domenica 18 gennaio 2026

Il bullo americano

Stefano Stefanini
Un pretesto per metterci in ginocchio. L'Europa ora deve sfidare il bluff

La Stampa, 18 gennaio 2026

Pur di prendersi la Groenlandia Donald Trump mette in ginocchio l’Europa – o, viceversa, la Groenlandia gli offre il pretesto per mettere in ginocchio l’Europa. I dazi annunciati su otto alleati europei sono uno schiaffo brutale. Le motivazioni sono puerili e storicamente false. Ma mettendo a parte sdegno – certamente legittimo nelle proteste di piazza, specie dei cittadini danesi e groenlandesi attaccati nella sovranità nazionale – i governi europei devono fare un doppio ragionamento. Rapido ma non precipitoso. Ci sono due settimane di tempo prima che le tariffe entrino in vigore.

Il 47mo Presidente degli Stati Uniti ha fatto delle sue pretese sulla Groenlandia una prova di forza. Lasciamo perdere il diritto internazionale e tre quarti di secolo di solidarietà atlantica che gli danno torto marcio. Per Donald e i suoi fedeli non contano. Se è una prova di forza l’Europa deve avere la forza di affrontarla non sottrarvisi. Scoprirà che in questa vicenda Trump è molto meno forte di quanto non faccia mostra di essere. Il ricorso ai dazi nasconde una mano debole. Come il giocatore di poker in bluff che cerca di portare a casa il piatto rilanciando.

La prima considerazione è di metodo. Occorre pensare alla risposta più efficace per opporsi a questa prevaricazione senza più illusioni di blandizie per allontanarla. Non funzionano. Del resto, è provato che con I teppisti di quartiere la remissività non paga.

Ci avevano appena provato danesi e groenlandesi, andati a Washington per cercare un compromesso che, facendo salva sovranità e autodeterminazione dell’isola, soddisfacesse le richieste americane di messa in sicurezza – da rischi in parte già affrontati nei piani difensivi della Nato o non ancora materializzati, vedi sommergibili cinesi – e di accesso alle risorse minerarie ed energetiche dell’isola. Non sappiamo cosa offrissero. Certo non si sono presentati a mani vuote ad un colloquio al quale partecipava, oltre la controparte fisiologica, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Vice-Presidente JD Vance. La cui presenza segnalava quanto l’amministrazione Trump abbia fatto della Groenlandia una questione prioritaria. Ma quale che fosse l’offerta manteneva la linea rossa della sovranità danese. Quindi non bastava: Trump vuole la “proprietà” dell’isola. E dopo appena un paio di giorni è tornato alla carica. Tirando fuori dal cappello i dazi contro Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia colpevoli di inviare pattuglie militari per partecipare ad un’esercitazione militare danese. 10% dal 1mo febbraio, 25% dal 1mo giugno “fino al momento in cui non verrà raggiunto un accordo per l'acquisto completo e totale della Groenlandia” – diktat altro che art of the deal.

Per Trump i dazi sono l’arma multiuso – finche’ glielo permette la Corte Suprema – con proiettile in canna. Ma fino a quarantott’ore fa’ non ne aveva parlato. Il ricatto era un altro: se devo scegliere fra Groenlandia e Nato, scelgo la Groenlandia. Corollario: dato che gli europei hanno bisogno della Nato, molleranno la Groenlandia, tanto peggio per la Danimarca. Senonché l’arma “abbandono della Nato” è spuntata. Per un semplice motivo: agli Stati Uniti la Nato serve ancora, forse non come ai tempi della guerra fredda – la narrativa trumpiana dimentica completamente e convenientemente che l’Alleanza Atlantica nasce per iniziativa Usa ai fini del loro rafforzamento strategico-militare in Europa, dall’Artico al Mediterraneo – ma con una rete di 31 basi permanenti, 19 altre installazioni militari e quasi 70mila unità in servizio.

Serve perché questa presenza non fa solo da deterrente alla Russia, a protezione dell’Europa, ma sostiene la proiezione Usa in Medio Oriente, vedi Iran e Golfo. Serve per i sistemi Aegis dislocati in Romania, Polonia, Spagna (base navale di Rota) a protezione missilistica del territorio Usa. Conclusione: forse anche per Trump la fine della Nato è un prezzo troppo alto per l’acquisto della Groenlandia. Che ci sia arrivato da solo o qualche testa pensante al Pentagono o alla Cia – ce ne sono ancora anche se specie in estinzione – sia riuscita a convincerlo non ha importanza. Ecco, quindi, che Donald passa all’arma di riserva, i dazi che lo hanno servito egregiamente in passato.

Ma, seconda considerazione per le capitali europee, ripiegando sui dazi in quanto con Nato e sicurezza gioca su sabbie mobili Trump da prova di debolezza non di forza. Con cui però, pur debole, punta ora a un risultato strategico ben più grosso della Groenlandia: spaccare l’Europa. Ci vuole poco. Questa volta i Paesi europei colpiti dai dazi non possono subirli passivamente e negoziare - cosa? La cessione della Groenlandia? Devono rispondere con contromisure – contro-dazi o altre misure punitive di interessi Usa. Sono decisioni nazionali per il Regno Unito; dell’intera Unione europea per il resto. In questo frangente la coesione e’ essenziale.

Nella risposta a Trump l’Ue deve avere a bordo anche i Paesi non colpiti da quest’ultima bordata di dazi. Italia compresa. Altrimenti regaliamo a Donald un premio ancor più gradito del fittizio Nobel regalatogli immeritatamente da Machado: la divisione dell’Europa. Per la gioia anche di Vladimir Putin e Xi Jinping.

Nessun commento:

Posta un commento