Mattia Insolia
Perché il brutto ci piace sempre di più: da tendenza estetica a movimento culturale
la Repubblica, 25 gennaio 2026
Il rapporto umano con il brutto (con ciò che di norma è sgradevole) è sempre stato complesso. Di fronte a qualcosa che non è piacevole ai sensi in alcuni di noi la prima reazione è di repulsione. Ostilità o diffidenza, di questo si tratta nella gran parte dei casi, ma spesso può nascere una sorta di tenerezza, un misto di sollievo e compassione. Ciò che bello non è, difatti, può pure farci sentire a nostro agio, può attrarci, interessarci, addirittura piacerci.
Tant’è che negli ultimi anni c’è stata una certa fioritura di roba brutta.
Pupazzi con un occhio più grande dell’altro, gadget con cuciture storte e scarpe dalle linee troppo spigolose, lampade oblunghe, poltrone tracagnotte e camicie che sembrano proprio tagliate male. Ogni tanto, a guardarsi attorno, si ha la sensazione che la presenza di difetti o la mancanza di buongusto si sia consolidata come una vera pratica estetica. Non una moda passeggera, come tanti credevano negli anni Novanta ma un messaggio chiaro: non sono qui per piacerti subito, anzi: devi sforzarti tu di capirmi; l’estetica del brutto è studiata e dietro può nascondere dei significati profondi.
Degli anni Novanta non si parla a caso. Il brutto che piace ha radici (anche) in quella che fu la ugly chic, nella moda e nell’arte: da Schiaparelli a Prada. Le scommesse di trent’anni fa, sembra, sono state vinte e sono state capitalizzate, oggi, da altri che hanno reso i loro risultati dei punti di partenza. Insomma, che l’anti-bello potesse funzionare si sapeva già. Ma il fenomeno non è puramente estetico, è evidentemente anche culturale e ha connotazioni molto contemporanee. E questa, forse, è la vera novità.
Alla domanda sul perché il brutto ci attragga la psicologia ci dà alcune risposte interessanti. A partire dal benign masochism. Alcune esperienze sono piacevoli, pur essendo in teoria negative, perché abbiamo la consapevolezza di non essere in pericolo. Una dissonanza controllata: il brutto ci disturba, ma come il solletico. C’è poi un discorso di comunione, sempre per la psicologia: chi è capace di capire che qualcosa è intenzionalmente brutto e sa cogliere ciò che c’è dietro, l’ironia di un oggetto fintamente sciatto, sente di appartenere a una comunità. Le subculture in effetti si costruiscono così e tendenzialmente nascono in rottura con la cultura dominante; perciò il brutto funziona bene in situazioni simili. Infine c’è una certa consolazione. Accanto al brutto noi non dobbiamo performare, non dobbiamo nascondere i pezzi di noi stessi che non ci piacciono: possiamo stare tranquilli. Ciò che è sbagliato funziona anche da specchio deformante, e ridimensiona quello che crediamo sia sbagliato in noi.
E qui arrivano i social; arrivano sempre, a un certo punto.
TikTok e Instagram, in questo periodo, hanno reso l’osceno estetico riproducibile, condivisibile: immagini photoshoppate intenzionalmente male, meme deep-fried, giochi prodotti in serie e venduti come pezzi unici. Prendete i Labubu: volutamente strani, parecchio brutti, un po’ goffi, sproporzionati e cattivi, e tutti uguali tra loro; sono uguali, inutile dire il contrario. Fenomeno di portata mondiale, grazie al digitale sono diventati un luxury-cult. E sono il più palese esempio di come anche il brutto possa trasformarsi in capitale.
Ciò che nasce come gesto di disgelo verso la perfezione viene ripreso, incapsulato e venduto: il rifiuto della performance diventa performance a sua volta. Non ne usciremo mai. Ma si sa: pure l’autenticità è un prodotto adatto al consumo (e cosa c’è di più autentico di qualcosa che è riuscito male?).
Anche qui, dunque, occorre prudenza: il rifiuto del bello può diventare il nuovo dovere?, un format?, e il non avere cura della forma può trasformarsi in un altro modo per mostrarsi? Il confine tra sincerità e strategia è sottile, ma le risposte a queste domande, temo, le conosciamo già. Al momento, però, tra ironia e serietà, il brutto che ci piace racconta di stanchezza, di resilienza e di ribellione (pure se parrebbe cominciare già a raccontare anche di mercato e di astuzia commerciale, è vero). Per cui, almeno, parte con intenti nobili.
A ogni modo, resta un dato: la bellezza non è l’unica via per dar prova della propria esistenza. E, anzi, ogni tanto è bene lasciare che le cose risultino storte, per provare a raddrizzarle o per provare ad amarle così come sono.

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