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mercoledì 15 luglio 2026

Machiavelli teorico e profeta

Roberto Barzanti
La religione civile di Machiavelli

il manifesto, 12 luglio 2026

In un massiccio volume Maurizio Viroli torna su una figura tra le più ricorrenti delle sue ricerche, erigendo un monumento a Machiavelli repubblicano (Laterza «Storia e Società», trad. di Stefano U. Baldassarri, pp. XVI-502, € 38,00) in venti capitoli che, in due parti, ne esplorano ogni aspetto: la prima di taglio biografico, la seconda tesa a disegnare gli elementi teorici portanti di un patriottismo mai attenuato: «L’amor patrio era in lui – scrive a conclusione in una epigrafica sintesi sepolcrale – la passione più profonda di tutte. I suoi obiettivi principali erano liberare l’Italia dalla dominazione straniera e Firenze dalla tirannia.

Solo un redentore come quello da lui immaginato, descritto e invocato avrebbe potuto realizzare gli ideali che lo ispirarono nel suo lavoro e per i quali compose le sue opere, da vero cittadino repubblicano, quale egli era». Già il termine «redentore» evidenzia la tensione profetica che si accentuerà nel Machiavelli ultimo, dopo tante sofferte sconfitte. Il suo obiettivo sostanziale restava il radicamento di un senso della cittadinanza repubblicana quale base di una difficile concordia sociale alimentata da una vera e propria «religione civile».

Il Machiavelli di Viroli ha un’unitarietà mai messa in discussione: il repubblicanesimo è spregiudicatamente attualizzato. Se rilanciato sarebbe in grado ancor oggi di resuscitare negli italiani una solida rinascita civile, in grado di assicurare un futuro alla Nazione. L’ardimentoso militantismo del segretario fiorentino è riproposto senza timore di cadere in ambigui anacronismi. Lo stesso rispetto della legalità è affidato ai doveri che il regime repubblicano esige: non a miti populisti o a lotte classiste, ma a una unità spirituale contraria al «potere illimitato degli oligarchi che dominano grazie alla forza del denaro». La storiografia praticata, dunque, ha una chiara ambizione pedagogica e si intreccia drammaticamente con la crisi che stiamo affrontando. Come Machiavelli aveva tratto dallo studio del passato i fondamenti di un’etica da seguire nei suoi tormentati anni, così Viroli, attingendo alle analisi di Machiavelli, ritiene di estrarne indicazioni da valorizzare oggi.

Da questo permanente patrimonio ideale, che egli ben conosce e mise al servizio della Presidenza della Repubblica di Ciampi, sarebbe scaturita una partecipazione al governo della cosa pubblica esente da un allarmante decadimento. Non sfugge il timbro «massonico» e mazziniano di una prospettiva che risente degli anni di insegnamento all’Università di Princeton, ad Austin e nella Svizzera italiana e delle impostazioni, tra gli altre, di un Quentin Skinner, per citare solo il nome di un maestro molto seguito. Non sorprende che convinzioni così alte e minoritarie si siano concretizzate in una miriade di contributi in cui la narrazione della «verità effettuale» si alterna a esortative riflessioni morali: fin dal testo d’esordio sull’eroe ora riportato alla ribalta, l’oxoniense Il sorriso di Machiavelli del 1998.

Questo dichiarato assommarsi di angolazioni produce un monumento che non disdegna difensive messe a punto talvolta non prive di cadenze apologetiche. Val la pena esemplificare con qualche sintomatico sondaggio. Sono rintuzzate le critiche recenti di Robert Black che ammorbidisce le riserve su un pragmatismo pronto a usare ogni strumento pur di assicurare il bene pubblico. A Machiavelli furono lanciate contro, a profusione, malevolenze da parte dei fiorentini: perfino il peccato di non essere credente, scambiando le sue accuse alla corruttela dilagante nella Chiesa come una sprezzante presa di distanza. Viroli non esita a dire che Machiavelli era un uomo buono, tout court, certo usando l’attributo nell’accezione dell’antico lessico romano: potevano dirsi repubblicani solo coloro che desideravano il bene.

Nella lettera all’amico Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 si sfogò senza remore: «Et della fede mia non si dovrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debba imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debba potere mutare natura: et della fede et delle bontà mia ne è testimonio la povertà». Viroli sorvola sulla vorace bisessualità del buon padre di famiglia, lo assolve dalla misoginia che, non a torto, fu notata da Hannah Pitkin e via spulciando. Nei molti incarichi assolti con costante senso del dovere non si riscontra alcun tentennamento in direzione monarchica, al contrario di quanto sostiene uno storico-filologo di indiscussa autorevolezza come Mario Martelli. Il monumento scolpito con esperta dovizia non mostra alcuna pecca.

L’opuscolo De Principatibus invita un Medici delineando uno «stato d’eccezione» che conferma le regole fissate in quella sorta di zibaldone che sono i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio aggiornati e rivisti fino all’ultimo. Se l’opuscolo era mosso da un’occasione da sfruttare al volo, i Discorsi sono il trattato in cui si dispiega una teoria abbracciata toto corde. La tesi è incontrovertibile a patto che sia collocata in uno scenario complesso. Ci sono parecchi Machiavelli e il suo pensiero si deposita nel teatro e nelle poesie, nelle tristi confidenze e nei «nondimanco» che s’intercalano in una calcolata sintassi. Carlo Ginzburg nel saggio d’apertura, appunto, del suo Nondimanco (2018) si soffermò su un passo dei Discorsi che si riallacciava su speranze abbozzate nei Ghiribizzi circa la superiorità delle repubbliche rispetto ai principati, poiché dettata da una concezione pluralistica della cittadinanza: «Quinci nasce che una repubblica ha maggiore vita ed ha più lungamente buona fortuna che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de’ temporali, per la diversità de’ cittadini che sono in quella, che non può uno principe».

La teoria di Machiavelli è il frutto di un angosciato sguardo sul presente e «non nasce deduttivamente dall’interno di una dimensione dottrinaria ma come animosa risposta alla drammatica novità dei tempi: la crisi del sistema politico italiano policentrico, particolaristico e male armato» (Giorgio Inglese, Dizionario Biografico degli Italiani, 67, ad vocem). Machiavelli chiuse i suoi giorni assillato da un allucinante profetismo e scrisse a Guicciardini, nell’imminenza del sacco di Roma, indirizzandogli una lettera (17 maggio 1526) che replicava il grido del Principe: «Voi sapete quante occasioni si sono perdute: non perdete questa, né confidate più nello starvi, rimettendovi alla fortuna e al tempo, perché con il tempo non vengono sempre le medesime cose, né la fortuna è sempre quella medesima». Viroli, a commento, precisa che bisognava attendere il Risorgimento perché quelle invocazioni attecchissero nell’animo degli italiani. L’obiettivo sognato da Machiavelli aveva invero i tratti di una pacificata repubblica. Solo un eroe inviato da Dio avrebbe saputo capeggiare un’impresa impossibile: un profeta armato e disarmante.

giovedì 25 giugno 2026

La Chiesa e la società italiana

Marco Marzano
Destra e sinistra clericale, sull'identità dei cattolici Ruini ha avuto ragione

Domani, 24 giugno 2026

Sbagliava il Cardinal Ruini quando immaginava che la Chiesa italiana sotto la sua guida avrebbe potuto invertire il trend della secolarizzazione. Si illudeva l’alto prelato quando pensava che dall’Italia potesse partire la riconquista cattolica dell’Occidente.

Nei trentacinque anni che ci separano dall’avvio della sua presidenza della Cei il numero di praticanti in rapporto alla popolazione nel nostro paese è diminuito drasticamente al pari di tutti gli altri indicatori di religiosità. Quelli della fede e della pratica religiosa sono, in un paese libero, terreni sul quale la “presenza” e la combattività non bastano per conquistare proseliti. Ruini non si è mai arreso a questa evidenza e questo è stato per me il suo limite principale.

Il «senso comune»


Su un altro terreno però il cardinale ci aveva visto lungo. Aveva infatti ragione Ruini a definire il cattolicesimo il «senso comune degli italiani», il cuore della nostra identità nazionale. Si tratta di un dato ancora più evidente oggi rispetto ai decenni passati nei quali l’ex presidente della Cei aveva di fatto assunto la guida politico-culturale del centrodestra.

Da un lato, infatti, lo schieramento conservatore si mostra in continuità assoluta con le battaglie che resero celebre il cardinale: quelle contro l’eutanasia, contro i diritti delle coppie omosessuali, in difesa delle famiglie tradizionali, eccetera. Dall’altro lato, tuttavia anche la sinistra è divenuta assai clericale, cioè disposta ad assegnare uno statuto particolare alle parole dei prelati e soprattutto a quelle dei dirigenti della Chiesa, pontefice in testa.

La mutazione è diventata palese dopo l’elezione di papa Francesco, ma covava da tempo nel ventre della sinistra italiana, risalendo agli anni nei quali la consistenza delle ideologie di sinistra ha iniziato a squagliarsi sino a scomparire del tutto.

La Dottrina Sociale della Chiesa che papa Leone sta rivitalizzando e che era nata per contrastare, da posizioni conservatrici, l’ascesa del socialismo a fine Ottocento è finita per diventare il manifesto culturale che la sinistra ha fatto proprio. Il vuoto lasciato dalla crisi del marxismo e del socialismo è stato riempito da un ritorno al cattolicesimo, dalla constatazione che esso oggi rappresenti la miglior risposta, sul piano culturale, ai bisogni dei più deboli e dei sofferenti.

Grande madre chiesa


Ovviamente, la condizione imprescindibile perché la Chiesa mantenga la sua posizione egemonica, perché il suo pensiero e la sua predicazione possano servire la destra come la sinistra risiede nel fatto che ciò che l’uno pesca l’altro rigetta, e viceversa. A destra si difende l’atteggiamento della Chiesa verso la nascita e la morte, le differenze di genere, le istituzioni familiari tradizionali; a sinistra, si sostengono le posizioni della stessa istituzione verso i migranti e la guerra.

Ciascuna delle due parti esalta quella porzione della dottrina cattolica in linea con i propri convincimenti, oscurando il fatto che entrambe siano parte di un unico grande messaggio unitario. Tutti i papi infatti hanno tuonato contro l’aborto, la presunta ideologia gender e il matrimonio egualitario con la stessa determinazione riservata agli appalli contro la guerra o a favore dei migranti. Ma le due parti sentono solo quello che vogliono sentire.

Da questo punto di vista la destra e la sinistra assomigliano a due figlioli litigiosi della stessa madre (Santa Madre Chiesa per l’appunto) della quale si disputano furiosamente l’affetto, della quale si dichiarano ciascuno l’unico erede legittimo, il solo autentico oggetto d’amore. Quando la mamma o il suo rappresentante terreno vengono insultati, ad esempio da Trump, destra e sinistra reagiscono allo stesso modo, ritrovando per un attimo un sentimento comune. Quando il presidente americano offende il papa, offende anche l’Italia, che del pontificato è la sede e, per molti versi, anche la vera patria.

Insomma, la destra italiana è cattolica, per motivi assai diversi, quanto la sinistra. L’esistenza della Dc e di forti apparati culturali e organizzativi laici, di “chiese” ideologicamente alternative a quella cattolica ha mascherato a lungo questo dato, ora divenuto palese e conclamato. La Chiesa si conferma l’unica istituzione granitica del paese in tempi nei quali a dilagare è la liquidità (dei partiti, delle idee, delle organizzazioni, dei leaders).

Se è vero che la sua voce si è fatta più flebile nelle spopolate navate delle chiese è altrettanto vero che essa si è fatta più alta nei social e nella produzione culturale diffusa. Sua Eminenza non potrebbe che esserne soddisfatto.

mercoledì 6 maggio 2026

L'esperienza femmininile della fede

Chiara Vitali
Le donne vivono la fede in modo diverso dagli uomini. Perché è una ricchezza per la Chiesa
Avvenire, 6 maggio 2026

Due persone entrano in una chiesa e si siedono ai banchi. Cercano il silenzio, si ritagliano momenti di preghiera, curano la propria fede. La dimensione religiosa per loro è preziosa. Eppure, la loro esperienza è molto diversa perché tra loro c’è una differenza fondamentale: uno è un uomo, l’altra è una donna.
Che la fede venga vissuta in modo molto diverso in base al genere non è una consapevolezza diffusa. Spesso si ragiona sulle diversità dei ruoli nella Chiesa, sulle gerarchie di potere e su meccanismi che storicamente hanno escluso le donne. Ma capire come questa differenza incida nel modo più intimo di vivere la propria dimensione spirituale, questo è un passaggio ancora ulteriore. «La divisione sessuale dei ruoli presente in ogni religione, che stabilisce chi può fare cosa, determina due esperienze diverse della fede», spiega Stefania Palmisano, professoressa di Sociologia delle religioni dell’università di Torino. Nelle scorse settimane un convegno nel suo Ateneo ha messo al centro questo tema, con interventi di studiose e ricercatrici. Ad ascoltare c’era una sala piena di studenti e studentesse, giovani, rappresentanti del mondo religioso. È stato un passo di un percorso più ampio, che tra le altre tappe ha visto anche la pubblicazione di un libro, Donne e religioni in Italia, di Stefania Palmisano e Alberta Giorgi. Il giorno del convegno, per prima cosa, si sono evidenziate alcune consapevolezze. «Storicamente la religione è stata presentata come un affare maschile e spesso le donne sono state trattate come cittadine di seconda classe». E questo è interessante per almeno tre motivi: uno, la trasmissione della fede è spesso un affare femminile; due, gli studi mostrano che le donne vivono una maggiore religiosità rispetto agli uomini; tre, le donne stanno lasciando la Chiesa a una velocità inedita e maggiore rispetto agli uomini, in quello che viene descritto come un vero e proprio terremoto. «Momenti di confronto su questo tema – continua Palmisano – servono anche a superare una dicotomia che sentiamo spesso nelle realtà secolari: le donne religiose come oppresse e vittime di un sistema patriarcale e le donne secolarizzate come femministe ed emancipate».

Diversi elementi aiutano a capire che cosa significhi guardare alla religiosità in una prospettiva di genere. Un nodo decisamente significativo è quello dell’interpretazione dei testi biblici. Spesso, realizzata a svantaggio delle donne. «Pensiamo al corpus paolino, interpretato per la costruzione di una subalternità di natura della donna all’uomo – spiega Adriana Valerio, teologa e storica – O al fatto che i testi biblici sottolineano che Gesù avesse scelto come suoi compagni solo uomini, come se stesse creando una Chiesa degli uomini e per gli uomini. Ma Gesù aveva anche discepole e apostole donne. Lui stesso rappresentava una novità per il suo tempo: guardava le donne come destinatarie di una comunità di eguali, fratelli e sorelle». Gli esempi sarebbero molti altri, e anche le radici e le motivazioni storiche. «Abbiamo due possibilità – rimarca Valerio – O la Bibbia è contro le donne, e allora dobbiamo scappare, o c’è stata una cattiva interpretazione: e allora le Scritture vanno rilette, altrimenti il messaggio non è di salvezza ma di condanna».
Già secoli fa ci furono donne che diedero riletture dei testi sacri che miravano a valorizzare il contributo femminile. A ricordare alcuni nomi è Erminia Ardissino, professoressa e autrice, che cita ad esempio Lucrezia Tornabuoni, una scrittrice del 1400 che riscrisse e valorizzò le storie di donne raccontate nella Bibbia. O Isotta Nogarola, che diede una lettura diversa del peccato originale e del ruolo di Eva. Autrici poi dimenticate.
E poi c’è un pilastro, fondamentale, su cui si deve basare la «radicale uguaglianza» tra uomo e donna, pur nelle reciproche differenze: «È il battesimo», spiega Ilaria Zuanazzi, esperta di diritto canonico. «È necessario sottolineare la reciprocità e la complementarità tra uomo e donna, e avere la consapevolezza che la comunione si verifica in dinamiche di reciproco completamento, nel rispetto della irriducibile alterità dell’altro. La relazione non è unidirezionale: nella Chiesa non è il maschile il modello assoluto». In altre parole, tra maschile e femminile non ci deve essere alcuna gerarchia, ma una complementarità tra situazioni che hanno lo stesso valore.
Per avere un quadro del contesto a cui si applicano queste riflessioni, ci sono alcuni numeri da tenere in considerazione. Paola Bignardi, pedagogista, evidenzia che entro il 2033 solo il 17% delle giovani manterrà un legame con la Chiesa. «Le donne non trovano più la proposta cristiana attraente, portano domande di grande senso e a volte non trovano una risposta». Per questo Bignardi sta lavorando a una nuova ricerca che coinvolge proprio le giovani. «Il loro modo di vivere l’esperienza religiosa è diverso rispetto ai loro pari età maschi; vogliamo capire le ragioni del loro allontanamento, o meglio, del loro impossibile avvicinamento alla comunità cristiana». La sfida che pongono i giovani è un’occasione per la Chiesa tutta: «Come si legge nel Vangelo, la proposta per tutti è di una fede che non mortifichi la vita, ma che sia amica della vita. Questo darebbe una risposta alle domande di senso e farebbe percepire la Chiesa come una casa abitabile per tutte e tutti». Alla fine del convegno, diverse persone si alzano e si avvicinano alle relatrici. Chiedono che il percorso di lettura di genere della religione possa andare avanti.

venerdì 13 marzo 2026

Lo scontro dei monoteismi


Reza Aslan
Nessun dio se non Dio 
Prologo: lo scontro del monoteismi
The Guardian, 24 agosto 2005

 Quasi immediatamente dopo gli attacchi a New York e Washington, DC, opinionisti, politici e predicatori in tutti gli Stati Uniti e in Europa dichiararono che l'11 settembre 2001 aveva scatenato un "scontro di civiltà" un tempo dormiente, per usare il termine ormai onnipresente di Samuel Huntington, tra le società moderne, illuminate e democratiche dell'Occidente e le società arcaiche, barbare e autocratiche del Medio Oriente. Alcuni accademici rispettati hanno portato avanti questo argomento suggerendo che il fallimento della democrazia nel mondo musulmano fosse dovuto in gran parte alla cultura musulmana, che sostenevano intrinsecamente incompatibile con i valori illuministi come il liberalismo, il pluralismo, l'individualismo e i diritti umani. Era quindi solo questione di tempo prima che queste due grandi civiltà, che hanno ideologie così contrastanti, si scontrassero in modo catastrofico. E quale esempio migliore di questa inevitabilità ci serve se non l'11 settembre?

Ma appena sotto la superficie di questa retorica fuorviante e divisiva si nasconde un sentimento più sottile, seppur molto più dannoso: che questo non sia tanto un conflitto culturale quanto religioso; che non siamo nel mezzo di uno "scontro di civiltà", ma piuttosto di uno "scontro di monoteismi."

La mentalità dello scontro tra i monoteismi si poteva sentire nei sermoni di evangelisti di spicco e influenza politica come il reverendo Franklin Graham - figlio di Billy Graham e consigliere spirituale del presidente americano George W. Bush - che ha pubblicamente definito l'Islam "una religione malvagia e cattiva." Quella stessa mentalità si poteva leggere negli articoli della intemperante ma immensamente popolare editorialista conservatrice Ann Coulter, che dopo l'11 settembre incoraggiò i paesi occidentali a "invadere [i paesi musulmani], uccidere i loro leader e convertirli al cristianesimo." Poteva essere afferrata nella retorica dietro la Guerra al Terrorismo, descritta su entrambi i lati dell'Atlantico con una netta terminologia cristiana di bene contro male. E si poteva trovare nelle prigioni di Iraq e Afghanistan, dove prigionieri di guerra musulmani sono stati costretti, sotto minaccia di tortura da parte dei loro carcerieri, a mangiare maiale, bere alcolici e maledire il Profeta Maometto.

Naturalmente, non manca la propaganda anti-cristiana e anti-ebraica nell'Islam. In effetti, a volte sembra che nemmeno il predicatore o politico più moderato del mondo musulmano possa resistere a promuovere occasionalmente la teoria del complotto riguardo "ai Crociati e agli Ebrei", con cui la maggior parte dei musulmani intende semplicemente loro: quell'"altro" senza volto, colonialista, sionista, imperialista che non siamo noi. Quindi lo scontro tra i monoteismi non è affatto un fenomeno nuovo. Infatti, dai primi giorni dell'espansione islamica alle sanguinose guerre e inquisizioni delle Crociate, fino alle tragiche conseguenze del colonialismo e del ciclo di violenza in Israele/Palestina, l'ostilità, la sfiducia e spesso l'intolleranza violenta che hanno segnato i rapporti tra ebrei, cristiani e musulmani sono stati uno dei temi più duraturi della storia occidentale.

Dall'11 settembre, tuttavia, mentre i conflitti internazionali sono stati sempre più inquadrati in termini apocalittici e agende politiche da tutte le parti espresse in linguaggio teologico, è diventato impossibile ignorare le sorprendenti somiglianze tra la retorica antagonista e disinformata che alimentava le distruttive guerre religiose del passato e quella che alimenta i conflitti attuali del Medio Oriente. Quando il reverendo Jerry Vines, ex presidente della Southern Baptist Convention, definisce il profeta Maometto "un pedofilo posseduto dal demone" durante il suo discorso principale, suona stranamente come i propagandisti papali medievali per cui Maometto era l'Anticristo e l'espansione islamica segno dell'Apocalisse. Quando il senatore repubblicano dell'Oklahoma, James Inhofe, si presenta davanti al Congresso degli Stati Uniti e insiste che i conflitti in corso in Medio Oriente non sono battaglie politiche o territoriali ma "una sfida sulla verità della parola di Dio", parla, consapevolmente o meno, il linguaggio delle Crociate.

Si potrebbe sostenere che lo scontro dei monoteismi sia il risultato inevitabile dello stesso monoteismo. Mentre una religione di molti dèi propone molti miti per descrivere la condizione umana, una religione di un solo dio tende a essere monomitica; non solo rifiuta tutti gli altri dèi, ma rifiuta tutte le altre spiegazioni su Dio. Se esiste un solo Dio, allora potrebbe esserci una sola verità, e questo può facilmente portare a conflitti sanguinosi di assolutismi inconciliabili. L'attività missionaria, pur essendo lodevole per fornire salute ed istruzione ai poveri in tutto il mondo, si basa comunque sulla convinzione che esista un solo cammino verso Dio, e che tutte le altre vie conducano al peccato e alla dannazione.

Dall'11 settembre, un movimento in rapida crescita di missionari cristiani ha iniziato a concentrarsi esclusivamente sul mondo musulmano. Poiché l'evangelizzazione cristiana è spesso aspramente rimproverata nei paesi musulmani – in gran parte a causa del ricordo persistente dell'impresa coloniale, quando la disastrosa "missione civilizzatrice" europea andava di pari passo con una fervente "missione cristianizzatrice" anti-islamica — alcune istituzioni evangeliche ora insegnano ai loro missionari a "andare sotto copertura" nel mondo musulmano assumendo identità musulmane, indossando abiti musulmani (incluso il velo), persino digiunando e pregando come musulmani. Allo stesso tempo, il governo degli Stati Uniti ha incoraggiato un gran numero di organizzazioni cristiane di aiuto a svolgere un ruolo attivo nella ricostruzione delle infrastrutture di Iraq e Afghanistan dopo le due guerre, fornendo munizioni a coloro che cercano di presentare l'occupazione di quei paesi come una seconda Crociata dei cristiani contro i musulmani. A questo si aggiunge la percezione, condivisa da molti nel mondo musulmano, che ci sia collusione tra Stati Uniti e Israele contro gli interessi musulmani in generale e i diritti palestinesi in particolare, e si può capire come il risentimento e il sospetto dei musulmani verso l'Occidente siano solo aumentati, e con quali conseguenze disastrose.

Considerando quanto il dogma religioso si sia intrecciato senza sforzo con l'ideologia politica dall'11 settembre, come possiamo superare la mentalità dello scontro di monoteismi che si è così profondamente radicata nel mondo moderno? Chiaramente, istruzione e tolleranza sono essenziali. Ma ciò di cui abbiamo più disperatamente bisogno non è tanto una migliore comprensione della religione del nostro vicino, quanto una comprensione più ampia e completa della religione stessa.

La religione, va compreso, non è fede. La religione è la storia della fede. È un sistema istituzionalizzato di simboli e metafore (leggi rituali e miti) che fornisce un linguaggio comune con cui una comunità di fede può condividere con gli altri il proprio incontro numinoso con la Presenza Divina. La religione non si occupa della storia autentica, ma della storia sacra, che non scorre nel tempo come un fiume. Piuttosto, la storia sacra è come un albero sacro le cui radici scavano profondamente nel tempo primordiale e i cui rami si intrecciano dentro e fuori dalla storia genuina senza preoccuparsi dei confini di spazio e tempo. In effetti, è proprio in quei momenti, quando la storia sacra e quella genuina si scontrano, che nascono le religioni. Lo scontro tra i monoteismi si verifica quando la fede, misteriosa e ineffabile e che evita ogni categorizzazione, si impiglia nei rami nodosi della religione.


Reza Aslan
Non c'è dio all'infuori di Dio

Rizzoli, Milano 2015

“Oltre il terrorismo, oltre la paura, oltre le prime pagine dei giornali e lo ‘scontro di civiltà’, c’è una cosa che non viene mai abbastanza sottolineata: ciò che oggi sta avvenendo nell’islam è un conflitto interno fra musulmani, non una guerra fra islam e Occidente. L’Occidente è la vittima di una rivalità che infuria nell’islam su chi scriverà il prossimo capitolo della sua storia.” Dall’ascesa di Maometto nell’Arabia del VI secolo alla violenza fondamentalista, e attraverso i traumi della decolonizzazione, Reza Aslan contrappone all’idea superficiale di uno scontro di civiltà una profonda ed eccitante esplorazione dei millecinquecento anni di conflitto all’interno della civiltà islamica, per arrivare a comprendere in che modo la guerra al terrorismo sta alterando gli equilibri di potere in Medio oriente e nel mondo intero. Con un occhio alla fede e uno alla storia, animando un secolo dopo l’altro attraverso una narrazione vivida e ricca di risonanze, risponde agli interrogativi più pressanti: qual è l’essenza dell’islam? È una religione di pace o di guerra? Che cosa ha in comune Allah con il Dio degli ebrei e con quello dei cristiani? È possibile che uno Stato islamico annoveri la democrazia, il pluralismo e i diritti umani tra i suoi valori fondanti? Il mondo musulmano sta oggi vivendo una fase di transizione di cui è fondamentale comprendere il significato, perché “come le riforme del passato sarà un evento terrificante, un evento che ha già iniziato a travolgere il mondo”. Distinguendo concetti quali fede e religione, islamismo e fondamentalismo islamico, in un modo che ci fa vedere i fatti d’attualità sotto una luce nuova e indispensabile, questo libro è un’appassionata argomentazione a favore di una storia condivisa delle religioni del mondo, un contributo essenziale alla questione più importante del nostro tempo. (presentazione editoriale)

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"Non c'è dio all'infuori di Dio. Perché non capiamo l'Islam" (titolo originale No god but God) esplora la storia, l'evoluzione e l'essenza dell'Islam, sostenendo un'interpretazione liberale e contestualizzando le attuali controversie.
Ecco i punti chiave dell'opera e della prospettiva di Aslan:
Contesto storico: Aslan analizza le origini dell'Islam, contestando le interpretazioni fondamentaliste e mostrando come la religione sia stata influenzata dal contesto socio-politico.
Interpretazione liberale: L'autore propone un Islam progressista, distinguendo tra il messaggio profetico di Maometto e le successive interpretazioni culturali o politiche.
Critica allo scontro di civiltà: Il saggio critica la narrazione dello "scontro di civiltà", attribuendo le tensioni moderne più all'imperialismo occidentale e alle interpretazioni errate del diritto islamico che alla religione in sé.
Distinzione fede/religione: Aslan distingue tra fede (esperienza interiore) e religione (istituzione), invitando a una comprensione più profonda dei valori islamici.
Il libro è considerato una risorsa importante per comprendere la storia dell'Islam e le sue sfide contemporanee, offrendo una visione storica e razionale.