David Hume, il rivoluzionario
Biografie intellettuali. Nel suo libro Eugenio Lecaldano dimostra come sperimentalismo, naturalismo e scetticismo ritrovassero nel filosofo quell’armonia che era alla base della sua ricerca
Gianni
Paganini
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026
Esistono rivoluzioni in filosofia? Il bel libro di Eugenio Lecandano su David Hume filosofo europeo dimostra con eleganza che una filosofia può spezzare paradigmi inveterati, senza ricorrere a forme oracolari, proclami di battaglia o formule apodittiche come quelle a cui ci hanno abituato (purtroppo) gli ultimi decenni.
Fu con la baldanza giovanile dei venti anni che Hume propose con pacate argomentazioni un’alternativa empiristica alle tradizionali metafisiche a priori, sostituendole con la scienza o geometria o anatomia della mente umana, con «l’applicazione sperimentale alla ricerca naturale», secondo il metodo newtoniano. Questa scienza diventava così la «capitale» da cui dipendevano tutte le altre province filosofiche: matematica, logica, critica, teoria della conoscenza, morale, politica, ma anche religione naturale. Era una metafisica di tipo nuovo, con ambizioni più limitate e e tuttavia procedeva a stabilire principi che avrebbero hanno retto la filosofia degli ultimi trecento anni (e ancora): il principio di verificazione o copy principle, per cui un’idea è solo copia di un’impressione, o in termini più aggiornati (dopo Popper) ogni falsificazione viene da dati indipendenti dalla teoria; i principi di associazione che combinano fra loro idee simili formando il «cemento dell’universo»; la cosidetta «legge di Hume> per cui da un enunciato descrittivo non si può ricavare un enunciato prescrittivo, e molti altri ancora.
Alcuni, già tra i contemporanei, accusarono Hume di mero scetticismo e di non essere andato oltre la pars destruens. In realtà, a differenza degli scettici antichi, Hume capì per primo che il problema non stava nel fenomeno o apparenza, bensì nella credenza (belief), l’idea vivace unita a un’impressione presente, che ci porta istintivamente, a «credere» al di là del fenomeno. Ne catalogò tre gruppi fondamentali: la credenza nella causalità e nel potere efficace delle cause; la credenza nell’esistenza indipendente e continua degli oggetti; la credenza nella permanenza e stabilità dell’io. Su ciascuno di questi punti gli argomenti di Hume contribuirono a destrutturare quel tessuto di credenze non giustificate razionalmente su cui pure basiamo la nostra vita di ogni giorno. Non c’è possibilità di dimostrazione razionale a priori di nessuna di questa credenza: secondo il celebre esempio portato nell’Estratto del Trattato, il primo Adamo che si fosse accostato a un tavolo da bigliardo non potrebbe potuto sapere a priori se la palla colpita sarebbe rimasta ferma o no. Solo l’esperienza avrebbe potuto sciogliere il dilemma e soprattutto il custom (l’abitudine) formerebbe sequenze di regolarità sempre più affinate ma mai definitive.
Hume stesso confessò che quello era il «peggior paradosso» che uno scettico avrebbe potuto presentare e infinite serie di razionalisti (leibniziani in primis), sostennero scandalizzati che il mondo di Hume, mancando del principio di ragion sufficiente, era assolutamente caotico e inconcepibile: qualunque cosa avrebbe potuto nascere da qualsiasi altra. Dimenticavano però una clausola determinante: lo “scandalo” è tale solo prima dell’esperienza o a priori, cioè la regolarità non è dettata da un principio razionale antecedente ma dall’esperienza che si perfeziona gradualmente.
Dopo aver demolito passo passo le certezze razionalistiche del secolo precedente, Hume era tuttavia consapevole che uno scetticismo totale o pirroniano (come si diceva all’epoca) non poteva essere vissuto nella realtà : «nessuno mai, né io né altri, è stato sinceramente e costantemente di questa opinione». A che pro allora tanta sottigliezza di analisi critica? Sarebbe sbagliato – riteneva - rigettare di colpo e senza esame tutti questi argomenti: non solo essi potevano essere sostituiti da uno scetticismo più «modesto» o «accademico» (cosa che avvenne nelle Ricerche sull’intelletto umano), ma di fatto non potevano essere aboliti pena l’estinzione della stessa filosofia. Mentre gli antichi avevano mirato all’atarassia (tranquillità della mente che non si compromette con i dogmatismi e ad essi oppone l’epoché: sospensione del giudizio), Hume aveva invece capito che una vita senza credenze è di fatto invivibile e che un equilibrio può essere raggiunto solo attraverso una dinamica della mente che di continuo gioca la ragione contro i sensi, l’immaginazione contro le percezioni, le passioni contro le argomentazioni, abitudini contro eccezioni ecc. Per questo, lo scetticismo humeano sempre contribuisce a frenare la tendenza spontanea degli istinti, a controllare i pregiudizi, a misurare le probabilità quando mancano le prove, a escludere dall’esame le materie che non sono alla portata dell’uomo (dal finalismo ingenuo alla superstizione, dalle credenze nell’aldilà al dogmatismo religioso). Con una formula felice, Annette Baier ha chiamato il procedimento di Hume un concetto riflessivo di razionalità, una revisione della mente da parte dell’intera mente. Con una formula simile, Don Garrett lo ha definito un’abilità ad accertare le relazioni tra idee più la proiezione associativa di regolarità da osservare. Il modello humeano è più complesso e articolato di quanto i suoi critici hanno creduto.
Con insolita irruenza Bertrand Russell ha scritto che l’irrazionalismo dell’Otto e del Novecento è nato dalla distruzione dell’empirismo operata da Hume. Bisogna dire che dopo il risveglio popperiano dal sogno induttivistico, dopo la caduta dei due dogmi dell’empirismo ad opera di Quine, dopo la svolta paradigmatica di Kuhn e quella dei programmi di ricerca di Lakatos, l’empirismo, malgrado le ferite e gli acciacchi, non se la passa ancora troppo male e accompagna (anche se non più guida) il progresso verso una migliore comprensione del mondo e un più efficace miglioramento della felicità umana.
Guardando all’Italia, si può dire che i semi piantanti da «l’umanesimo illuministico» di Mario Dal Pra, dallo «scetticismo illuministico» di Antonio Santucci o dalla lettura politica di Giuseppe Giarrizzo hanno continuato a dare buoni frutti. Con il libro di Lecaldano disponiamo oggi di una biografia intellettuale eccellente. Con il suo bel libro, sperimentalismo, naturalismo sentimentalistico e scetticismo critico ritrovano quell’armonia e collaborazione che erano alla base della ricerca di Hume e che ne rappresentano il filo conduttore.
Eugenio
Lecaldano
David
Hume Filosofo Europeo.
Una vita di ricerca
Carocci
Editore, pagg.
422, € 30

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