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mercoledì 4 dicembre 2024

A cosa servono gli intellettuali?



Giulio Silvano, In quest’epoca di tiranni e fanatismi, l’intellettuale serve ancora? Domande
 Il Foglio, 4 dicembre 2024

A cosa servono gli intellettuali? E soprattutto, a cosa servono gli intellettuali oggi? Hanno ancora i mezzi per avere un ruolo efficace nella società? Un modo per cercare di rispondere a queste domande eterne – ma allo stesso tempo specifiche del nostro tempo – è andare a guardare al ruolo di alcuni intellettuali del Novecento, e accorgerci se le sfide poste nel Ventesimo secolo sono diverse da quelle che ci siamo posti all’inizio del Ventunesimo. E anche se alla fine di tutto ci restano in mano più risposte o più domande. A portare avanti questo processo ci ha pensato lo storico David Bidussa nel libro Pensare stanca (Feltrinelli). Sulla copertina, esemplificativo, un Albert Camus che sembra sorridere tenendosi una mano sul volto in uno degli uffici della rivista NRF, e che sembra dire: “Chi me l’ha fatto fare, di pensare”. Ci sarebbero mille modi per parlare di questo libro di Bidussa, che è denso come sono densi gli affreschi rinascimentali, dove al posto di simbologie e richiami ai precursori abbiamo citazioni da sottolineare a penna e bibliografie da aggiungere compulsivamente al carrello Amazon. Ma un modo forse utile per leggere il libro – più utile di altri in questo periodo di allarmi sulle democrazie in pericolo, da Trump all’est Europa – è quello di leggere il tratto comune delle figure che Bidussa esplora, da Walter Benjamin ad Amos Oz, e cioè quello della sete di libertà che contraddistingue il vero intellettuale, l’allergia al fanatismo. Non è più tempo di essere ospiti dei tiranni, il pensatore può lavorare senza padroni, il pensatore può diventare bandiera di libertà politica. L’intellettuale è quindi colui che pensando cerca di fare la differenza nella realtà.
Siccome gli intellettuali Bidussa se gli è masticati ben bene negli anni, a suon di prefazioni e curatele e studi attenti, qui ha districato la sua costellazione accademica riportandoci all’essenziale delle menti influenti per capire cosa sia questa libertà di cui parliamo tanto. Senza cedere in facili wikipedizzazioni, l’autore ci fa trovare faccia a faccia con Hannah Arendt, Simone Weil, Victor Serge, Ignazio Silone, Furio Jesi, Nicola Chiaromonte. Persone che a un certo punto, anche nel percorso personale e non solo filosofico, hanno dovuto scegliere tra la parresia* e la sopravvivenza (fisica e professionale). Persone per cui idee e vita combaciano. L’opposizione prima alle destre nazionaliste e poi la critica allo stalinismo, al sistema di oppressione sovietico che ha allontanato le migliori menti della sinistra dai partiti comunisti europei, sono una chiave per capire cosa vuol dire essere intellettuali (l’antistalinismo emerge come la vera sofferta patente di libertà per i pensatori della gauche, spesso costretti dai capipartito a sottostare all’accettazione delle purghe).
Oggi viviamo in una “condizione di orfanità di pensiero”, scrive Bidussa, in un tempo “al massimo capace di esprimere ‘stelline’ o intellettuali autoriferiti che si autopromuovono, ma non inquietudine”. Per citare Susan Sontag, nel 1937 Hemingway, Orwell, Malraux, Weil partirono per la Spagna col fucile in spalla, adesso invece sembra esserci un “fallimento di coscienza”. Con il crollo del Muro si pensava di arrivare a un futuro senza barriere e, dice Bidussa, “alcuni si sono convinti che non fosse più necessario sognare, ma solo vivere”. Forse alla fine, “la dimensione dell’intellettuale è quella di un ragionevole pessimismo”, soprattutto nell’èra “post-ideologica” dove è difficile sia essere i “dissidenti impegnati” del primo Novecento che i guardiani della libertà del secondo. Ma nonostante questo, anche se pensare stanca, “ne vale la pena”.

*parreṡìa s. f. [dal gr. παρρησία «libertà di parola»]. – Schiettezza, franchezza; estens., libertà di parola eccessiva, sfrenata. (Treccani)

domenica 24 febbraio 2013

Ciò che resta dell'intellettuale

David Bidussa recensisce Rino Genovese, Il destino dell'intellettuale, Manifestolibri, Roma 2013

...Consumata la stagione dell'intellettuale che si fa militante, finita la fase dell'intellettuale fiancheggiatore, si ripropone la questione della funzione dell'intellettuale. Intellettuale è colui che è in grado di porre domande non solo scomode "a chiunque", ma prima di tutto alla sua parte, alla parte a cui sente di appartenere e con cui consuma un disagio. E' questo un intellettuale che nel corso del Novecento non ha avuto molto spazio, ma che ha avuto una funzione che oggi ci manca. E' quella figura che in parte è rappresentata dal radicalismo culturale degli anni Dieci e Venti [e] da figure di "irriducibili" come Bertrand Russell, Victor Serge, Hannah Arendt, Leonardo Sciascia. Una dimensione in cui è fondamentale la capacità di essere in solitudine, che si origina non dalla "ortodossia" ma dalla delusione senza, peraltro, cedere al pessimismo. Una condizione che Camus ha perfettamente descritto nel suo Il mito di Sisifo, e dove la propria funzione pubblica è pensata in termini di proposta del dubbio, più che di ricerca del consenso o della claque.

Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2013, p. 26.