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lunedì 25 agosto 2025

Non abortire


Giulia Ricci

Olga e lo stupro, Emma e le botte. Amira e la povertà: le donne convinte a non abortire dai Pro Vita
La Stampa Torino, 24 agosto 2025

Francesca (nome di fantasia,ndr) è di nuovo incinta del compagno che la picchia: buoni spesa e cestini di alimenti. Amira ha già quattro figli e due nipotini di cui si prende cura, sia suo marito che lei sono disoccupati: pannolini e qualche affitto. Stefany ha già tre bambini da tre compagni diversi, è sola, ha problemi di salute mentale: cibo e biberon. Queste sono solo alcune delle centinaia di storie delle donne convinte dai Pro Vita piemontesi a non abortire. Per “superare le difficoltà economiche e sociali che potrebbero portarle all’interruzione di gravidanza”, le associazioni utilizzano il milione di euro finanziato con il Fondo Vita Nascente della Regione Piemonte (58.750 euro a onlus nel 2023): pagano canoni di locazione, qualche seduta da uno psicologo, elettrodomestici, latte in polvere e passeggini. Ma se le donne aiutate in un anno sono state 561, in media ognuna ha ricevuto 1.675 euro; secondo Federconsumatori, per mantenere un figlio servono tra i 7 e i 17 mila euro l'anno. Ogni anno.

L’Interruzione di gravidanza già prenotata

Ogni rendicontazione è diversa. C'è chi si sofferma maggiormente sulle storie delle donne, chi meno. Alcune onlus ammettono: quando l'abbiamo incontrata aveva già l'appuntamento per abortire. Come Sara, la ragazza accompagnata dalla cugina, già una figlia, sola, andata via da una Regione del Sud e tornata dai genitori per problemi con la famiglia della compagna: la promessa di aiuto e supporto morale l'avrebbero convinta; e poi fasciatoio, passeggino, integratori. Sono molti i casi di donne abbandonate dal partner, Gisella è figlia di una ragazza madre, la stessa famiglia d'origine ha problemi economici: attrezzatura e pannolini, va avanti con la gravidanza. Anche “Donna 22” aveva già prenotato l'Ivg, abbandonata dal compagno, va avanti con la promessa di sostegno materiale e morale: medicine, trio nuovo. “Donna 10” era già aiutata per la bimba di 8 mesi, il compagno è ludopatico, i pochi soldi scivolano via così, lui non accetta un aiuto, lei viene convinta per il rapporto di fiducia con la associazione. La parola fiducia tornerebbe, nelle rendicontazione, anche nella storia di Aisha, che aspetta il quarto figlio, ha grandi problemi economici e vive in un alloggio minuscolo: latte, pannolini, un canone d'affitto. Ma a tornare spesso è anche la parola “dubbio", solitudine, monoreddito.

La nuova vita va accettata, anche se frutto di violenza

Un'associazione lo dice chiaro e tondo. Le "mamme", nel percorso verso l'autonomia, sono accompagnate ad accogliere il loro bambino, ad accettarlo pienamente anche quando frutto di una violenza. Olga vive per strada, riceve quasi 10 mila euro di aiuti, tra cui il pagamento di hotel e perizia psichiatrica. “Donna n. 22” ha già tre figli, è italiana, riceve buoni spesa e cestini di alimenti; è sola perché il padre è stato allontanato dopo aver picchiato il più piccolo. Emma arriva alla onlus con il passaparola; ha una figlia di tre mesi e confessa di essere picchiata dal compagno. Non accetta di denunciarlo, ma assicura di averlo allontanato: qualche tempo dopo, la situazione sembra essersi normalizzata, ma lei ammette che il compagno si è riavvicinato. Poco dopo, è di nuovo incinta. La onlus da cui è sostenuta si direbbe rallegrata per questa nuova vita, ma preoccupata per il ritorno con l'uomo violento. Starebbero cercando di convincerla a denunciarlo. Come sottolinea uno dei Centri di aiuto alla vita che riceve le risorse dall'assessorato al Welfare, il Fondo da un milione di euro non sarebbe finalizzato al supporto sociale, ma al supporto alla maternità: l'obiettivo, quindi, è innanzitutto promuovere la vita di chi deve ancora nascere.

La maternità a tutti i costi

E così, un’altra associazione Pro Vita lo scrive chiaro e tondo: l’esperienza più significativa per una donna? La maternità. Anche se nei casi elencati maternità fa rima con lavoro in nero, disoccupazione, precarietà. Alessandra, 29 anni, ha già quattro figli piccoli, il marito è disoccupato: riceve tutto ciò che serve per una nuova gravidanza, dallo scalda biberon agli omogeneizzati. Nkechi ha già sei figli, aspetta il settimo, il padre ha un lavoro precario, riceve 4 mila euro tra babysitting e bollette. Tatiana è dubbiosa perché ha già tre bimbi tra i 4 e i 12 anni, ma secondo il Centro di aiuto alla vita non ci sarebbero particolari problemi ad accogliere un nuovo figlio, se non quelli economici. Aminata ha quarantacinque anni, arriva dalla Costa d'Avorio, ha già 4 figli e due nipotini in affidamento per la morte dei genitori; quando scopre di essere incinta entrambi sono disoccupati. A una famiglia in gravi condizioni economiche, oltre pannolini e affitti, verrebbe offerto un percorso di accettazione della creatura. Una giovane donna, Irina, vive in una roulotte: bassa scolarità, telefonate periodiche per il secondo figlio; arriva il terzo, è in confusione, ma lunghe chiacchierate la rasserenano.

Tra problemi di salute mentale e malattie debilitanti

Depressione, problemi di salute mentale, malattie fisiche debilitanti e già altri figli di cui prendersi cura. Imane ha 35 anni, origini marocchine, ha già tre bambini avuti da tre persone diverse e si sta separando anche dall'ultimo compagno; uno dei ragazzi ha problemi comportamentali, ma li avrebbe anche lei. Un'altra donna incinta è italiana, ha quasi 40 anni, è affetta da sclerosi multipla e colite ulcerosa, ha già un'altra figlia e l'aiuto può essere solo saltuario perché non ha un'automobile con cui raggiungere l'associazione. C'è poi una giovane che è stata espulsa dalla famiglia d'origine, si chiama Layla: ha subito violenza, il compagno è rimasto nel Paese del Nord Africa e arriva con problemi di salute fisica, malnutrita, depressa; riceverà supporto emotivo, spesa e affitti. Ma non c'è nazionalità che tenga. Perché anche Valentina ha seri problemi di salute, e di fatto è sola perché il compagno non partecipa alla gravidanza. I gravissimi problemi economici sono un filo rosso che collega tutte le storie. Irene riceve sostegno morale perché affetta da depressione, il marito non ha un lavoro e spesso torna dalla famiglia d'origine, ha già due figli: affitto, alimentari, prodotti per l'igiene.

giovedì 10 aprile 2025

Genitori



Fabrizia Giuliani, Sui documenti si scrive "genitori": la forzatura ideologica sconfitta dalla realtà, La Stampa, 10 aprile 2025

Poche cose nuocciono al vivere civile come lo scontro ideologico su materie che definiamo eticamente sensibili, attingendo a un lessico tanto generico quanto poco accessibile, ossia questioni che attengono alla vita, i suoi luoghi e i suoi processi. La famiglia, le relazioni, la sessualità, la generazione ma anche la cura e la morte. Questi temi sono diventati il terreno prediletto dalla politica per lo scontro dove non ci sono prigionieri, dove l’avversario deve essere piegato e vinto e le convinzioni si impongono con la forza dei numeri. Dove la politica intesa come confronto, rispetto, consapevolezza dell’articolazione del corpo sociale e dei mutamenti che lo attraversano muore e resta solo il bastone del comando. Nel secolo scorso la tendenza era stata definita bipolarismo etico, radicalizzazione incapace di produrre l’accordo necessario a qualunque passo avanti legislativo e priva di memoria. Se si studiasse la storia – anche solo un po’, anche per titoli - si scoprirebbe velocemente come ogni avanzamento civile, ogni passo volto ad archiviare i residui patriarcali è stato realizzato attraverso il confronto aperto e il riconoscimento. L’imposizione, lo sapeva bene una classe dirigente che aveva combattuto il fascismo, non è solo dannosa ma improduttiva: non funziona.

Le società democratiche sono macchine complesse e la complessità, per essere governata, richiede fatica e conoscenza, pena la paura che porta alla regressione, l’abbaglio che il ritorno alla legge comando metta al riparo da cambiamenti percepiti come minacciosi. Siamo nel pieno di questo passaggio politico, di questa paura non compresa e non governata: da qui bisogna partire per parlare della sentenza della Cassazione che riporta alla dicitura genitori sulla Carta d’Identità.

Riportare, si diceva: questa era la definizione prima dell’impuntatura del Viminale (2019), che aveva voluto sostituire genitore con madre e padre. Eppure, genitori era la formula che aveva accompagnato nella storia patria, i documenti di identità fin all’ultima misura del 2015, governo Renzi, relativa alla Carta d’Identità elettronica. L’intento di Salvini era stato chiarissimo: la battaglia per il ritorno alla famiglia naturale passa dalla carta d’identità, persino se questa smentisce lo stato delle cose, ossia non ci sono una mamma e un papà. In altre parole, attraverso la riformulazione della dicitura sul documento si ripristina l’ordine che non c’è. Come se le parole sostituissero o cancellassero i fatti.

La storia del vocabolo genitore avrebbe dovuto mettere in guardia dalle forzature, segnata com’è dalla consapevolezza che i bambini possono crescere in famiglie diverse, che nascere non è crescere e soprattutto che le norme non devono produrre discriminazione, per i bambini e le bambine. Questo hanno messo, nero su bianco, i giudici della Corte nella sentenza 9216, sgombrando il campo dai fantasmi che aleggiano sulla battaglia ideologica. Hanno ricordato come una Carta d’Identità non sia un atto di nascita, che il decreto ministeriale impediva di dare «adeguata rappresentazione alla realtà giuridica familiare venutasi a creare», ossia una coppia omoaffettiva femminile ricorsa regolarmente all’adozione in casi particolari.

I giudici hanno sottolineato come questo istituto non ammetta discriminazioni, dunque, la Carta d’identità del minore non può indicare dati difformi, non corrispondenti alle figure genitoriali. Ancora una volta, la forzatura ideologica si è infranta davanti alla realtà, alle leggi e alle ragioni che le sostengono. Speriamo sia letta per intero, questa sentenza e soprattutto sia d’insegnamento.

sabato 4 febbraio 2017

John Fante, Le donne di Napoli (1957)


 
John Fante, Lettera alla moglie Joyce, Napoli, ca 27-28 luglio 1957, sta in Id., Tesoro, qui è tutto una follia, trad. Alessandra Osti, Fazi, Roma 1999



Tesoro,
le donne di Napoli sono dei maiali. Sono maiali grassi con dei vestiti sciatti, di solito neri, macchiati di salsa di pomodoro, urina, grasso, o dalla cacca di un bebè. I seni gli arrivano alle ginocchia, e i loro culi pendono come dei palloncini gonfi d’acqua. In realtà non camminano, si trascinano piuttosto, scivolando su dei sandali di legno o cuoio dai quali fanno capolino dieci sudice dita. Ma devo anche spiegare che sono meravigliose, ognuna ha il volto della madre di Dio e le mani contorte, incallite delle donne che hanno passato la loro vita a badare ai propri figli e ai propri uomini. Quei seni giganteschi e scesi, così grotteschi e mostruosi, confortano i bambini che piangono, e non è difficile immaginare che eccitino gli uomini. E' anche possibile che a Napoli gli uomini preferiscano che le loro donne siano corpulente e abbrutite, con pance poderose e occhi che abbiano guardato Dio. Immagino che gli uomini vogliano che le donne abbiano un forte odore di sudore e di mestruazioni perché è animalesco, è come andare il più vicino possibile all’animale continuando a vivere nella civiltà. Perché sono civili, sofisticati, generosi, gentili, educati, valorosi e terribilmente coraggiosi.



Sembra un brano turgidamente iperbolico, ricavato da una lettura non sorvegliata della Pelle di Curzio Malaparte, un pasticcio di morbosità eccitata e di pigmentazione ad effetto, con quel richiamo blasfemo alla Madonna tipicamente fantiano. (Giacomo D'Angelo, L'emigrazione abruzzese e la letteratura)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/03/23/john-fante-lettere-sull-italia.html
https://palomarblog.wordpress.com/2017/02/05/berlino-est-1960/


domenica 3 gennaio 2016

Cercate l'antica madre


Edoardo Boncinelli
La curiosità salverà il mondo
Corriere della Sera La Lettura, 3 gennaio  2015


















... Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem, aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam. Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».

giovedì 17 settembre 2015

La Dea Bianca, un mito






Claudio Magris
Il mito matriarcale
Nicholas Carter: Dionisiaca e crudele la dea bianca è musa e visione del mondo
Corriere della Sera, 17 settembre 2015



Il mito, è stato scritto, è ciò che non è mai accaduto e accade sempre. Nessuna creatura, divina o umana, è mai nata come Afrodite dalla spuma del mare e dai genitali dell’evirato Urano, ma l’infinito del cielo e del mare associati alla dea dell’amore dicono tante verità su quest'ultimo. Mito, afferma Valéry, è ciò che accade soltanto nella parola e solo questo gli 
conferisce verità che attraversa il tempo. Mito, in greco, vuol dire racconto; parla certo anche del mistero, ma del mistero che c’è nel vivere, innamorarsi, morire. Mistero di tutti, non occulto segreto di pochi custodito da pretesi iniziati né oscurità ineffabile, come pretende tanta cultura esoterica, spesso pacchiana. C’è stato pure un uso fascista del mito, che Mann o Broch — grandi autentici poeti del mito — volevano esorcizzare. Il mito ha bisogno dell’illuminismo e viceversa; altrimenti si ha soltanto uno pseudo arcano kitsch o una piatta e ottusa ragione strumentale.
Nel Novecento il mito è stato fondamentale per la letteratura, che ha trovato in esso le sue strutture profonde — basti pensare, per fare solo un esempio fra molti, a Joyce. Sono pure usciti molti libri che hanno rinarrato, interpretandoli, i miti — specie greci — costitutivi della nostra civiltà o di civiltà a noi prossime, facendoli «echeggiare di nuovo tra noi», come scrive Pietro Citati. I libri di Kerényi, di Calasso, di Guidorizzi, di Mascioni, di Graves (che insieme a Patai ha rinarrato pure quegli ebraici) e altri ancora.
Uno dei grandi mitografi del Novecento è Robert Graves, il celebre scrittore e poeta inglese noto soprattutto per i suoi romanzi storici — Io, Claudio (1934); Il divo Claudio (1934) — e grande specialmente come poeta. Quale mitologo, il suo capolavoro è forse La Dea Bianca (1948), vastissima e poetica summa che ricostruisce, analizza e interpreta una tradizione mitica che abbraccia soprattutto le divinità e i culti celti, gallesi e irlandesi, spingendosi sino all’Asia minore e più oltre ancora e celebrando il mito femminile, lunare, matriarcale e infero contrapposto a quello olimpico, virile, patriarcale, gerarchico. La Grande madre contro Zeus.
Ne parlo con uno dei più esperti interpreti e conoscitori di Graves, Nicholas Carter. Nato in Inghilterra nel 1942, cresciuto in Rhodesia e in Sudafrica dove ha studiato all’Università del Natal, prima di tornare in Inghilterra a diplomarsi all’Università di Oxford e di conseguire il Ph.D al famoso Trinity College di Dublino. È fra l’altro autore di una grande monografia su Graves. Nel 1986 è arrivato a Trieste, a insegnare inglese, e si è fermato; uno di quei nomadi che — come l’inglese Richard Burton o i fratelli Joyce — la storia ha depositato sulle spiagge di una città eterogenea cresciuta in un impero diverso da quello britannico.
«In questo libro, gli chiedo, Graves sembra assomigliare più a Mircea Eliade che a Kerényi o a Thomas Mann; sembra credere a una verità arcana ma oggettiva di questi miti, soprattutto celti. Una verità da prendere alla lettera come quella delle religioni, non una metafora poetica della vita, della natura e del mondo...».
Nicholas Carter — Nel suo romanzo La figlia di Omero, Nausicaa, che è il narratore, afferma, con una ferma convinzione che è pure di Graves, che non esiste alcuna vera vita aldilà di quella che conosciamo e che si svolge sotto il sole, la luna e le stelle. Ma una volta, mentre ero con lui nel suo giardino e lui mi insegnava come si deve diserbare, improvvisamente mi disse che avrebbe ricostruito a Colchester l’altare dell’imperatore Claudio. In senso metaforico, credevo pensando al progetto di un libro, ma lui — guardandomi direttamente negli occhi e lasciandomi spiazzato e incapace di replicare — mi disse: «Claudio, come lei sa, è un dio».
I miti mi hanno affascinato fin da quando avevo dieci anni e, trascurando le letture scolastiche, ho comperato i due volumi sui miti di Graves restandone sconcertato, perché non rinarravano solo le vicende a me care di Giasone o della guerra di Troia, ma nei commenti si addentravano nella storia e nell’antropologia, indagavano la società matriarcale a suo avviso originariamente dominante nel Mediterraneo e poi scalzata dai popoli patriarcali invasori. Più tardi ho capito che nel mito Graves cercava di rimpiazzare la civiltà distrutta dalla Prima guerra mondiale e cercava pure una salvezza personale, trovandola o credendo di trovarla nella Dea Bianca, che era insieme una visione del mondo e la sua Musa. Anche il suo Danubio, del resto, ha un’analoga funzione unificante, risonanze che forse non esistevano prima del suo libro e che forse nascono dalla scrittura...
Claudio Magris — Certo, ogni nuova configurazione di qualsiasi realtà la cambia, la arricchisce; ogni commento al mito è mitico a sua volta ossia una nuova narrazione. Glissant mi ha detto una volta che ho fatto parlare l’inconscio del Danubio. Pure io da ragazzo ero affascinato dal mito, leggevo compilazioni e riassunti dei miti delle più diverse civiltà. Mi sono confrontato con i significati anche contraddittori del mito: idea-forza e/o verità essenziale, come nel mio Mito absburgico. In altri libri la struttura profonda è costituita da miti — di Euridice, di Alcesti, del Vello d’oro. La Dea Bianca celebra — contro la mitologia olimpica maschile — quella femminile e matriarcale; mi chiedo se tale civiltà sia mai veramente esistita. La Dea Bianca è anche il sesso che tutto abbraccia e annienta. Non la Grecia apollinea ma la Grecia e l’Asia dionisiaca, la notte, il grembo polimorfo di ogni vita. Questa Dea Bianca è tuttavia pure dominio crudele, soprattutto sessuale, della donna sull’uomo. Si può parlare di una sessualità masochista in Graves?
Nicholas Carter — Posso rispondere con le parole dello stesso Graves, il quale diceva che, da quando aveva quindici anni, la passione determinante della sua vita era stata la poesia, in contrapposizione all’ambiente ostile della scuola. Certezza nella poesia significava incertezza nella vita, non meno di quanto lo sia l’amore romantico. Ed è qui che arriva, salvifica, la Dea madre di tutto ciò che vive e che sa pure incarnarsi in una donna mortale, Musa di cui il poeta si innamora perdutamente, benché consapevole di ciò che lo attende, dolore e tradimento. Come osserva Rougemont, «l’amore felice non ha storia».
Claudio Magris — Pure nella cultura tedesca nazisteggiante c’era una contrapposizione fra mito maschile — solare olimpico, dorico, gerarchico — e mito femminile in cui l’amore della madre non va particolarmente all’eroe, come nella visione dorica, ma egualmente a tutti i suoi figli, forti o deboli, però solo ai figli usciti dal suo stesso grembo, a tutti quelli dello stesso sangue, della stessa razza...
Nicholas Carter — Nessun albero ha una sola radice e le origini della Dea Bianca sono molteplici. Strettamente individuali — la forte personalità delle tre donne dominanti nella prima parte della sua vita, la madre tedesca, la sua prima moglie femminista e la sua prima vera Musa, la poetessa americana Laura Reading — e oggettive, lo choc della Prima guerra mondiale che aveva distrutto il suo mondo, mondo che egli voleva ricostruire col suo mito.
Claudio Magris — Dubito che la Dea Bianca potesse ricostruire il mondo distrutto dalla Grande guerra... La contestazione femminista del dominio maschile ha vagheggiato una politica femminile dell’amore anziché maschile della guerra. Ma se guardiamo agli ultimi decenni, i grandi leader sono stati soprattutto donne, ma donne che hanno esercitato con efficacia e durezza le classiche e odiate virtù maschili. Margaret Thatcher, Indira Gandhi o Golda Meir hanno saputo usare la forza, il potere, la gerarchia più dei politici uomini... Ma Graves ha scritto pure romanzi storici come quelli sull’imperatore Claudio, un genere molto frequentato nella narrativa. Basti pensare a quel capolavoro che sono le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, ma ci sono anche altri, ad esempio Gore Vidal. Che senso può avere oggi il romanzo storico e, per quanto riguarda Graves, come s’inquadra nella sua opera accanto agli altri generi da lui coltivati e soprattutto rispetto alla sua opera poetica, in cui egli ha raggiunto i suoi risultati più alti ?
Nicholas Carter — Dietro Io, Claudio, ci sono due figure molto diverse: il prozio di Graves, Leopold von Ranke — «il primo storico moderno», com’egli lo chiama, e la cui meta era «semplicemente accertare com’erano andate le cose» — e Maigret, l’eroe di uno degli scrittori da lui più amati, Simenon. Strana coppia, accomunata tuttavia da un’ostinata ricerca di verità e da un modo intuitivo di perseguirla. La Dea Bianca e Io, Claudio sono anche storie poliziesche, la cui esigenza di verità è la stessa del poeta. Che cosa sono i romanzi su Claudio, i libri più famosi di Graves, se non la testimonianza di un uomo bizzarro e spaiato, un folle che balbetta, un sopravvissuto di professione ma anche custode di salute spirituale e della verità, consapevole che «le cose, prima di migliorare, dovranno andare ancor peggio»? E cos’è La Dea Bianca se non una rappresentazione fantastica e barocca della nostra civiltà distruttiva e suicida ? Tuttavia pure i poeti hanno bisogno di denaro per vivere e Graves ha risolto questo problema scrivendo romanzi storici: «I miei libri in prosa sono cani da esposizione che allevo e vendo per mantenere il mio gatto».
 

Traduzione di Mariagrazia Portera 

 

venerdì 8 maggio 2015

Recalcati, Le mani della madre

Benedetta Tobagi
Il nostro destino nello sguardo della madre
I mille volti della figura femminile che ci dona la vita nel libro di Massimo Recalcati
Il genitore maschio rappresenta la Legge la donna invece il diritto all’esistenza
Tanti i riferimenti simbolici: da Maria alle due mamme del giudizio di Salomone
 

la Repubblica, 8 maggio 2015

... La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d’autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all’Altro. Senza quest’apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.
Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e, talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un persecutore spaventoso. L’impatto con la creatura urlante così diversa ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc. «Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente simbolizzati». E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione) da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine. Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne, subdola competizione

— estetica, umana, professionale — con loro. Eppure sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark, commovente cammeo su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al figlio ciò che non ha.
 

Il saggio: Le mani della madre, di Massimo Recalcati, Feltrinelli

venerdì 26 settembre 2014

Ho lasciato la mamma mia


Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà;
ta pum ta pum ta pum
...
Ho lasciato la mamma mia
l'ho lasciata per fare il soldà;
ta pum ta pum ta pum

Dietro al ponte c'è un cimitero
cimitero di noi soldà;
ta pum ta pum ta pum  (1916)


Riccardo Solazzo 

La madre, il figlio e la guerra in tre romanzi:

Ernest Hemingway, Addio alle armi, 1929
Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929
Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, 1938

Questi classici della narrativa legata all'esperienza della prima guerra mondiale non li avevo mai letti. Me ne vergogno un po’…  Però sono contento di averlo fatto a poco più di trent’anni; li ho vissuti meglio soprattutto perché, forse, possiedo un po’ più di quella umana esperienza che aiuta a reggere le atrocità, i sentimenti, gli episodi della dinamica più brutale, distruttiva ed allo stesso tempo innovatrice che l’essere umano possa realizzare: la guerra.
Nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale ho sentito la necessità di ascoltare i sentimenti di un uomo in trincea; dunque, non il conflitto fra le nazioni, quello letto nelle monografie di cui ho poco più che un’infarinatura. Quest’estate ho cercato la passione[1] di un uomo in guerra. Un uomo costretto a dichiarare che “questa vita (in trincea, ndr) ci ha ridotto ad animali appena pensanti”. Quest’amara considerazione di Remarque viene arginata dalle espressioni di grande umanità e di necessaria spensieratezza che troviamo nelle intense pagine di questi libri. 
Ma non ho intenzione di soffermarmi su una lettura comparata dei tre testi, del resto non ne sarei capace… L’essere un “giovane” genitore (ho un bimbo di due anni ed una bimba in arrivo) ha portato la mia attenzione sull’inscindibile legame materno. Quanto dev’essere insopportabile mandare un figlio alla guerra? Quanto è struggente il ferito o il moribondo che evoca la mamma?
Seppur riferito ad un altro periodo storico, è “l’urlo nero della madre”[2] che mi ha portato a seguire questa traccia, l’aspetto che più di altri (oltre al cameratismo fraterno[3]; l’attaccamento alla terra dei padri; l’amore per una donna; la visione del nemico come uomo identico a sé) riconduce ad un’umanità perduta.


Si chiederà dove ho trovato questo aspetto in “Addio alle armi”. Anche qui non manca l’evocazione della mamma da parte del ferito[4]; chiaramente questo è, dei tre, il libro che meno descrive la trincea. Affronta prevalentemente il travaglio personale del soldato che, dismessa l’uniforme, riporta al centro l’esigenza di fare una “pace separata” e vivere la propria storia d’amore[5]. Nell’epilogo però la morte e lo strazio della guerra, a cui il protagonista era sfuggito, quasi come una predestinazione alla sofferenza, ritornano con la perdita contemporanea della moglie e del figlio durante il parto.
Sono però Lussu e Remarque che mi hanno maggiormente colpito per ciò che riguarda il rapporto genitore/figlio, in particolare madre/figlio, in tempo di guerra.
 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. […] Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria […] non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra. […] La mamma invece mi parve più coraggiosa. Io le avevo mandato spesso delle lettere […] che le facevano credere che io fossi al sicuro.” L’inquietudine del genitore è evidente: “La mamma era sempre intorno a me […] si comportava con me come se io fossi un bambino”. Finita la licenza, Lussu, deve tornare al fronte: saluta i genitori ma, dopo essersi avviato, ritorna sui suoi passi e rientra in casa e assiste allo strazio impotente della madre. Vorrebbe difenderlo, quasi fosse ancora bambino: “Al centro della sala, accanto alla sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l’aiutai a sollevarsi […] tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime.”
In Niente di nuovo sul fronte occidentale troviamo ancora una madre che conserva l’unico vasetto di marmellata di mirtilli in attesa della licenza del figlio. Ed ecco come in poche parole emergono ansia e frustrazione: “[…] allora ad un tratto la Mamma mi afferra le mani e domanda con voce strozzata «è terribile, vero, laggiù, Paolo?».”
Altre pagine di Remarque sono commoventi per l’affetto ed il legame primordiale del figlio con la madre.
Al rientro dal fronte per una licenza la sola parola “Mamma” fa crollare la corazza che il protagonista ha dovuto indossare per sopportare le atrocità della guerra di trincea: “Lei (sorella del protagonista, ndr) apre una porta e chiama «Mamma, mamma, è Paolo!». Io non posso più fare un passo. Mamma, mamma è Paolo! Mi appoggio alla parete, stringo l’elmo, il fucile: li stringo con tutta la mia forza, ma non posso più fare un passo, la scala mi si confonde alla vista; mi do il calcio del fucile sui piedi e stringo rabbiosamente i denti, ma non posso far nulla dopo quella sola parola che mia sorella ha gridato […] e non voglio, ma grosse lagrime mi corrono e corrono giù dalla faccia”.
Oggi come ieri la comunità umana piange esseri umani morti in guerra: sono tutti figli e fratelli nostri![6]





 [1] “[…] è il mio cuore il paese più straziato”, Ungaretti
             [2] Alle fronde dei salici, Quasimodo
[3] “Fratelli”, Ungaretti
[4] “[…] una gamba era scomparsa e l’altra era trattenuta dai tendini e parte dei calzoni […] Si mordeva il braccio e gemeva «Oh Mamma, mamma mia […]» poi soffocando «Mamma, Mamma mia».” Hemingway.
Nel testo di Remarque un altro passaggio simile: “[…] e col petto e la pancia squarciati, con le gambe e le braccia fracassate non sanno che gemere piano, chiamando la mamma[…]”
[5] “[…] Femmina penso se penso alla Pace […] Femmina penso se penso all’umano", Sanguineti
[6] “[…]io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello […] Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare […]” Guccini