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mercoledì 2 settembre 2026

La famiglia nel bosco

Viviana Daloiso
Le cinque cose che abbiamo imparato dalla vicenda della famiglia nel bosco

Avvenire, 2 settembre 2026

Sarebbe un errore, guardare solo al bicchiere mezzo vuoto della decisione che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha preso sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”: è vero, i tre bambini non torneranno subito nella casa di Palmoli come avevano chiesto i genitori (il cui legale, Simone Pillon, si è detto infatti solo parzialmente soddisfatto), ma almeno sono state poste le basi per l’avvio di un percorso progressivo di ricongiungimento del nucleo familiare. Ricongiungimento che è tornato al centro, dunque, degli obiettivi della giustizia minorile, come fin dall’inizio avrebbe dovuto essere senza le incertezze e i fraintendimenti che nel corso degli ultimi mesi hanno finito col trasformare la vicenda nel terreno di uno scontro molto più ampio: famiglia contro Stato, libertà educativa contro tutela dei minori, genitori contro magistratura. Diciamolo subito: Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno accettato di rispondere alle richieste formulate dai giudici, hanno regolarizzato la propria situazione abitativa, avviato i percorsi sanitari richiesti, collaborato con i servizi sociali, garantito l’inserimento scolastico dei figli e dimostrato di avere costruito le condizioni ritenute necessarie per il loro rientro. Se oggi la famiglia può avviare un percorso di ricomposizione è proprio perché quel percorso ha raggiunto il risultato per cui (a ragione o a torto, nelle modalità giuste o sbagliate) era stato avviato. È durato oltre un anno, un tempo oggettivamente molto lungo, soprattutto se misurato con il ritmo della crescita di tre bambini piccoli. Eppure, va ribadito, la giustizia minorile almeno in questo caso ha infine perseguito il suo obiettivo: non sottrarre definitivamente i figli ai genitori, ma accompagnare questi ultimi a recuperare le condizioni necessarie perché la famiglia potesse tornare a vivere insieme.
La sentenza di oggi, che prevede un ricongiungimento familiare progressivo monitorato dai servizi sociali, però, consegna (deve farlo) tutto quel che è accaduto a una riflessione più ampia. Perché questa storia ha finito per raccontare molto più di se stessa, mettendo in luce le fragilità di un sistema, ma anche le distorsioni con cui l’opinione pubblica guarda alla tutela dei minori. Proviamo qui di seguito, allora, a condensare il tutto in cinque lezioni che idealmente vorremmo consegnare al dibattito pubblico affinché possano essere prese in esame per evitare il ripetersi di situazioni analoghe.
La prima: un caso non è il sistema. Per mesi l’Italia ha parlato quasi soltanto di Palmoli, come se quella fosse l’unica famiglia attraversata da un procedimento davanti al Tribunale per i minorenni. La realtà è un’altra. Secondo l’ultimo censimento nazionale, sono quasi 31mila i bambini e i ragazzi che oggi vivono lontano dalla propria famiglia d’origine: circa 15.700 accolti nelle comunità residenziali e 15.200 affidati ad altre famiglie. Dietro ciascuno di loro c’è una storia diversa: violenza domestica, dipendenze, grave trascuratezza, abusi, disagio psichico, povertà educativa, incapacità genitoriali, conflitti familiari. Vicende infinitamente meno conosciute e spesso infinitamente più dolorose, che non arrivano nei talk show e non diventano materia di scontro politico. Il caso della famiglia nel bosco ha avuto invece una forza simbolica straordinaria. Una famiglia che aveva scelto una vita radicalmente alternativa, bambini cresciuti lontano dalla scuola e dai servizi, un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria: tutti gli elementi per trasformare una vicenda complessa in una narrazione semplice, inevitabilmente polarizzata. Ma quando un singolo caso diventa il paradigma dell’intero, il rischio è duplice: da una parte si attribuisce a quella vicenda un valore che non può avere, dall’altra si smette di interrogarsi su tutto ciò che resta invisibile.
La seconda lezione: al centro ci sono i bambini. Per settimane il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui diritti dei genitori: il loro stile di vita, le loro convinzioni, la loro libertà di educare i figli secondo scelte non convenzionali. Molto meno spazio è stato dedicato alla domanda decisiva: quale fosse il superiore interesse dei bambini. È una domanda che la giustizia minorile è chiamata a porsi ogni giorno e alla quale raramente esistono risposte semplici. Per un adulto qualche mese rappresenta un’attesa; per un bambino piccolo costituisce una parte significativa della propria crescita. Per questo ogni decisione – allontanare, mantenere il collocamento, favorire il ricongiungimento – pesa enormemente sul suo sviluppo. È una responsabilità che impone prudenza, ma anche rapidità perché, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, il tempo dell’infanzia non coincide con quello dei procedimenti giudiziari.
La terza lezione: la tutela minorile non può diventare una guerra ideologica. Nel giro di poche settimane il caso è diventato terreno di scontro istituzionale, con ispezioni ministeriali, interrogazioni parlamentari, prese di posizione sempre più radicali e accuse reciproche. È legittimo discutere le decisioni dei tribunali, come è doveroso interrogarsi sul funzionamento dei servizi sociali. Ma trasformare un procedimento minorile in un referendum sulla magistratura o, all’opposto, sull’operato del Governo significa correre il rischio di perdere di vista i protagonisti della vicenda: nuovamente, e prima di tutto, i bambini. Anche perché la tutela minorile vive di un equilibrio delicatissimo: da una parte c’è il diritto-dovere dei genitori di crescere i propri figli; dall’altra il compito dello Stato di intervenire quando ritiene che quei minori siano esposti a un pregiudizio. Ridurre questo equilibrio a uno slogan – “i bambini sottratti alle famiglie” oppure “i servizi hanno sempre ragione” – significa tradire la complessità della realtà. Non possiamo mai permetterci di farlo.
La quarta lezione: come funzionano davvero servizi sociali e tribunali. Il caso Palmoli ha mostrato quanto sia difficile spiegare all’opinione pubblica che l’allontanamento rappresenta quasi sempre l’ultima misura, non la prima. Prima vengono i tentativi di sostegno, gli interventi educativi, le prescrizioni, il monitoraggio delle condizioni familiari. Quando si arriva alla limitazione della responsabilità genitoriale significa che, secondo la valutazione dei giudici, gli strumenti meno invasivi non sono stati sufficienti. Questo ovviamente non significa che il sistema sia infallibile: errori possono essercene e, quando emergono, vanno riconosciuti e corretti. Ma una critica puntuale non può trasformarsi nella delegittimazione indiscriminata di magistrati, assistenti sociali, psicologi ed educatori. Sarebbe un danno per tutte quelle famiglie fragili che proprio da quella rete di protezione ricevono ogni giorno un sostegno decisivo. E, anche in questo caso, sono tante.
La quinta lezione: il cambiamento è possibile. La famiglia nel bosco ha ricordato che le persone sono sempre più complesse delle etichette con cui vengono raccontate. Per mesi il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini speculari: quella della famiglia perseguitata per avere scelto una vita diversa e quella di genitori incapaci di cambiare. La decisione del Tribunale dell’Aquila (pur graduale) racconta invece che è possibile intervenire senza rinunciare all’obiettivo del ricongiungimento, che la tutela dei minori non coincide necessariamente con la separazione definitiva dalle famiglie. E racconta, appunto, che il cambiamento è possibile, ma solo quando tutte le istituzioni coinvolte – magistratura, servizi, operatori e genitori – lavorano perché i bambini possano tornare a crescere in un contesto ritenuto adeguato. Collaborando tra loro, non facendosi la guerra.
In sintesi, dunque: come si proteggono davvero i bambini senza contrapporre i loro diritti a quelli degli adulti, senza trasformare ogni decisione in una battaglia ideologica, senza dimenticare che dietro ogni fascicolo ci sono vite reali e non simboli da usare nel dibattito pubblico? Questa è la domanda che deve continuare a interrogare tribunali, servizi sociali e politica ben oltre il caso della famiglia nel bosco. La risposta è dovuta alle migliaia di altre dolorose vicende familiari che non si chiudono oggi e che continuano il loro tortuoso percorso lontano dalle telecamere, chiedendo alla giustizia minorile la stessa attenzione e responsabilità.

sabato 29 agosto 2026

Il destino di Report


Eugenio Fatigante
L'ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la normalizzazione Rai: ecco il caso Ranucci

Avvenire, 29 agosto 2026

Editto doveva essere ed editto è stato. È un mestiere difficile il giornalismo d’inchiesta. Ancor di più nella Rai eternamente lottizzata, dove si realizza quello che senza dubbio è sempre stato un obiettivo del centrodestra. La vicenda davvero straordinaria dell’attentato a Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola (alla destra legato storicamente) ha vissuto una puntata-chiave. Si voleva “normalizzare” una trasmissione scomoda, troppo, per i suoi contenuti spesso orientati a colpire ambienti vicini ai partiti di maggioranza.

La politica, una certa politica, è riuscita a chiudere “Report”, come aveva fatto prima per “Striscia la notizia” su Mediaset. È una pagina decisamente triste per l’informazione e, in genere, per la democrazia in Italia. L’ingerenza dei partiti nella gestione non è certo una garanzia di informazione neutrale, già di per sé difficile da raggiungere. E di ingerenze il caso Lavitola/Ranucci/ Report è pieno zeppo. Ciò premesso, va però anche detto che a rendere la difesa di questo diritto (all’informazione) più ostica, è però in questo caso anche l’intreccio di piccolezze umane che hanno segnato l’intero dipanarsi della vicenda. Non l’ha aiutata per primo la condotta di Sigfrido Ranucci che, pur vittima, aveva visto comunque smarrirsi l’autorevolezza di cui godeva, come segnalato su queste colonne sin dall’inizio. Nella nuova stagione alle porte non si sarebbe assistito alla sua conduzione con lo stesso spirito di prima.
Una condotta sfociata poi nel delirio di onnipotenza degli ultimi giorni (fra accostamenti a Falcone, Borsellino e Moro e frasi tipo «andrei a cena anche con Riina»), che ha reso impervia la tutela del conduttore anche da quella sinistra che l’aveva eretto a suo paladino (sempre meno sono state infatti le voci levatesi). Fino al veleno con cui ieri ha attaccato quelli che sono i due colleghi designati al suo posto, degni della massima stima. L’unico modo per continuare a fare giornalismo d’inchiesta in Rai passa ora - lo si voglia o no - per il compattarsi di una redazione che, invece, si è sbriciolata sotto i colpi di maglio della maggioranza. È legittimo comprendere le legittime aspirazioni personali cassate, però le spaccature interne sono solo un ultimo regalo a quel centrodestra che vorrebbe avere il monopolio di tutto.

La rabbia omicida

La vendetta di un uomo tranquillo (2016)

Caterina Stamin
Incensurato e padre di quattro figli, chi è l'imprenditore che ha investito i ladri dopo lo scippo

La Stampa, 29 agosto 2026

«Ho subito la rapina e li ho inseguiti». Si chiama Domenico Scullari, è un imprenditore edile l’uomo che, in Lungo Po Antonelli, ha investito con il Suv due scippatori in monopattino. Ha una moglie, quattro figli, una vita apparentemente tranquilla. I balli con la compagna. I viaggi in auto con la famiglia. Il lavoro. Tutto documentato sui social. Eppure mercoledì pomeriggio ha fatto quello che nessuno, nella sua cerchia familiare e di amicizie, si sarebbe forse mai aspettato da lui: ha rischiato di uccidere un ragazzo di 19 anni, che l’aveva rapinato con un complice della collanina d’oro. L’ha rincorso con il suv, speronato, aggredito. Ha rischiato di ammazzarlo. E in un attimo anche la sua vita è cambiata: arrestato dagli agenti delle Volanti della polizia di Stato, ora è in carcere al Lorusso e Cutugno accusato di tentato omicidio.

Microcriminalità in aumento

Mai avuto un guaio con la giustizia. Fino alle 4 del pomeriggio di mercoledì, da quanto si apprende, era incensurato. Un padre e un uomo appassionato del suo lavoro. L’altro pomeriggio stava tornando a casa, abita poco lontano da dove la sua vita ha preso una curva inaspettata. Era tra lungo Po Antonelli e via Mongrando. Una zona dove - dicono - la microcriminalità è in aumento, anche se i numeri delle fonti di polizia non lo certificano.

L’inseguimento dei ladri

Il 39enne si è visto portare via la collana d’oro e non ha chiamato le forze dell’ordine: non risulterebbe nessuna telefonata al numero di emergenza 112. È salito sul suv Peugeot di colore bianco e si è messo a inseguire i due, scappati via in monopattino. Poi, all’altezza dell’incrocio con via Andorno, li ha speronati, secondo quanto raccontato dai testimoni: i due rapinatori, di 17 e19 anni, sono volati fuori dalla carreggiata e rotolati sul selciato. Uno dei due è rimasto a terra, l’altro è riuscito a rialzarsi e allontanarsi. Ma l’automobilista è sceso dal suv e, sempre stando a chi ha assistito alla scena, gli è piombato addosso: «L’ha riempito di calci e pugni». Il 39enne ha poi infilato le mani nella tasca dei pantaloni di entrambi i giovani, recuperando la collana rubata. Solo a quel punto, è risalito sull’auto ed è partito in direzione Superga, tra gli sguardi attoniti dei cittadini presenti.

L’arresto dell’imprenditore

I poliziotti lo hanno rintracciato poco dopo: con la macchina danneggiata, era andato nella caserma dei carabinieri di via Catania per presentare denuncia per lo scippo, poi era tornato indietro, verso casa. È qui che è stato arrestato. Assistito dall’avvocato Cesare Mariconda, la convalida è attesa per sabato mattina.

Negli stessi minuti, un’ambulanza del 118 ha soccorso il ragazzo più grave, Karim Imad Eddine, 19 anni, poi trasportato al pronto del soccorso del Cto con un grave trauma cranico e un trauma toracico. Ieri sera è stato trasferito nel reparto di Rianimazione all’ospedale Giovanni Bosco. Assistito dall’avvocato Antonio Vallone, è accusato di rapina. La pm, viste le gravissime condizioni di salute del giovane, ne ha disposto la liberazione immediata: è intubato e non esiste, quindi, il pericolo di fuga che renderebbe necessaria la misura cautelare.

La fuga del complice: è minorenne

Il complice, minorenne, era invece riuscito a scappare in autobus fino in Barriera di Milano, dove in poco tempo è stato poi rintracciato dagli agenti: anche lui accusato di rapina, è al carcere minorile Ferrante Aporti. Ma le indagini ora vanno avanti. Gli investigatori stanno acquisendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, che potrebbero aver ripreso prima la rapina e poi l’investimento, come raccontato dai testimoni.

martedì 21 luglio 2026

Non odio, ma giustizia

Luca Bortolotti
"Verità e dignità, no all'odio", l'appello della nipote di Fakir. Scontri alla manifestazione

la Repubblica Bologna, 21 luglio 2026 

BOLOGNA –«Non siamo qui a chiedere odio o vendetta, ma verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità». Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo morto domenica a Bologna durante un intervento di polizia, lo dice con la voce rotta dal dolore e le lacrime agli occhi, abbracciata dai parenti e da una piazza con cinquemila persone arrivate a portare solidarietà alla sua famiglia. Lo dice mentre scrosciano gli applausi a sottolineare quel concetto: «Non vogliamo odio ma giustizia».

Un’ora dopo si verificheranno però anche scontri tra il cordone di polizia davanti alla prefettura e manifestanti appena terminato il corteo: fumogeni e idranti da una parte, bombe carta dall’altra. Ma in piazza Nettuno, prima, nel presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, in prima fila accanto al presidente della Regione Michele de Pascale, era stato il momento del raccoglimento e del dolore della famiglia di Fakir. E la nipote Yossra a prendersi il carico di leggere la lettera in cui ha raccolto quel cordoglio. «Abderrahim non era un caso di cronaca, non era un numero. Era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia e chi lo amava profondamente lo sa, e me lo hanno portato via. Un uomo che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità». E risposte, chieste in piazza dalla famiglia e dalla comunità marocchina di Bologna, ma anche dal sinidaco Lepore.

Certo, per qualcuno dei presenti la definizione non è giusta e urla: «Lo hanno ammazzato, non è morto». Come ripetono gli striscioni esposti sul fondo di piazza Nettuno. C’è scritto: «Assassinio di Stato». Così i cori: «Assassini, assassini», che ripartono ogni volta che dal palco il discorso di YosSra Fakir s’interrompe, rotto dalla commozione. Ma lei chiede di essere ascoltata, risponde agli amici che vogliono intervenire che non è quello il momento.

«La vostra presenza dimostra che non siamo soli, continueremo a chiedere di far luce, chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, tutelare una vita, soprattutto di chi è vulnerabile: se verranno accertate responsabilità serviranno provvedimenti, chi non ha fatto il proprio dovere non può continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana».

Il dolore della famiglia monopolizza la piazza. Il presidio del resto era iniziato da un malore per la sorella di Fakir, Khadija, accasciatasi sul palco. Aiutata prima da alcuni medici presenti tra il pubblico, poi soccorsa dall’ambulanza. Tra i bolognesi arrivati in piazza, il filosofo Stefano Bonaga dice: «Avrei voluto stare zitto con occhi disperati dopo quel video, non ce l’ho con la polizia ma con quei due che hanno ammazzato una persona». Si fa vedere anche l’attore Alessandro Bergonzoni: «Se è stato seguito un protocollo, il protocollo è da bocciare».

Finiti gli interventi in piazza Nettuno, è partito un corteo eterogeneo composto dalla comunità marocchina bolognese, sindacati, centri sociali, studenti. Sin dal primo passaggio di fronte alla prefettura, un gruppo di manifestanti ha cercato il confronto col cordone di polizia. Sono stati momenti concitati. Tanti altri invitavano alla calma. Finché i più facinorosi tra gli attivisti, al grido di «assassini» e «via lo scudo penale», non sono entrati a contatto con i poliziotti: la situazione è degenerata.

Intorno alle 20.45 gli agenti sono stati costretti a intervenire con idranti e fumogeni per allontanare i manifestanti da piazza Roosevelt, ma gli scontri sono proseguiti per ore. Durissimo l’avvocato Fabio Anselmo, che da ieri difende i Fakir: «Questi scontri sono un attacco alla famiglia della vittima, un comportamento criminale amico di chi vuole negare verità e giustizia». Solo quando scende il buio, nel centro di Bologna torna la quiete.

La circolare del ministero

Vincenzo R. Spagnolo
Le nuove "linee guida" della polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato

Avvenire, 21 marzo 2026

Sarà la magistratura a stabilire se i due poliziotti al centro degli accertamenti sul decesso del 42enne marocchino Abderrahim Fakir abbiano interpretato correttamente i protocolli di intervento o no. Stando alle prime verifiche della Procura di Bologna, quando avevano chiesto aiuto al 118, gli agenti intervenuti in via Svevo avrebbero segnalato un uomo con una crisi psichiatrica. Sul tipo di approccio previsto, dal maggio scorso, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha elaborato un documento di 18 pagine con «linee guida» - che Avvenire ha visionato - per contenere le «persone non collaborative». Un insieme di indicazioni che - secondo quanto annota in una lettera di accompagnamento del testo inviato ai sindacati di polizia la viceprefetto Maria De Bartolomeis, direttrice dell’Ufficio per le relazioni sindacali della Polizia presso il Dipartimento di Pubblica sicurezza - «hanno lo scopo di fornire al personale, specie a quello impegnato nei servizi di controllo del territorio, un supporto per affrontare in modo consapevole l’approccio alle persone non collaborative e i rischi che possono derivare, a tutela della propria e altrui incolumità». Cosa viene suggerito in quel testo? Vediamolo.

La «proporzionalità» nei mezzi di coazione e il rischio di eccesso colposo
Il testo, articolato in tre parti (riferimenti normativi; profili operativi; istruzioni operative), parte da una premessa: non esistendo definizioni normative per la categoria «persone non collaborative», l’espressione si riferisce a soggetti non facilmente gestibili, che manifestino in modo evidente e violento un’opposizione o un rifiuto all’osservanza di regole e ordini». Si fa riferimento al quadro legislativo, a partire dagli articoli 51, 52 e 53 del Codice penale (in cui si esclude la punibilità se l’agente ha agito adempiendo a un dovere o eseguendo un ordine legittimo e si introduce il concetto di proporzionalità fra offesa e difesa, il che impone di graduare l’uso dei mezzi di coazione fisica e delle armi in dotazione) e si menzionano le tipologie di «eccesso colposo».
«Se il soggetto mostra segni di malessere, allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari».
Nel secondo blocco del testo si esaminano le modalità d’intervento: dalla gestione del soggetto che non collabora; all’uso degli strumenti in dotazione; fino alla «tutela sanitaria» di un soggetto fragile, che potrebbe essere «in uno stato di alterazione psico-fisica» causato anche da abuso di stupefacenti o alcolici. Fra le indicazioni, spicca in neretto quella di privilegiare, «laddove possibile, un approccio iniziale» basato sulla «comunicazione empatica» (sul modello dei cosiddetti “negoziatori”), con domande del tipo «Ha bisogno di un medico?» e di «evitare atteggiamenti provocatori e polemici». Qualora l’approccio non dovesse riuscire, l’operatore può usare i mezzi in dotazione, ma con proporzionalità e gradualità, cercando di tutelare anche l’incolumità dello stesso «autore della minaccia», in osservanza del canone fissato dalla Cassazione sul cosiddetto «agente modello», con pronunce miliari come quella del 2012 sul caso di Federico Aldrovandi (che suggeriscono di immobilizzare la persona «con l’uso della minor violenza possibile» per evitare il rischio di conseguenze lesive «o addirittura letali»). Quali mezzi di coercizione fisica vanno usati e come? Ci sono indicazioni sull’impiego delle armi da fuoco, dello spray al peperoncino, dello sfollagente e dei taser elettrici (in uso dal 2022 non senza problemi, ma che nel caso di Bologna non sono stati impiegati). Le «manette di sicurezza» sono ritenute obbligatorie se c’è rischio di fuga o il fermato sia pericoloso, altrimenti sono vietate. E ci sono regole pure per le fasce in velcro (in dotazione dal 2018) che prevedono che la persona venga «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Nel testo si menziona la possibilità di ottenere l'ausilio di sanitari e limitare il controllo fisico del soggetto al momento dell'arresto, per breve durata e soltanto in funzione del rapido ammanettamento. Ma il «contenimento fisico dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile. Inoltre per contenere un soggetto in alterazione psichiatrica, si valuterà di richiedere un Tso con l'intervento della polizia locale».  La circolare precisa che l'intervento coercitivo presenta dei rischi, che tuttavia possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Ad esempio,  «non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace per i rischi al sistema cardiaco e respiratorio: il fermato, una volta messo in sicurezza, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale nell'attesa dei sanitari». Soprattutto, a pagina 11 si prevede che «qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia in condizione di respirare regolarmente, richiedendo l’intervento di personale sanitario». Mentre Fakir invocava ripetutamente «aiuto»,  come mostra il video girato da un cittadino e trasmesso da tv e siti web, quelle indicazioni elencate con meticolosità nelle recentissime «linee guida» vennero seguite o disattese da chi operava?

I dubbi del sindacato: testo «lacunoso», occorrono integrazioni sul disagio mentale

Nella lettera ai sindacati, la viceprefetto De Bartolomeis chiedeva di far pervenire eventuali osservazioni sulle linee guida entro il 19 maggio. Una delle sigle, il Silp-Cgil, ha risposto 6 giorni prima, mostrando «rammarico» per l’approccio solo «giuridico/operativo» del testo, ritenuto «completamente lacunoso» rispetto «a informazioni atte al riconoscimento e alla distinzione delle condizioni di salute mentale, dei comportamenti guidati da crisi ad alto rischio». Il sindacato riteneva essenziali «competenze che aiutino a riconoscere i disturbi e i sintomi riferiti al disagio mentale quali fattori di rischio che possono contribuire all’escalation o al danno auto-diretto». E chiedeva di implementare il documento, anche in collaborazione con gli psicologi della stessa Polizia. Una implementazione che finora non c’è stata, fanno sapere fonti sindacali, che adesso - anche alla luce dei fatti di Bologna - sollecitano l’attenzione dei vertici del Dipartimento.

La prassi che uccide

Alessandro Fulloni e Daniela Corneo
L’arrivo della volante e i soccorritori fermi fino all’ok dei poliziotti Quegli ultimi 38 minuti
Corriere della Sera, 21 luglio 2026

Chi abita nel palazzo a cinque piani tra i civici 2 e 8 di via Italo Svevo sostiene che Abderrahim Fakir si vedesse spesso da quelle parti. All’incirca con una stessa «liturgia»: appariva a metà mattinata, sostava all’ombra di un maestoso cedro proprio davanti al caseggiato, parlottava con qualcuno. Poi spariva. Domenica mattina (prima che il 42enne marocchino morisse mentre due poliziotti lo stavano bloccando a terra nel tentativo di «fascettargli» mani e piedi) la scena è stata più o meno la stessa. Minuto per minuto, ecco la ricostruzione dei fatti.

La prima ad accorgersi della comparsa di Fakir è una signora pakistana, Parveen Akhrar, 73 anni, che vive con il marito al primo piano. Dalle sue finestre, oltre a via Svevo, si vede anche l’incrocio con via Panzini, piuttosto trafficata e dove transitano i bus che in venti minuti dal cuore del popolare quartiere bolognese del Pilastro raggiungono la Stazione Centrale. Siamo attorno alle 9 e 30 e la «messa a fuoco» di questa descrizione è davvero nitida: il nordafricano era sulle scale che da un piccolo giardino pubblico — quello al cui centro troneggia l’albero — portano al cortile in cui poi troverà la morte.«urlava “aiuto chiamate un’ambulanza, la polizia”» racconta la donna. Lui si siede sulle scale poi si sdraia sull’asfalto. Tutto questo entro le 10.

Parveen sostiene pure di aver visto — l’orario è quello tra le 10 e 30 e le 11 — un’auto delle forze dell’ordine. (Tornerà ad affacciarsi più volte e, molto dopo, noterà che Abderrahim è sempre a terra, ma 20 o 30 metri più in là. E nel vedere quelle sagome lontane, penserà che gli agenti stiano rianimando il marocchino. Che invece sta morendo. O forse ha già esalato l’ultimo respiro). Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo istante per istante sulla base degli orari forniti da fonti ufficiali e di altre testimonianze raccolte in via Svevo. Le telefonate ai centralini d’emergenza si moltiplicano entro mezzogiorno anche perché alcuni — tra cui un pakistano, Ahmed Nasser — vedono Abderrahim dare delle testate contro le cler dei garage. Poi c’è l’allarme al 112 — a riportare la conversazione è il Tg1 — venuto da un uomo che alle 12 parla di «una persona arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutti i basculanti, grida aiuto e che lo vogliono uccidere».

La «volante» del commissariato Bolognina è sul posto alle 12 e 15 e due minuti dopo, alle 12 e 17, parte (per un «codice verde», dunque non grave) anche la «Bologna 65», ambulanza che arriva alle 12 e 30. Nel frattempo la tensione sale, in quel cortile dove in tanti si affacciano dalle finestre per riprendere quel che succede. Fakir si scaglia contro i due agenti, cerca di colpirli persino a morsi. A questo punto, per renderlo inoffensivo, i poliziotti utilizzano lo spray urticante e lo immobilizzano in posizione prona. Nel video che inquadra gli ultimi cinque minuti di vita dell’uomo i quattro volontari della Croce rossa restano immobili. Il punto è che «la prassi è questa», spiegano fonti qualificate e la stessa Croce rossa: i sanitari possono intervenire solo quando dalle forze dell’ordine arriva il via libera. Giunto però troppo tardi in via Svevo. Dove, a quel punto, i volontari, che in assenza di un medico non possono somministrare farmaci, iniziano la manovre di rianimazione.

Alle 12 e 36 gli stessi volontari contattano la centrale operativa del 118 per un consulto medico e chiedono l’invio dell’automedica che parte dall’ospedale Maggiore alle 12 e 42. Impossibile, ovviamente, stabilire come sarebbe andata se sul posto fosse intervenuto subito un mezzo con un medico a bordo. Secondo Mario Balzanelli, presidente della Società italiana sistema 118» «per garantire una gestione sicura e clinicamente adeguata del paziente in stato di agitazione psicomotoria è fondamentale l’intervento di un equipaggio medico-infermieristico qualificato» che si possa coordinare in tempo reale con le forze dell’ordine. Somministrare farmaci calmanti a pazienti di questo tipo, dove urgente, è possibile avvalendosi dello «stato di necessità» riconosciuto dall’articolo 54 del codice penale, quindi bypassando la ben più articolata pratica del Tso. Per Fakir, classificato con un codice verde, è stato mandato un mezzo più «leggero» di volontari che, fatto il triage sul posto, hanno allertato i medici del 118.

Ma questo, appunto, è ciò che prevede la prassi. Ieri la Ausl di Bologna ha fatto sapere che «l’invio dei mezzi sul luogo dell’evento è avvenuto nel rispetto dei tempi e in modo conforme alle procedure vigenti, sulla base delle informazioni disponibili al momento delle richieste di soccorso pervenute al 118». L’azienda sanitaria ha attivato l’analisi dell’evento tramite audit.

Ma torniamo, infine, in via Svevo e a quegli istanti drammatici. Il cortile del caseggiato si sta affollando di inquilini scesi dalle loro abitazioni. Il dottore giunto con l’automedica si avvicina al corpo di Abderrahim. Gli prende il polso, usa lo stetoscopio elettronico. Alle 12 e 53 viene constatato il decesso.

lunedì 20 luglio 2026

Roggero, la linea morbida

Al momento solo la Lega (e Vannacci) si battono per la cancellazione della condanna inflitta al gioielliere Mario Roggero per il duplice omicidio commesso a danno di due rapinatori in fuga. La stessa famiglia del carcerato sta evitando di schierarsi decisamente sul terreno politico. Sembra più propensa a seguire la via delle attenuazioni richieste in base alla sottolineatura del caso individuale. Forza Italia si sfila, ritiene lo sparatore colpevole, pur invocando maggiore indulgenza nei suoi confronti. La stessa Giorgia Meloni tiene il piede in due staffe, appoggia la domanda di grazia, ma non invoca il mutamento della legge. Una volta esaurita l'onda dell'entusiasmo per il gesto del furioso giustiziere, quello che resta è il calcolo della strategia migliore da seguire nell'interesse del duplice omicida, se lo scopo fosse quello di ottenere prima un trattamento speciale e poi una riduzione della pena. 

Gian Domenico Caiazza
Non sparate sullo Stato di diritto

Il Foglio, 20 luglio 2026

Vedere “Odissea”, lo strepitoso film di Nolan, nei giorni della vicenda Roggero, aiuta a schiarirsi le idee. Ci ricorda, innanzitutto, che la vendetta è un sentimento umano formidabile, un impulso naturale e inestinguibile, perché nasce, per definizione, dall’aver subito un torto. Inutile alzare il ditino e fare lezioni di moralità: sono entrati nel mio negozio, mi hanno picchiato la moglie, terrorizzato la figlia, puntato una pistola in testa, portato via il frutto del mio lavoro. Nella Grecia di Omero, la vendetta privata era un obbligo d’onore (timè), il rifiuto di farlo un marchio di infamia. Ulisse che fa orrenda strage dei Proci perché costoro gli hanno invaso la casa, insidiato la moglie, umiliato il figlio, è l’eroe di tutti noi. Poi arriverà Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, a incaricarsi di spiegare all’umanità che la vendetta, come diranno poi giganti come Seneca e Platone, è “la malattia dell’anima”. Oreste si sente in dovere di uccidere sua madre Clitennestra

perché costei insieme all’amante gli aveva ucciso il padre Agamennone. Occorre porre fine a una spirale di morte e di violenza senza soluzione, e perciò Atena istituisce il Tribunale dell’areopago, stabilendo che da quel momento la giustizia non sarà più privata, ma sarà amministrata da un giudice. La nostra civiltà, sissignori la civiltà occidentale, nasce allora, nel Quinto secolo avanti Cristo, anche se la strage dei Proci continua a entusiasmarci, e vogliamo vederla e rivederla e rivederla ancora. Dunque non mi stupisce affatto che questa bestia informe, acefala e senza identità che sui social rovescia quotidianamente gli umori gastrici di tutte le più invereconde pulsioni di giustizia sommaria, di frustrazione e di sete di vendetta sociale che ribollono nelle viscere della “opinione pubblica”, tifi per il gioielliere pistolero. Ci sta. La tragedia non è questa, la tragedia è la politica che gli corre dietro, che blandisce e ammicca alla bestia nella illusione di conquistarne il consenso, ignorando peraltro che quella bestia è semplicemente insaziabile. Puoi darle in pasto tutte le controriforme più immaginifiche, vorrà sempre altro. Forse non le basterà neppure il varo di un articolo unico: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsivoglia reato per reagire a qualsivoglia torto subito”.
E così Salvini, che nel 2019 aveva annunciato trionfante urbi et orbi la epocale riforma della legittima difesa, oggi dice che quella sua stessa riforma non basta più, bisogna dare ancora più spazio a chi subisce un torto, bisogna garantire impunità al galantuomo che vendica un torto. E facendo cosa, di grazia? Lo scandalo al quale si grida in questi giorni infuocati quale sarebbe, allora? Vi è chiaro o no che il Tribunale dell’areopago, preso atto della impossibilità di applicare l’esimente del diritto di difesa al Roggero, per la accecante evidenza della assenza di ogni minaccia in atto alla vita e alla incolumità propria e dei propri cari al momento degli omicidi, gli ha inflitto la pena minima prevista dalle norme di legge? Perché è questo ciò che è accaduto. La presidente Meloni, più accorta di Salvini, lascia perdere la legittima difesa e parla di “pena sproporzionata”. Mi chiedo come sia possibile che nessuno le abbia sussurrato all’orecchio che il reato di omicidio volontario semplice è punito dalla legge con pena “non inferiore ad anni 21”. Qui gli omicidi volontari sono due, più un tentato omicidio. Possibile che si continui, anche da parte chi ha la responsabilità istituzionale di guidare il paese, e con essa il dovere di spiegare ai cittadini la forza e le ragioni della legge proprio quando è più difficile che esse vengano comprese, a lamentare la presunta, mancata considerazione da parte dei giudici dello stato d’animo del Roggero sconvolto dalla ingiuria subita, quando basta leggere la sentenza per comprendere che i giudici invece lo hanno fatto al massimo delle possibilità consentite, concedendo sia le attenuanti generiche (prima diminuzione di un terzo della pena) che l’attenuante della provocazione, cioè dell’aver agito in modo incontrollato a causa dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui (secondo abbattimento di un terzo della pena)? La pena sarebbe dunque sproporzionata rispetto a cosa, presidente Meloni? 14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato, è la pena minima irrogabile, è una pena mite e – aggiungo – giustamente e sacrosantamente mite. Poteva avere di meno, Roggero? Sissignore, avrebbe potuto vedere diminuita ulteriormente di un terzo la pena, se avesse scelto di procedere con rito abbreviato (l’omicidio semplice non è ostativo). Non lo ha fatto e avrà avuto le sue ottime ragioni, che magari vorrà raccontarci se crede, ma se Roggero non ha avuto una pena ancora più mite ( a quel punto inferiore ai 10 anni) è stato per una sua scelta processuale; quel che è certo è che i giudici hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano fare. Quale norma si vorrebbe cambiare, in questa corsa frenetica a chi la spara più grossa per ingraziarsi “la Bestia” social: diminuire la pena minima per l’omicidio? Prevederne pene diverse se l’omicida è ultra settantenne? Mi chiedo allora come sia possibile alimentare, con tale irresponsabile insistenza, le pulsioni peggiori del paese, dell’animo umano, delle nostre viscere. Si discuta semmai – ve ne è tutto il tempo – del tema risarcitorio. Qui sì, è giusto attendersi dal giudice civile una doverosa considerazione del fatto che i richiedenti il risarcimento hanno concorso in modo decisivo, con azione violenta e illecita, all’innesco della catena causale che ha condotto all’omicidio. Pensare addirittura di eliminare il diritto al risarcimento dei danni, come previsto dall’ennesimo decreto sicurezza, pare a me uno sproposito destinato a sopravvivere il tempo di qualche mese alla mannaia della Corte costituzionale; attendersi invece dal giudice una liquidazione dei danni severamente contenuta pare a me conforme ai più elementari sentimenti di giustizia. Perciò è giusto sentirsi ed essere vicini alla famiglia Roggero, così come è giusto dire a gran voce che i giudici (soprattutto del secondo grado) hanno tenuto in considerazione la tragedia vissuta e interpretata da quest’uomo con la massima considerazione che la legge consentisse loro. Per il resto, Ulisse, il nostro eroe, che fa strage dei maledetti Proci, continuiamo ad amarlo senza riserve e senza freni, ma preferiamo vederlo solo al cinema.