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venerdì 17 aprile 2026

David Hume filosofo

 

David Hume, il rivoluzionario

Biografie intellettuali. Nel suo libro Eugenio Lecaldano dimostra come sperimentalismo, naturalismo e scetticismo ritrovassero nel filosofo quell’armonia che era alla base della sua ricerca

Gianni Paganini
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

Esistono rivoluzioni in filosofia? Il bel libro di Eugenio Lecandano su David Hume filosofo europeo dimostra con eleganza che una filosofia può spezzare paradigmi inveterati, senza ricorrere a forme oracolari, proclami di battaglia o formule apodittiche come quelle a cui ci hanno abituato (purtroppo) gli ultimi decenni.

Fu con la baldanza giovanile dei venti anni che Hume propose con pacate argomentazioni un’alternativa empiristica alle tradizionali metafisiche a priori, sostituendole con la scienza o geometria o anatomia della mente umana, con «l’applicazione sperimentale alla ricerca naturale», secondo il metodo newtoniano. Questa scienza diventava così la «capitale» da cui dipendevano tutte le altre province filosofiche: matematica, logica, critica, teoria della conoscenza, morale, politica, ma anche religione naturale. Era una metafisica di tipo nuovo, con ambizioni più limitate e e tuttavia procedeva a stabilire principi che avrebbero hanno retto la filosofia degli ultimi trecento anni (e ancora): il principio di verificazione o copy principle, per cui un’idea è solo copia di un’impressione, o in termini più aggiornati (dopo Popper) ogni falsificazione viene da dati indipendenti dalla teoria; i principi di associazione che combinano fra loro idee simili formando il «cemento dell’universo»; la cosidetta «legge di Hume> per cui da un enunciato descrittivo non si può ricavare un enunciato prescrittivo, e molti altri ancora.

Alcuni, già tra i contemporanei, accusarono Hume di mero scetticismo e di non essere andato oltre la pars destruens. In realtà, a differenza degli scettici antichi, Hume capì per primo che il problema non stava nel fenomeno o apparenza, bensì nella credenza (belief), l’idea vivace unita a un’impressione presente, che ci porta istintivamente, a «credere» al di là del fenomeno. Ne catalogò tre gruppi fondamentali: la credenza nella causalità e nel potere efficace delle cause; la credenza nell’esistenza indipendente e continua degli oggetti; la credenza nella permanenza e stabilità dell’io. Su ciascuno di questi punti gli argomenti di Hume contribuirono a destrutturare quel tessuto di credenze non giustificate razionalmente su cui pure basiamo la nostra vita di ogni giorno. Non c’è possibilità di dimostrazione razionale a priori di nessuna di questa credenza: secondo il celebre esempio portato nell’Estratto del Trattato, il primo Adamo che si fosse accostato a un tavolo da bigliardo non potrebbe potuto sapere a priori se la palla colpita sarebbe rimasta ferma o no. Solo l’esperienza avrebbe potuto sciogliere il dilemma e soprattutto il custom (l’abitudine) formerebbe sequenze di regolarità sempre più affinate ma mai definitive.

Hume stesso confessò che quello era il «peggior paradosso» che uno scettico avrebbe potuto presentare e infinite serie di razionalisti (leibniziani in primis), sostennero scandalizzati che il mondo di Hume, mancando del principio di ragion sufficiente, era assolutamente caotico e inconcepibile: qualunque cosa avrebbe potuto nascere da qualsiasi altra. Dimenticavano però una clausola determinante: lo “scandalo” è tale solo prima dell’esperienza o a priori, cioè la regolarità non è dettata da un principio razionale antecedente ma dall’esperienza che si perfeziona gradualmente.

Dopo aver demolito passo passo le certezze razionalistiche del secolo precedente, Hume era tuttavia consapevole che uno scetticismo totale o pirroniano (come si diceva all’epoca) non poteva essere vissuto nella realtà : «nessuno mai, né io né altri, è stato sinceramente e costantemente di questa opinione». A che pro allora tanta sottigliezza di analisi critica? Sarebbe sbagliato – riteneva - rigettare di colpo e senza esame tutti questi argomenti: non solo essi potevano essere sostituiti da uno scetticismo più «modesto» o «accademico» (cosa che avvenne nelle Ricerche sull’intelletto umano), ma di fatto non potevano essere aboliti pena l’estinzione della stessa filosofia. Mentre gli antichi avevano mirato all’atarassia (tranquillità della mente che non si compromette con i dogmatismi e ad essi oppone l’epoché: sospensione del giudizio), Hume aveva invece capito che una vita senza credenze è di fatto invivibile e che un equilibrio può essere raggiunto solo attraverso una dinamica della mente che di continuo gioca la ragione contro i sensi, l’immaginazione contro le percezioni, le passioni contro le argomentazioni, abitudini contro eccezioni ecc. Per questo, lo scetticismo humeano sempre contribuisce a frenare la tendenza spontanea degli istinti, a controllare i pregiudizi, a misurare le probabilità quando mancano le prove, a escludere dall’esame le materie che non sono alla portata dell’uomo (dal finalismo ingenuo alla superstizione, dalle credenze nell’aldilà al dogmatismo religioso). Con una formula felice, Annette Baier ha chiamato il procedimento di Hume un concetto riflessivo di razionalità, una revisione della mente da parte dell’intera mente. Con una formula simile, Don Garrett lo ha definito un’abilità ad accertare le relazioni tra idee più la proiezione associativa di regolarità da osservare. Il modello humeano è più complesso e articolato di quanto i suoi critici hanno creduto.

Con insolita irruenza Bertrand Russell ha scritto che l’irrazionalismo dell’Otto e del Novecento è nato dalla distruzione dell’empirismo operata da Hume. Bisogna dire che dopo il risveglio popperiano dal sogno induttivistico, dopo la caduta dei due dogmi dell’empirismo ad opera di Quine, dopo la svolta paradigmatica di Kuhn e quella dei programmi di ricerca di Lakatos, l’empirismo, malgrado le ferite e gli acciacchi, non se la passa ancora troppo male e accompagna (anche se non più guida) il progresso verso una migliore comprensione del mondo e un più efficace miglioramento della felicità umana.

Guardando all’Italia, si può dire che i semi piantanti da «l’umanesimo illuministico» di Mario Dal Pra, dallo «scetticismo illuministico» di Antonio Santucci o dalla lettura politica di Giuseppe Giarrizzo hanno continuato a dare buoni frutti. Con il libro di Lecaldano disponiamo oggi di una biografia intellettuale eccellente. Con il suo bel libro, sperimentalismo, naturalismo sentimentalistico e scetticismo critico ritrovano quell’armonia e collaborazione che erano alla base della ricerca di Hume e che ne rappresentano il filo conduttore.

Eugenio Lecaldano
David Hume Filosofo Europeo. Una vita di ricerca
Carocci Editore, pagg. 422, € 30

giovedì 29 gennaio 2026

Iran. La tensione al top


Nello Scavo 
L'Armata di Trump, le minacce degli ayatollah: in Iran la tensione è di nuovo alle stelle

Avvenire, 29 gennaio 2026

La resa dei conti con l’Iran resta una questione di ore, ma soprattutto di parole. In pubblico i leader si scambiano minacce di apocalisse; dietro le quinte misurano margini ormai ridotti per una soluzione diplomatica che appare più evocata che realmente perseguita. Da Teheran si leva la consueta retorica della sfida, mentre a Washington il segretario di Stato Marco Rubio prova a riportare il confronto su un terreno di calcolo e prudenza. «Nessuno sa» chi prenderebbe il potere in Iran se Ali Khamenei venisse rimosso, ha ammesso davanti alla commissione Esteri del Senato, definendo uno scenario del genere «molto più complesso» di quello venezuelano e bisognoso di una riflessione «molto attenta». Parole che contrastano con i toni di Donald Trump, tornato su Truth a ribadire che il tempo per «sedersi al tavolo» sul nucleare «sta per scadere» e che «il prossimo attacco sarà molto peggio» di quello di giugno. Da Teheran, un alto consigliere della guida suprema ha avvertito che «qualsiasi azione militare» americana «scatenerà una rappresaglia non solo contro obiettivi statunitensi e israeliani, ma contro qualsiasi nazione che li sostenga», mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi insiste nel rivendicare un dialogo «basato sul rispetto e sugli interessi reciproci», accompagnato però dall’avvertimento che le forze armate iraniane hanno «il dito sul grilletto».
Diverse fonti israeliane riferiscono che Trump stia valutando un’operazione ampia, non limitata a colpire infrastrutture, ma orientata a disarcionare il vertice degli ayatollah e favorire una transizione. I telegiornali regionali rilanciano il messaggio di Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema, secondo cui «qualsiasi azione militare americana sarà considerata l’inizio di una guerra» e riceverà una risposta «immediata e senza precedenti», diretta «al cuore di Tel Aviv». Sul fronte opposto, la minaccia americana prende una forma sempre più concreta. «Una massiccia Armada si sta dirigendo verso l’Iran», ha scritto Trump, descrivendo una flotta «più grande» di quella inviata in Venezuela, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln e pronta ad agire «con velocità e violenza, se necessario». Rubio ha cercato di ricondurre il dispiegamento a una logica di autodifesa, parlando della necessità di «posizionare risorse» per proteggere personale e alleati da possibili attacchi iraniani, ma ha anche sottolineato come l’Iran sia «più debole che mai», stretto da un’economia al collasso e da tensioni sociali destinate, a suo avviso, a riemergere. In Europa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «i giorni della Repubblica islamica sono contati», mentre a Bruxelles si discute un inasprimento delle sanzioni e, su impulso italiano, l’eventuale inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue. Pechino, per bocca dell’ambasciatore all’Onu Fu Cong, ha messo in guardia il Consiglio di Sicurezza contro ogni «avventurismo militare», invitando a non «gettare benzina sul fuoco». Più misurato, ma non meno significativo, il monito del Cremlino, tradizionale alleato di Teheran, mentre l’Iran ha diffidato i Paesi arabi vicini dal concedere basi per eventuali attacchi Usa.
Fonti di intelligence assicurano che lo schieramento americano nella regione sia ormai pronto e che una serie di obiettivi — dai siti militari ai centri di potere dei pasdaran — sia già nel mirino. Nel Golfo opera il gruppo d’attacco della Abraham Lincoln, affiancato da tre cacciatorpediniere, sei navi da guerra e aerei stealth F-35C; la Bbc segnala inoltre l’arrivo di caccia F-15, decine di aerei cargo e rifornitori, oltre a droni e velivoli spia osservati nei pressi dello spazio aereo iraniano. Secondo analisti occidentali, parte di questi assetti trasporterebbe sistemi aggiuntivi di difesa aerea, a conferma della volontà di proteggere basi e alleati da ritorsioni. Anche Londra ha inviato uno squadrone di Typhoon «per rafforzare la sicurezza regionale». Sul tavolo della Casa Bianca restano diverse opzioni: colpire infrastrutture militari, indebolire l’apparato repressivo interno o tentare una decapitazione della leadership, la scelta più rischiosa e imprevedibile. Araghchi continua a richiamare la disponibilità iraniana a un «accordo nucleare equo» che garantisca «l’assenza di armi atomiche», ma dopo migliaia di morti nelle repressioni interne e decine di migliaia di arresti, la promessa di fermare l’arricchimento dell’uranio potrebbe non bastare più. L’Italia, intanto, ha ordinato l’evacuazione del personale non indispensabile dalla sua ambasciata a Teheran. Come se non bastasse, il regime deve fronteggiare anche una nuova emergenza interna: un terremoto di magnitudo 4,1 ha colpito l’Iran centro-meridionale e il blocco delle comunicazioni rende impossibile sapere se vi siano vittime. In un Paese sospeso tra minaccia esterna e fragilità interna, la diplomazia sembra arretrare, mentre la forza armata avanza, silenziosa e già schierata.

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domenica 1 giugno 2014

Edgar Morin, I miei autori

Edgar Morin
Ho imparato da Dostoevskij la lotta tra fede e dubbio
Il filosofo e sociologo francese racconta le letture che hanno accompagnato la sua formazione: nell’autore dei Karamazov le instabilità profonde dell’identità

La Stampa, 1 giugno 2014

... L’altro aspetto di me stesso, che viene dall’aspirazione sempre rinnovata di ritrovare l’integrazione in una sostanza materna infinita, oceanica, mi spingerà non solo verso tutto ciò che esprime il romanticismo, ma anche verso la ricerca della fede, dell’effusione, della comunione. Così, avendo perduto mia madre, ho cercato di ritrovare altrove, in modo diverso, la comunione oceanica, ma allo stesso tempo ho sempre custodito in me il sentimento dell’irreparabile, della perdita e del disastro; il dubbio è rimasto incrostato in fondo a me stesso, sia per l’esperienza della morte e del non ritorno della madre, sia per il debole imprinting culturale nel mio spirito, da cui l’impossibilità, malgrado gli sforzi, di credere nella religione della salvezza (il cristianesimo).
Conflitto sempre vissuto, mai superato, tra fede e dubbio, e sempre nutrito dai libri. Da qui la mia fascinazione per gli autori che hanno vissuto più intensamente questo conflitto (Pascal, Dostoevskij), per i filosofi che in fondo non lo sopprimono mai (Eraclito, Hegel, e anche Marx), e anche la mia attrazione irresistibile per il dubbio fondamentale (Montaigne) ma allo stesso tempo per lo slancio fondamentale oltre il dubbio e la ragione (Rousseau). Sono stato segnato da ciò di cui avevo sete.
Parlerò quindi innanzi tutto di qualcuno di questi autori, che sono per me fondamentali, non solo perché riguardano quello che c’è di fondamentale in me, ma perché li ho conosciuti nell’età stessa in cui le letture possono nutrire e segnare nel profondo l’intelligenza, l’anima e l’essere tutto intero. Cito in primo luogo Dostoevskij. Sono sicuramente stato segnato da Resurrezione di Tolstoj, da Padri e figli di Turgenev, dai racconti tristi e nostalgici della Steppa e da Zio Vanja di Cechov, e nei primi decenni sono stato sconvolto da Divisione cancro, Il primo cerchio e La casa di Matrjona di Solzenicyn, e dal dantesco Vita e destino di Grossman, scrittore «medio» che diventa sublime nel momento in cui s’immerge a Stalingrado, e percepisce con una giustezza visionaria come Stalingrado sia al tempo stesso la più grande vittoria e la più grande sconfitta dell’umanità, e susciti una scena terribilmente grandiosa come quella del grande inquisitore ad Auschwitz, tra un giovane capo SS e un deportato comunista.
Ma quello che per me resta il più presente, il più intimo, è Dostoevskji. Dmitrij, Ivan e Alëša Karamazov, Stavrogin e gli altri eroi dei Demoni, Raskolnikov non mi hanno mai lasciato. Nessun altro ha portato altrettanto senso della sofferenza, della tragedia, della derisione, del delirio propriamente umano (e non avrei proposto l’idea di Homo sapiens-demens come nozione chiave del mio Paradigma perduto se questo sentimento così profondo dell’indistinguibilità tra follia e ragione nell’essere umano non fosse stato di continuo rigenerato dagli scrittori e soprattutto dal ricordo di Dostoevskij).
Senza dubbio trovavo nei Fratelli Karamazov gli eroi che corrispondevano a vocazioni profonde e contraddittorie del mio essere, come nella maggior parte di noi. Ma ciò che trovavo soprattutto, nell’intera opera di Dostoevskij, più acuto, più intenso, più doloroso e violento che in qualsiasi altro autore, compresi gli altri russi, è il senso della sofferenza, è la pietà infinita e stravolta per questa sofferenza, il tormento delle anime straziate, le instabilità profonde dell’identità, i momenti di verità dell’amore, l’insondabile mistero degli esseri e della vita. Il mio primo sentimento filosofico (se oso usare questa parola) mi è venuto da Dostoevskij: l’idea prioritaria che bisogna avere compassione per la sofferenza. Quello che sentivo in lui non è tanto il fatto che fosse un ex rivoluzionario diventato tradizionalista, un ex occidentalista diventato slavofilo, ma il persistere corrosivo, nel secondo Dostoevskij, del dubbio, del nihilismo, e la lotta furiosa, disperata tra la fede e il dubbio, la lotta che in me non è mai cessata tra la speranza e la disperazione. E io oggi so che le più grandi menti europee sono quelle che non hanno smesso di vivere interiormente un conflitto fondamentale, un antagonismo irriducibile; anche quando hanno apertamente scelto un partito contro l’altro, quest’ultimo lavora in modo sotterraneo, ma attivamente, all’interno del primo.

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Morin, Edgar. - Sociologo e filosofo francese (n. Parigi 1921), direttore del Centre de communication de masse del Centre national de la recherche scientifique (1950-89; emerito dal 2002). Si è occupato dei problemi delle scienze umane, ispirandosi alle tesi di Hegel, Marx, Freud. Particolarmente interessanti le sue ricerche sulla sociologia dei film. Ha fondato nel 1967 la rivista Communications. Nel 1998 è stato nominato presidente del comitato scientifico per la riforma dei saperi nelle scuole secondarie superiori dal ministro dell'Istruzione francese C. Allègre. Opere principali: L'an zéro de l'Allemagne (1946); L'homme et la mort dans l'histoire (1951; trad. it. 1980); Le cinéma ou l'homme imaginaire (1956; 3a ed. 1978; trad. it. 1982); Les stars (1957); Autocritique (1959); L'esprit du temps (1962; trad. it. L'industria culturale, 1974); Introduction à une politique de l'homme (1965); Commune en France (1967); Mai 1968: La Brèche (in collab., 1968); Le paradigme perdu: la nature humaine (1973; trad. it. 1974); La méthode (2 voll., 1977-81); Mais (1978); Pour sortir du vingtième siècle (1981); Science avec conscience (1982; trad. it. 1988); De la nature de l'Urss (1983; trad. it. 1989); Penser l'Europe (1987; trad. it. 1990); Terre-Patrie (1993; trad. it. 1994); Mes démons (1994; trad. it. 1999); Les fratricides (1996; trad. it. 1997); Amour poésie sagesse (1997; trad. it. 1999); La tête bien faite (1999; trad. it. 2000); Les sept savoirs nécessaires à l'éducation du futur (2000; trad. it. 2001); La violence du monde (con J. Baudrillard, 2003); Le monde moderne et la question juive (2006); Comment vivre en temps de crise? (con P. Viveret, 2010); Le chemin de l'espérance (con S. Hessel, 2011); La voie. Pour l'avenir de l'humanité (2011; trad. it. 2012); La nostra Europa (con M. Ceruti, 2013); il testo autobiografico Mon Paris, ma mémoire (2013; trad. it. 2013).Cavaliere della Legion d'onore, è stato insignito del premio europeo Charles Veillon (1987) e del premio internazionale Viareggio-Versilia (1989, con il volume La connaissance de la connaissance del 1986; trad. it. 1988). Nel 1994 gli è stato assegnato il Premio Internacional de Catalunya. (Treccani)

http://www.rickdeckard.net/2013/01/13/edgar-morin-filosofia-della-complessit%C3%A0/

domenica 24 febbraio 2013

Ciò che resta dell'intellettuale

David Bidussa recensisce Rino Genovese, Il destino dell'intellettuale, Manifestolibri, Roma 2013

...Consumata la stagione dell'intellettuale che si fa militante, finita la fase dell'intellettuale fiancheggiatore, si ripropone la questione della funzione dell'intellettuale. Intellettuale è colui che è in grado di porre domande non solo scomode "a chiunque", ma prima di tutto alla sua parte, alla parte a cui sente di appartenere e con cui consuma un disagio. E' questo un intellettuale che nel corso del Novecento non ha avuto molto spazio, ma che ha avuto una funzione che oggi ci manca. E' quella figura che in parte è rappresentata dal radicalismo culturale degli anni Dieci e Venti [e] da figure di "irriducibili" come Bertrand Russell, Victor Serge, Hannah Arendt, Leonardo Sciascia. Una dimensione in cui è fondamentale la capacità di essere in solitudine, che si origina non dalla "ortodossia" ma dalla delusione senza, peraltro, cedere al pessimismo. Una condizione che Camus ha perfettamente descritto nel suo Il mito di Sisifo, e dove la propria funzione pubblica è pensata in termini di proposta del dubbio, più che di ricerca del consenso o della claque.

Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2013, p. 26.