sabato 26 settembre 2026

La tassa in meno

Giuseppe Pisauro
Basta con "meno tasse per tutti": i veri nodi della politica fiscale

Domani, 26 settembre 2026

La polemica di qualche giorno fa tra Giorgia Meloni e Matteo Renzi sull’abolizione del bollo auto è un manifesto dell’approccio alla politica di bilancio. Renzi ha ricordato che già nel 2016 ne aveva proposto l’abolizione e che Meloni lo aveva allora accusato di essere un «venditore di pentole». La presidente del Consiglio gli ha risposto: «Oggi hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare». Renzi ha controreplicato ricordando i provvedimenti con cui il suo governo aveva ridotto le tasse: dagli 80 euro all’Imu sulla prima casa.

È una discussione che va avanti da almeno venticinque anni. Dal «meno tasse per tutti» di Silvio Berlusconi del 2001, praticamente ogni governo ha promesso di ridurre le tasse e ha ridotto qualche imposta. Eppure la pressione fiscale non è diminuita. Dopo aver oscillato a lungo intorno al 41-42 per cento del Pil, negli ultimi anni si è collocata tra il 42 e il 43. Nel 2025, secondo i dati appena rivisti dall’Istat, è stata del 42,9 per cento.

Non c’è necessariamente una contraddizione. Si possono abbassare alcune tasse senza abbassare la pressione fiscale. Ed è precisamente ciò che è avvenuto.

La spesa pubblica

La ragione è abbastanza semplice. Occorrerebbe, a parità di saldo di bilancio, ridurre stabilmente la spesa pubblica. Naturalmente è sempre possibile discutere della qualità della spesa, eliminare sprechi, cambiare priorità. Ma immaginare nei prossimi anni una riduzione della spesa di alcuni punti di Pil, tale da consentire un’analoga riduzione della pressione fiscale, è poco realistico.

Le pensioni assorbono in Italia una quota di spesa molto elevata, ma una forte riduzione delle pensioni già in essere è difficilmente praticabile. Per altre grandi componenti della spesa, come sanità, istruzione e ricerca, l’Italia spende relativamente poco rispetto a paesi comparabili. E nei prossimi anni invecchiamento della popolazione, transizione climatica e difesa eserciteranno nuove pressioni sulla spesa. Il problema del prossimo decennio non sarà certo trovare qualche punto di Pil da restituire ai contribuenti.

Questo non significa che non si debbano ridurre singole imposte. Un sistema tributario può essere migliorato spostando il prelievo tra diverse basi imponibili, eliminando imposte inefficienti, modificando la distribuzione del carico tra contribuenti, per non parlare dell’evasione. Il problema nasce quando ogni intervento viene presentato come un passo verso una generale «riduzione delle tasse», che il vincolo complessivo rende invece impraticabile.

Provvedimenti bandiera


Si spiega così la successione di provvedimenti-bandiera che ha caratterizzato la politica fiscale italiana. Ogni governo deve poter mostrare la tassa che ha abolito, l’aliquota che ha ridotto, la categoria alla quale ha concesso un beneficio. Il provvedimento può anche essere giustificabile preso isolatamente. Ma, poiché il gettito complessivo deve alla fine rimanere grosso modo quello necessario a finanziare la spesa, ciò che viene tolto da una parte deve riapparire da qualche altra.

Il prezzo di questo modo di procedere è la progressiva perdita di coerenza del sistema tributario. L’Irpef ne è forse l’esempio migliore. La sua struttura apparente è oggi semplicissima, con tre aliquote. Quella effettiva è diventata straordinariamente complicata: detrazioni che diminuiscono al crescere del reddito, trattamenti integrativi, bonus, soglie. Ne risultano aliquote marginali effettive che possono essere molto più alte di quelle formali, arrivando anche a sfiorare il 60 per cento per redditi relativamente bassi. È un sistema che nessuno disegnerebbe in questo modo partendo da zero.

La detassazione al 5 per cento degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali è un esempio recente del meccanismo. Una nuova eccezione si aggiunge a quelle esistenti. I regimi speciali non sono criticabili soltanto perché possono violare un principio di equità: essi distorcono i comportamenti dei contribuenti (ad esempio, inducendoli a mantenere il fatturato sotto la soglia di 85.000 euro del regime forfettario) e così alla fine danneggiano l’economia.

La «flessibilità»


C’è poi l’altra grande parola che ricorre nella discussione italiana sulla finanza pubblica: «flessibilità». Anche qui si parte da un problema reale e, tuttavia, si arriva a una conclusione sbagliata. Le regole fiscali europee possono certamente essere criticate e migliorate. Ma non sono la ragione fondamentale per cui l’Italia dispone di poco spazio di bilancio.

Con un debito pubblico superiore al 137 per cento del Pil, una parte molto rilevante del quale deve continuamente essere rifinanziata, la possibilità di aumentare permanentemente il disavanzo è limitata prima ancora che dalle regole europee dalla necessità di collocare quel debito sui mercati. L’appartenenza a un mercato finanziario pienamente integrato, caratterizzato dalla libera circolazione dei capitali, riduce inevitabilmente il grado di autonomia delle politiche economiche nazionali.

La piena mobilità dei capitali non è l’unico assetto possibile: Keynes considerava il controllo dei movimenti di capitale necessario a preservare l’autonomia delle politiche economiche nazionali. Ma nell’Unione europea la libera circolazione dei capitali è un pilastro del mercato unico e non sembra che lo si voglia mettere in discussione.

Un esempio è la flessibilità appena chiesta dall’Italia per difesa ed energia: circa 36 miliardi nel triennio 2026-2028. Non sono risorse che l’Europa ci trasferisce, ma maggiore spesa nazionale consentita dalle regole. Se finanziata in disavanzo, è maggiore debito italiano.

Sta qui il limite della continua ricerca di «flessibilità». Chiediamo all’Europa più spazio fiscale, ma la flessibilità europea ci autorizza soltanto a fare più debito nazionale. E il vero vincolo per un paese altamente indebitato non è tanto la regola stabilita a Bruxelles quanto la disponibilità dei mercati a continuare a finanziarlo a condizioni sostenibili.

Le due discussioni, sulle tasse e sulla flessibilità, sono quindi molto più vicine di quanto sembri.

Non possiamo finanziare stabilmente la spesa pubblica riducendo in misura evidente la pressione fiscale complessiva; con un debito delle dimensioni di quello italiano non possiamo neppure finanziarla stabilmente in disavanzo.

La giusta direzione


Ma rimangono ampi margini di scelta. Ed è proprio su quei margini che dovrebbe concentrarsi la politica. Il problema non è promettere indefinitamente meno tasse, ma decidere come raccogliere un ammontare di entrate dato e come distribuirne il peso tra i contribuenti. E, altrettanto importante, come utilizzare nel modo migliore – per favorire la crescita – le risorse disponibili. Le misure citate nello scambio polemico tra Meloni e Renzi non vanno in questa direzione.

E, riguardo all’Europa, se vogliamo un effettivo ampliamento dello spazio fiscale italiano, la strada non è chiedere più flessibilità per aumentare il debito nazionale, ma una capacità fiscale europea che finanzi beni pubblici europei. Per un paese ad alto debito come l’Italia, è un modo assai più efficace di difendere il proprio spazio di politica economica.

Tutte questioni assai meno adatte agli slogan di «meno tasse» e «più flessibilità». Ma la sostanza della politica fiscale è questa.

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