domenica 27 settembre 2026

Hobbes visionario

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti
Hobbes, un analista militante che ci interroga

il manifesto, 27 settembre 2026

E’ frequente nel citare Thomas Hobbes (1588-1679) un semplicistico accoppiamento: come avviene quando s’individua Niccolò Machiavelli quale autore dell’opuscolo sul Principe, il nome del filosofo di Malmesbury si associa all’opera sua più diffusa: il Leviathan. Il pernicioso effetto di questa divulgazione ha indotto a sottovalutare la rigogliosa produzione di scritti dell’uno e dell’altro. In particolare Hobbes ha indossato a lungo l’abito del teorico per eccellenza dell’assolutismo statuale e fu quasi degradato a epigono di Francis Bacon, che pure aveva esercitato una forte influenza nella sua formazione. C’è tuttora chi attribuisce al filosofo inglese una dimensione univocamente politica, non tenendo conto della sua varietà di interessi. L’enorme bibliografia su di lui accumulata ha favorito controversie e unilateralità. Spesso è stato piegato a un uso propagandistico in sintonia o in contrapposizione con le travagliate vicende dei tempi.

È da accogliere, quindi, con favore la nascita dell’Archivio Thomas Hobbes diretto da Carlo Altini, tra i sommi esperti di un protagonista nell’analisi delle forme di potere tipiche del XVII secolo. Giovandosi di risorse materiali e collaborazioni su scala europea, e non solo, l’Archivio sta pubblicando presso l’editore fiorentino Olschki, una collana di «Testi e studi» in grado di promuovere una conoscenza estesa di Hobbes e restituirgli una statura fino a oggi poco esplorata nelle sue molteplici direzioni. Da un lato vengono sfornate nuove traduzioni con eccellenti commenti di testi meno noti, dall’altro saggi che offrono sollecitanti interpretazioni. Tra i quattro titoli finora usciti, i due più recenti esemplificano le diversità dell’approccio a Hobbes sia da testi classici non sufficientemente a portata di mano che da lavori di giovani ricercatori e ricercatrici.

Del sociologo tedesco Ferdinand Tönnies (1855-1936) appare in italiano per la prima volta, a cura di Giovanni Cerro, la terza edizione (Stoccarda 1925) della monografia Thomas Hobbes. La vita e il pensiero (Olschki, pp. XXIV-338, € 39,00). Notevolmente accresciuta rispetto alle due precedenti (1896 e 1912), essa avviò su Hobbes una vera e propria storiografia critica collocandolo sulla linea di confine tra l’accanita difesa delle dottrine aristoteliche e scolastiche e l’inizio della moderna civilizzazione europea, tra chi si ostinava a rafforzare le tradizioni monarchiche e quanti gettavano le basi della prospettiva illuministica. Al contrario di Rousseau, egli credeva che nella mitica società primitiva dominasse negli individui reciproca violenza e guerra continua. Sarebbe spettato alla cultura civile, da costruire in mutevoli forme, assicurare protezione e pace, pervenendo a un sistema definito e universale mediante un patto con cui realizzare una sovranità garante di diritti comuni e di concordi relazioni.

Per disegnare questa difficile utopia egli riteneva necessario estendere le conquiste della visione meccanicistica e materialista, affermatesi in ambito scientifico, all’unitario corpo artificiale fatto dai singoli corpi e dai movimenti che li agitavano. Materialismo e meccanicismo si fondevano tagliando nettamente con un passato decrepito e smentito dai fatti. Così Hobbes fu all’origine del contrattualismo sviluppatosi nell’età illuministica ed esaltò la legittimità di un potere assoluto, esente da opposte fazioni. A capo di questo corpo doveva insediarsi il portatore di una indiscussa sovranità oppure – alternativa che viene per lo più taciuta in mutili esposizioni della sua dottrina – un’assemblea, non però divisa in posizioni antagonistiche.

L’importanza della monografia di Tönnies si rileva in passaggi biografici prima di allora non lumeggiati: evidenzia la sua formazione umanistica entusiasta di Tucidide e il peso decisivo dell’esperienza accumulata nei suoi viaggi da cui traeva, un po’ come Tocqueville, elementi funzionali alle sue finalità. Le tappe toccate dal Grand Tour, in compagnia di William Cavendish, membro di una famiglia che fu munifica protettrice per il curioso filosofo naturale, non furono occasione mondane. Nel terzo di questi programmati viaggi s’inoltrò in Italia. Anche se non è certo che abbia incontrato di persona Galilei, Hobbes ne ebbe una straordinaria ammirazione e lo dichiarò «il più grande filosofo non solo di questo secolo ma di tutti i secoli».

La Venezia di Paolo Sarpi fu anch’essa luogo amato dal suo animo inquieto. Il lungo periodo trascorso in Francia (1640-’51) consentì a Hobbes di frequentare ambienti e personalità di sicuro rilievo. Basterà rammentare il frate dell’ordine dei minori Marin Mersenne, ovviamente René Descartes, Pierre Gassendi e una schiera di intelligenze attratte dalla necessità di applicare le modalità scientifiche a una filosofia civile. È del 1651 la pubblicazione in inglese del Leviathan.

Gregorio Baldin, in Thomas Hobbes Filosofia e politica nell’Europa del Seicento (Carocci editore «Frecce», pp. 348, € 35,00), fornisce la più chiara e analitica biografia oggi circolante, capace di unire diacronicamente narrazione dell’avventura eterodossa del roccioso pensatore di Malmesbury a una rigorosa analisi della sua speculazione militante. Si domanda infine perché assistiamo a una ripresa d’attenzione per un personaggio deprecato e calunniato: «La filosofia hobbesiana – osserva Baldin – offre dunque tuttora delle risposte, ma ancor più ci pone domande e interrogativi. Ci esorta a indagare la natura dell’essere umano e la sua mirabile e ‘mostruosa’ creazione politica. Hobbes ci inquieta, ci stimola, ci sorprende e ci incuriosisce, come solo i grandi maestri del pensiero sanno fare». In lui categorie e concetti alludono, per analogia, a temi della nostra drammatica contemporaneità. Svincolati da ideologie che hanno fallito, avvertiamo in tante sue pagine brutalmente realistiche l’eco di errori irreparabili e di speranze tradite. Lo Stato-macchina che include la società civile e non tollera i corpi intermedi di un combattivo pluralismo non sono per noi reperti archeologici. La polverizzazione della politica e l’accentramento personalistico del potere non appartengono solo a un lontano passato. Bellicose politiche securitarie che restringano le libertà, sono all’ordine del giorno.

Dal canto suo Andrea Bardin, in Politiche della scienza moderna L’agenda materialista di Hobbes – l’altro libro fresco di stampa dell’«Archivio» (Olschki, pp. XXXIV-234, € 29,00) –, sostiene che l’obiettivo di Hobbes, in linea di principio materialista, è diventato di fatto «idealista», e ciò ne spiegherebbe il sostanziale fallimento. Tesi ardita, che apre un discorso ostico in questa rassegna bibliografica. Appunto, semmai, una significativa ricezione critica di una fallimentare illusione, anch’essa conseguente all’onnicomprensivo materialismo. Hobbes, infatti, coltivava l’idea che uno Stato fosse forte perché «rappresentava perfettamente una sintesi di mito e pratiche tecnocratiche orientate alla produzione di uno spazio politicamente neutrale per l’esercizio dell’opinione pubblica e per la riproduzione dello status quo».

Carl Schmitt obiettò (1938) che la ricetta di Hobbes avrebbe implicato la neutralità della fredda organizzazione burocratica e laica dello Stato moderno: «Il razionalismo – scrisse – era per lui incapace di fornire un’unità reale al corpo politico» e quindi non poteva creare una comunità dalle solide radici storiche e culturali o addirittura razziali di un popolo. Leviathan era soprattutto un progetto politico-pedagogico, una costruzione finalizzata al disciplinamento automatico delle masse. C’era bisogno di una fede che non negasse, almeno all’apparenza, passioni e fiducia. Norberto Bobbio, in una recensione immediatamente successiva (1939), notò che ci si trovava «per la prima volta di fronte allo stato moderno, allo stato, tanto per intenderci, del positivismo giuridico» in grado di resistere a ogni sorta di «poteri indiretti». In effetti la visionarietà di Hobbes andò tragicamente ben oltre.

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