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lunedì 29 giugno 2026

La remigrazione

Simona Forti
Il vero volto della remigrazione

La Stampa, 29 giugno 2026

C’è un lago in Germania dove, prima di fare il bagno, bisogna superare un esame. Non di nuoto: di lingua. All’Heidesee, una vecchia miniera a cielo aperto, oggi allagata, alle porte di Halle, da qualche settimana un addetto all’ingresso valuta se il tedesco dell’aspirante bagnante sia abbastanza buono — abbastanza, dice il regolamento, da capire le istruzioni di sicurezza. Chi non passa, resta fuori. Il gestore giura che è solo prudenza: l’acqua è profonda, la riva scende a picco, «e la morte non si può escludere». Potrebbe sembrare una delle tante cronache di questo caldo straordinario — un lido preso d’assalto, una regola in più al cancello. Ma in un Land che a settembre va al voto — la Sassonia-Anhalt, dove l’AfD è data oltre il 40% —, su quel divieto si allunga l’ombra della remigrazione.

La prospettiva del «ritorno al Paese d’origine» non mira soltanto a sanare le irregolarità. Allude all’espulsione, su base etnica, di milioni di persone — richiedenti asilo e stranieri regolari, ma anche, ed è il punto che la rende esplosiva, cittadini di seconda generazione: secondo i teorici del progetto, ogni straniero «non assimilato» sarebbe passibile di rimpatrio. Per quanto i suoi sostenitori la presentino come una tecnica giuridica, capace di sciogliere situazioni di conflitto e di rischio, la remigrazione è la «soluzione» pratica che la teoria della Grande Sostituzione — o «sostituzione etnica» — porta con sé: il vero collante della galassia della destra estrema globale.

Il testo che le ha dato nuova vita è Le Grand Remplacement (2012) di Renaud Camus: un autore colto e raffinato, capace di vestire di letteratura un’idea da pogrom. La sua tesi è che l’«uomo bianco» stia per essere sostituito da un tipo umano meticcio, «svuotato». Di quel libro, e della genealogia antisemita da cui discende, ho già scritto su queste pagine; qui mi basta ribadirne il presupposto, perché è il perno su cui tutto poggia: l’idea che esista un’identità pura, un’essenza data in origine, e che mescolarla significhi distruggerla. È una convinzione antica — premessa di tutte le teorie della razza — che oggi ritorna nel discorso pubblico con una leggerezza inquietante: fino a pochi anni fa slogan eversivo, essa circola ormai a grande velocità e con una legittimità nuova.

Saremmo tentati di liquidarla come una deriva tedesca; in realtà è la trama di una rete internazionale che dall’Europa arriva fino agli Stati Uniti e all’Australia. In poco più di due anni la remigrazione è passata da tabù impronunciabile a proposta da discutere nel Parlamento europeo. E l’Italia non è certo in seconda fila: nel maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, organizzato dall’identitario Andrea Ballarati, il primo «Remigration Summit», con esponenti dell’AfD tedesca e della destra radicale francese; ne è seguito un secondo in Toscana, a settembre, alla vigilia delle Regionali. A quei summit Roberto Vannacci ha dato la propria benedizione: se nel 2025, da eurodeputato e vicesegretario della Lega, aveva definito la remigrazione «una battaglia per la libertà e la civiltà» e promesso di portarla «a Bruxelles», nel febbraio 2026, proprio intorno a quell’idea, ha lasciato la Lega e ha fondato il suo partito, «Futuro Nazionale».

Io credo che questo passo fuori dalla coalizione di governo, lungi dall’essere una rottura, possa rivelarsi, semmai, una mossa che la rafforza. Un partito di governo non può permettersi di pronunciare certe parole: quando, qualche anno fa, un ministro usò proprio l’espressione «sostituzione etnica», dovette correre a precisare che non intendeva ciò che pure aveva detto. Chi siede nei consessi europei e tratta con le cancellerie deve mantenere una faccia rispettabile: non può abbracciare apertamente un piano di deportazione su base etnica. E allora, a farsi carico delle posizioni impresentabili, dev’essere qualcun altro. Sganciandosi dal vincolo di governo e mettendosi a capo di un partito tutto suo, Vannacci — che dell’incorrettezza ha fatto un capitale politico — si è reso libero di fare esattamente questo: dare voce alle tesi impronunciabili, tenere salda la rete dei movimenti di estrema destra, spostare in avanti il confine di ciò che si può non solo pensare, ma anche progettare. È un lavoro opaco e insieme astuto, che risponde a una precisa divisione dei ruoli: prestare la voce agli estremisti — da CasaPound alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads a Forza Nuova — e lasciare che la destra di governo incassi la radicalizzazione senza pagarne il prezzo; anzi, che si presenti come l’argine ragionevole rispetto a ciò che essa stessa ha contribuito a rendere pensabile.

Ma qual è il presupposto della «sostituzione etnica» che renderebbe necessaria la remigrazione? È la convinzione che esista un’identità pura — l’italiano, l’europeo, il bianco — la cui essenza, data in origine, si distruggerebbe per contaminazione. Com’è possibile credervi? Nessuna identità è incontaminata, perché nessuna identità è una realtà univoca. Ogni identità è un intreccio, una stratificazione, una sovrapposizione di altre identità e provenienze. Ciò che chiamiamo «italiano» è il sedimento di greci e arabi, longobardi e normanni, ebrei e spagnoli — di lingue, cucine, fedi, volti venuti d’altrove e diventati, nel tempo, «nostri». L’identità non è una sostanza che si conserva: è un processo che si fa, e si fa di continuo, per incontro e per mescolanza. Non esiste un’identità immobile, perché nessuna realtà vitale può restare identica a se stessa. Continuare a vivere — in qualsiasi Paese del mondo — significa differire di continuo da sé, diventare altro da ciò che si era: non un nucleo immutabile che resiste ai cambiamenti, ma il movimento stesso del cambiamento. L’italiano di oggi non è quello di un secolo fa, e non sarà quello di un secolo a venire; ed è precisamente in questo scarto da sé che una persona, un insieme di persone, un popolo rimane vivo.

In questo senso la «sostituzione etnica» accade ogni giorno. Accade ogni volta che un bambino impara una parola nuova, che una cucina adotta una spezia, che due persone provenienti da spazi lontani mettono al mondo qualcuno. È semplicemente il movimento che la storia porta con sé: un’identità le cui componenti smettessero davvero di essere «sostituite» — di trasformarsi, di contaminarsi, di accogliere — sarebbe un’identità morta. I custodi della purezza non difendono un popolo vivo: congelano un cadavere, e lo chiamano nazione.

Ecco perché non possiamo sorridere della storia del lago come di una bizzarria tedesca dell’estate. È, semmai, la prova di quanto sia facile far passare l’esclusione per buon senso, e farla fruttare come serbatoio di voti. Al cancello di un lido, come nei progetti di una politica nazionalista, si pretende di decidere chi appartiene e chi è di troppo, riducendo la cittadinanza a un fatto di sangue. La remigrazione non è una politica migratoria: è la pretesa di fondare, su un’identità che non esiste, il diritto di stabilire chi sia abbastanza umano da poter restare.

domenica 14 giugno 2026

La contesa a destra

Ezio Mauro
Le tre destre italiane e il Golem

la Repubblica, 14 giugno 2026

Poiché lo spirito del tempo è la merce più preziosa sul mercato politico, le destre sono diventate tre, in gara per contenderselo: più Forza Italia, che si considera di centro-destra. Ribellismo, antagonismo, estremismo sono la dominante della lunga fase in cui viviamo, producendo consenso e generando governi populisti e sovranisti incentrati sulla prevalenza del leader e non più sull’equilibrio dei poteri. La potenza dell’ideologia, che sembrava sepolta sotto il crollo dell’Unione Sovietica e del suo feticcio simbolico, il Muro, ritorna col segno opposto a incendiare la politica, spargendo tra i continenti l’ultima suggestione: superare la democrazia, dichiararla decaduta, inaugurare una nuova epoca post-costituzionale in cui il potere è governo e il governo è comando. Tutto il resto può solo disciplinarsi in funzione gregaria, rispettando la nuova gerarchia.

Ma proprio la nascita del caso Vannacci e il decollo della sua avventura (la terza destra) dimostra che il campo è stato colonizzato, ma non è dominato, anzi è luogo di contesa permanente. Com’è possibile? C’è in quell’area una leadership riconosciuta e sicura, quella di Giorgia Meloni, che guida il governo, la maggioranza, il partito più forte e soprattutto impersona la politica estera, che oggi è la cifra decisiva di ogni esecutivo: e tuttavia altre ipotesi di destra sono possibili, si confermano e si affacciano, contraddicendosi in una competizione aperta. Tutto questo conferma che mentre la destra in questi quattro anni a palazzo Chigi cercava l’egemonia culturale, non è riuscita a produrre una cultura di sicuro riferimento, senza la quale non si fonda una supremazia e nemmeno un’autorità.

È come se Meloni, salendo al governo, avesse scoperchiato un mondo invece di unificarlo. E quest’opera incompiuta, proprio sotto l’aspetto culturale (la presidente del Consiglio è clamorosamente sola) spiega perché un generale senza base elettorale, senza seguito parlamentare, senza radici e senza esperienza politica sia riuscito a diventare il nuovo fantasma che agita i sonni governativi della destra italiana. Vannacci in realtà non ha fatto nulla, e forse proprio questo spiega la curiosità estremista che lo circonda, come se fosse un puro marchio, un ologramma innocente perché senza sostanza. Ma ha concentrato su di sé un tale accumulo di simboli che può attribuirsi un ruolo senza nemmeno misurare la sua reale consistenza: militare, fascista, filorusso, insofferente a ogni disciplina esterna, ribelle anche nei confronti di chi lo ha portato dall’anonimato alla politica, putiniano al punto da lanciare addirittura un segnale di richiamo rossobruno alla zona grigia profonda del Paese, impersonando intanto una completa estraneità alla Costituzione: quanto basta per garantire una totale opposizione al sistema. Un tizzone ardente, dunque, a prima vista di piccole dimensioni, ma in realtà difficile da maneggiare per chi lo trova nella sua metà del campo.

C’era dunque nel territorio della destra che ci governa lo spazio per una domanda politica radicale, estrema, irriducibile, che l’azione di governo evocava e eccitava, senza poterla soddisfare. Questo spazio infatti è stato creato da Meloni e coltivato da Salvini. Fratelli d’Italia rappresenta la prima destra, nazional-sovranista, trumpiana nell’anima, occidentale per caso, ideologica nei progetti. Ma questa identità reazionaria si è per forza di cose ibridata con il ruolo della leader, che come capo del governo deve negoziare con Bruxelles, deve entrare nel concerto istituzionale assumendone le posture, deve condividere le liturgie costituzionali repubblicane, deve fare i conti con la realpolitik quotidiana: deve in una parola moderarsi, subordinando l’underdog che è in lei al Primo ministro che è diventata. Potenza dei riti repubblicani. Salvini ha creduto di poter colmare questa distanza tra l’ideologia e la realtà provando a forzare il limite istituzionale entro il quale si muove Meloni, e facendo di questa forzatura quotidiana la nuova identità della Lega. La seconda destra è così diventata una forza estremista, anarco-reazionaria, tributaria di Trump e seguace di Putin, con metà corpo trattenuto nel recinto istituzionale ma con i piedi già fuori dal perimetro della Costituzione.

Il problema nasce dall’incompiuta. La doppia funzione di lotta e di governo non regge alla prova del contesto occidentale, dove governare vuol dire prima di tutto assumersi responsabilità e farsi carico del sistema, non programmare la sua rottura per fuoruscirne. Continuamente evocato con citazioni, allusioni, incursioni, revisioni, quel mondo sommerso della trasgressione costituzionale e dell’eccezione antidemocratica ha convissuto in questi anni a fianco del governo come un universo parallelo, una tentazione permanente, una minaccia costante: una carta di riserva, coperta a metà per far capire che esiste ma senza dover intanto risponderne, e da giocare nel momento in cui il quadro internazionale dovesse inclinarsi definitivamente verso una pratica neo-autoritaria. Soltanto che qualcuno — costruito artificialmente con l’argilla della Lega come un moderno golem fascista, per agitare quei temi e proclamare quei progetti troppo estremi anche per la destra di governo — si è messo in proprio. Il golem cammina, e pronuncia quelle esatte parole che Salvini pensa e per ora non può permettersi di dire: ma le rivolge contro i suoi creatori, accusandoli di ambiguità, di incoerenza e di tradimento.

Assistiamo così allo spettacolo doloroso per il Paese della destra di governo che dagli spalti del Palazzo guarda l’ultima sua mutazione, la terza destra, radicale senza responsabilità, identitaria senza compromessi, nostalgica senza aver fatto i conti con la storia. È una destra che non media, non governa, non negozia, non firma niente e quindi può permettersi di dire tutto, offrendosi come forza di rappresentanza della pura protesta e della ribellione, tingendole al nero. Ora tutti si domandano se Vannacci entrerà nella coalizione elettorale meloniana, di cui è insieme filiazione e contraddizione, vendendo carissima la sua percentuale che può essere decisiva. Ma Meloni e Salvini farebbero meglio a interrogarsi su quest’ultimo fallimento, che vede nascere nel cuore dell’esperienza di governo una destra rivale anti-democratica, anti-costituzionale: e forse addirittura anti-repubblicana. Complimenti.

venerdì 12 dicembre 2025

Palestina e Israele al dunque

 

Rashid Khalidi
Bruno Montesano
Per la pace, guardarsi con gli occhi dell'altro

il manifesto, 12 dicembre 2025 

Smarcarsi dal «gioco a somma zero» degli opposti – pur se asimmetrici – identitarismi. In questa prospettiva si collocano tanto il volume di Claudio Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza, pp. 280, euro 19), quanto Fondato sulla sabbia. Un viaggio nel futuro di Israele (Garzanti, pp. 176, euro 18) di Anna Momigliano. «Israele non è il Sudafrica, né l’Algeria o il Vietnam»: Momigliano conclude il primo capitolo del suo lavoro con le parole di Edward Said. Insieme al racconto della necessità della coesistenza, il cuore del libro è questo.

Gli ebrei che vivono in Israele per il 45 per cento sono di origine mediorientale, a causa dell’espulsione e della fuga da Marocco, Yemen, Egitto, Libia, Iraq, Turchia e Tunisia tra gli anni ’50 e ’60 di almeno 650mila persone. Said sosteneva che gli ebrei non siano coloni qualsiasi, dal momento che hanno patito la Shoah e subito l’antisemitismo. Una simile consapevolezza attraversa anche Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza di Rashid Khalidi (Laterza, pp. 416, euro 24). Khalidi, infatti, ricorda che la violenza non è uno strumento efficace contro una comunità storicamente perseguitata. Momigliano racconta bene la spirale di disumanizzazione del nemico in cui gli ebrei israeliani sono sprofondati negli ultimi trent’anni, con la sinistra che ha accantonato il progetto di una pace con i palestinesi.

Spiega inoltre che gli ebrei israeliani non hanno un’altra casa dove andare (in tal senso non assomigliano ai pieds noirs in Algeria): solo il 19 per cento sono nati altrove – numeri simili si osservano in Svizzera, mentre in Australia sono il 29 per cento e in Lussemburgo quasi il 50 per cento. Momigliano, provocatoriamente, nota che non è comune mettere in dubbio l’identità di cittadini di altre nazioni fondate sul «colonialismo di insediamento» – ossia in cui dei coloni si siano sostituiti, uccidendo, espellendo o integrando in modo subalterno la popolazione nativa -, come il Canada o gli Stati Uniti. 

INSOMMA, contro ideali di purezza etnica da restaurare, Momigliano racconta il punto di vista di alcuni palestinesi israeliani come Rula Daoud, copresidente di Standing Together – organizzazione di ebrei israeliani e palestinesi, che si batte contro apartheid e pulizia etnica -, o del coraggioso deputato comunista Ayman Oded. O, ancora, di due podcaster, Amira Ahmad e Ibrahim Abu Ahmad, che affermano di essere i soli ad avere «la capacità di vedere le cose da due prospettive diverse», quella israeliana e quella palestinese. A fine Ottocento, il sociologo W.E.B. Du Bois, in relazione all’esperienza afro-americana, chiamava questa ricchezza «doppia coscienza» – «il guardarsi sempre attraverso gli occhi degli altri».

È SULLA BASE di una simile sensibilità che sono sorte riflessioni come quelle di Bashir Bashir e Amos Goldberg (Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, pp. 464, euro 24), nonché sullo stato binazionale su cui ragionano tanto palestinesi quanto alcuni ebrei israeliani. Ancora Said, citato da Momigliano: «Se però non facciamo il collegamento che la tragedia degli ebrei ha portato alla catastrofe palestinese per – diciamo – ‘necessità’ (piuttosto che per semplice volontà), sarà impossibile che riusciamo a coesistere come comunità differenti».

Oggi, il fatto che la maggioranza degli ebrei israeliani non riconosca che nemmeno i palestinesi hanno un altro luogo dove andare rispetto a quello distrutto dalle loro bombe e frammentato con muri e checkpoint rende queste prospettive estremamente difficili. Claudio Vercelli, nella sua ricostruzione storica, mette in guardia contro il rischio che l’eccesso identitario degeneri in «pulizia etnica» – ombra permanente di ogni nazionalismo e realtà a Gaza -, ossia la messa in discussione dell’esistenza di una delle due comunità, ebrei e palestinesi. Lo storico, oltre alla strategia omicida di Netanyahu, denuncia l’ontologizzazione negativa di Israele, schiacciata sulla sua classe dirigente razzista – che pure è arrivata dove è per via elettorale.

Ad ogni modo, troppo spesso Israele viene estratta dal secolo terribile della violenza nazionalista e astratta ad unicum, incarnazione singolare ed unica di un «surplus di ferocia» che viene raccontato anche attraverso il ricorso a elementi dell’archivio antiebraico. Dopo due anni di genocidio, la violenza israeliana è sufficientemente terribile di per sé, senza che sia necessario ricorrere a iperboli o fabbricazioni complottiste. Vercelli quindi afferma che Israele raccoglie in sé, «nel suo particolarismo, aspetti ben più generali di tutta la vicenda politica novecentesca», come l’intersezione tra decolonizzazione e colonialismo di insediamento – il sionismo è stato tanto un movimento di liberazione nazionale contro gli inglesi, quanto una forza coloniale contro i palestinesi. 

LO STORICO, INOLTRE, insiste nel denunciare la pigrizia di alcune categorie interpretative: «l’impossibilità di una negoziazione» tra le due comunità deriva non tanto «dalle differenze di ‘gruppo etnico’, così come dalle culture politiche di riferimento», bensì dagli interessi dei gruppi di potere nella guerra. Ciò che conta non sono le identità nazionali – questa la lezione del volume -, ma le faglie interne che attraversano i due campi, i rapporti di potere, così come le questioni di classe – su cui Vercelli si concentra costantemente -, troppo spesso ignorate in una deriva ultraidentitaria da parte di chi si occupa dell’oppressione dei palestinesi: delle posizioni giustificazioniste di Israele è più facile vedere l’errore e l’orrore.

Vercelli conclude il suo testo affermando che l’«impotenza della comunità internazionale» vada legata al panorama di «destabilizzazioni, unilateralismi, crisi delle istanze e dei soggetti della mediazione, furori bellici, rimandi a identità etnico-razziali». Ciò che è importante evitare è pertanto la nostalgia: Yitzhak Rabin, di cui è recentemente ricorso il trentennale dell’omicidio, è stato sì l’uomo degli accordi di Oslo – ricostruiti criticamente da Momigliano – ma non c’è nulla da rimpiangere del laburismo sionista a cui si ispirava, essendo intrappolato in un progetto volto al mantenimento della maggioranza ebraica che ha portato all’attuale bantustanizzazione della Palestina.

IN RELAZIONE A CIÒ, una stimolante provocazione – non sempre condivisibile – è quella presente in un libro non ancora tradotto in italiano: The No State Solution. A Jewish Manifesto (Yale University Press 2023) di Daniel Boyarin, docente di Berkeley. Per Boyarin, che dialoga creativamente con il pensiero postcoloniale, gli ebrei sono un popolo – contro la nota tesi di Shlomo Sand – e non una religione. Ma questo non vuol dire che debbano avere uno stato proprio. Al contrario, ciò che conta per loro è il Talmud, una «patria portatile» (Heinrich Heine). Nell’ambiente ebraico anglofono stanno uscendo sempre più testi legati ad una prospettiva diasporica, tesi a sganciare l’identità ebraica dalla necessità di uno stato: come quello di Peter Beinart, Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza (Baldini Castoldi, pp. 192, euro 20). L’applicazione concreta consiste nel rilancio della prospettiva binazionale, cara a molti intellettuali palestinesi come i già citati Said e Bashir o Raef Zreik. Obiettivo assai lontano, ma tanto più necessario contro piani di pace neocoloniali, come denunciato da un altro sostenitore dell’ipotesi binazionale, Moustafa Barghouti. 

Tutti i libri citati in questa pagina

Claudio Vercelli, «Storia del conflitto israelo-palestinese», Laterza
Anna Momigliano, «Fondato sulla sabbia.
Un viaggio nel futuro di Israele», Garzanti
Rashid Khalidi, «Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza», Laterza
Bashir Bashir, Amos Goldberg, «Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma», Zikkaron
Peter Beinart, «Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza», Baldini Castoldi
Daniel Boyarin, «The No State Solution. A Jewish Manifesto», Yale University Press

mercoledì 8 ottobre 2025

Gli italiani


Natalia Ginzburg è morta a Roma l'8 ottobre 1991. Oggi ricorre l'anniversario di quel giorno. In segno di omaggio nella trasmissione radiofonica Qui comincia è stato letto un breve passo di una sua opera.

Natalia Ginzburg, Elogio e compianto dell'Inghilterra (1961), in Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962

L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia. per le strade si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue.
È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto. 

A suo tempo, Giuliano Procacci, nel pubblicare la sua Storia degli italiani (1968), aveva posto in esergo un brano tratto da un romanzo di Cesare Pavese. 

Cesare Pavese, La casa in collina (1948)

- Professore - esclamò Nando a testa bassa - voi amate l'Italia?
Di nuovo ebbi intorno a me le facce di tutti: Tono, la vecchia, le ragazze, Cate. Fonso sorrise.
No - dissi adagio - non l'Italia. Gli italiani.


venerdì 15 agosto 2025

Québec, i francesi d'America


Domenico Quirico
2004 - Québec, quel pezzo di Canada che non parla inglese lungo le amare sponde del San Lorenzo
La Stampa Tuttolibri, 15 agosto 2025

Le Plaines d’Abraham sono intirizzite dalla neve e dal vento che si arrampica dalle gole del San Lorenzo, violando le mura spesse e grigie della cittadella di Québec eroicamente eretta su una rupe. Solo i podisti ciabattano felici per i sentieri trascinando piccole macchie di colore. Nel 1759 quello che oggi è uno dei parchi pubblici più belli del mondo risuonava di pifferi e tamburi, i cannoni brontolavano impazienti, i sergenti che ancora impugnavano le picche, smoccolando, mettevano in fila belle schiere in tricorno. Le giubbe rosse inglesi e i “blue” del re di Francia si scontrarono per decidere chi era il padrone dell’America.

Fu la prima guerra mondiale della Storia. Vinsero gli inglesi. La frase che il colonizzatore francese Champlain aveva pronunciato guardando per la prima volta il promontorio su cui avrebbe costruito Québec, «Farò valere questo dono di Dio!», finì malinconicamente nei libri. La grandiosa fortezza che i soldati di sua Maestà costruirono per difendere la preda punta ancora i vecchi cannoni sul San Lorenzo che sta pigramente ghiacciando. Lungo uno dei sentieri del parco il vincitore delle Plaines d’Abraham, James Wolfe, morto sul campo come gli antichi eroi di Omero, riposa sempre sotto un epitaffio da re: «Qui giace Wolfe, vittorioso».

Un viaggio nell’America dove batte ancora, forte, coraggiosa, irriducibile, l’anima di Francia deve cominciare qua, nell’unica città murata a nord del Messico, con le sue stradine, le piazze lastricate, costruita alla rinfusa, pittoresca; meditando lungo la passeggiata un tempo riservata alla gioia dei governatori, a strapiombo sul San Lorenzo. Il Québec, famoso per i boschi, le montagne, gli orizzonti così scandalosamente infiniti per i nostri avari paesaggi d’Europa, conserva la storia di una nazione spodestata e tenace. La fedeltà alla Francia ormai è un ricordo pallido, gli ultimi fremiti risalgono a quando De Gaulle portò oltreoceano modesti fremiti di una “Grandeur” al tramonto. Gli eredi dei coloni di Champlain sono maggioranza, ma sono francesi come non ce ne sono più, che parlano un dialetto arcaico, rannicchiati per due secoli nella grotta della loro cultura antica dove gli inglesi, astuti, non sono venuti a disturbarli. E pensare che uno dei governatori inglesi, Lord Durham, per disprezzarli li definiva «un popolo senza storia!».

Erano contadini devoti e obbedienti ai loro preti e tenacemente affezionati alle loro usanze che non hanno mai conosciuto i fremiti della Grande Rivoluzione, e intrepidi cacciatori che si inoltravano nei boschi alla ricerca di pellicce e di indiani disposti a fare affari. Se volete conoscerli imbarcatevi su un traghetto per Lèvis risalendo un poco una delle grandi vie d’acqua del mondo. Ecco sulle alture i villaggi presidiati dalla chiesa a campanile con la casa del prete vicina, le strisce sottili dei campi, perché qui la primogenitura non aveva vigore e le proprietà con le generazioni si facevano sempre più piccole, qualche rudere di castello di stile normanno ultimo ricordo di nobili che non trovarono nella nuova Francia una storia meno intricata e benigna, vecchie locande con i prosciutti appesi al soffitto, e i reliquiari della santità cattolica. Oggi la fedeltà cattolica è in declino, il Canada è l’unico paese dove molte chiese vengono vendute e trasformate malinconicamente in condomini. Ma alla loro cultura gli habitants continuano a abbarbicarsi come a una scialuppa per non annegare nel mare anglosassone.

Sbarcate di nuovo a Québec, imboccate Rue Sainte-Anne o sfilate lungo i tetti variopinti di Rue Saint-Paul, passando sotto archi presidiati da antiche mitre episcopali: dai cortili dove si annidano le locande escono fragranze di zuppa di cipolle e di coq au vin. Sbucate nella magia quadrata della Place Royale presidiata dal busto sussiegoso di Luigi quattordicesimo. Entrate nella navata di Notre Dame des Victoires dove appeso al soffitto c’è il modello del veliero che nel Seicento portò qui un reggimento di piemontesi arruolati dal re di Francia per combattere contro la «Lega dei veri serpenti», le tribù irochesi. Erano indiani scandalosamente diversi, un popolo di agricoltori che viveva in villaggi fortificati, con una sofisticata organizzazione politica federale dove le donne avevano un ruolo importante.

Incombe sulla città la massa arzigogoluta e ingombrante dello Chateau Frontenac. Prende nome dal governatore che in uno dei tanti assedi inglesi rispose con alterigia a chi gli proponeva la resa: farò tuonare i miei cannoni. Ma non fatevi ingannare: nonostante il nome francese questo albergo lussuoso è immenso e inglesissimo. Anche nelle sue suites lussuose è passata la Storia: ammirando il paesaggio del San Lorenzo, Roosevelt e Churchill decisero le sorti della seconda guerra mondiale. Ben altre emozioni sono nascoste in una severa costruzione che trasuda semplicità cartesiana. E l’antico seminario di Québec dove Laval, il primo vescovo della Nuova Francia, cominciò a allenare con giansenistico rigore le leve di un esercito della fede. In queste camerate spoglie, nelle navate della chiesa che invece è tutto un trionfo barocco, sfilarono compunti e confusi anche alcuni giovani uroni che dovevano costituire il nucleo di un clero indigeno. Ma i rigori della disciplina e il richiamo dei boschi immensi li indussero presto a fuggire. Non al loro crudele destino: la estinzione uccisi dal morbillo e dalle diaboliche malattie portate dai “selvaggi” d’Europa. Le sale ospitano ora i tesori e le memorie dell’America francese, oggetti, opere d’arte, libri, storie di uomini che raccontano i passaggi di una gloriosa sconfitta.

Fermatevi a rileggere l’epopea dei “coureurs des bois”. Erano le pellicce il petrolio della nuova Francia, grazie alla moda dei cappelli di castoro che impazzava a Parigi e all’aumento del prezzo delle pellicce russe che avevano riscaldato i ricchi d’Europa fino dai tempi del medio evo. Erano avventurieri scorbutici e animosi che conoscevano alla perfezione questi boschi sterminati e le tribù indiane. Come loro si vestivano di pelli, sapevano usare le racchette da neve, risalivano i fiumi in canoa, partivano con un fucile, un po’ di viveri o il “contrat d’engagement” dalla potente compagnia che aveva ottenuto da Versailles il monopolio del lucroso commercio. Spesso cedevano al fascino delle giovani indiane e nascevano meticci: uno di loro, Louis Riel, guidò l’ultima grande rivolta dei mezzosangue contro sua maestà. Non voleva il ritorno della Francia, solo poter continuare a vivere libero, come corridore della prateria: fu impiccato nel 1885. Le prime parole di una poesia che qui scrivono anche sulla targa delle auto dice:« Noi non dimentichiamo...».

venerdì 18 aprile 2025

Una resistenza senza clamori



Saba Anglana, La signora Meraviglia
Sellerio, Palermo 2024
libro candidato al premio Strega
recensione di Giulia De Martino
Scritti d'Africa, 9 maggio 2024

Ad attestare la poliedricità di questa artista: cantante, autrice teatrale e attrice, conduttrice radiofonica, è anche il fatto che la copertina del libro reca una sua opera dal titolo “Patrona II”, enigmatica come molti esseri magici e spettri presenti nel testo.

Ora Saba Anglana si offre ai lettori anche come scrittrice di un romanzo con questa sua prima prova che ci pare assai pregevole, non solo per il contenuto ma anche per il suo linguaggio crudo, tenero ed ironico ad un tempo.

Romanzo e memoir famigliare, cronologia di oggi e del passato si aggrovigliano in modo vorticoso, un momento sei nei vicoli di Mogadiscio e la pagina dopo su un tram romano a Piramide. S'intrecciano riflessioni sull'identità, sul razzismo, sull'Italia fascista e coloniale e sull'Italia odierna. Soprattutto sui malesseri e disagi di chi è stato costretto a lasciare un terra considerata 'casa' per affrontare le incognite di un nuovo paese, lingua e cultura.

Ma qui le cose si complicano per questa saga famigliare: tutto comincia con una ragazzina etiope, Abebech, inseguita da un ascaro somalo durante la seconda guerra mondiale e la lotta tra italiani e inglesi. Preda di guerra non può fare altro che opporre un ostinato silenzio, “una resistenza esibita senza clamori” all'uomo che la rende madre di una bambina, Maryam, e di un maschietto che morirà neonato. Condotta in Somalia, alla mercé di una famiglia che non l'accetta, abbandonata poi dall'uomo, ad un certo punto la ritroviamo a Mogadiscio, dove, in seguito, l'etiope Worku Haftermariam, più vecchio di lei, se ne innamora : lui, bello ed elegante, con il fascino dell'uomo che ha fatto la resistenza agli italiani in Etiopia e ha subìto un duro campo di concentramento a Mogadiscio, per tutta la vita non si adeguerà mai alla lingua somala e parlerà con la moglie esclusivamente nell'amarico della terra d'origine. In 19 anni metteranno al mondo 8 figli e cercheranno sempre di affrontare insieme tutto ciò che il destino porrà loro davanti.

Ma Abebech sa tutto questo ancor prima di conoscere il marito: un misterioso indovino e mago somalo, incontrato durante il suo cammino verso Mogadiscio con la bambina in collo, gli predice, tramite delle conchiglie, che non tornerà mai nel suo paese, incontrerà però un brav'uomo etiope dal quale avrà 8 figli.

Tutto ciò produrrà in lei, però, un segno indelebile: Quale è il suo paese? Quale è la sua lingua? Che identità hanno i suoi figli, nati e cresciuti in Somalia e perfettamente parlanti il somalo? Perché portare sempre addosso quell'amhar, scagliato come un epiteto ingiurioso dai somali, non appena i rapporti tra Etiopia e Somalia s'inquinano a causa della contesa dell'Ogaden? Fino ad arrivare a una guerra aperta con la figlia Maryam, nata dall'ascaro, che s'identifica totalmente con la patria somala. In cerca di un'uscita dal disagio di cui tutti soffrivano, Maryam “s'inventa un nemico, ma questo è del suo stesso sangue”...la propria madre.

Un oscuro male s'impossessa di Abebech, alcuni lo chiamano Makubi, una specie di demone interiore, e solo una persona può intervenire: Wezero Dinkinesh (il cui nome significa signora Meraviglia), una maga etiope acculturata anche con le superstizioni e mitologie dei somali, seguendo riti magici e arcani che insegnano a trattare con l'essere demoniaco .

La prima figlia di Worku e Abebech, la bellissima Nina, sposerà Carlo, un ricco italiano con numerosi affari in Somalia. Anche se era stato un alto graduato dell'esercito fascista non ha remore nell'unirsi alla donna etiope, nonostante le reticenze dei genitori di lei. Questo matrimonio sarà la causa della partenza definitiva per l'Italia, quando nasceranno malumori e asti feroci verso gli italiani, non appena ci sarà sentore che l'Onu intende affidare all'Italia il mandato per portare all'indipendenza la Somalia. Quel buon vicinato di quartiere che aveva permesso alla cristiana Abebech di avere amiche musulmane somale e yemenite termina con le pesanti baruffe tra i figli della famiglia etiope e i nativi.

Il lettore non apprende tutto questo di seguito, ma inframmezzato da inserti italiani, che si svolgono ai tempi nostri a Roma, a Ostia, dove risiede la protagonista narrante con la madre e la zia Dighei, e in Veneto, dove abitano gli zii Bab, Esther e Sophia . Anzi, i tempi odierni costituiscono il primo piano narrativo: la figlia di Nina, italiana, cerca di convincere la zia a prendere la cittadinanza italiana, dato che ad un certo punto, dal 2018, è sembrata molto concreta a molti stranieri, pure residenti in Italia da più di quarant'anni, la possibilità di perdere il permesso di soggiorno, se non si rientra in determinati parametri (lavoro o pensione, metratura della casa adeguata, pieno possesso di un livello della lingua italiana dimostrato con esame certificato di B1 ecc. ). In questa parte si entra in una sarcastica descrizione dell'Italia burocratica, rivelatrice di quali siano gli intendimenti delle classi dirigenti italiane nei confronti dell'immigrazione con avvocati confusi dalla congerie di regole cui ottemperare, con il preteso buonismo di impiegati statali dei vari uffici che cercano di aiutare zia e nipote a disbrigarsi, magari ricordando i tempi belli dei padri o nonni in Eritrea, non distinguendola neppure dall'Etiopia. Il tutto complicato dalla distruzione dell'archivio nazionale somalo di Mogadiscio che impedisce di chiarire la loro intricata situazione. Ma insomma sono somali o etiopi? Chiave della faccenda sarà una foto della famiglia, ritratta insieme ad Hailé Selassié, in un raro viaggio dell'imperatore etiopico in Somalia.

La zia Dighei ha un ruolo importante nel chiarire come tutti loro siano preda dell'oscuro malessere, che prende varie forme nei figli di Abebech (e persino nella protagonista narrante) anche se questa zia buffa e sorniona, è la più conciliante nel sentirsi somala e italiana, ma non amhar, dato che gli etiopi non hanno mai permesso un loro rientro e la radice etiopica non ha mai veramente attecchito in lei, dal momento che i suoi ricordi d'infanzia sono tutti di Mogadiscio. Lo zio Bab si è rifugiato in uno strano limbo di non-identità, che lo ha portato ad una mesta solitudine, le zie Sophia e Esther (che devono i loro nomi a Sofia Loren e ad Esther Williams, i cui film venivano proiettati nei cinema di proprietà del padre) ormai residenti in Italia, litigano su una presunta presenza amarica nella loro vita.

Ne deriva una nostalgica descrizione della assolata Mogadiscio, unica città perduta della loro vita, con i suoi monumenti, le strade, le spiagge e il mare. S'intrecciano molti altri personaggi legati alla professione di levatrice di Abebech o al vicinato, compresa la romantica storia di una sharmutta . La famiglia, però, sembra voler ignorare la Mogadiscio di oggi, preda di eterne guerre civili tra clan e dei miliziani di al Shabaab. Ma l'Italia ha offerto loro un approdo valido? Si direbbe di no, dato che il Mukabi ama viaggiare e si è trasferito con loro insieme alle valigie. Noi il Mukabi lo chiameremmo attacco di panico, disagio psicologico, disadattamento in un paese che ad ogni istante, a scuola, al lavoro, per strada, in metropolitana o in treno non smette mai di ricordarti che non sei di qui, che non sei dei loro e lo denuncia la tua pelle, la tua pronuncia della lingua italiana.

Ma la famiglia chiama questo malessere con i nomi dati dalla loro tradizione culturale alle possessioni di esseri che si nascondono nel profondo dell'animo umano e che non ti lasciano in pace: tutta la vita diventa una lotta. Il trauma della nonna vive anche nei suoi discendenti, “come una memoria trasmessa nelle cellule”. Si è nascosto in vite difficili, nella rabbia e nella diffidenza di chi non si sente accolto pienamente, nel fatalismo di chi preferisce non occuparsene.

Un viaggio provvidenziale della protagonista ad Addis Abeba per rimediare l'ultimo foglio burocratico, necessario alla cittadinanza della zia, dopo il superamento dell'esame di italiano, le offre la chiave per capire. Deve cessare la lotta con il Mukabi, bisogna accettare quello che ti sta davanti. “Probabilmente si placa solo attraverso un riconoscimento, un perdono, un rito”.Non posso ucciderlo, ci ho provato in tutti questi anni da quando mio padre è morto. La bestia non muore, ci devo convivere”, conclude la narratrice.

E la Signora Meraviglia del titolo? Non a caso la strega Wizero Winkinesh e l’appellativo dato dalle zie e dalla nipote al documento della cittadinanza italiana hanno lo stesso nome...

La Meraviglia di Saba Anglana
Il Giornale di Scicli

Una serata Meraviglia - è proprio il caso di dirlo- quella dedicata ieri al “Brancati” di Scicli per la presentazione del libro di Saba Anglana “La signora Meraviglia”, che ha aperto le “Conversazioni a Scicli” edizione 2024-25. Protagonista - è il caso di dirlo - l’autrice del testo edito da Sellerio. Perché oltre che scrittrice, la Anglana nel corso della serata è stata anche attrice e cantante, recitando passi importanti del libro e sottolineando una parte del discorso con una canto di estrema dolcezza. Nel libro la storia della sua famiglia, gli avi, la nonna soprattutto, l’Africa e l’Etiopia, Roma e la brutalità del vivere attuale. Ma anche l’energia inattesa, la forza di insistere e andare vanti, nonostante tutto. Nello sfondo la burocrazia, i diritti civili, le storie violente ironiche dolci, finanche picaresche per la signora Meraviglia, cioè la cittadinanza italiana. Il pubblico ha seguito come se la “conversazione” tra la scrittrice e Peppe Pitrolo (l’intervistatore) fosse una rappresentazione scenica; sottolineando certi momenti con applausi convinti. A testimonianza della partecipazione emotiva al racconto, ai tanti aneddoti, alla performance naturale attivata da Saba Anglana. E tra il pubblico diversi importanti fotografi, scrittori dell’area ragusana, i nuovi amici sciclitani dell’autrice. Il libro -ha detto Saba Anglana - è stato scritto a Scicli, nella dimora allora del quartiere Santa Maria La Nova, nei mesi del covid. E questo l’ha aiutata molto nella evocazione dei fatti e della stessa scrittura. 

venerdì 21 marzo 2025

Il saltimbanco dell'anima mia



Aldo Palazzeschi 

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’ anima mia:
follìa.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non à che un colore
la tavolozza dell’ anima mia:
malinconìa.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’ anima mia:
nostalgìa.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio core,
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’ anima mia.

Corazzini, Gozzano, Graf, De Amicis e altri, Poeti del riflusso, antologia a cura di Rina Gagliardi, Savelli, Roma 1979, pp. 35-36

 

martedì 18 agosto 2015

Il significato del velo islamico





Khaled Fouad Allam
La legge del Corano non impone il velo 
la Repubblica, 22 gennaio 2004


Storicamente, lo hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un'obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuol far passare come tale.

I giuristi dell'islam classico - quelli all'origine della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche dell'islam - non hanno mai teorizzato sul velo. Il celebre giurista Qayrawin, morto nel 996, fondatore dell'università teologica di Fez in Marocco, parla del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, quando le donne si recano in moschea per la preghiera del venerdì: e la parola che usa è khimar, un velo che copre la donna dalla testa ai piedi. Egli non usa mai la parola hijab; lo stesso avviene per gli altri autori di quel periodo.

Tutto ciò ha una ragione. Nel periodo dell'islam classico i giuristi non avvertono il bisogno di costruire sul velo una teoria del diritto, semplicemente perché l'universo medievale della donna è un universo di clausura: essa non esce di casa, la sua vita si svolge entro il perimetro dello spazio privato, e quando, molto raramente, esce, lo deve fare con l'autorizzazione di una figura maschile - il padre, il marito o i fratelli - e per motivi eccezionali come cerimonie o pellegrinaggi.

Lo hijab è un'invenzione del XIV secolo e non ha un effettivo fondamento nel testo coranico. Nel Corano la parola hijab, che deriva dalla radice hjb, non indica un oggetto ma un'azione: quella di velarsi, di tirare una tenda, di creare un'opacità che impedisca lo sguardo indiscreto.

Il passaggio della parola hijab dall´indicare un'azione all´indicare un oggetto avviene nel XIV secolo con il giurista Ibn Taymiyya. Egli è il primo ad utilizzare la parola hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto, un velo che distingue le donne musulmane dalle non musulmane: esso diventa segno distintivo dell'identità e dell'appartenenza.

Ibn Taymiyya afferma che la donna libera ha l'obbligo di velarsi, mentre la schiava non è obbligata a farlo. Egli giustifica queste affermazioni basandosi su una interpretazione massimalista del versetto 31 della sura 24 del Corano, traendo da una frase dal contenuto generico un'affermazione di principio, cui inoltre attribuisce valore normativo. Ma tutto ciò, è bene sottolinearlo, rimane un'interpretazione. Un'interpretazione che inventa una norma.

Questo mutamento linguistico e sociale rappresenta il sintomo di una crisi in seno al mondo musulmano del XIV secolo: la fine dei grandi imperi dell'islam e l'invasione di Baghdad ad opera di un popolo ad esso estraneo, i mongoli di Gengis Khan. La umma, la comunità dei credenti, deve quindi confrontarsi e scontrarsi con ciò che ora chiamiamo un principio d'alterità; essa si pone il problema - che si ripropone oggi - di come essere musulmani in una società dominata da non musulmani. Il velo manifesta la reazione difensiva di una comunità, che enfatizza le regole giuridiche non per creare spazi di libertà, bensì per istituire un controllo: un controllo dell'islam su se stesso.

Non è quindi un caso che la figura di Ibn Taymiyya (morto nel 1328) rappresenti uno dei punti di riferimento dell'odierno discorso neofondamentalista.

Ma il decisivo mutamento semantico e giuridico nella questione dello hijab avviene nel XX secolo, soprattutto nella seconda metà. Nei paesi musulmani, dopo la fase di decolonizzazione, i processi di modernizzazione mettono in crisi le strutture tradizionali delle società. Appaiono due fenomeni inediti: con l'alfabetizzazione di massa, le donne accedono alla scuola; e accedono al mondo del lavoro, escono di casa, il loro universo di riferimento diventa anche il mondo esterno.

Di fronte a una tale trasformazione sociale, molti esegeti dell'islam reagiscono in modo neoconservatore, inventando un apparato giuridico che legittima e prescrive l'uso dello hijab. Il velo diventa così segno distintivo dell'identità islamica e della separazione fra i sessi. L'introduzione del velo nello spazio pubblico favorisce infatti la costruzione di una frontiera di genere che oggi non si limita al velo ma investe in alcuni paesi anche una divisione negli spazi e nei trasporti pubblici (alcuni architetti di tendenza neofondamentalista hanno immaginato persino ascensori separati per uomini e donne); lo spazio pubblico, anziché sancire un principio di uguaglianza, enfatizza quindi la discriminazione fra i sessi.

Tutti questi mutamenti nell'uso e nella pratica del velo si innestano però su quella che è una costante nella prassi delle società musulmane: la dicotomia fra puro e impuro, e il divieto come fondamento della norma nell'islam.

Il frequente sottolineare, nei testi sacri, che la donna non deve fare nulla per guardare e per farsi guardare, che deve nascondere le sue forme, ha fatto sì che nell'inconscio collettivo musulmano la femminilità sia associata al desiderio, in modo che il sesso femminile diviene sinonimo di caos, di disordine; su di esso incombe sempre il rischio dell'impurità. A ragione del suo ruolo riproduttivo la donna è investita di un certo carattere sacrale: perciò trasgredire il divieto - vale a dire mostrarsi - significa contaminare la purezza originaria.

Questo tabù definisce una società puritana e articola un sistema giuridico di controllo. Le società musulmane sono ossessionate dalla questione dell'impurità; e il velo tende simbolicamente a preservare le frontiere fra puro e impuro.

Il velo assume oggi il significato di un'identità in crisi: oltre a esprimere un malessere generalizzato nelle società islamiche, esso occulta il loro cambiamento e ne esacerba le paure. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma tutte rimandano a una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/08/18/arundhati-roy-sul-burqa/


mercoledì 10 giugno 2015

L'identità come mito

Claudio Tugnoli
L'identità introvabile
http://mondodomani.org/dialegesthai/ct19.htm



Si parla spesso e volentieri di identità; il termine sembra possedere un significato univoco, implicitamente condiviso e di tutta evidenza. E, soprattutto, sembra rinviare a qualcosa di solido, indiscutibile, mentre invece, come dimostra Remotti (1), quella parola spesso abusata promette qualcosa che in realtà non c'è. L'identità rinvia a una sostanza, illude di poter afferrare qualcosa di reale, pretende di circoscrivere una certa essenza nella sua purezza, quando invece essa non è che una finzione. Al massimo si potrà dire che l'identità è un mito utile; un mito da prendere con circospezione, con la coscienza, appunto, che si tratta di un mito. Chi rivendica un'identità intesa come essenza immutabile avanza una richiesta di riconoscimento identitario che mostra una stretta parentela con il razzismo. I sostenitori di un identitarismo radicale finiscono col concepire una dicotomia secca tra noi e loro, tra me e l'altro, tra le persone perbene e i criminali (almeno potenziali) che minacciano di alterare l'identità di quanti si pongono come soggetti di riferimento.


... Nella costituzione dell'identità non si assiste all'assemblaggio consapevole, da parte di un soggetto individuale o collettivo, di elementi eterocliti tratti da altre culture: questa immagine edulcorata e astratta della formazione dell'identità lascia fuori ogni riferimento alla vita vera delle nazioni e delle culture, alla guerra, alle prove di forza, alla brutalità dell'oppressione e dell'esclusione. Rimane vero tuttavia che l'identità è in costante evoluzione e mutamento, senza che si possa rintracciare un'essenza originaria che persiste e si modifica nel tempo. La nostalgia delle origini non sembra giustificata: in origine infatti, in senso stretto, non c'era niente e quel che c'era non si colloca in una relazione necessaria con il presente, se è vero che in ogni epoca o fase della storia la direzione che il cammino prende ne esclude altre. E tutte le direzioni possibili sono compatibili con lo stadio raggiunto dall'identità in un certo momento. L'identità perde quindi ogni forma di necessità logica e storica.


... L'ossessione per l'identità è dunque una distorsione, che si presenta quando la riflessione sul passato comincia a prevalere in misura patologica, assorbendo tutta l'attenzione che, per necessità vitale, i viventi devono rivolgere al presente e al futuro. La volontà di affermare una presunta identità, riflessa e immaginaria, si fa strada quando l'evoluzione si è interrotta per una patologia del pensiero che ostacola i normali processi di alterazione necessari all'esistenza in quanto tale. Senza gli altri, nessun noi, senza alterità, nessuna identità. Pensare un'identità senza alterità significa assumere una chimera, proporre un nonsenso, evocare un circolo quadrato.


... L'analisi delle componenti dell'io mostra, ancora una volta, come sia facile assumere un punto di vista analitico astratto allo scopo di indebolire la consistenza dell'identità, senza tuttavia abolire completamente questo costrutto, di cui si avverte l'esigenza ineludibile. Remotti riprende i contributi di pensatori che hanno affrontato la questione dell'unità dell'io e del suo fondamento. Pascal ha smantellato lo stesso concetto di io. Non solo le cose e le persone sono composte di molteplici parti, ma lo stesso io risulta introvabile, giacché muta nel tempo. Locke non fa più dipendere l'identità da una sostanza che sarebbe a fondamento dell'io: l'identità è pensata invece come prodotto della coscienza. Solo la coscienza, secondo Locke, unisce i diversi io nel tempo, le diverse azioni e le diverse esperienze, per costituirne la trama unitaria. La coscienza unificante per Locke non è una sostanza, ma una mera funzione. L'identità si produce dal presente della coscienza, che effettua l'unificazione del molteplice. I limiti della coscienza diventano limiti dell'identità, resa imperfetta dal susseguirsi di stati dell'io che periodicamente sono immersi nel sonno o si dileguano nell'oblio. Anche Hume riconosce la molteplicità dell'io: il flusso delle percezioni di ogni genere è inarrestabile, ma esiste una propensione irresistibile a contenere tutte queste percezioni successive in un'identità invariabile. L'identità è costruita mediante un errore: l'eliminazione delle piccole differenze tra i diversi stati di coscienza. Le nozioni di anima, di sé, di sostanza, derivano dal fatto che fingiamo l'esistenza continuata delle nostre percezioni, quando in realtà esse sono separate e discontinue. Se però l'identità è una finzione costruita per errore, ogni controversia sull'identità non potrà che rivelarsi una vana disputa. Se per Hume la sola giustificazione epistemologica dell'esistenza di qualcosa è data dalla possibilità di ricondurre l'idea di quella cosa all'impressione corrispondente, allora l'idea d'identità risulterà priva di fondamento, per l'impossibilità di indicare l'impressione da cui proviene. Hume allora chiama in causa la memoria e l'immaginazione per spiegare l'identità. Egli ammette esplicitamente che l'io è una specie di stato i cui componenti sono uniti da legami reciproci e dalla subordinazione al governo. L'io sarebbe una specie di noi. L'identità dunque non è un dato, ma è attribuita; non preesiste come una sostanza, ma è costruita. Sta all'immaginazione procedere verso un'identità forte e totalizzante oppure mantenerla nei limiti di un'identità debole e leggera. 

Francesco Remotti, L'ossessione identitaria, Laterza, Roma-Bari 2010.


sabato 10 gennaio 2015

Il vuoto del rapper col kalashnikov

Eleonora Martini

Renzo Guolo: il «vuoto» del rapper col kalashnikov

Intervista. I giovani europei e l’integralismo islamico
il manifesto, 9 gennaio 2015

Da rap­per a jiha­di­sta il salto può sem­brare iper­bo­lico. Eppure può essere molto breve, nella «moder­nità liquida». Il pro­fes­sor Renzo Guolo, ordi­na­rio di Socio­lo­gia e Socio­lo­gia delle reli­gioni presso le Uni­ver­sità di Trie­ste, Padova e Torino, spiega i motivi per i quali un gio­vane che nasce e cre­sce nel cuore dell’Europa può sen­tirsi affa­sci­nato e redento dal radi­ca­li­smo islamico.
Par­tiamo dall’assunto che non vanno con­fusi Islam e jiha­di­smo. Allora per­ché certi gio­vani euro­pei si tra­sfor­mano in sol­dati dell’Islam?
Il radi­ca­li­smo è una cor­rente dell’Islam poli­tico. È un’ideologia poli­tica che usa sim­bo­lo­gie reli­giose e cerca una con­va­lida nei testi sacri. Certo, i con­fini non sono sem­plici da mar­care ma la que­stione parte da qui. Anche per­ché non sem­pre chi arriva al radi­ca­li­smo isla­mico ha avuto un’educazione reli­giosa. Anzi spesso siamo nel ter­reno dell’eterodossia totale. Basti pen­sare che tutti i grandi lea­der, tranne al-Baghdadi, non hanno titoli reli­giosi, sono auto­di­datti, e spesso hanno invece una for­ma­zione scientifica.

Per­ché oggi que­sta ideo­lo­gia ha grande suc­cesso anche nelle peri­fe­rie euro­pee?
Per­ché, come ogni grande nar­ra­zione, l’ideologia isla­mi­sta radi­cale copre dei vuoti di senso e di iden­tità tipici della gio­ventù. Non a caso in Iraq e Siria si arruo­lano migliaia di gio­vani euro­pei che in buona parte non sono giunti alla radi­ca­liz­za­zione attra­verso le moschee. A volte infatti il per­corso verso il radi­ca­li­smo isla­mi­sta si nutre di mar­gi­na­lità e pic­cola delin­quenza. L’ex rap­per che diventa stra­gi­sta dimo­stra come si possa pas­sare attra­verso un sot­to­pro­dotto della cul­tura occi­den­tale — inse­rito in un con­te­sto di devianza che deriva da pre­cise con­di­zioni sociali — e, alla fine del per­corso, subire una duplice crisi di iden­tità e di senso. Non sen­tirsi più appar­te­nere com­ple­ta­mente né alla cul­tura occi­den­tale, aven­done vis­suto solo i sot­to­pro­dotti o le tec­no­lo­gie, né alla cul­tura isla­mica che con regole rigide dà senso ad ogni cosa. Il risul­tato è un vuoto di iden­tità che alcuni cer­cano di col­mare con l’Islam radi­cale. Che affa­scina come certe ideo­lo­gie rivo­lu­zio­na­rie nel secolo scorso.

Quindi l’utilizzo dell’elemento reli­gioso è casuale?
No, e non si può dire nem­meno solo che sia stru­men­tale. Ma per capire non pos­siamo usare una chiave di let­tura occi­den­tale, che divide net­ta­mente la reli­gione dalla poli­tica. Siamo davanti a un’ideologia poli­tica che rein­ter­preta in fun­zione mobi­li­tante un reper­to­rio sim­bo­lico reli­gioso che è a dispo­si­zione di tutti. Gli isla­mi­sti si auto­de­fi­ni­scono movi­menti “rivo­lu­zio­nari”, per­ché danno forma a un nuovo ordine, quindi non nel senso usato dai movi­menti occi­den­tali del ’900. Cer­ta­mente, c’è dif­fe­renza tra un intel­let­tuale e chi poi diventa carne da macello. Para­dos­sal­mente però quella ten­denza nichi­li­sta all’auto e all’etero distru­zione, quell’essere per la morte che è stata pre­sente nei gio­vani di molte gene­ra­zioni, trova giu­sti­fi­ca­zione nell’ideologia isla­mi­sta che for­ni­sce obiet­tivi e fina­lità. Senza cadere troppo nell’interpretazione psi­co­lo­gica, ma c’è anche questo.

Vediamo allora i con­te­nuti di que­sta ideo­lo­gia? L’Islam poli­tico ha una lunga sto­ria: dai Fra­telli musul­mani in poi, pas­sando per la rivo­lu­zione komei­ni­sta che affa­scinò anche la sini­stra euro­pea antim­pe­ria­li­sta e ter­zo­mon­di­sta. Ma in occi­dente, dove trova le sue radici?
L’affermazione cora­nica che viene usata come slo­gan fin dai tempi dei tale­ban è: coman­dare il bene e proi­bire il male. Que­sta ideo­lo­gia che trova ante­nati nell’Egitto e nell’India a domi­na­zione colo­niale, per i gio­vani euro­pei si riag­gan­cia, più che all’antimperialismo clas­sico — che è un con­cetto a loro estra­neo — all’anti occi­den­ta­li­smo. In un mondo glo­ba­liz­zato, dove la distin­zione tra glo­bale e locale diventa irri­le­vante, il con­flitto con l’altro diventa il rifiuto totale di quell’occidente dove non si è riu­sciti a tro­vare un posto. E nel campo del nemico ci stanno tutti: Israele, gli Usa e quella che chia­mano la west toxi­fi­ca­tion. La civiltà occi­den­tale diventa cioè ai loro occhi un sistema cul­tu­rale che ha una forma reli­giosa e poli­tica — la società giudaico-cristiana e la demo­cra­zia — total­mente estre­nea alla loro cul­tura, da rifiu­tare total­mente. Ovvia­mente il ter­reno fer­tile di que­sta ideo­lo­gia non sono le élite cosmo­po­lite, ma coloro che non sono riu­sciti a tro­vare uno spa­zio che non sia di pre­ca­rietà e mar­gi­na­lità, e hanno vis­suto solo i sot­to­pro­dotti della cul­tura occi­den­tale, sco­pren­done tutti i limiti. È nel cor­to­cir­cuito dell’integrazione che i pre­di­ca­tori radi­cali hanno buon gioco offrendo alla sot­to­cul­tura da ghetto che è parte dell’occidente un’alternativa di totale rifiuto ed estra­neità, una causa giu­sta. Natu­ral­mente il radi­ca­li­smo isla­mico fa presa anche sulle classi medie, come suc­ce­deva pure nei movi­menti degli anni ’70. Tra i movi­menti “rivo­lu­zio­nari” degli ultimi 100 anni que­sto è forse quello che ha più sto­ria: tutti gli altri si sono bru­ciati nell’arco di un decen­nio, men­tre que­sta uto­pia rea­zio­na­ria, mal­grado tutti gli scac­chi poli­tici che ha subito, con­ti­nua a fare pro­se­liti. Ovvia­mente conta molto il qua­dro poli­tico inter­na­zio­nale, ma è nella moder­nità liquida che rie­merge il tema delle ideologie.

Quindi non c’è via d’uscita?
A breve no. Il nodo vero però è che l’Islam non rie­sce a con­trap­porre un discorso effi­cace di dis­sua­sione. La repres­sione è essen­zial­mente poli­tica e ad opere dei regimi che si ten­gono saldi in un sistema di alleanze inter­na­zio­nali. Dire che il buon musul­mano non uccide non basta. Ci sarebbe biso­gno di una grande bat­ta­glia cul­tu­rale interna al mondo isla­mico che affronti tutti i nodi della moder­nità. Dif­fi­cile, per una reli­gione che non ha gerar­chie, e dove la visione dell’islam secondo uno jiha­di­sta col kala­sh­ni­kov vale tanto quanto quella di un mistico sufi. Vince solo chi rie­sce a orga­niz­zarsi poli­ti­ca­mente. Certo, favo­rire lo scon­tro di civiltà è il modo migliore per ali­men­tare il radi­ca­li­smo islamico.

domenica 1 giugno 2014

Edgar Morin, I miei autori

Edgar Morin
Ho imparato da Dostoevskij la lotta tra fede e dubbio
Il filosofo e sociologo francese racconta le letture che hanno accompagnato la sua formazione: nell’autore dei Karamazov le instabilità profonde dell’identità

La Stampa, 1 giugno 2014

... L’altro aspetto di me stesso, che viene dall’aspirazione sempre rinnovata di ritrovare l’integrazione in una sostanza materna infinita, oceanica, mi spingerà non solo verso tutto ciò che esprime il romanticismo, ma anche verso la ricerca della fede, dell’effusione, della comunione. Così, avendo perduto mia madre, ho cercato di ritrovare altrove, in modo diverso, la comunione oceanica, ma allo stesso tempo ho sempre custodito in me il sentimento dell’irreparabile, della perdita e del disastro; il dubbio è rimasto incrostato in fondo a me stesso, sia per l’esperienza della morte e del non ritorno della madre, sia per il debole imprinting culturale nel mio spirito, da cui l’impossibilità, malgrado gli sforzi, di credere nella religione della salvezza (il cristianesimo).
Conflitto sempre vissuto, mai superato, tra fede e dubbio, e sempre nutrito dai libri. Da qui la mia fascinazione per gli autori che hanno vissuto più intensamente questo conflitto (Pascal, Dostoevskij), per i filosofi che in fondo non lo sopprimono mai (Eraclito, Hegel, e anche Marx), e anche la mia attrazione irresistibile per il dubbio fondamentale (Montaigne) ma allo stesso tempo per lo slancio fondamentale oltre il dubbio e la ragione (Rousseau). Sono stato segnato da ciò di cui avevo sete.
Parlerò quindi innanzi tutto di qualcuno di questi autori, che sono per me fondamentali, non solo perché riguardano quello che c’è di fondamentale in me, ma perché li ho conosciuti nell’età stessa in cui le letture possono nutrire e segnare nel profondo l’intelligenza, l’anima e l’essere tutto intero. Cito in primo luogo Dostoevskij. Sono sicuramente stato segnato da Resurrezione di Tolstoj, da Padri e figli di Turgenev, dai racconti tristi e nostalgici della Steppa e da Zio Vanja di Cechov, e nei primi decenni sono stato sconvolto da Divisione cancro, Il primo cerchio e La casa di Matrjona di Solzenicyn, e dal dantesco Vita e destino di Grossman, scrittore «medio» che diventa sublime nel momento in cui s’immerge a Stalingrado, e percepisce con una giustezza visionaria come Stalingrado sia al tempo stesso la più grande vittoria e la più grande sconfitta dell’umanità, e susciti una scena terribilmente grandiosa come quella del grande inquisitore ad Auschwitz, tra un giovane capo SS e un deportato comunista.
Ma quello che per me resta il più presente, il più intimo, è Dostoevskji. Dmitrij, Ivan e Alëša Karamazov, Stavrogin e gli altri eroi dei Demoni, Raskolnikov non mi hanno mai lasciato. Nessun altro ha portato altrettanto senso della sofferenza, della tragedia, della derisione, del delirio propriamente umano (e non avrei proposto l’idea di Homo sapiens-demens come nozione chiave del mio Paradigma perduto se questo sentimento così profondo dell’indistinguibilità tra follia e ragione nell’essere umano non fosse stato di continuo rigenerato dagli scrittori e soprattutto dal ricordo di Dostoevskij).
Senza dubbio trovavo nei Fratelli Karamazov gli eroi che corrispondevano a vocazioni profonde e contraddittorie del mio essere, come nella maggior parte di noi. Ma ciò che trovavo soprattutto, nell’intera opera di Dostoevskij, più acuto, più intenso, più doloroso e violento che in qualsiasi altro autore, compresi gli altri russi, è il senso della sofferenza, è la pietà infinita e stravolta per questa sofferenza, il tormento delle anime straziate, le instabilità profonde dell’identità, i momenti di verità dell’amore, l’insondabile mistero degli esseri e della vita. Il mio primo sentimento filosofico (se oso usare questa parola) mi è venuto da Dostoevskij: l’idea prioritaria che bisogna avere compassione per la sofferenza. Quello che sentivo in lui non è tanto il fatto che fosse un ex rivoluzionario diventato tradizionalista, un ex occidentalista diventato slavofilo, ma il persistere corrosivo, nel secondo Dostoevskij, del dubbio, del nihilismo, e la lotta furiosa, disperata tra la fede e il dubbio, la lotta che in me non è mai cessata tra la speranza e la disperazione. E io oggi so che le più grandi menti europee sono quelle che non hanno smesso di vivere interiormente un conflitto fondamentale, un antagonismo irriducibile; anche quando hanno apertamente scelto un partito contro l’altro, quest’ultimo lavora in modo sotterraneo, ma attivamente, all’interno del primo.

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Morin, Edgar. - Sociologo e filosofo francese (n. Parigi 1921), direttore del Centre de communication de masse del Centre national de la recherche scientifique (1950-89; emerito dal 2002). Si è occupato dei problemi delle scienze umane, ispirandosi alle tesi di Hegel, Marx, Freud. Particolarmente interessanti le sue ricerche sulla sociologia dei film. Ha fondato nel 1967 la rivista Communications. Nel 1998 è stato nominato presidente del comitato scientifico per la riforma dei saperi nelle scuole secondarie superiori dal ministro dell'Istruzione francese C. Allègre. Opere principali: L'an zéro de l'Allemagne (1946); L'homme et la mort dans l'histoire (1951; trad. it. 1980); Le cinéma ou l'homme imaginaire (1956; 3a ed. 1978; trad. it. 1982); Les stars (1957); Autocritique (1959); L'esprit du temps (1962; trad. it. L'industria culturale, 1974); Introduction à une politique de l'homme (1965); Commune en France (1967); Mai 1968: La Brèche (in collab., 1968); Le paradigme perdu: la nature humaine (1973; trad. it. 1974); La méthode (2 voll., 1977-81); Mais (1978); Pour sortir du vingtième siècle (1981); Science avec conscience (1982; trad. it. 1988); De la nature de l'Urss (1983; trad. it. 1989); Penser l'Europe (1987; trad. it. 1990); Terre-Patrie (1993; trad. it. 1994); Mes démons (1994; trad. it. 1999); Les fratricides (1996; trad. it. 1997); Amour poésie sagesse (1997; trad. it. 1999); La tête bien faite (1999; trad. it. 2000); Les sept savoirs nécessaires à l'éducation du futur (2000; trad. it. 2001); La violence du monde (con J. Baudrillard, 2003); Le monde moderne et la question juive (2006); Comment vivre en temps de crise? (con P. Viveret, 2010); Le chemin de l'espérance (con S. Hessel, 2011); La voie. Pour l'avenir de l'humanité (2011; trad. it. 2012); La nostra Europa (con M. Ceruti, 2013); il testo autobiografico Mon Paris, ma mémoire (2013; trad. it. 2013).Cavaliere della Legion d'onore, è stato insignito del premio europeo Charles Veillon (1987) e del premio internazionale Viareggio-Versilia (1989, con il volume La connaissance de la connaissance del 1986; trad. it. 1988). Nel 1994 gli è stato assegnato il Premio Internacional de Catalunya. (Treccani)

http://www.rickdeckard.net/2013/01/13/edgar-morin-filosofia-della-complessit%C3%A0/