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giovedì 23 aprile 2026

Solo nella bellezza altrui


Esistono in filosofia se non tra i poeti analoghi richiami all’importanza del dialogo con l’altro. Si pensi a Buber, Calogero, Levinas. Qui, in Zagajewski, al tema del rapporto con un interlocutore si aggiunge la contemplazione della bellezza. Oggetto della ricerca è oltre allo scambio la promessa di felicità che accompagna il piacere estetico. Zagajewski ha intitolato Nella bellezza altrui anche una raccolta di saggi da lui pubblicata nel 1998.
«La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin nell’
Idiota di Dostoevskij; “il poeta polacco aggiunge che solo nella bellezza “altrui” vi è la salvezza” (Lucia Pascale). Perché tutto questo? Perché l’uomo solo è condannato all’eterna ripetizione dello stesso. Un rapporto con la nostra immagine può approdare solo a un vuoto gioco di specchi. Il deserto intorno a noi si riflette nel deserto all’interno del nostro animo.
L’altro ci salva dall’annegamento nel nulla. L’arte medesima rappresenta un tentativo di proporre al pubblico, al mondo, una forma significativa, dotata di una vita propria. Per ritrovarci dobbiamo perderci, uscire da noi stessi, cercare una rispondenza nel mondo, provare a esistere.

Adam Zagajewski (Leopoli, 1945), da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, 2012)

Nella bellezza altrui

Solo nella bellezza altrui
vi è consolazione, nella musica
altrui e in versi stranieri.
Solo negli altri vi è salvezza,
anche se la solitudine avesse sapore
d’oppio. Non sono un inferno gli altri,
a guardarli il mattino, quando
la fronte è pulita, lavata dai sogni.
Per questo a lungo penso quale
parola usare: se lui o tu.
Ogni lui tradisce un tu, ma
in cambio nella poesia di un altro
è in fedele attesa un dialogo pacato.

 https://www.avampostopoesia.com/poeti/adam-zagajewski  


lunedì 2 dicembre 2024

Uno scrittore lontano e vicino



Paolo Nori
, Sanguina ancora. 
 L'incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij
Milano, Mondadori 2021

Tutto comincia con Delitto e castigo, un romanzo che Paolo Nori legge da ragazzo: è una iniziazione e, al contempo, un'avventura. La scoperta è a suo modo violenta: quel romanzo, pubblicato centododici anni prima, a tremila chilometri di distanza, apre una ferita che non smette di sanguinare. "Sanguino ancora. Perché?" si chiede Paolo Nori, e la sua è una risposta altrettanto sanguinosa, anzi è un romanzo che racconta di un uomo che non ha mai smesso di trovarsi tanto spaesato quanto spietatamente esposto al suo tempo.

Se da una parte Nori ricostruisce gli eventi capitali della vita di Fëdor M. Dostoevskij, dall'altra lascia emergere ciò che di sé, quasi fraternamente, Dostoevskij gli lascia raccontare. Perché di questa prossimità è fatta la convivenza con lo scrittore che più di ogni altro ci chiede di bruciare la distanza fra la nostra e la sua esperienza di esistere. Ingegnere senza vocazione, genio precoce della letteratura, nuovo Gogol', aspirante rivoluzionario, condannato a morte, confinato in Siberia, cittadino perplesso della "città più astratta e premeditata del globo terracqueo", giocatore incapace e disperato, marito innamorato, padre incredulo ("Abbiate dei figli! Non c'è al mondo felicità più grande", è lui che lo scrive), goffo, calvo, un po' gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo, così simile a noi. Quanto ci chiama, sembra chiedere Paolo Nori, quanto ci chiama a sentire la sua disarmante prossimità, il suo essere ferocemente solo, la sua smagliante unicità? Quanto ci chiama a riconoscere dove la sua ferita continua a sanguinare? (presentazione editoriale)

Florence Noiville

Non è né una biografia, né un saggio letterario, né un'autoanalisi. È un libro atipico, fatto di cianfrusaglie, dove lo scrittore italiano Paolo Nori esprime il suo amore incondizionato per Dostoevskij. Per fare ciò, giustappone piccoli blocchi di testo. Ci sono corrispondenza, estratti di romanzi, testimonianze d'epoca, ma anche un avanti e indietro tra Ottocento e XXI secolo  e perfino episodi della sua stessa vita. Il libro è stato pubblicato in Italia prima dell'invasione russa dell'Ucraina, il che rende difficili da sopportare le pagine in cui l'autore glorifica la "santa Russia" . Ma questi passaggi sono pochi e, a parte ciò, questa tomba di carta è una vibrante introduzione all'autore di L'Idiota (1869), nonché un originale monumento alla gloria della lettura.

sabato 10 settembre 2022

La bellezza salverà il mondo

Fedor Dostoevskij, “L’idiota”, 1869, traduzione di Rinaldo Küfferle, Mursia, Milano 1995 «È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza? Signori miei,» gridò egli improvvisamente, rivolgendosi a tutti, «il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! Ed io, invece, affermo che ha di questi pensieri frivoli perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato, me ne sono convinto definitivamente non appena lo vidi entrare qui or ora. Non arrossite, principe, altrimenti mi farete pietà. Quale bellezza salverà il mondo? Me lo comunicò Kolja… Siete un cristiano fervente voi? Kolja dice che voi stesso vi attribuite il titolo di cristiano». Il principe, che lo osservava attentamente, non rispose. Giuseppe Di Giacomo, Bellezza, Treccani "già F.M. Dostoevskij, nell'Idiota (1868-69), facendo chiedere da Ippolit al principe Myškin se e quale bellezza salverà il mondo, ci dice che quello che la bellezza può e deve fare non è redimere la vita dalla sua finitezza, ma passare attraverso quelle sofferenze e quei dolori che rendono tale la vita. Questa connessione tra bellezza e temporalità è decisiva anche nell'opera di M. Proust. Esemplare, a tale proposito, è la figura dello scrittore Bergotte che muore davanti alla Veduta di Delft di J. Vermeer, quadro giudicato di una bellezza assoluta e come tale fuori dal tempo. La morte di Bergotte rappresenta in qualche modo la morte di un'idea di bellezza intesa come valore eterno e immutabile. Questo significa che la bellezza, piuttosto che essere superamento del tempo e rivelazione dell'eternità, si può dare invece solo passando attraverso il tempo".

lunedì 9 ottobre 2017

Tutto deriva dall'ozio




Fëdor Dostoevskij, I demoni [1871]

[Stepàn Trofímovič Verchovenskij]
«E alla fine, tutto deriva dall’ozio. Da noi tutto deriva dall’ozio, il male e il bene. Tutto deriva dal nostro grazioso ozio dei signori, colto e capriccioso! Sono trentamila anni che lo ripeto. Noi non sappiamo vivere del nostro lavoro. E perché laggiù ora hanno fatto tanto chiasso per una certa opinione pubblica “nata” da noi, credono forse che sia piovuta dal cielo di punto in bianco? Come mai non capiscono che per avere una opinione occorre prima di tutto il lavoro, il lavoro personale, la propria iniziativa, la propria esperienza! Senza lavoro non si ottiene mai nulla. Se lavoreremo, avremo anche la nostra opinione. Ma siccome non lavoreremo mai, un’opinione ce l’avranno per noi quelli che finora hanno lavorato al nostro posto, cioè quella stessa Europa, quegli stessi tedeschi che sono nostri maestri da due secoli. Inoltre la Russia è un equivoco troppo grande per poterlo risolvere senza tedeschi e senza lavoro. Sono ormai vent’anni che suono l’allarme e invito al lavoro! Ho dato la mia vita a questo invito e, folle, ci ho creduto! Ormai non ci credo più, ma suono e suonerò la campana fino alla fine, fino alla tomba; continuerò a dare strappi di corda, finché non suonerà la campana per la mia messa funebre!»
Leone Ginzburg
Nei Demonî la poesia si innesta sul tronco originario del libello politico, che ne viene profondamente modificato, ma non certo trasformato per intero: a Dostojevskij premeva soprattutto di potersi sfogare contro gli inconcludenti liberali della sua generazione e contro i rivoluzionari senza scrupoli che, di venti o trent’anni piú giovani, intorno al 1870 stavano sostituendo i suoi coetanei sulla scena politica russa; e in quell’epoca gli sembrava di non trovare mai parole abbastanza forti per svalutare e rimpicciolire, con la foga di autodenigrazione propria di certi suoi personaggi, le opinioni che aveva professate un tempo e gli uomini che gliele avevano ispirate.

mercoledì 2 dicembre 2015

Dostoevskij e Tolstoj


Raffaele La Capria

Nabokov contro Dostoevskij
Il creatore di «Lolita» tenne negli atenei americani una serie di lezioni sulla letteratura russa analizzando i testi di sei colleghi
Il migliore è Tolstoj, mentre lo scrittore di «Delitto e castigo» è mediocre

Corriere della Sera, 2 dicembre 2015










... E arriviamo a Dostoevskij: «La mia posizione su Dostoevskij è curiosa e difficile», questo è l’inizio, e subito dopo, tanto per esser preciso, Nabokov osa scrivere: «Dal punto di vista dell’estro artistico Dostoevskij non è un grande scrittore, ma è piuttosto mediocre». Non è un po’ troppo definire Dostoevskij mediocre? Nabokov se lo può permettere? A lui sembra «incredibilmente banale» in Delitto e castigo la storia della prostituta virtuosa che redime Raskolnikov. Lo stesso Raskolnikov gli sembra l’autore di un delitto «stupido e inumano», commesso da un nevrotico dalle idee curiosamente fasciste che ha esposte in un articolo di giornale. Da queste idee è stato spinto a uccidere? Per quanto riguarda la sua redenzione, a Nabokov non piace «il vezzo di arrivare peccando a Gesù», e nemmeno la morbosità spirituale o «la gongolante pietà per la gente, per gli umiliati e offesi».
Insomma lui riconosce di non aver orecchio per la musica e similmente non aver orecchio per Dostoevskij, e non lo considera un grande scrittore nel senso in cui lo sono Puškin, Tolstoj e Cechov. Questo lo avevamo capito, si capisce meno il fatto che per Nabokov il miglior libro di Dostoevskij sia Il sosia, mentre L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov gli sembrano grandi libri «scritti in fretta e in una situazione di stress», pieni di difetti strutturali, i cui personaggi sono singolari e affascinanti fantocci immersi nel flusso del movimento delle idee dell’autore. E poi si sentono in questi romanzi le influenze della narrativa sentimentale e «gotico occidentale (Richardson, Rousseau, Sue, Dickens) associate a una religione della compassione che sconfina nel sentimentalismo melodrammatico». E ci fermiamo qui, convinti che l’aristocratico Nabokov e il povero Dostoevskij siano assolutamente inconciliabili.
È il conte Leone, Tolstoj, il più grande di tutti e il più amato, lo scrittore dall’arte potente e «furiosamente luminosa». Tra l’altro il mondo di Tolstoj era quello cui apparteneva la famiglia di Nabokov, un mondo scomparso, di cui, esule in America, egli sente ancora forte la nostalgia. Ed è Tolstoj che scrive «l’immenso Guerra e pace e l’immortale Anna Karenina» . L’asceta che era in lui desiderava seguire con lo stesso ardore con cui il libertino anch’esso in lui desiderava i piaceri urbani della carne. Nabokov si domanda: «Che importanza hanno le sue opinioni etiche di fronte a questo o quel brano immaginativo di uno qualsiasi dei suoi romanzi?». E tuttavia quando inizia a raccontare Anna Karenina, ci avverte che la sua trama è un «intreccio morale» dove le storie parallele di Anna e Vronskij e di Kitty e Levin si riferiscono la prima a un amore carnale, condannato perciò a finire tragicamente col suicidio di Anna, la seconda a un amore che si fonda su una concezione metafisica e non soltanto fisica, che corrisponde all’ideale religioso di Tolstoj. Un elemento importante della narrazione tolstojana è il tempo, perché la sua scrittura procede di pari passo con le nostre pulsazioni. C’è il tempo di Proust o il tempo di Joyce che procedono più lenti o più veloci del tempo del lettore; quello di Tolstoj è il tempo medio comune, quello che corrisponde al pendolo di ognuno, il tempo normale di ogni vita. Inoltre il flusso di coscienza o monologo interiore è un metodo espressivo inventato da Tolstoj molto tempo prima di Joyce, e di Anna Karenina seguiamo i pensieri, il flusso della sua coscienza attraverso il suo silenzioso monologo interiore. La prosa di Tolstoj non è semplice e diretta come può apparire per la sua somiglianza con la vita, è invece complessa e attentissima ai dettagli, ai gesti, alla presenza di un oggetto, è una prosa che cerca non la verità, ma la luce interiore della verità, e a Tolstoj «accadeva di trovarla in sé, nello splendore della propria immaginazione creativa». Anna Karenina non è Emma Bovary, una sognatrice di provincia, il bello di Anna è che lei dona a Vronskij l’intera vita, per amore lei sfida le convenzioni sociali e «sostiene l’urto della collera della società». Vronskij «è un uomo mondano», è diverso da lei anche se l’ama intensamente.
Tutto questo e altro ci dice Nabokov, facendo l’analisi di questo romanzo per far capire agli studenti americani la grandezza e l’unicità della narrativa tolstojana. Non si sofferma sugli altri romanzi di Tolstoj perché non previsti nel suo programma, fa però un’eccezione per La morte di Ivan Il’ic, che secondo Nabokov non è il racconto della sua morte, ma della sua vita rivisitata al momento della fine. La morte determina uno straordinario cambiamento del suo punto di vista: «E se la mia vita fosse stata tutta sbagliata?», si domanda Ivan Il’ic. Ed è questo il vero tema del racconto.

sabato 23 maggio 2015

Marco Travaglio e l'italica ossessione della vecchiezza


Guido Vitiello
L'elogio della sacra prostata di Sorrentino segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio (vero Travaglio?)
Il Foglio, 23 maggio 2015








Ricapitoliamo. C'è "Youth" di Sorrentino con i suoi dialoghi sulla caducità e sulla prostata. C'è Scalfari che minaccia a mezzo stampa un suo "De Senectute". C'è Berlusconi che fa capolino su Instagram stritolando cagnolini. Da quando Jep Gambardella ha sollevato il coperchio il contagio è irrefrenabile, e la sua eau de parfum si effonde per tutta la nazione. Alludo all'odore delle case dei vecchi, quell'odore che il dandy della "Grande bellezza" diceva di preferire addirittura alla "fessa". Non tutti reagiscono allo stesso modo. Silvia Truzzi per esempio ci immerge il naso con tossica avidità, e ha appena pubblicato "Un paese ci vuole", un libro di conversazioni con ottuagenari che al solo aprirlo manda zaffate di salotto gozzaniano. Ma il caso più interessante è quello di Marco Travaglio nella nuova veste di critico cinematografico. Il suo elogio di "Youth", a leggerlo bene, segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio.
Il meno che si possa dire di uno che sfida il professor Fiandaca a duello dicendo che troverà "pane per la sua dentiera" è che ha in orrore la vecchiaia. ...
Ma l'odore delle case dei vecchi ha conquistato anche lui. Il film gli pare un inno all'eleganza, all'amore, all'arte, alla bellezza. "Anche sullo scorcio degli ottant'anni si può essere tutte queste cose insieme".
Non sappiamo se la visione della sacra prostata di Sorrentino avrà su Travaglio lo stesso effetto che ebbe il Cristo morto di Holbein su Dostoevskij. Ma questo piccolo smottamento aiuta a illuminare la storia profonda degli ultimi anni, e la segreta simmetria tra mitologie berlusconiane e antiberlusconiane, tra gli uomini del lifting e gli uomini delle manette. Da questa specola più alta quel che ci appare è il panorama di un paese ossessionato dalla decadenza e dalla corruzione, che non sa se appigliarsi alla chirurgia estetica o alla magistratura inquirente.

sabato 16 maggio 2015

Dio ci salvi da Zag


Guido Vitiello
Liberi servi
La paura di leggere Il Grande Inquisitore di Zagrebelsky e la voglia di fare come Kirillov: pum!
Il Foglio, 15 maggio 2015






Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Gustavo Zagrebelsky (d’accordo, pagherò le royalty a Battiato, ma la tentazione era troppo forte). E insomma, il professore dalla voce chioccia e dalle antiche origini pietroburghesi ha scritto un libro su Dostoevskij, “Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere” (Einaudi). Confesso, ho paura di leggerlo. Lo adocchio da giorni in libreria, ci giro intorno, lo soppeso, lo sfoglio, quel piccolo inquisitore del commesso non mi leva gli occhi di dosso perché devo aver l’aria di un taccheggiatore, ma alla fine lo lascio lì.
Ho paura perché sono un tipo irascibile, e avvampare senza necessità non fa bene all’anima, lo insegna Zagrebelsky proprio in questo libro: solo “quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi” possiamo avere “speranza di ‘salvazione’”. E quindi devo stare attento, perché la mia calma ha già rischiato brutto leggendo la recensione di Vito Mancuso. Quando una firma di Repubblica parla su Repubblica del libro di un’altra firma di Repubblica è sempre una specie di potlatch amerindio, uno scambio rituale di elogi iperbolici che lascia ammutolito l’etnologo. Stavolta, per dirne una, il libro è accostato alle “Variazioni Goldberg” e il suo autore è collocato tra Berdjaev e Mann. Ho paura anche perché quando uno come Dostoevskij finisce nelle mani dei liberi e giusti, gente che ha l’orizzonte morale di un parroco di campagna senza neppure il conforto della fede, ne possono venir fuori cose grottesche. Qualche anno fa toccò a Gherardo Colombo cimentarsi con quelle terribili pagine dei Karamazov, in un volumetto Salani intitolato appunto “Il Grande Inquisitore”, e il risultato furono trenta pagine su questo tono (fate un respiro profondo): “Nel mondo della globalizzazione, nel quale i confini hanno sempre minor importanza, dove lo Stato non è più l’esclusivo detentore del potere e i cittadini sembrano essere progressivamente trasformati in semplici consumatori, il Grande Inquisitore si nasconde dietro il concetto impersonale di mercato, e attraverso la pubblicità influenza non solo gli acquisti ma anche gli stili di vita. Stabilisce cosa è ‘in’ e cosa è ‘out’”. A metà lettura volevo piantarmi una pallottola in testa, come Kirillov. Chissà com’è andata, forse sotto la copertina dei Karamazov gli avevano rifilato “I love shopping” della Kinsella: fatto sta che ho paura per la mia salvazione.
Ho paura perché anche se Zagrebelsky è ben più raffinato di Colombo – per dire, è uno che ammalia Silvia Truzzi del Fatto quotidiano offrendole il tè al gelsomino in una terrazza fiorita, e altre delizie da aristocrazia zarista – è pure lui nel pool anime pulite, e questi qui sappiamo come sono fatti, anche se leggono Kafka o Céline l’ora di educazione civica è dietro l’angolo. Dal Grande Inquisitore Zagrebelsky trae lezioni come questa, che sarebbe parsa un po’ démodée anche in un libro Rusconi del 1971: “La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiano provette e denaro”. Ma professore, almeno suoniamoli come si deve i vecchi cari “standards” dell’umanista di provincia che coltiva fantasie cospiratorie sulla stanza dei bottoni! I diafanoidi del laboratorio sono in camice bianco, va bene, ma i banchieri hanno da essere “grigi”, e gli speculatori finanziari al limite “inamidati”. C’è da sperare che, passando dalle provette al denaro e viceversa, i druidi del brave new world di Zagrebelsky si lavino almeno le mani. Le mani pulite sono importanti. Io però ho paura, non lo leggo: ne va della mia salvazione.

sabato 7 marzo 2015

Eclisse e trasfigurazione di Satana

Roberta Scorranese
Dall’inferno agli abissi umani
Le raffinate astuzie di Satana
Tra Otto e Novecento Belzebù ha perso la sua carica simbolica e si è annidato nella psiche

Corriere della Sera, 19 febbraio 2015


Nel 1872 un russo divorato dalla febbre del gioco scrisse I demoni, un romanzo-affresco su una umanità posseduta, mossa da uno estremo istinto di distruzione creatrice. Nello stesso anno, un pittore (anche questo russo) dipinse una delle più singolari Tentazioni di Cristo: Gesù è solo, in mezzo al deserto, il demonio non è visibile, non ha le consuete sembianze caricaturali (come, per esempio, nelle Prove di Cristo di Botticelli). Perché il demonio è in Cristo, è nella sua espressione perduta, nelle sue mani strette dall’ansia, nelle pietre aride.
Così Fëdor Dostoevskij e Ivan Kramskoi hanno dato vita a una nuova, rivoluzionaria visione di Satana. In Russia, e forse non a caso: nella terra degli Zar il nichilismo assunse una fisionomia originale, sospesa tra la filosofia e la denuncia sociale. L’eclisse di Satana, o, meglio, la sua trasfigurazione, prende piede anche qui.
Un’eclisse che, nel periodo al centro dalla mostra «Il demone della modernità», tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, poco alla volta trasforma il demonio in qualcosa di interiore. Nevrosi, sensi di colpa, rimorsi, tormenti modernissimi, poi sigillati dalle sentenze di Freud (se non c’è Dio non può esserci il demonio, diceva in sintesi) e, in definitiva, c’è la conferma della geniale intuizione di Baudelaire: «Il miglior trucco del diavolo è nel convincerci che non esiste».
Ma il percorso non è semplice: sin dalla metà dell’Ottocento Lucifero, spogliato di una teofania impoverita, si annida nelle idee, prende a nascondersi negli abissi insondabili dell’uomo descritti da Edgar Allan Poe. Nel Diavolo nel campanile (1840) Belzebù compare nei panni di un ometto insignificante e stravolge la normalità di un piccolo, sereno borgo. Nell’Inno a Satana di Carducci c’è tutta l’energia di un pensiero libero, rivolto alle cose materiali — si è detto: da massone.
In Breve storia del diavolo (Castelvecchi), Alberto Cousté annota: «Durante il secolo XIX il demonio si ritira per preparare una strategia incentrata sulla metamorfosi». Il demone della modernità si nasconde, si traveste, per poi ritornare e a volte torna in forma di caricatura: se ne I fratelli Karamazov (ancora Dostoevskij!) appare a Ivàn in abiti borghesi, nel Doktor Faust di Thomas Mann (1947) tornerà a sedersi in salotto, di fronte al musicista Adrian Leverkühn. Nella novella La Madonnina di Pirandello, se ne sta «in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fioríca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia».
Il periodo a cavallo tra Otto e Novecento ha trasformato il demonio in una fiction. Un «personaggio letterario che non turba la vita degli uomini — scrive Cousté — anche se li istiga ad ampliare la coscienza e a ribellarsi». Lucifero è astuto: ha capito che, se dio è morto, adesso bisogna fare leva sulle nuove aspirazioni autarchiche dell’uomo. Lo ritroviamo nella vena necrofila di Gottfried Benn o nell’iconoclastia di Giovanni Papini, il quale, nel 1953, pubblica Il diavolo, saggio nel quale auspica che se la misericordia di Dio è immensa, allora anche l’angelo caduto verrà perdonato. Non verrà perdonato lui, Papini, che si ritroverà il volume nell’Indice dei libri proibiti, ma ci penserà il cinema a esorcizzare satanasso, a cominciare dalle commedie brillanti come Harry a pezzi (1997) dove Woody Allen troverà un luciferino Billy Crystal ad aspettarlo all’inferno. Ci voleva la concretezza semplice di un Papa come Francesco a ricordarci che il demonio c’è eccome, che non è una leggenda.
Forse è anche per questa recente consapevolezza collettiva risvegliata dal pragmatismo del Pontefice che oggi libri come Sottomissione di Michel Houellebecq, dove si ipotizza una Francia islamizzata, sono capaci di destare preoccupazioni, evidenziando (come con il luminol) quelle tracce demoniache ancora presenti nella realtà. Perché il diavolo non è nel nemico, come ci insegna la teologia. Il diavolo è nel nostro sguardo, più o meno consapevole. Il demone della modernità è più moderno che mai.


domenica 15 giugno 2014

Nečaev, Il catechismo del rivoluzionario


David Bidussa

Bakunin
Il lato oscuro del rivoluzionario
Chi abbraccia la lotta armata non mostra mai la propria personalità: dalla sua figura devono guardarsi gli amici prima che gli avversari

Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014

Nel 1972 Franco Venturi, ripubblicando venti anni dopo la prima edizione La storia del populismo russo – il testo sul movimento rivoluzionario russo più noto e documentato nella storiografia internazionale del secondo dopoguerra – inserisce una lunga premessa in cui torna sulla figura Sergej Nečaev («un revenant che non si riesce a esorcizzare» scrive l'autore). In particolare Venturi si sofferma su Il catechismo del rivoluzionario, un normario stringato (10 pagine in tutto) che ci consegna la fisionomia del terrorista, una figura per il quale gli altri individui, compresi i propri compagni, sono solo mezzi per conseguire il fine. 
Con quella precisazione Venturi rende omaggio a uno storico Michael Confino (1926-2010), che pochi anni prima ha pubblicato quel testo (ma già aveva dedicato pagine alle ricerche di Confino sulla trasformazione economica del mondo rurale russo). 
Nel 1973 Confino raccoglie in volume altri documenti insieme al Catechismo, facendoli precedere da un saggio critico di grande qualità. La prima edizione esce in Francia per Maspero, casa editrice di nuova sinistra, in una collana che si chiama «Bibliothèque socialiste» (diretta da un grande storico del socialismo europeo, Georges Haupt). E suscita una discussione accesa. In Italia esce per Adelphi nel 1976, passa sotto silenzio o comunque ne discutono solo gli specialisti.
 Peccato, perché negli anni in cui la lotta armata ha un peso nella definizione dello stato d'animo collettivo, non sarebbe stato fuori luogo prenderlo in mano e analizzarlo con attenzione. Non lo fanno né la sinistra né la destra. Forse sarà possibile oggi, con questa nuova ristampa che significativamente non aggiunge niente a quella edizione del lontano 1976 (il saggio di Confino ha la stessa freschezza di allora).
 Di che si tratta dunque? L'episodio copre un tempo di un anno scarso. Nel 1869 irrompe nella vita del glorioso, ma ormai anziano capo dell'anarchismo, Bakunin, un giovane di ventidue anni, Sergej Nečaev, che arriva dalla Russia accompagnato da voci disparate: secondo alcuni il più radicale e puro dei rivoluzionari, per altri un abietto mistificatore. 
Bakunin ne rimarrà affascinato, a differenza di Alexander Herzen* da subito diffidente, e solo dopo alcuni mesi uscirà da questa sua convinzione sanzionando la rottura con con una lettera drammatica, lunga, tormentata che spedisce a Necvaev il 2 giugno 1870 (pagg. 133-187). In quella lettera scrive Bakunin: «Vi siete messo a giocare al gesuitismo come un bambino gioca alle bambole». Non senza rimproverare se stesso: «credendo incondizionatamente in voi mi sono dimostrato uno stupido» (pagg. 174 e 180). 
In mezzo ci sono questioni di soldi, di fiducia malriposta, di violenza, di doppiezza, di uso della malafede. In breve tutta la gamma delle sensibilità su cui lavora il "terrorista", figura votata a non dare mai mostra integrale della propria personalità. A giocare con gli avversari, ma anche pronto a servirsi e a sfruttare le debolezze dei propri compagni.
 Una fisionomia che Dostoevskij riproduce ne I demoni non solo in rapporto al tema della violenza, ma soprattutto rispetto al tema della finzione. Un mondo, quello del terrorista, fondato sulla finzione, ritenuta vera attraverso l'ambiguità (per esempio Piotr Verchovenskij, uno che finge come molti altri). I rivoluzionari di Dostoevskij non sono superiori alla società che contestano, ma una copia conforme. Aspetto che Camus descrive con precisione ne L'uomo in rivolta: lì Nečaev è la figura che sancisce il divorzio tra rivoluzione e amicizia, un sentimento che, da Cromwell in poi, ha fondato l'etica dei rivoluzionari. Con Nečaev il vincolo di protezione reciproca che aveva salvato i rivoluzionari si dissolve: ciò che ora va protetto è la rivoluzione, anche a costo della vita dei propri compagni. Essa va salvaguardata non solo da loro, ma anche contro di loro. Essa diviene la cosa che vale di più e per la quale tutto è lecito.
 È la partita che si gioca nell'estate di 150 anni fa. Una storia appassionante e inquietante. Confino ha il merito di darci una radiografia, ma soprattutto di illustrarci il costrutto concettuale ed emozionale (sbaglieremmo a pensare che ci sia solo freddezza in Nečaev) di ciò che ora è il rivoluzionario in missione. Una figura da cui devono guardarsi gli amici, prima ancora che gli avversari.

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(*)  Campione della giustizia e dell' uguaglianza, Herzen non avrebbe capito o accettato una contrapposizione di questi valori alla liberta' e alla personalità, poiché sapeva che ogni uguaglianza senza libertà personale è falsa e ingiusta, portando alla peggiore gerarchia tra "uguali" sottoposti e sovrastanti guardiani di questo stato, mentre solo la libertà può aprire la via verso un' uguaglianza non utopica, ma reale. E la libertà di Herzen fu tale che egli seppe non rinnegare, bensi' ripensare e rifiutare suoi vecchi convincimenti, sottoponendo a critica se stesso e i suoi compagni di un tempo. Il suo scritto culminante e illuminante, oggi piu' attuale che mai, è A un vecchio compagno (edito anni fa da Einaudi), in cui, polemizzando anche con l' amico Bakunin, rimette in questione la dialettica rivoluzionaria, vedendone orrore e terrore. Libro profetico, A un vecchio compagno, dove la veggenza è frutto delle due qualita' herzeniane, senso della realta' e senso della libertà, che lo resero unico tra i rivoluzionari. Vittorio Strada, Herzen, rivoluzione e libertà, CdS, 2 aprile 1994

domenica 1 giugno 2014

Edgar Morin, I miei autori

Edgar Morin
Ho imparato da Dostoevskij la lotta tra fede e dubbio
Il filosofo e sociologo francese racconta le letture che hanno accompagnato la sua formazione: nell’autore dei Karamazov le instabilità profonde dell’identità

La Stampa, 1 giugno 2014

... L’altro aspetto di me stesso, che viene dall’aspirazione sempre rinnovata di ritrovare l’integrazione in una sostanza materna infinita, oceanica, mi spingerà non solo verso tutto ciò che esprime il romanticismo, ma anche verso la ricerca della fede, dell’effusione, della comunione. Così, avendo perduto mia madre, ho cercato di ritrovare altrove, in modo diverso, la comunione oceanica, ma allo stesso tempo ho sempre custodito in me il sentimento dell’irreparabile, della perdita e del disastro; il dubbio è rimasto incrostato in fondo a me stesso, sia per l’esperienza della morte e del non ritorno della madre, sia per il debole imprinting culturale nel mio spirito, da cui l’impossibilità, malgrado gli sforzi, di credere nella religione della salvezza (il cristianesimo).
Conflitto sempre vissuto, mai superato, tra fede e dubbio, e sempre nutrito dai libri. Da qui la mia fascinazione per gli autori che hanno vissuto più intensamente questo conflitto (Pascal, Dostoevskij), per i filosofi che in fondo non lo sopprimono mai (Eraclito, Hegel, e anche Marx), e anche la mia attrazione irresistibile per il dubbio fondamentale (Montaigne) ma allo stesso tempo per lo slancio fondamentale oltre il dubbio e la ragione (Rousseau). Sono stato segnato da ciò di cui avevo sete.
Parlerò quindi innanzi tutto di qualcuno di questi autori, che sono per me fondamentali, non solo perché riguardano quello che c’è di fondamentale in me, ma perché li ho conosciuti nell’età stessa in cui le letture possono nutrire e segnare nel profondo l’intelligenza, l’anima e l’essere tutto intero. Cito in primo luogo Dostoevskij. Sono sicuramente stato segnato da Resurrezione di Tolstoj, da Padri e figli di Turgenev, dai racconti tristi e nostalgici della Steppa e da Zio Vanja di Cechov, e nei primi decenni sono stato sconvolto da Divisione cancro, Il primo cerchio e La casa di Matrjona di Solzenicyn, e dal dantesco Vita e destino di Grossman, scrittore «medio» che diventa sublime nel momento in cui s’immerge a Stalingrado, e percepisce con una giustezza visionaria come Stalingrado sia al tempo stesso la più grande vittoria e la più grande sconfitta dell’umanità, e susciti una scena terribilmente grandiosa come quella del grande inquisitore ad Auschwitz, tra un giovane capo SS e un deportato comunista.
Ma quello che per me resta il più presente, il più intimo, è Dostoevskji. Dmitrij, Ivan e Alëša Karamazov, Stavrogin e gli altri eroi dei Demoni, Raskolnikov non mi hanno mai lasciato. Nessun altro ha portato altrettanto senso della sofferenza, della tragedia, della derisione, del delirio propriamente umano (e non avrei proposto l’idea di Homo sapiens-demens come nozione chiave del mio Paradigma perduto se questo sentimento così profondo dell’indistinguibilità tra follia e ragione nell’essere umano non fosse stato di continuo rigenerato dagli scrittori e soprattutto dal ricordo di Dostoevskij).
Senza dubbio trovavo nei Fratelli Karamazov gli eroi che corrispondevano a vocazioni profonde e contraddittorie del mio essere, come nella maggior parte di noi. Ma ciò che trovavo soprattutto, nell’intera opera di Dostoevskij, più acuto, più intenso, più doloroso e violento che in qualsiasi altro autore, compresi gli altri russi, è il senso della sofferenza, è la pietà infinita e stravolta per questa sofferenza, il tormento delle anime straziate, le instabilità profonde dell’identità, i momenti di verità dell’amore, l’insondabile mistero degli esseri e della vita. Il mio primo sentimento filosofico (se oso usare questa parola) mi è venuto da Dostoevskij: l’idea prioritaria che bisogna avere compassione per la sofferenza. Quello che sentivo in lui non è tanto il fatto che fosse un ex rivoluzionario diventato tradizionalista, un ex occidentalista diventato slavofilo, ma il persistere corrosivo, nel secondo Dostoevskij, del dubbio, del nihilismo, e la lotta furiosa, disperata tra la fede e il dubbio, la lotta che in me non è mai cessata tra la speranza e la disperazione. E io oggi so che le più grandi menti europee sono quelle che non hanno smesso di vivere interiormente un conflitto fondamentale, un antagonismo irriducibile; anche quando hanno apertamente scelto un partito contro l’altro, quest’ultimo lavora in modo sotterraneo, ma attivamente, all’interno del primo.

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Morin, Edgar. - Sociologo e filosofo francese (n. Parigi 1921), direttore del Centre de communication de masse del Centre national de la recherche scientifique (1950-89; emerito dal 2002). Si è occupato dei problemi delle scienze umane, ispirandosi alle tesi di Hegel, Marx, Freud. Particolarmente interessanti le sue ricerche sulla sociologia dei film. Ha fondato nel 1967 la rivista Communications. Nel 1998 è stato nominato presidente del comitato scientifico per la riforma dei saperi nelle scuole secondarie superiori dal ministro dell'Istruzione francese C. Allègre. Opere principali: L'an zéro de l'Allemagne (1946); L'homme et la mort dans l'histoire (1951; trad. it. 1980); Le cinéma ou l'homme imaginaire (1956; 3a ed. 1978; trad. it. 1982); Les stars (1957); Autocritique (1959); L'esprit du temps (1962; trad. it. L'industria culturale, 1974); Introduction à une politique de l'homme (1965); Commune en France (1967); Mai 1968: La Brèche (in collab., 1968); Le paradigme perdu: la nature humaine (1973; trad. it. 1974); La méthode (2 voll., 1977-81); Mais (1978); Pour sortir du vingtième siècle (1981); Science avec conscience (1982; trad. it. 1988); De la nature de l'Urss (1983; trad. it. 1989); Penser l'Europe (1987; trad. it. 1990); Terre-Patrie (1993; trad. it. 1994); Mes démons (1994; trad. it. 1999); Les fratricides (1996; trad. it. 1997); Amour poésie sagesse (1997; trad. it. 1999); La tête bien faite (1999; trad. it. 2000); Les sept savoirs nécessaires à l'éducation du futur (2000; trad. it. 2001); La violence du monde (con J. Baudrillard, 2003); Le monde moderne et la question juive (2006); Comment vivre en temps de crise? (con P. Viveret, 2010); Le chemin de l'espérance (con S. Hessel, 2011); La voie. Pour l'avenir de l'humanité (2011; trad. it. 2012); La nostra Europa (con M. Ceruti, 2013); il testo autobiografico Mon Paris, ma mémoire (2013; trad. it. 2013).Cavaliere della Legion d'onore, è stato insignito del premio europeo Charles Veillon (1987) e del premio internazionale Viareggio-Versilia (1989, con il volume La connaissance de la connaissance del 1986; trad. it. 1988). Nel 1994 gli è stato assegnato il Premio Internacional de Catalunya. (Treccani)

http://www.rickdeckard.net/2013/01/13/edgar-morin-filosofia-della-complessit%C3%A0/

sabato 22 marzo 2014

Svetlana Geier, traduttrice

Maria Grosso
La signora e i suoi cinque elefanti 
il manifesto, 22 marzo 2014 

Come dirvi di Sve­tlana Geier? Per certi versi la sua vita è irrac­con­ta­bile. Troppo vasta, inner­vata, com­plessa, cro­ce­via della sto­ria ucraina, russa e tede­sca del ‘900 e insieme dei segreti abis­sali della grande let­te­ra­tura … Come pro­vare a resti­tuire una tale stu­pe­fa­cente archi­tet­tura di destino? Come coglierne le mille avven­tu­rose cor­ri­spon­denze, i dis­sidi lace­ranti, le infi­nite tan­genze e rifrazioni?
Per for­tuna c’è chi ha sen­tito il biso­gno di met­tere la pro­pria arte e la pro­pria cura al ser­vi­zio di que­sta sto­ria, per custo­dirne il valore e per dif­fon­derla. Quando Vadim Jen­dreyko, regi­sta svizzero-tedesco, la incon­tra per la prima volta nel 2005, Sve­tlana Geier è una donna che ha già vis­suto tanto e che porta con sé il frutto di 50 anni di lavoro come tra­dut­trice let­te­ra­ria dal russo al tede­sco. Puš­kin, Gogol’, Tol­stoj, Solže­ni­cyn, Bul­ga­kov, tra gli altri, sono stati “ospiti” della sua mente, del suo cuore e dei suoi sensi, fino a quando all’inizio degli anni ‘90 le è stato pro­po­sto di affron­tare gran parte dell’opera di Dostoe­v­skij. Baste­rebbe solo que­sto a ren­derla affa­sci­nan­tis­sima. Ma c’è molto altro.
Nata Iva­nova a Kiev nel 1923, figlia unica di geni­tori legati alla cul­tura russa, appena ado­le­scente cono­sce sulla pro­pria pelle gli esiti delle pur­ghe sta­li­niane: nel ‘38 il padre è arre­stato, incar­ce­rato e tor­tu­rato e, seb­bene venga rila­sciato — caso raro — dopo un anno e mezzo, riporta tali ferite fisi­che e morali da non soprav­vi­vere che sei mesi. Un arco di tempo in cui, men­tre la madre lavora per man­te­nerli facendo le puli­zie, è lei a curarlo e a con­di­vi­dere con lui il peso di una memo­ria insostenibile.
Dopo la morte del padre, Sve­tlana, che non ha mai smesso di tenere accesa la sua pas­sione per lo stu­dio, è spinta dalla madre a col­ti­vare l’apprendimento delle lin­gue, fran­cese e tede­sco, intra­preso pri­va­ta­mente da bam­bina. Potrà essere que­sta la sua vera “dote” e forse un giorno la sua sal­vezza. Intanto la sto­ria incalza.
Il 22 giu­gno ‘41 è il giorno del suo diploma ma è anche quello in cui i nazi­sti inva­dono l’Ucraina, men­tre parte della popo­la­zione, pro­vata dalla care­stia del ‘32-‘33 (da 5 a 11 milioni di morti), e dalle azioni del regime sovie­tico che, volendo annien­tare le cor­renti nazio­na­li­ste, stran­gola gli snodi fer­ro­viari, li acco­glie come libe­ra­tori. Nel frat­tempo un’altra per­dita enorme sta per sca­vare l’anima di Sve­tlana. Tra i 30000 ebrei depor­tati e tru­ci­dati dai nazi­sti nel campo di Babij Jar, c’è la sua amica più cara, Neta Tkatsch.
Qual­che tempo dopo, sua madre, pro­strata dalla fame e dalle pri­va­zioni, affitta una stanza a un uffi­ciale tede­sco di nome Kers­sen­brock, men­tre il suo com­pito è quello di mediare lin­gui­sti­ca­mente tra gli occu­panti e le per­sone del luogo, cosa che fini­sce per pro­cu­rarle anche un lavoro come tra­dut­trice presso l’Istituto Geo­lo­gico di Kiev e in seguito presso un uffi­cio a Dortmund.
Dopo la scon­fitta di Sta­lin­grado, i nazi­sti si avviano a riti­rarsi dalla città. Gran parte della popo­la­zione è esi­liata, chi rimane è sog­getto alle pur­ghe di Sta­lin. Sve­tlana e la madre sono inter­nate in un campo di lavoro per depor­tati dell’Est a Dort­mund. Qui la ragazza è inter­ro­gata diverse volte dalla Gestapo. In seguito, gra­zie agli inter­venti di Kers­sen­brock e di un fun­zio­na­rio cono­sciuto all’Istituto Geo­lo­gico è rila­sciata e parte per Ber­lino dove, dopo aver affron­tato un test, le viene con­fe­rita (cosa incre­di­bile per una cit­ta­dina sovie­tica), una borsa di stu­dio della Fon­da­zione Hum­boldt, men­tre un fun­zio­na­rio nazi­sta, che pagherà il gesto con l’epurazione, le pro­cura due pas­sa­porti per stra­nieri per recarsi a Fri­burgo con la madre. Lì comin­ciano una nuova vita. Sve­tlana si sposa acqui­sendo il nome Geier, diviene madre di due figli, quindi divor­zia, nel frat­tempo ha imboc­cato un lun­ghis­simo per­corso di inse­gna­mento uni­ver­si­ta­rio, non­ché di fine tra­ghet­ta­trice lin­gui­stica della let­te­ra­tura russa e delle sue infi­nite sot­ti­gliezze eti­che e verbali …
Ecco: da que­sta sto­ria amplis­sima, dalla sen­si­bi­lità regi­stica di Vadim Jen­dreyko e da un apporto emo­zio­nante di mate­riali foto­gra­fici e fil­mici di reper­to­rio, nel 2009 ha ori­gine, dopo una intensa gesta­zione, il docu­men­ta­rio Die Frau mit den 5 Ele­fan­ten (The woman with the 5 ele­phants), dove i pachi­dermi del titolo, nell’affettuosa deno­mi­na­zione coniata per loro dalla signora Geier, a sor­presa sono i 5 grandi romanzi di Dostoe­v­skij, la cui tra­du­zione porta a ter­mine nell’arco di 20 anni.
Si tratta di un film pro­fon­dis­simo, plu­ri­sen­so­riale, impal­pa­bile e ruvido allo stesso tempo, attra­ver­sato, come le luci di un treno nella notte, da una strut­tura tem­po­rale raf­fi­nata e com­plessa, che pure sca­tu­ri­sce dal natu­rale evol­versi degli eventi: a due mesi dall’inizio delle riprese, un inci­dente grave subito dal figlio di Sve­tlana (che smette di tra­durre per occu­parsi di lui), dischiude uno spi­ra­glio nella memo­ria della donna, gene­rando un flusso di emo­zioni legate al pas­sato, al padre e all’amica tanto amata, fino a un incre­di­bile viag­gio che la riporta, insieme alla nipote, com­plice un invito per tenere delle lezioni, ancora una volta — dopo 64 anni — in Ucraina. Un tra­gitto che la camera segue passo passo, con tutto il suo pre­ci­pi­tato emo­tivo gigan­te­sco, men­tre il pae­sag­gio dal treno si fa sem­pre più bianco e rarefatto.
Con una capa­cità mera­vi­gliosa di essere sem­pre vici­nis­simo a lei, ma mai inva­sivo, Jen­dreyko, in causa anche come nar­ra­tore sto­rico fuori campo, coglie dun­que Sve­tlana Geier ora nell’intimità dei suoi riti dome­stici e con­vi­viali (ha tante nipoti), ora intenta al tempio-scrivania dove fio­ri­scono le sue tra­du­zioni: tra i suoi col­la­bo­ra­tori uno è un musicista-lettore, a testi­mo­nianza della dimen­sione pro­fon­da­mente audi­tiva e insieme sen­suale della let­te­ra­tura. E se nell’assoluta con­ti­nuità tra crea­zione manuale (cuci­nare sti­rare rica­mare) e intel­let­tuale, per lei “tra­du­zione” è desi­de­rio, ricerca di qual­cosa che emerge dal tutto e che alle suc­ces­sive rilet­ture con­ti­nua a stil­lare doni, che cosa è l’esistenza? Col suo corpo agile e curvo, lo sguardo liquido incre­di­bil­mente intel­li­gente e arguto, la pelle sot­ti­lis­sima e isto­riata, guar­dando in mac­china, Sve­tlana risponde : “Caro amico, non senti che il rumore della vita altro non è se non un’eco di armo­nie tra­scen­denti? Che niente esi­ste se non un cuore che parla a un altro cuore senza parole?”.
Quello che segue è il mio incon­tro con Vadim Yen­dreyko al Festi­val del Film di Locarno 2009, in quell’occasione è avve­nuta la prima parte dell’intervista, che ho scelto di lasciare al pre­sente di allora. Nel col­lo­quio datato 2014 lo ritro­ve­remo oggi e sapremo quale treno ha preso nel frat­tempo la sto­ria di Sve­tlana Geier.
Come l’hai conosciuta?
4 anni fa stavo lavo­rando a un pro­getto cine­ma­to­gra­fico ispi­rato all’opera di Dostoe­v­skij e un amico me l’ha segna­lata come la mas­sima cono­sci­trice in mate­ria. Così le ho chie­sto di incontrarci.
La nostra prima con­ver­sa­zione è stata infi­ni­ta­mente inte­res­sante e ci siamo rivi­sti ancora. A quel punto quello che stavo cer­cando è stato gra­dual­mente messo da parte e ho sen­tito l’impulso di fare un film con lei, un film che rac­con­tasse la sua sto­ria. I nostri incon­tri mi ave­vano creato una curio­sità asso­luta di sapere di più della sua vita, di inda­gare dove que­sta donna pren­desse l’energia per affron­tare le fati­che di Ercole della tra­du­zione. Così dopo quat­tro mesi le ho pro­po­sto il progetto.
Come ha reagito?
Ha detto subito sì, con faci­lità. Ma poi quando ho ini­ziato a spie­garle le varie fasi di rea­liz­za­zione, si è messa a ridere: non riu­sciva a capire il per­ché del mio inte­resse. Com­pren­deva l’attenzione per il suo lavoro come tra­dut­trice ma non quella verso la sua persona.
Che rap­porto ha col cinema? Lo segue?
Va a tea­tro, ma raris­si­ma­mente al cinema. Ciò nono­stante, quando le ho mostrato il film ha fatto osser­va­zioni da cri­tica raf­fi­nata. Fare un film ha molto in comune con il tra­durre. Lei non com­prende le que­stioni tec­ni­che, ma per­ce­pi­sce l’essenza. Quando un film è finito è come un testo, non lo leggi da sini­stra a destra in modo con­se­quen­ziale, lineare, ma secondo un movi­mento che parte dalla fine. La fine è come una fine­stra attra­verso cui è pos­si­bile abbrac­ciarlo tutto e riper­cor­rerlo a ritroso. Da tempo avevo matu­rato den­tro di me que­sto pen­siero ma non l’avevo mai con­di­viso con nessuno.
Come siete arri­vati alla prima immagine?
Nelle fasi ini­ziali del pro­getto avevo biso­gno di una sua foto per com­ple­tare il dos­sier da sot­to­porre ai pro­dut­tori. Ma dopo ogni incon­tro tor­navo a mani vuote. Non ero capace di chie­derla vera­mente e lei, dal canto suo, mi liqui­dava con un “la pros­sima volta”. Intanto il tempo pas­sava e i miei col­le­ghi non riu­sci­vano a capire il per­ché delle mie dif­fi­coltà: “Quest’uomo è pazzo, non rie­sce a fare una foto”. Fin­ché un giorno final­mente sono riu­scito a pro­porle di farne una insieme, tenendo io stesso la mac­china (per for­tuna ancora non si diceva “sel­fie” …, ndr). Da quel momento in poi il film è par­tito. E non le è impor­tato più che la ripren­des­simo men­tre lavo­rava ai testi o in cucina. Tutto ha comin­ciato a fluire.
Dal film emerge una gran­dis­sima capa­cità di attesa e di ascolto, di rice­zione dei silenzi, delle pause, dei bisbi­gli, delle minime varia­zioni del suo stato emo­tivo. Avevi avuto qual­che espe­rienza di rela­zione rav­vi­ci­nata con una per­sona così anziana, una parente o altro?
Sì, ma non così vicina, e poi ogni rap­porto è dif­fe­rente. Quando fac­cio un film, non è su qual­cuno, ma con qual­cuno. Allora devo rispet­tarne il ritmo. Capire quando è pos­si­bile bus­sare alla porta, senza però aprire e aspet­tando che mi si apra dall’interno. Per fare un film su di te potrei rico­prirti di domande. Ma non è detto che tu mi dica nulla. Forse tra un mese forse tra un anno tu mi apri­rai la tua porta. O forse mai. Certo io posso bus­sare un po’ più forte, ma se sfondo la porta come un ladro non tro­verò mai i tuoi veri gio­ielli. I veri gio­ielli mi arri­ve­ranno sol­tanto attra­verso un dono volon­ta­rio. Nel caso di Sve­tlana Geier ci sono voluti 8 mesi per appro­dare a quella prima foto. Solo allora i fiori si sono aperti.
Adesso lei sem­bra non accet­tare nulla che non voglia inte­ra­mente, ma c’è stato un tempo in cui ha dovuto accet­tare cose orri­bili che non voleva.
Sì, ha vis­suto cir­co­stanze sto­ri­che in cui non c’era scelta. O solo una scelta minima. Quando gli eventi più duri sono acca­duti era dav­vero molto gio­vane. Così la sua cono­scenza di quanto stesse real­mente avve­nendo si è svi­lup­pata solo in un secondo tempo. Allora, come lei stessa si è defi­nita, era sol­tanto “una ragaz­zina appas­sio­nata di lin­gue”, lon­tana dalle que­stioni poli­ti­che. Eppure è stato a quel tempo che è stata get­tata nel mezzo di cir­co­stanze sto­ri­che enormi. Sta­lin, Hitler, la Sto­ria più folle a cui lei ritiene d’essere soprav­vis­suta pro­prio gra­zie alla sua natura naïf. Sve­tlana non ha avuto paura di nes­suno. Nei sol­dati tede­schi o russi vedeva gli esseri umani, i vec­chi e i ragazzi e non le uni­formi, con tutto il loro carico sim­bo­lico atroce. E non ha mai avuto timore nem­meno delle situa­zioni più peri­co­lose (come le volte in cui è stata con­vo­cata dalla Gestapo). Come accade coi cani, sen­tiva che se solo avesse mostrato di avere paura, sapeva sarebbe stata perduta.
Infatti, mal­grado tutte le cose inso­ste­ni­bili che ha dovuto attra­ver­sare è come se avesse una stella che la protegge.
Credo sia così. Le per­sone che amava sono morte o hanno subito cose orri­bili. In que­sta scena mor­ti­fera lei pensa a sé come a una son­nam­bula: si aggira intorno ai corpi di chi non c’è più, e nono­stante il dolore immane soprav­vive a tutto que­sto. Ciò che sente è di avere dei debiti, di dover ripa­gare il fatto di avere avuto una vita così lunga e densa. Per que­sto, come si dice all’inizio del film, tra­duce, per resti­tuire alla vita ciò che le ha rega­lato. La tra­du­zione è stata dav­vero la sua chiave per soprav­vi­vere all’inimmaginabile.
Il lavoro di tra­du­zione in Ita­lia è spesso in ombra e mal pagato.
È incre­di­bile, se pen­siamo che la mag­gior parte dei libri che leg­giamo è opera dei tra­dut­tori. In realtà è un lavoro fati­co­sis­simo, ma per lo più si crede che si tratti di “copiare” da una lin­gua all’altra, cosa che è un totale misun­der­stan­ding, come lo è il cre­dere che fare un docu­men­ta­rio sia “copiare” la realtà. Invece ci sono molte simi­li­tu­dini tra il lavoro docu­men­ta­ri­stico e quello della tra­du­zione. Nova­lis diceva che tutta la poe­sia è tra­du­zione. E a quel tempo il ter­mine “poe­sia” si usava per inten­dere l’arte in senso lato. Alla fine credo che tutta l’arte sia tra­du­zione. Penso che que­sto sia il punto.
Tor­nando al pas­sato di Sve­tlana: lei aveva capito per­ché suo padre era stato arrestato?
Il padre di Sve­tlana era un inge­gnere agra­rio di un certo suc­cesso tanto che il mini­stero gli aveva rega­lato una mac­china che lui aveva scam­biato con una dacia, dal momento che allora a Kiev non esi­ste­vano strade dove poter gui­dare. Non si cono­scono le cause del suo arre­sto: se l’accusa fosse di par­te­ci­pa­zione ad atti­vità rivo­lu­zio­na­rie o pos­sesso di armi, comun­que nulla che avesse alcun aggan­cio con la realtà. Credo che Sve­tlana per­ce­pisse l’estraneità di suo padre a quanto gli stava acca­dendo senza però com­pren­dere il con­te­sto poli­tico che stava die­tro il suo arresto.
Par­lando del padre, lei si sof­ferma sul pezzo di carta che ne atte­sta il rilascio.
Fu un fatto abba­stanza straor­di­na­rio. Chi veniva arre­stato non tor­nava più a casa. Milioni sono stati uccisi e solo un migliaio rila­sciati. Infatti non esi­steva nem­meno un vero e pro­prio modulo che cer­ti­fi­casse il rila­scio e il foglio che lei mostra sem­bra più un ver­bale per una multa. Quanto alle cause del rila­scio nem­meno quelle sono note. Sve­tlana mi ha però par­lato di un sogno fatto dal padre quando era in pri­gione, che poi le aveva rac­con­tato nell’ultimo periodo della sua vita.
Si tro­vava in una stan­zetta con un fine­stra. E nella stanza c’era un uccel­lino. L’uccellino voleva fug­gire via dalla fine­stra ma non poteva per­ché in mezzo alla stanza c’era uno stec­cato fitto e alto che gli impe­diva di rag­giun­gerla. Così gli si lan­ciava con­tro, senza però riu­scire a forarlo: insi­steva fino a ferirsi, ma non per que­sto rinun­ciava. Alla fine, con un ultimo sforzo, si stac­cava da terra e tutto san­gui­nante riu­sciva final­mente ad attra­ver­sarlo e a volare via.
Il padre era molto razio­nale, aveva stu­diato mate­ma­tica ed era un grande gio­ca­tore di scac­chi. Fece que­sto sogno in car­cere una notte in cui, dopo essere stato tor­tu­rato, aveva deciso di ucci­dersi. In una cella c’erano fino a 30 40 uomini e molti si ucci­de­vano senza che gli altri faces­sero nulla per fer­marli, anzi rispet­tan­doli nella loro scelta. Così quella notte il padre di Sve­tlana voleva fare lo stesso, ma poi sfi­nito si era addor­men­tato e aveva fatto que­sto sogno così visio­na­rio. Qual­che giorno dopo era stato rila­sciato. Anche la sto­ria dell’orologio è incre­di­bile. Lo aveva dovuto con­se­gnare al momento dell’arresto, ma al rila­scio gli era stato resti­tuito per­fet­ta­mente fun­zio­nante. E tutto que­sto è assurdo per un sistema così feroce. Quell’orologio Sve­tlana lo porta ancora oggi ed è lo stesso che si vede nel film.
Giun­gendo al nodo più acu­mi­nato di que­sta sto­ria, sia per chi vede il film, sia, imma­gino, in pri­mis per chi l’ha fatto: il momento in cui il trac­ciato di Sve­tlana Geier incro­cia non solo l’occupazione nazi­sta del suo paese, ma anche la cono­scenza diretta di alcuni uffi­ciali nazi­sti. Allora è ine­vi­ta­bile chie­dersi come cia­scuno di noi avrebbe agito. Nell’intreccio ter­ri­bile e filo­so­fico della sua vita, sarà il suo lavoro di tra­dut­trice e di media­zione con alcuni uffi­ciali nazi­sti, che le sal­verà vita, dan­dole poi la pos­si­bi­lità di espa­triare in Ger­ma­nia. C’è un punto incan­de­scente del film, in cui le poni dif­fi­ci­lis­sime ma indi­spen­sa­bili domande circa la sua con­sa­pe­vo­lezza del tempo, anche innanzi all’eccidio di Babij Iar, dove viene tru­ci­data la sua amica più cara. 
Sono momenti di sospen­sione asso­luta, in cui come esseri umani siamo attra­ver­sati da domande inso­ste­ni­bili, da cor­renti algide che ci pro­strano lascian­doci con infi­niti inter­ro­ga­tivi. Dal mio con­tatto con Sve­tlana Geier ho potuto capire che la sua rela­zione con la Ger­ma­nia tra­scende l’associazione tra la nazione e il nazi­smo. Lei con­ce­pi­sce la terra tede­sca come una grande barca custode di incre­di­bili tesori di cul­tura, come Schil­ler, come Goe­the, come Tho­mas Mann. Nel corso della sua sto­ria la barca fu occu­pata da Hitler e dai nazi­sti. I suoi tesori cad­dero nelle mani sba­gliate, ma que­sto non ne muta il valore, né cam­bia la vera natura della barca che non coin­cide con l’ideologia nazista.
E nello spe­ci­fico del rap­porto tra Sve­tlana e Kerssenbrock?
C’è un gran­dis­simo stra­nia­mento: con lui, come con altri tede­schi, ha intrat­te­nuto buoni rap­porti; alcuni, inspie­ga­bil­mente, anche a rischio di gravi con­se­guenze per­so­nali, l’hanno aiu­tata. Quindi a quel tempo, come dice espres­sa­mente, non è avve­nuta per lei l’identificazione tra quelle per­sone e i nazi­sti, qual­cosa che è soprag­giunto dopo. Quanto a Kers­sen­brock, una delle prime deci­sioni prese da Hitler quando salì al potere fu di far sì che i più alti gradi dell’esercito, anzi­ché giu­rare sulla nazione tede­sca, giu­ras­sero sulla sua per­sona. Que­sto poneva gli uffi­ciali nella con­di­zione di non poter rom­pere il giu­ra­mento. Rom­perlo era la fine di tutto e non restava che ucci­dersi. Sve­tlana non giu­sti­fica Kers­sen­brock, ma riflette sui mec­ca­ni­smi psi­co­lo­gici che lo tene­vano vin­co­lato, qual­cosa di incom­pren­si­bile per noi oggi se pen­siamo che i poli­tici non fanno che smen­tire con­ti­nua­mente quanto hanno pro­messo. Per opporsi Kers­sen­brock avrebbe dovuto distrug­gere tutto il sistema men­tale in cui era immerso, cosa che non accadde.
La strut­tura del film segue un arco di tempo molto ampio, ad abbrac­ciare non solo il pas­sato di Sve­tlana Geier ma anche la malat­tia e la morte del figlio. È avve­nuta durante la lavo­ra­zione del film? Deve essere stato qual­cosa di indicibile.
Sì, è stato così. C’è stato un enorme momento di crisi quando suo figlio ha avuto l’incidente. Sve­tlana andava a tro­varlo in ospe­dale e ha smesso di lavo­rare. Così non sape­vamo più niente, cosa sarebbe acca­duto al figlio e se lei sarebbe stata in grado di con­ti­nuare ancora. Tutto era sospeso, senza più dire­zione. Allora mi sono detto, basta, que­sta è la realtà, non resi­stere, arren­diti a quanto sta acca­dendo. Suo figlio se ne sta andando, sii parte della cosa e attendi. A quel punto è stata lei a venirci incon­tro. L’incidente avve­nuto al figlio aveva aperto le porte del suo pas­sato e reso pos­si­bile una nuova parte del viaggio.
Il figlio somi­glia mol­tis­simo al padre di Svetlana.
È qual­cosa di sor­pren­dente che abbiamo sco­perto insieme. Ci stava rac­con­tando dell’orologio del padre ed è andata al piano di sopra per pren­dere una sua foto. Allora ci ha detto che se a quin­dici anni si era tro­vata nelle con­di­zioni di dover aiu­tare suo padre senza sapere bene come farlo, adesso a 85 sapeva come aiu­tare suo figlio. A distanza di set­tanta anni, la vita l’aveva messa di nuovo nella con­di­zione di fare l’infermiera nei con­fronti di chi più amava.
In que­sta sto­ria dram­ma­tica c’è un filo di iro­nia, un bril­lio che di tanto in tanto fa capo­lino dagli occhi della signora Geier, spe­cie nei momenti in cui tra­duce; il suo spi­rito è più che mai sofi­sti­cato e sem­pre spiazzante.
Fa parte del suo modo di essere, della sua intel­li­genza, ma anche del suo modo di vivere il lavoro di tra­dut­trice. Lavora per anni a un unico testo, fino a memo­riz­zarlo inte­ra­mente, fino a che diventa parte della sua stessa vita. Tra­du­cendo si sco­prono le infi­nite pos­si­bi­lità delle lin­gue, come dell’esistenza. Ed è molto affa­sci­nante sce­gliere, scoc­care la frec­cia con la mag­giore pre­ci­sione pos­si­bile. C’è spa­zio per tutto, per la serietà più asso­luta e per l’umorismo. È per que­sto che la cul­tura rende così ricca la vita.
Alla fine di que­sto lunga sto­ria di vita e cinema, cosa ti uni­sce a Dostoevskij.
È stata l’origine della mia ricerca e il motivo per cui ho voluto incon­trare Sve­tlana Geier. In tutti i suoi romanzi Dostoe­v­skijsi pone que­sta domanda: chi sono? Come è fatta la mia anima? Per­ché, come dice Sve­tlana, quando Raskòl’nikov sta per ucci­dere l’anziana usu­raia noi tre­miamo con lui, con l’assassino, spe­rando che rie­sca nel suo intento? Ricorda anche che la domanda che attra­versa tutta l’opera di Dostoe­v­skij è: il fine può giu­sti­fi­care i mezzi e dun­que ren­dere conto di una vita? Qual­cosa che riguarda sia la poli­tica mon­diale, chi detiene il potere, sia le sin­gole vite di ognuno. Credo che oggi que­sta sia una delle domande fon­da­men­tali e con­di­vido la rispo­sta di Dostoevskij, che mai, in nes­sun caso il fine può giu­sti­fi­care i mezzi. Cosa pos­sono fare isti­tu­zioni come L’Onu o la Croce Rossa se i primi a non man­te­nere le pro­messe, a non rispet­tare i prin­cipi con­di­visi sono i grandi stessi? E se loro non rispet­tano que­ste regole basi­lari come pos­sono aspet­tarsi che lo fac­ciano gli altri? È il cat­tivo esem­pio, come per i bam­bini, è la cata­strofe di Guan­ta­namo, la cre­di­bi­lità della poli­tica occi­den­tale distrutta. Pra­ti­care le pagine di Dostoe­v­skij, le infi­nite sot­ti­gliezze della sua scrit­tura illu­mi­nata, come fa Sve­tlana Geier, può creare anti­corpi, par­ti­celle impal­pa­bili di resi­stenza a tutto questo.
Marzo 2014. Quali vie ha seguito il bril­lio di Sve­tlana Geier.
Abbiamo con­ti­nuato a sen­tirci anche dopo la fine del film. Ha par­te­ci­pato a una prima al festi­val Visions du Réel di Nyon e ad altre pro­ie­zioni. Poi pian piano, nel 2010, è diven­tata sem­pre più debole e ha tra­scorso gli ultimi due mesi a letto. Se ne è andata la notte tra il 7 e l’8 di novem­bre. È stata una fine senza sof­fe­renze acute. Come era suo desi­de­rio, è morta nella sua casa, con sua figlia accanto, tra le sue cose, la sua tazza di tè, i suoi libri. Pacificamente.
Cosa credi che avrebbe pen­sato di quanto sta acca­dendo in Ucraina?
Non è sem­plice da dire. Non ho mai par­lato spe­ci­fi­ca­mente con lei della situa­zione poli­tica nel suo paese d’origine, anche se so che aveva sim­pa­tia per la rivo­lu­zione avve­nuta dieci anni fa. Biso­gna tener pre­sente che era nata e cre­sciuta in Ucraina ma che la sua cul­tura, i suoi geni­tori erano legati alla Rus­sia, che a casa par­la­vano russo. D’altra parte, aveva vis­suto sulla pro­pria pelle snodi cru­ciali della sto­ria ucraina del 900, lo sta­li­ni­smo prima e poi il nazi­smo e il filo della sua vita era stato pro­fon­da­mente legato ai destini di quel paese. Suc­ces­si­va­mente gli eventi l’avevano con­dotta a lasciare l’Ucraina per la Ger­ma­nia, senza tor­nare se non dopo mol­tis­simi anni. Ecco, quel viag­gio, che ho rac­con­tato nel film, dà forse il senso di quanto forte e dolo­rosa insieme fosse per lei la memo­ria delle sue radici (sulla tomba del padre chiede alla nipote di por­tare con sé un rametto della sua terra, per la nonna, ossia per se stessa, quando a sua volta morirà, ndr). Se cerco allora di imma­gi­nare cosa avrebbe pen­sato, credo che pro­ba­bil­mente si sarebbe sen­tita molto ama­reg­giata del fatto che l’Ucraina sia diven­tata mate­ria di gio­chi poli­tici tra Putin e gli inte­ressi Occi­den­tali. Dun­que credo che sarebbe molto sospet­tosa e cri­tica su quanto accade.
E tu cosa ne pensi?
Al momento credo che sia molto dif­fi­cile giu­di­care. Mi sem­bra una situa­zione ete­ro­ge­nea che vede coin­volti inte­ressi dif­fe­renti. A quanto so, anche da fonti dirette, in Ucraina al momento ci sono per­sone molto impe­gnate, che lot­tano dav­vero per la demo­cra­zia, ma è vero che ce ne sono anche altre estre­ma­mente nazio­na­li­ste. Quindi è dif­fi­cile capire quale dire­zione possa pren­dere il paese adesso. Anche l’Ue poi non rie­sce a inter­fac­ciasi con una sola voce, la sua debo­lezza è data dalle troppe moti­va­zioni par­ti­co­la­ri­sti­che al suo interno e in que­sto stato di cose cao­tico, Putin ha buon gioco.
La sto­ria di Sve­tlana Geier lam­bi­sce la sto­ria ucraina, quella russa e quella tede­sca e la dif­fi­coltà a con­ci­liare le diverse componenti …
La situa­zione degli ex paesi sovie­tici si può para­go­nare a quelli della ex Jugo­sla­via, al covare di con­flitti e di con­trad­di­zioni sto­ri­che anti­che che poi a un certo punto sono esplose. È per que­sto che quello dell’Ucraina, che riflette la com­ples­sità dell’Europa, è un lungo pro­cesso che non può tro­vare solu­zioni imme­diate. Sve­tlana Geier cer­cava di creare con­nes­sioni, di costruire ponti tra cul­ture diverse e que­sto era gran­dioso per­ché lei capiva che le dif­fe­renze sono un van­tag­gio, la ric­chezza che si genera dallo scam­bio. Capirsi è una que­stione di cul­tura, di pazienza, di atten­zione alle sfumature.

martedì 5 febbraio 2013

La parola che salva in Dostoevskij

Letteratura e sentimento dell'esistenza individuale. In quelle che Bruno Bettelheim chiamava situazioni estreme la parola densa e significativa di un testo può offrire una via d'uscita. Non verso un mutamento esterno della situazione, ma verso una metamorfosi interiore. E' anche questo un modo per cambiare la vita. Il mondo cambia perché cambia il nostro modo di guardare a noi stessi e al nostro rapporto con gli altri. Vi sono esempi di questo fenomeno nella lettera di Šalamov a Pasternàk, in Primo Levi, in Evgenija Ginzburg. Questo di Dostoevskij è l'esempio più antico.

Giovanni Carpinelli

Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, capitolo IV


- Ascolta, Aléj, - gli dissi un giorno, - perché non impareresti a leggere e scrivere in russo? Sai come questo potrà esserti utile qui in Siberia, in seguito?
- Ne ho molta voglia. Ma da chi imparare?
- Quanti qui hanno un po' d'istruzione! Ma vuoi che ti insegni io?
- Ah, insegnami, per favore! - e già si era sollevato sul tavolaccio e giungeva le mani in atto di preghiera guardandomi.
Ci mettemmo all'opera fin dalla sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo Testamento, libro non proibito nel reclusorio. Senza abbecedario, soltanto con questo libro, Aléj in poche settimane imparò a leggere magnificamente. Dopo circa tre mesi, già capiva benissimo la lingua letteraria. Studiava con ardore, con passione.
Un giorno avevamo letto insieme tutto il sermone della montagna.
Io notai che alcuni passi del sermone egli li aveva pronunciati, si sarebbe detto, con un sentimento speciale.
Gli domandai se gli piaceva ciò che aveva letto.
Egli mi gettò un rapido sguardo e il rossore gli spuntò sul viso.
 - Ah, sì! - rispose, - sì, Gesù era un santo profeta, Gesù diceva le parole di Dio. Com'è bello!
- E che cosa ti piace più di tutto?
- Dove egli dice: perdona, ama, non offendere, ama anche i nemici.
Ah, come parla bene!
Si voltò verso i fratelli, che ascoltavano la nostra conversazione, e cominciò a dir loro qualche cosa con foga. Essi parlarono a lungo e seriamente tra loro accennando col capo affermativamente. Poi con un sorriso grave e benevolo, tutto musulmano(che tanto mi piace, e mi piace precisamente la gravità di quel sorriso), si rivolsero a me e confermarono che Gesù era un profeta di Dio e faceva grandi miracoli; che aveva fatto un uccello di argilla, ci aveva soffiato su, quello aveva preso il volo... e che questo era scritto nei loro libri. Mentre dicevano ciò, erano pienamente persuasi di farmi cosa molto gradita esaltando Gesù, e Aléj era tutto felice che i suoi fratelli vi si fossero indotti e avessero voluto darmi tale soddisfazione.
Il nostro corso di scrittura riuscì pure in modo straordinario.
Aléj si era procurato della carta (che non mi permise di comprare a mie spese), penne e inchiostro, e in un paio di mesi imparò a scrivere splendidamente.
Questo fece addirittura stupire i suoi fratelli. L'orgoglio e la contentezza loro non avevano confini. Essi non sapevano come ringraziarmi. Nei lavori, se ci accadeva di lavorare insieme, andavano a gara nell'aiutarmi e consideravano ciò come una fortuna per loro. Non parlo poi di Aléj. Egli amava me forse quanto i fratelli. Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciato, né aveva pianto.

- Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me, - disse, - che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai...

Dove sarà, dove sarà ora il mio buono, caro, caro Aléj?