchio Continente (mai definizione fu più adatta), sebbene l’analisi sia venata in profondità di nostalgia e pessimismo. Come recita il titolo, per l’autorevole storico, siamo Occidente senza pensiero (il Mulino, pagine 148, euro 15,00). Ci scopriamo privi di risorse intellettuali perché la grande epoca dell’Europa sembra tramontata nell’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione liberista percepita come senza alternative, in cui le disuguaglianze si fanno acute ed erodono la fiducia nella democrazia rappresentativa, rilanciando tentazioni populiste e autoritarie.
Difficile non condividere l’auspicio generale di una primavera della riflessione e dell’apparire di menti ispirate in decenni aridi. E sarebbe banale contrapporre la circostanza che ogni generazione tende a farsi laudatrice dei tempi passati, vera età dell’oro, quando vede inevitabilmente declinare la propria stagione. Bisognerebbe forse ragionare nel merito, come ha cominciato a fare utilmente Schiavone, resistendo tuttavia al rimpianto per ciò che è stato senza un vaglio critico. Se il nostro presente è così bisognoso di aggiustamenti, non si può nemmeno considerare quello che ci lasciamo alle spalle come il migliore dei mondi possibili.
L’autore riconosce che il progresso materiale e sociale (in termini di diritti, per esempio) non è mai stato così avanzato su scala globale. D’altra parte, lamenta che nel motore delle rivoluzioni economiche e politiche, l’Occidente appunto, oggi si affermi un modello ultracapitalistico che, in assenza di contrappesi e lasciato quindi solo alla sua logica interna, piega in forme inique la distribuzione della ricchezza e utilizza le tecnologie sempre più efficienti e pervasive per una corsa cieca verso un futuro che si profila proficuo per una minoranza e minaccioso per tutti gli altri.
Quali sono dunque i Maestri che ci mancano in questo frangente? Colpisce che i primi quattro nomi di elevate figure di cui dovremmo sentire la mancanza (a p. 17) siano Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan e Louis Althusser. Si tratta di pensatori, soprattutto i primi due, che hanno certamente avuto, e continuano in parte ad avere, un forte impatto in ambito accademico e un’influenza nel clima culturale. Quando volessimo provare a sintetizzare stringatamente il loro contributo, dovremmo però dire che sono stati alfieri di una critica corrosiva di quella Repubblica delle lettere europea degli ultimi duecento anni di cui Schiavone fa l’elogio sconsolato.
Non è esagerato dire che Foucault in particolare sia uno dei principali riferimenti indiretti dello stesso movimento woke aspramente criticato da Schiavone stesso. Il metodo genealogico e il disvelamento delle dinamiche profonde del potere in ogni dimensione dell’esistenza promossi dal filosofo francese hanno contribuito a rendere macchiato e sospetto il trionfo della cultura occidentale, segnato nel profondo da ingiustizie inemendabili. Ciò non significa sminuire il contributo dell’autore di Le parole e le cose, bensì farvi i conti in modo esplicito. Quanto a Deleuze e Lacan, sono probabilmente esempi paradigmatici di uno stile di pensiero volutamente difficile, iniziatico ed ellittico, dalla indubbia fascinazione, che ha poi generato una reazione contraria verso la chiarezza, il rigore e l’ancoraggio ai dati sperimentali tipici della filosofia analitica e delle scienze sociali di stampo anglo-sassone, di cui spesso si denuncia l’attuale egemonia.
Schiavone, va detto, richiama numerose altre eminenti personalità continentali, anche di diverso profilo. Quello che può essere utile è comprendere come costruire un più allargato libro d’onore della conoscenza occidentale. Un tentativo recente e affascinante viene da Peter Burke che ha indagato Il genio universale (Hoepli, pp. 308), in inglese The Polymath. Chi sono gli studiosi enciclopedici che dal Rinascimento a oggi hanno plasmato le idee all’interno dei confini considerati dallo stesso Schiavone? Lo storico di Cambridge si è arrischiato a farne una lista di 500, che va da Filippo Brunelleschi (nato nel 1377) al paleontologo Stephen Jay Gould, scomparso nel 2002. Si tratta di personaggi che si caratterizzano non tanto o non solo per il loro impatto pubblico, bensì per la loro capacità di frequentare a livello d’eccellenza diverse branche del sapere.
Colpisce la scelta fatta da Burke dei sei “mostri di cultura” del XX secolo. Si tratta di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso e “Leonardo Da Vinci sconosciuto della Russia”; Michael Polanyi, chimico e filosofo di origine ungherese ma attivo in Germania e Inghilterra; Joseph Needham, biochimico britannico che ha dedicato la sua vita alla storia della scienza cinese; Gregory Bateson, “nomade intellettuale”, dalla zoologia alla psichiatria, padre dell’“ecologia della mente”; Herbert Simon, economista comportamentale americano, premio Nobel di eccezionale apertura interdisciplinare; Michel de Certeau, gesuita francese, storico a suo agio in ben nove discipline, dalla teologia alla psicoanalisi. Tutti maschi, ma nel volume non si trascurano le “donne universali”.
Nessuno dei sei viene citato da Schiavone. E proprio de Certeau è autore di L’invenzione del quotidiano (1980), un saggio che si potrebbe per certi versi definire, in stile deleuziano, “l’anti-Foucault”. Il mondo quotidiano è infatti descritto non come pura routine e passività. Esso rappresenta invece un luogo in cui le persone comuni producono significato, reinventando ciò che ricevono dall’alto. La società e le istituzioni operano attraverso strategie, forme di organizzazione e controllo che dispongono di un “luogo proprio”. Gli individui rispondono con tattiche: modi di fare flessibili e opportunistici che sfruttano occasioni, deviazioni e pieghe del sistema. In questo senso, anche ciò che appare semplice consumo è in realtà una pratica creativa.
In quarant’anni forse persino il quotidiano è mutato secondo le coordinate descritte da Schiavone. Eppure, ci sono ancora intellettuali che contrastano il Potere e le sue pratiche. Saranno gli storici dei prossimi decenni a dirci quali hanno meritato un posto nel Canone. In Francia, oggi vengono in mente, tra i tanti nomi, l’economista Thomas Piketty, influente nel descrivere e denunciare le crescenti diseguaglianze, o il sociologo Didier Eribon, acuto lettore delle relazioni interpersonali nella società postmoderna.
A fianco di pensatori dal pedigree consolidato e dispensatori di grandi diagnosi del presente quali Jürgen Habermas e Peter Sloterdijk, vi sono intellettuali di diverso orientamento e diversa fama come il versatile e polemico Slavoj Žižek, il cattolico Adrian Pabst o i giovani “riformatori” Rutger Bregman e William MacAskill. Inoltre, celebrati scrittori indagano con la narrativa i grandi nodi dell’oggi e gli scenari del futuro – esistenziali e collettivi – segnando il panorama contemporaneo. Un elenco del tutto personale può comprendere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro e Jon Fosse.


mercoledì 28 gennaio 2026

Intellettuali e potere

 

Vi spiego cosa pensava il mio amico Foucault
Anniversari. A cento anni dalla nascita di Gilles Deleuze, vengono riedite le lezioni del corso che tenne per ricordare l’amico e filosofo. Una lettura illuminante, sorprendente e attuale

Michel Foucault e Gilles Deleuze sono tra i più importanti e noti filosofi contemporanei. Se Foucault in vita e dopo la morte (1984) è stato il più riconosciuto tra i due, va anche detto che di recente Deleuze ha avuto un impatto notevolissimo. La sua propensione schiettamente anti-platonista per un «empirismo trascendentale» vagamente ossimorico, la sua idea di una filosofia accentrata e basata sul ripetersi della differenza hanno in effetti conquistato il cuore di molti giovani intellettuali, di artisti, di computer scientist e in genere di persone in cerca di un pensiero che desse forma alla realtà del virtuale e alla virtualità del reale. In un mondo della cultura influenzato dall’immaginario di artisti come Joyce, Coltrane e Duchamp, percorso dai sussulti dei social e dominato dall’incertezza è sentito il bisogno di un pensare che non si esaurisse in un pensiero ready made ma si formasse nell’evolversi del presente.

Bene ha quindi fatto l’editore Ombre Corte a proporre in elegante cofanetto la versione italiana delle lezioni di Deleuze su Foucault in tre volumi. Quando Foucault morì nel 1984, Deleuze tenne un discorso al suo funerale. La morte dell’amico e collega lo colpì in maniera profonda, così che decise di fare un corso su d lui. Le lezioni del corso con le domande degli studenti, furono registrate al momento, e la Bibliothéque Nationale le ha in seguito convertite in files digitali. A questo va aggiunto che Deleuze decise in seguito di pubblicare un libro su Foucault (1986), libro che contiene assai meno delle lezioni che ora leggiamo, che proprio perciò costituiscono un complemento formidabile alla comprensione dell’interpretazione deleuziana di Foucault.

Tale interpretazione, come è normale quando un filosofo legge un altro filosofo, va presa come una forma di interazione tra due visioni. I due filosofi erano amici e nutrivano un’indubbia stima reciproca. Avevano condiviso molte imprese intellettuali, dalla lettura originale di Nietzsche in polemica con la fenomenologia all’attivismo politico (per esempio sulle prigioni, sulla Palestina, sul ‘68). Al tempo stesso, però, c’erano importanti e divisive differenze, per esempio su termini centrali come desiderio (Deleuze) e piacere (Foucault), oppure dispositif (Foucault) e agencement (Deleuze), ma anche su concetti importanti quali biopotere (Foucault) e società del controllo (Deleuze). Inoltre, esistevano divergenze sui metodi, gli interessi e gli strumenti interpretativi. Se Foucault prediligeva la genealogia Deleuze preferiva la schizoanalisi, dove Foucault cercava le tracce dell’affermarsi del neoliberalismo, Deleuze cercava di comprendere la scissione schizofrenica che a suo avviso accompagnava il recente capitalismo.

Affinità e divergenze complicate dal fatto che ognuno dei due aveva scritto sull’altro. Foucault aveva scritto su Deleuze un testo, intitolato Theatrum Philosophicum (1970), che partiva dai due libri Différence et Répétition (1968) and Logique du Sens (1969) di Deleuze, culminando nella famosa frase «forse un giorno questo secolo sarà chiamato deleuziano». Avevano poi registrato una conversazione intitolata Intellettuali e Potere (1972), che sarebbe in seguito apparsa sulla rivista «L’Arc». Deleuze aveva inoltre scritto diversi articoli su Foucault e una lettera privata sul controverso tema piacere versus desiderio (resa pubblica da Francois Ewald nel 1977). Frequentazione e amicizia tra Foucault e Deleuze, interrotti però da un lungo silenzio, segno probabile di dissapori dovuti a ragioni intellettuali, per esempio Foucault non aveva apprezzato l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, e Deleuze non amava i Nouveaux Philosophes che invece piacevano a Foucault.

Nel suo complesso, Deleuze ricostruisce Foucault leggendovi un divenire del pensiero che emerge da fuori attraversando gli strati che caratterizzano le diverse formazioni storiche. Si tratta di un pensare differentemente, che Deleuze interpreta sulla scia di tre assi, uno per ogni volume della trilogia: sapere, potere, soggettivazione. Il sapere è ordinato secondo un’archeologia, il potere si evidenzia in strategie, e la soggettivazione presuppone un interno da recuperare genealogicamente.

Nell’ambito del sapere, Deleuze parte dalla Archeologia del sapere di Foucault, e propone una tesi interpretativa secondo cui gli strati sono formati dalla convergenza-divergenza di piani di visibilità e piani di leggibilità. Come a dire, di parole e cose, vedere e parlare, contenuto e espressione. In questa ottica, il compito dell’archeologia è duplice: estrarre per ogni singolo strato il visibile dalle cose e gli enunciati dal linguaggio. I due piani restano, per così dire ontologicamente, distinti. Deleuze intravvede in ciò una forma di rinnovato kantianismo, con la sostanziale differenza che in Foucault la sintesi avverrebbe a posteriori e non a priori. Questa è probabilmente la parte più riuscita della trilogia.

Tuttavia, la separazione tra parole e cose richiede un superamento. Per averlo, bisogna uscire però dall’asse del sapere e muoversi nell’ambito dell’asse del potere. Anche in questo caso, c’è un richiamo a Kant: il primato del potere in Foucault richiama il primato della ragion pratica in Kant. Nell’ambito del potere, i libri di riferimento sono i grandi libri di Foucault sulla follia e sulle prigioni. Anche in questo caso, la distinzione tra visibilità ed enunciato permane, per esempio la prigione costituisce l’elemento visibile mentre il diritto penale quello linguistico. Il potere li unifica. Ma non si tratta di un Potere con la P maiuscola, del tipo di quello dello Stato o del Partito. Piuttosto, si rivela puntiforme come in un diagramma riflettendo una microfisica del potere. Il diagramma ricostruisce la relazione tra le forze a essa sottostanti. In questo modo, si passa alle strategie che regolano l’asse del potere. E qui l’influenza di Nietzsche è al suo massimo.

La parte sulla soggettivazione è senza dubbio la più oscura della trilogia. Qui, Deleuze riprende il tema heideggeriano della «piega». Centrale è la corrispondenza tra interno e esterno, come si vede negli scritti sulla sessualità e sull’etica di Foucault. Il pensare, come abbiamo detto, viene dall’esterno ma alla fine non si può evitare «la relazione di sé con sé». Tale relazione muta nel tempo storico: presso i Greci riguardava la sessualità, poi nel Medio Evo prende le forme degli effetti sul soggetto del potere pastorale.


Gilles Deleuze

Il sapere. Corso su Michel Foucault (1985-1986) / 1

Introduzione di Massimiliano Guareschi, traduzione dal francese di Lorenzo Feltrin

Il potere. Corso su Michel Foucault (1985-1986) / 2

Introduzione di Ubaldo Fadini,

traduzione dal francese di Marta Benenti e Marta Caravà

La soggettivazione. Corso su Michel Foucault (1985-’86) / 3

Introduzione di Girolamo De Michele, traduzione dal francese di Carlotta De Michele

Ombre Corte, pagg. 900, € 50 (cofanetto con tre volumi)


https://machiave.blogspot.com/2025/12/unamicizia-filosofica.html

sabato 1 marzo 2014

Lucrezio, La teoria degli atomi

Il clinamen
De rerum natura, libro II, versi 216-224, 251-260 e 289-293


Sullo stesso argomento desidero che tu sappia anche questo:

i corpi, quando cadono verticalmente trascinati nel vuoto

dal loro stesso peso, in un momento del tutto indefinito

e in un luogo incerto si sviano un poco dal percorso:

così poco che appena ne puoi dire mutato il cammino.

Se infatti non usassero deviare, precipiterebbero tutti in basso,

attraverso il vuoto profondo simili a gocce d'acqua,

non si sarebbero prodotti gli scontri, non avrebbero luogo gli urti

tra i corpuscoli primordiali: in tal modo la natura non avrebbe generato mai nulla.

...Infine, se ogni moto è sempre legato ad altri,

e quello nuovo sorge dal precedente in ordine certo,

e se i germi primordiali con l'inclinarsi non determinano un qualche

inizio di movimento che infranga le leggi del fato,

sì che da tempo infinito causa non sussegua a causa,

donde ha origine sulla terra per i viventi  questo libero arbitrio,


donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati,

in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida

e deviamo il nostro percorso, non in un momento esatto,

né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente?

...Ma che la mente stessa in ogni

sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,

né come domata sia costretta a sopportare e a patire,

deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali

che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati.

(traduzione di Luca Canali)


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Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis. 220
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

... 
Denique si semper motu conectitur omnis
et vetere exoritur <motus> novus ordine certo
nec declinando faciunt primordia motus
principium quoddam, quod fati foedera rumpat,
ex infinito ne causam causa sequatur, 255
libera per terras unde haec animantibus exstat,
unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas,
per quam progredimur quo ducit quemque voluptas,
declinamus item motus nec tempore certo
nec regione loci certa, sed ubi ipsa tulit mens? 260


... Sed  ne mens ipsa necessum
intestinum habeat cunctis in rebus agendis 290
et devicta quasi cogatur ferre patique,
id facit exiguum clinamen principiorum
nec regione loci certa nec tempore certo.




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Les atomes se·rencontrent dans la chute, non pas en
raison de leur différence de poids, mais en raison du clinamen.
Le clinamen est raison de la rencontre, ou rapporte
l'atome à l'autre atome. Le clinamen est fondamentalement
lié à la théorie épicurienne du temps, pièce essentielle du
système. Dans le vide, tous les atomes tombent à égale
vitesse; un atome n'est plus ou moins rapide en fonction
de son poids que par rapport à d'autres atomes qui retardent
plus ou moins sa chute. Dans le vide, la vitesse de
l'atome est égale à son mouvement dans une direction unique
en un minimum de temps continu. Ce minimum exprime
la plus petite durée possible pendant laquelle un atome se
meut dans une direction donnée, avant de pouvoir prendre
une autre direction sous le choc d'un autre atome. Il y a
donc un minimum de temps, non moins qu'un minimum de
matière ou d'atome. Conformément à la nature de l'atome
ce minimum de temps continu renvoie à l'appréhension de
la pensée. Il exprime la plus rapide, la plus courte pensée:
l'atome se meut aussi vite que la pensée»5. Mais, dès
lors, nous devons concevoir une direction originaire de
chaque atome, comme une synthèse qui donne au mouvement
de l'atome sa première direction, sans laquelle il n'y
aurait  pas de choc. Cette synthèse se fait nécessairement
dans un temps plus petit que le minimum de temps continu.
Tel est le clinamen. Le clinamen ou déclinaison n'a rien à
voir avec un mouvement oblique qui viendrait par hasard
modifier une chute verticale 6. Il est présent de tout temps;
il n'est pas un mouvement second, ni une seconde détermination 
du mouvement qui se produirait à un moment quelconque,
en un endroit quelconque. Le c1inamen est la détermination
originelle de la direction du mouvement de l'atome.
Il est une sorte de conatus: une différentielle de la matière,
et par là-même une différentielle de la pensée, conformément
à la méthode d'exhaustion. D'où le sens des termes qui le
qualifient; incertus ne signifie pas indéterminé, mais inassignable;
paulum, incerto tempore, intervallo minimo signifient « en un 
temps plus petit que le minimum de temps continu pensable ».
5 Cf. Epicure Lettre à Hérodote, 61-62 (sur le minimum de temps continu).
6. Il, 243-250.

Gilles Deleuze, Logique du sens

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Ilya Prigogine and Isabelle Stengers in their famous book Order out of Chaos argue that the clinamen, the swerve of events, is one of the fundamental factors in the creation of new, unpredictable patterns of self-organizing in the universe. They call these new patterns of self-organizing dissipative structures. 

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All'origine di ogni cambiamento, anche decisivo e radicale, vi è un exiguum clinamen, affermava l'atomista Lucrezio, nel suo poema sulla natura delle cose.
Ebbene Franz Kafka, due millenni dopo, esprimeva lo stesso concetto, quasi con le stesse parole, più e più volte. Das winzigste Kleinigkeit, cioè la più minuscola piccolezza (e potremmo ben tradurre anche dicendo: «la più esigua declinazione»), può «decidere della esistenza di un uomo».

Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato, Bari 1972, pp. 91-92