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domenica 5 luglio 2026

Master of Ballantrae

Jean Echenoz
Il diavolo in nero con cui Stevenson continua a sedurci

la Repubblica, 5 luglio 2026

Il Master di Ballantrae esce nel 1889, tre anni dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (scritto in una settimana), sei anni dopo L’isola del tesoro e cinque anni prima della morte di Robert Louis Stevenson all’età di quarantaquattro anni. Tutto accade in fretta nella vita di quest’uomo.

Molto in fretta: a tre anni di distanza, con L’isola del tesoro e Il dottor Jekyll e il signor Hyde, Stevenson ha creato due miti letterari. Il Master di Ballantrae, che riprende, amplifica, distorce i due temi essenziali di quei libri, dà forma a una rêverie nata una notte d’inverno del 1887 a Saranac, sui monti Adirondack, allorché Stevenson ha da poco riletto La nave fantasma, romanzo marinaresco di Frederick Marryat – secondo lui sono infatti tre le letture necessarie per penetrare i segreti di un libro, per studiare i meccanismi del giocattolo. «Dovetti constatare che da troppo tempo non avevo elaborato un intreccio,» racconterà quattro anni dopo «e sfidai me stesso a idearne uno, seduta stante. Doveva essere una storia di ampio respiro, che coprisse svariati anni, in modo che potessi raffigurare i personaggi nello slancio della giovinezza e nel declino dell’età, e che si svolgesse in diverse contrade cosicché potessi collocarli in ambienti diversi e sorprendenti – e poi soprattutto una storia che mettesse in scena la stessa accumulazione di eventi spettacolari del libro di Marryat, affrontati nella stessa maniera ellittica e concisa».

In questo libro avviato con frenesia non lontano dalla frontiera canadese, faticosamente portato a termine l’anno seguente a Waikiki, nei pressi di Honolulu, figurerà tutto l’armamentario del romanzo d’avventura. Tanto che viene da chiedersi se lo sia veramente. Pirati, battaglie, contrabbandieri, cacciatori di pellicce, tesoro e tradimenti, duelli, burrasca e ammutinamento, fachiro e pellirosse, pianeta percorso in lungo e in largo dalle Indie all’Alaska, non manca nulla. E, al centro del teatro, il mortale conflitto tra due fratelli, James e Henry Durie.

Due fratelli che tutto oppone o sembra, all’inizio, opporre. Di fronte all’aspetto riservato, misero e scialbo di Mr. Henry si erge la figura affilata, cinica, elegante di James, Master di Ballantrae. Abito nero, diamante, neo. All’internazionale potere di seduzione di James non corrispondono, in Henry, che probi e sedentari talenti di veterinario e pescatore. L’avventuriero senza morale contro l’amministratore senza scintillio. Il perverso contro l’umiliato.

Lo scrittore francese Jean Echenoz

Lo scrittore francese Jean Echenoz

È il perverso che ci interessa, ovvio. È l’eroe romantico contorto. È questa seduzione che ci attrae, e non siamo i soli. Dal momento in cui il padre del Master identifica il figlio con il diavolo, ammettendo nella medesima frase, a sua grande vergogna, che è comunque sempre stato il favorito, noi condivideremo quella vergogna (...). Una volta emessa la sentenza paterna, le marche sataniche si moltiplicheranno non appena si fa cenno a James Durie. Indirette o meno, tali allusioni brulicano, non c’è un solo capitolo in cui non si manifesti la medesima ombra. Ombra che giungerà a sdoppiarsi quando il Master si imbarca su una nave pirata il cui capitano, mediocre psicopatico, si crede lui stesso il diavolo, tanto che ha sbattezzato la sua nave, la Sarah, per chiamarla Inferno. Un delicato conflitto prende allora avvio fra il Master di Ballantrae, diavolo principe, e questo diavoletto da strapazzo che si dipinge la faccia di nero e mastica schegge di vetro, addobbandosi ingenuamente degli orpelli di un Maligno di cui solo il Master ha colto al volo l’essenza.

Quindi è lui, probabilmente. Seduzione, bellezza, sadismo e imbonimento. Smania di pervertire e manipolare. Eterni espedienti per ricominciare da capo. Bellezza che raggiunge l’apice, nota dolorosamente l’intendente Mackellar, quando il Master supera sé stesso nell’oltraggio. Ma se possiamo seguire a occhio nudo, come su un campo innevato, gran parte di queste tracce diaboliche, ve ne sono altre che attraversano più discretamente il romanzo – per esempio il singolare dettaglio, buttato lì come per caso e dunque ancor più inquietante, relativo alle letture di James Durie, e soprattutto al suo modo di leggere: sembra che il Master si interessi solo alla forma del testo, trascurandone il significato. Con lo stesso piacere epidermico può scorrere brani della Bibbia o di Clarissa, senza distinzione alcuna, giacché entrambi non sono che transitorie fonti di soddisfazione, violino in un cabaret – brivido lungo la schiena.

Soprattutto, grava sul Master un sospetto di immortalità. Regolarmente lo si dà per morto in guerra, morto in duello, morto di sfinimento – e lui riappare sempre più scintillante, ogni volta più pericoloso. Un procedimento che lo stesso Stevenson esita a sistematizzare, come confessa in una lettera a Henry James, «posto che il terzo, per così dire, decesso e le circostanze della terza riapparizione sono impervi; impervi, Sir. Anche troppo impervi». Che fare di fronte a un personaggio simile? Ci si ritrova in una posizione non diversa da quella di Mackellar, protagonista del libro e insieme suo supposto autore. Stretto fra la devozione nei confronti di Mr. Henry e l’ammirazione per il Master, Mackellar è lacerato e la sua situazione impossibile: scrivere un libro in memoria dell’uno per celebrare, di fatto, la gloria dell’altro.

Situazione impossibile, fratelli impossibili: tutto ciò che James irride, tutto ciò con cui si trastulla, Henry vi resta senza scampo invischiato. L’amore. Il denaro. Il ruolo di figlio. I domestici. I vicini. L’alcol. Ma non si tratta di antagonismo tra bene e male. Se il Master incarna il diavolo nel suo sfarzo, il fratello minore non è in alcun modo il suo rovescio: il fatto che venga umiliato, offeso, non implica che rappresenti la virtù. All’angelo nero, caduto ma scintillante, luciferino e dunque portatore di luce, sembra piuttosto opporsi un angelo grigio, scialbo e purgatoriale. Greve più che lastricato di buone intenzioni. Disastroso come seduttore. Capace solo di gettarsi a capofitto nelle trappole più banali, dall’eccesso di zelo all’abuso di alcol. Si tratta, più che del conflitto fra valori opposti, della combinazione di due perdite, di due modi di perdere, di due forme di stile: spento o brillante (...). Già nello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde l’antagonismo tra un bene jekylliano e un male hydiano non è così marcato. Jekyll non è buono, diagnostica Nabokov. Jekyll è un essere composito, una miscela di buono e cattivo, una soluzione di «jekyllite» al 99% e di «hydite» all’1%. Hyde è invece un precipitato di male allo stato puro, nel senso chimico del termine, dal momento che qualcosa del Jekyll composito permane e si interroga con orrore su Hyde allorché questi commette i suoi delitti. Ci sono, come dice Nabokov, tre personalità: Jekyll, Hyde e il residuo di Jekyll quando è Hyde a prendere il sopravvento. Certo, ma il punto d’incontro dei fratelli Durie, il punto in cui Stevenson fa sì che si incontrino, è laddove si fondono in una contraddizione, in un’ambivalenza: quella di Mackellar che diventa a sua volta una sorta di Jekyll-Hyde affettivo, binario, tormentato dai rischi dell’attaccamento e della fascinazione (...).

Inseparabili nell’antipatia che nutrono, indivisibili, Henry e James Durie sono il recto e il verso di questa ghinea. I loro nomi, fra l’altro, ricompongono l’identità dello scrittore più vicino e più lontano ma comunque il più vicino, si direbbe, a Stevenson in quegli anni. È a Henry James che Stevenson illustra, in una lettera del marzo 1888 («Mio caro, delizioso James»), l’intreccio del romanzo, senza precisare i nomi, ma affacciando l’ipotesi che siano stati il diavolo e gli Adirondack a suggerirgli la conclusione; il diavolo, senza dubbio. Ed è James, due anni dopo, quando Il Master è uscito da sei mesi, a confessare a Stevenson: «Il palpito più intenso della mia vita letteraria, come di molti altri, è stato Il Master di Ballantrae– un cristallo duro e puro, ragazzo mio». Non c’è altro da aggiungere. Al contempo, di fronte alla rivalità dei fratelli Henry e James Durie, il pensiero va, con discrezione, ai problemi che lo stesso James aveva con il fratello maggiore William, autore di preziosi Principi di psicologia.

Nel progetto iniziale Stevenson prevede di attraversare una buona metà del pianeta, nell’arco di una generazione, facendo ricorso a quattro attori, due fratelli, un padre, un’eroina. Sopraggiunge poi Mackellar, in apparenza secondario nel suo personaggio di intendente, ma essenziale in quanto narratore e dunque intendente del romanzo stesso: l’intendenza seguirà gli eventi. Mackellar che non occorre descrivere, perché la sua cronaca dei fatti, il suo modo di riferirli ne compongono anche l’autoritratto. Mackellar combattuto tra le due funzioni, così come tra i sentimenti che nutre per i fratelli Durie – lui che tiene i sentimenti in così poco conto da confessare, garbatamente, di non aver mai guardato all’amore con occhio favorevole. Non è il solo d’altro canto, tutti sono combattuti: il padre, l’eroina, noi stessi. Nessuno sa venire a patti con il potere di seduzione del Master, a proposito del quale occorre pur ricordare che è una losca canaglia: lo conferma ogni suo atto, ne è consapevole ogni familiare, ma si corre il rischio di dimenticarlo. Avendo designato Mackellar come narratore, Stevenson si scontrerà con i gravi problemi tecnici di una costruzione romanzesca in prima persona, problemi che a quanto pare hanno trasformato in un incubo la parte conclusiva della stesura del Master. A un certo punto Mackellar non basta più, non può più farsi carico da solo della narrazione, non è più all’altezza: altri dovranno assisterlo. Così, verso la fine splendidamente abborracciata di questo romanzo, piena di toppe e zeppe narrative, nuove testimonianze intervengono, si affollano verrebbe da dire, per giustificare le circostanze («impervi; impervi, Sir») della morte e dell’ultima resurrezione del Master, prima che i due fratelli Durie si ammazzino a modo loro. Non lontano dal lago Champlain, sugli Adirondack. Proprio là dove Stevenson ha concepito la loro storia.

Traduzione di Giorgio Pinotti

giovedì 23 aprile 2026

Un hegeliano di Napoli

Giancristiano Desiderio
Biagio de Giovanni tra filosofia e politica Un secolo breve di passione civile
Corriere della Sera, 23 aprile 2026

 Il pensiero di Biagio de Giovanni si apre e si chiude all’insegna di Giambattista Vico. Si era laureato in giurisprudenza all’università di Napoli «Federico II» con una tesi sulla filosofia del diritto del grande autore de La scienza nuova e tre anni fa aveva provato a chiudere il cerchio con Giordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale. Ma siccome la vita, fino all’ultima ora, non è mai definitiva, aveva pubblicato altri testi e proprio l’altro giorno era uscito il suo ultimo libro: La filosofia e i totalitarismi europei tra XIX e XX secolo (Editoriale Scientifica, come il precedente). La sua opera, molto ricca ed espressione di una vita laboriosa, è caratterizzata da una forte tensione teoretica aperta sulla vita civile o, come diceva lui riecheggiando Hegel, sulla «scissione» della storia. Insomma, i due grandi amori d’intelletto e di passione civile della sua vita sono stati la filosofia e la politica.

Biagio de Giovanni era nato a Napoli il 21 dicembre 1931 e nella sua città natale si è spento ieri a 94 anni. Dunque, una vita molto lunga, quasi un secolo di storia che, a guardarlo a volo d’uccello, ha in sé una dittatura, un conflitto mondiale, una guerra civile, una repubblica dei partiti, la fine del comunismo, il sogno europeo e il ritorno della guerra in un mondo che ne sembrava, ormai, immune. Biagio de Giovanni ha attraversato questi cento anni d’inquietudine con il suo pensiero che proprio dell’inquietudine ha fatto la cifra essenziale. Infatti, i suoi pensatori di riferimento sono stati senza dubbio Marx e Gramsci, per poi soffermarsi su Spinoza e riprendere il filone speculativo e, insieme, civile della «filosofia meridionale» ed europea di Bruno, Vico e Croce; tuttavia, il filosofo che lo ha maggiormente attratto e gli ha dato da pensare è stato Hegel che — come scriveva lui stesso — «più di tutti ha rappresentato l’immagine della coscienza europea moderna». Queste parole le troviamo in uno degli ultimi e, forse, più intensi libri di de Giovanni: Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea (Aracne) che sviluppa la prolusione dell’anno accademico 2016/2017, Il concetto speculativo della libertà in Benedetto Croce, tenuta nella sede dell’istituto italiano per gli Studi storici il 21 novembre 2016, e il seminario La crisi del pensiero eurocentrico: Croce, Schmitt, Gramsci del gennaio 2017. Anche in questo caso, la presenza dello studioso alla «scuola di Croce» fu un ritorno a casa perché nel 1954/1955 il giovane de Giovanni frequentò l’istituto Croce tra i titolari di borse e premi.

Laureatosi alla «Federico II» ne è poi diventato docente ma ha anche insegnato a Bari, a Salerno per poi ritornare a Napoli come docente di Dottrine politiche presso l’orientale, istituto accademico del quale è stato rettore dal 1987 al 1989. Prima di assumere la guida del rettorato aveva diretto per cinque anni «Il Centauro», rivista di filosofia e teoria politica con la quale collaboravano Massimo Cacciari, Umberto Curi, Angelo Bolaffi, Giacomo Marramao, Roberto Esposito. Ancora una volta, era chiara l’ispirazione del suo lavoro: pensiero e azione nel tentativo di mettere in comunione il più possibile filosofia e politica ma nella consapevolezza dell’impossibilità di realizzare quella «filosofia della prassi» che fu il sogno di Gentile e di Gramsci trasformatosi inevitabilmente nel Novecento nell’incubo totalitario. Del resto, de Giovanni, che a quindici anni leggeva, per sua confessione, già Hegel, proveniva da una formazione idealistica di stampo gentiliano e la sua coscienza filosofica e politica subì da subito una «scissione» e nacque proprio sotto il segno del trauma e del conflitto. Nella giovinezza de Giovanni era animato da fede monarchica e l’11 giugno 1946, nella sua Napoli che era legata a Casa Savoia, partecipò — come lui stesso ebbe modo di ricordare, si veda l’articolo di Antonio Carioti «I dimostranti monarchici abbattuti dalla mitraglia», «Corriere» del 7 marzo 2012 — ai fatti di via Medina in cui ci furono centinaia di feriti e nove morti tra le file dei monarchici.

L’impegno politico di Biagio de Giovanni nel tempo della sua maturità si è concretizzato nell’elezione nel 1989 al Parlamento europeo nelle file del Pc, quindi nuovamente eletto nel 1994 con l’allora Partito democratico della sinistra. La sua «inquietudine» in questo caso si esprimeva nel tentativo di tener viva e desta un’espressione riformista della sinistra che sfocerà nell’adesione alla Rosa nel Pugno, concepita e voluta da Marco Pannella, Emma Bonino, Enrico Boselli, che riuniva laici, socialisti, liberali, radicali. La vita politica e la vita filosofica sono state nel pensiero di de Giovanni in continua relazione e tensione. Per capirlo basterebbe dare anche solo uno sguardo alla sua bibliografia: Hegel e il tempo storico della società borghese (De Donato, 1976), Marx e la costituzione della praxis (Cappelli, 1984), Marx dopo Marx (con Gianfranco Pasquino, Cappelli, 1985), L’ambigua potenza dell’europa (Guida, 2002), La filosofia e l’europa moderna (il Mulino, 2004), Hegel e Spinoza (Guida, 2011), A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio, 2009) e si potrebbe continuare. Tuttavia, pur in questo rapporto stretto tra pensiero e azione, in de Giovanni vi è riconoscibile un primato del pensiero come autocoscienza hegeliana e come consapevolezza inevitabile della «scissione» tra cultura e politica con cui entrambe, la cultura in un modo e la politica in un altro, devono fare i conti se vogliono tener viva e libera la società civile. «Ho sempre pensato — scriveva in un suo intervento sul “Corriere del Mezzogiorno” del 16 gennaio 2024 —, in accordo con Emanuele Severino, che l’idea di Europa si formi attraverso la lotta tra le filosofie, sono esse che rendono viva, spesso tragicamente, l’idea di sé». Ma Severino credeva che la figura del tragico fosse oltrepassabile, mentre de Giovanni riteneva che nel tragico era, è, necessario vivere e pensare.

domenica 22 marzo 2026

La storia



 I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.

II

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

La storia, in Satura, Mondadori, 1971


Il presente non è tutto
Nei tempi bui in cui tutto sembra procedere nel rumore cadenzato e stridulo dei cingolati del , la poesia appare come libertà, breccia nella plumbea cappa dei nostri giorni senza speranza e senza prospettiva. Montale nella poesia La Storia ci induce a riflettere sull’andamento della storia per poter riprendere il cammino che pare già segnato, ma in realtà è un campo di possibilità che si snoda davanti a noi. Il capitalismo ha in odio la storia, poiché essa testimonia che ogni potere è nel tempo, vorrebbe dissolverla in modo che si pensasse che il presente ha in sé la pienezza senza trascendenza, che oltre il tempo presente con la sua visione unidirezionale non vi è nulla. Il capitale nella sua fase apicale ha divorato anche il nulla, non ammette antitesi di nessun genere, si presenta come l’essere univoco parmenideo, deve eliminare ogni orizzonte temporale per erigere prigioni globali. Montale ci rammenta che la storia non è prevedibile, è attività creatrice, ha improvvise deviazioni, nessuno la possiede, ma appartiene a tutti, e dunque con l’aiuto delle circostanze l’impossibile può diventare reale. La storia ideale costruisce eroi ed ipostasi quali artefici della storia, ma la verità è che la storia è il frutto di una pluralità di soggetti che muoiono anonimi, eppure partecipano vivamente al suo procedere, sono il sale della vita che crea nuove possibilità. La loro gioia è nella partecipazione silenziosa che non verrà segnalata da nessuno storico. Ciò malgrado, dietro i rumori dei grandi vi è la storia dei piccoli, dei resistenti, che con la loro piccola vita possono deviare il corso fatale della stessa. Coloro che vogliono ridurre la storia ad un teorema con definizioni e corollari predeterminati hanno già perso, perché si pongono fuori del cammino della storia vivente:

 

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.

 

Piani di passaggio


La storia ci sembra, ora, in questi decenni omogenea: un piano liscio su cui scorrono merci e chiacchiere. L’impero del valore di scambio sembra non lasciare scampo, assimila ogni differenza, espelle dal suo grembo maligno ogni alterità. L’omogeneità si ripiega su se stessa, non lascia varchi, brecce da cui ri-dialetizzare il presente. Montale ci invoca a guardare fortemente la storia e a cogliere sul piano liscio improvvise “buche” che consentono il passaggio verso nuovi mondi. Il piano grigio e compatto della globalizzazione, apparentemente invincibile, è puntellato di resistenti che non si lasciano divorare dalla chiacchera, ma conservano la loro umanità, la loro razionalità critica che trasforma il presente in attività divergente. La storia non è conclusa, il potere vive l’illusione del controllo totale, si bea della sua tracotanza, ma la vita con le sue buche gli sfugge. Le buche possono trasformarsi in voragini tali da deviare il corso degli eventi, da mutare la geografia dei significati che il potere vorrebbe eternizzare:

 

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli.

 

Fuori dalle reti


Per poter comprendere la storia, se mai questo sia possibile, dobbiamo guardare fuori la rete che ci rassicura, distribuisce i ruoli, tira una linea tra vincitori e vinti. La storia vera e viva è fuori della rete. Solo chi è fuori della rete può comprendere la verità della storia. Chi è tagliato fuori dalla storia, svela le illusioni di coloro che sono nella rete, chi sfugge alla rete per volontà o per un caso trova un varco, è l’attore di un nuovo inizio. Gli infelici che sono “fuori” non sono da compiangere, perché in loro riposa la possibilità di un nuovo percorso, perché dal loro “fuori” vedono la verità della rete con i suoi disincanti. Il loro sguardo penetra nella notte oscura per incontrare l’inizio di un nuovo giorno, la tragedia si sposa con la speranza:

 

C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

 

Non dobbiamo temere di essere degli invisibili, dei pesci piccoli che nuotano alla periferia della rete, coloro che non sono nella rete non appaiono, ma sono la sostanza del mondo, e la storia vive delle loro inconfessabili libertà. La teoria del caos (James Yorks) ci insegna che un battito d’ali può causare effetti che non possiamo prevedere. Dobbiamo continuare a battere le nostre ali. I nostri pensieri, il nostro impegno sono le ali della storia. La storia viva è indecifrabile, insondabile e non si ripete mai in modo eguale, pertanto anche nella disperazione può fiorire la speranza, perché la storia è molto più di ciò che appare, leggiamo e viviamo. La storia incombe, se ci arrestiamo davanti alla sua grandezza, ma se entriamo in essa e ci doniamo senza la presunzione del risultato tutto può ancora essere ed esserci. Non dobbiamo allevare barbari dal calcolo facile e dal cuore lento, ma guerrieri gentili dalle cui parole può rifiorire un mondo.

Salvatore Bravo
blog.petiteplaisance.it
21 marzo 2021

mercoledì 1 gennaio 2025

Piazzale Loreto

All’alba del 10 agosto 1944 quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore furono fucilati sul piazzale, senza regolare processo o specifica incriminazione, da un gruppo di militi fascisti su ordine degli occupanti tedeschi. I corpi furono ammassati contro una staccionata di legno e lasciati lì fino al tardo pomeriggio. I milanesi ammutoliti vi assistettero sgomenti e nel silenzio la piazza fu subito ribattezzata piazzale Quindici martiri. Nei giorni della Liberazione, il 29 aprile 1945, furono portati in piazzale Loreto i corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi fascisti uccisi sul Lago di Como. La folla euforica e inferocita accorse per vedere la fine del regime. Le immagini di quella mattina si sovrapposero nella memoria collettiva a quelle dell’anno precedente: furono solo poche ore, ma da quel momento piazzale Loreto non sarebbe più stato soltanto piazzale Quindici martiri. (presentazione editoriale del libro Piazzale Loreto, autore Massimo Castoldi, Donzelli, Roma 2020).

 Claudio Pavone, La mia resistenza. Memorie di una giovinezza, Donzelli, Roma 2015

Andai a piazzale Loreto. Oggi non è facile separare l'impressione avuta allora da quelle indotte poi dal molto che si è scritto e discusso, anche da parte mia, su quel macabro spettacolo. La piazza era colma di gente di ogni ceto, ed era difficile comprendere cosa davvero albergasse in tutti quei petti. C'era nel fondo la soddisfazione della palese fine della guerra e del fascismo, ma su di essa si innestavano sentimenti che andavano dal ricordo dei cadaveri dei partigiani fucilati dai fascisti e lasciati sul selciato proprio in quel piazzale alla soddisfazione di vedere puniti i colpevoli, dall'odio e dal disprezzo contro di essi fino a una sorta di festosità, di mera curiosità o addirittura di fatuità. Mi trovai accanto a una signora borghese, al braccio del marito, che diceva: «Però, che belle gambette aveva la Petacci!». Il mio moralismo e il mio estremismo rivoluzionario o presunto tale mi condussero a pensare che quella folla che non aveva saputo fare la rivoluzione non era degna della tragicità di quello spettacolo e che proprio questo gli dava un senso, oltre che macabro, riprovevole.

Non ho di quei giorni molti ricordi precisi, ma mi è rimasta nettissima nella memoria l'atmosfera generale ed esaltante di una città che ritrovava la gioia di vivere e la manifestava in mille modi, dall'andare in bicicletta al fare il bagno all'Idroscalo e al piacere di passare la notte camminando, discutendo e cantando in giro per la città, dove l'efficienza del Comune di Milano aveva subito provveduto a riattivare l'illuminazione pubblica. Si ballava nelle piazze e nelle strade con un'allegria che rivelava la soddisfazione di potersi finalmente divertire.

Appariva naturale prendere una bicicletta incustodita e lasciarla incustodita una volta arrivati a destinazione: sembrava una forma di elementare comunismo. Colpiva l'aspetto assai poco marziale con cui i soldati americani giravano per la città. «Non sembrano soldati», diceva la gente, e qualcuno aggiungeva: «Che soddisfazione che abbiano battuto i tedeschi signori della guerra!». Risorgeva l'attività politica alla luce del sole e per quelli della mia generazione era una entusiasmante novità. Andai al comizio di Pertini per il primo maggio presso l'Arena e, a parte il tono del discorso che mi parve un po' arcaico, era bello vedere tanta gente venuta di propria volontà. Germogliavano le iniziative culturali, e la sede del «Politecnico» di Vittorini in viale Tunisia stava diventando un centro di richiamo e di scambio.




venerdì 22 novembre 2024

Alice Munro e la sua disgrazia



Ilaria Gaspari, "Non la leggerò più": Alice Munro e la reputazione postuma
Il Libraio, 22 novembre 2024

Il primo racconto di Alice Munro che ho letto in vita mia era la storia di una ragazza su un treno.

Un tizio vicino a lei iniziava a parlarle, la infastidiva, e lei, con fatica, riusciva a sottrarsi a quel fastidio, innescando così una serie di coincidenze su cui pesava una tensione inesplosa come negli attimi prima di un temporale.

All’epoca in cui lo lessi, non avevo idea che fosse la cifra stilistica di Munro, questo senso di sospensione scandito nella concretezza quasi insostenibile dei dettagli di vita quotidiana raccontati con un’esattezza dolorosa (non procedono così anche gli incubi? Hanno sempre qualcosa di reale, per cui non riesci a convincerti che stai sognando).

Non ne avevo idea, perché non sapevo nulla di Munro, ero un’adolescente che aveva trovato un libro in casa e sfogliandolo si era lasciata incuriosire da un racconto. Perché anche se non potevo compararlo a nient’altro che avesse scritto Munro, anche se non avevo la più pallida idea di chi fosse l’autrice, se non un nome su una copertina, la forza del racconto era tutta lì, compressa, formidabile.

Ho comprato, negli anni successivi, molti altri libri che avevano in copertina il nome di Alice Munro. Nel frattempo l’idea che avevo dell’autrice si era arricchita di sparuti dettagli. Munro ha vinto il Nobel, nel 2013; i suoi libri li vedevo ovunque. Non ho mai pensato molto alla sua vita. Il fatto è che, da innamorata di Proust, sono con lui contro Sainte-Beuve: non subisco il fascino della biografia degli artisti.

Ci sono scrittori e scrittrici che adoro senza conoscerne la fisionomia; e benché mi emozioni il pensiero che chi crea opere straordinarie sia costretto poi come tutti noi alle magnifiche e squallide piccolezze del vivere – prendere sonno la sera, abbottonare una camicia, parlare al telefono, soffiarsi il naso –; benché sia per carattere eccessivamente curiosa, non mi sfiora il pensiero che bastino i dettagli di una vita, per quanto avvincenti, a spiegare il mistero del talento. Il talento lo si può desiderare fino allo struggimento, ma è una forma di grazia capricciosa, che nessuno guadagna per merito o per impegno, bontà o intenzioni. È una stravaganza del caso, un’eccezione inquietante (ingiusta, persino) alle ferree leggi delle cause e degli effetti.

Il racconto sullo sconosciuto in treno si chiama Fatalità. Non l’ho mai riletto; ne conservo una memoria imperfetta e preferisco così, non voglio correre il rischio di sciupare il ricordo della rivelazione che era stata, per me, quella prima e unica lettura. Perché, anche se non con gli esiti fatali che Munro mette in scena con il suo senso per la tragedia, sobrio, perfetto e crudele, io il fastidio per l’intrusione di uno sconosciuto che in treno vuole attaccare bottone quando tu sei stanca, hai i tuoi pensieri, non hai voglia di chiacchierare, l’avevo conosciuto, e molte volte, e molte volte ancora l’avrei vissuto in seguito. Quello, e l’innominabile disagio velenoso, languido e colpevole, della chiusura, che nel racconto scivola verso le conseguenze che l’immaginazione paventa senza confessarlo. Perché se la ragazza esercita il proprio diritto di non dare corda allo sconosciuto, lo sconosciuto è a un passo dal suicidio, e questo lei non può saperlo, forse non lo sa nemmeno lui; ma quando salterà fuori che la catena inesorabile delle cause e degli effetti ha forgiato proprio quel giorno l’anello della morte di lui, e lui si uccide poco dopo la mancata conversazione, l’atto di volontà con cui lei lo ignora cambia di segno. Il pensiero insinuante – se avessimo parlato, sarebbe cambiato qualcosa? – lo colora di un riverbero sinistro. A rigore, lei ha fatto quello che era suo pieno diritto. Ma la dissonanza permane.

Ogni volta che, dopo aver letto questo incredibile racconto, mi è capitato di rivivere la situazione dello sconosciuto che attacca bottone in treno, il mio disagio non è stato mitigato dal ricordo della lettura che continuava ad affacciarsi; al contrario, tornava come ricordo di un dolore che mi fosse stato affidato. Però ho potuto pensare alla vertigine del racconto; avevo uno strumento in più per leggere una situazione spiacevole. Ero meno sola in una forma di infelicità che la condivisione non addolciva, ma trasformava. Questo non significa che quel racconto mi abbia insegnato come comportarmi, o che mi abbia sollevata dalle mie responsabilità: anzi, ha insinuato una paura nuova per le conseguenze di un’eventuale scortesia. Eppure, la sensazione di non essere soli in una forma di infelicità talmente impalpabile da non poterla confessare è qualcosa di inestimabile, anche se concretamente serve a molto poco. È quello che fa la letteratura: mitiga la solitudine di sensazioni che non riusciamo nemmeno a dire, tanto sottilmente ci fanno sentire l’intollerabile inconsistenza del vivere.

Ma, se la letteratura ha questo potere, non possiamo dedurne che chi fa letteratura o chi se ne nutre si trasformi automaticamente in una persona migliore sul piano morale. Anzi, temo che avere una comprensione fin troppo chiara della distanza a cui può arrivare il dolore della condizione umana possa talvolta essere un inciampo all’agire, al far bene, al comportarsi come si aspetterebbe chi osserva dall’esterno la traiettoria di una vita.

Ripensavo a tutto questo lo scorso luglio, a pochi mesi dalla morte di Munro, quando la sua figlia minore, Andrea Robin Skinner, ha pubblicato sul Toronto Star un editoriale in cui racconta degli abusi subiti nell’infanzia da parte del patrigno, Gerald Fremlin – l’uomo a cui Munro rimase legata fino alla morte di lui, nonostante Andrea, adulta, le avesse rivelato delle molestie. È una storia tremenda, di dolori e ferite, la storia di una bambina che subisce una violenza indicibile, di una famiglia intossicata che ricorda le famiglie soffocanti di tanti racconti di Munro. È anche la storia della sua omertà.

Di lei che sceglie di non abbandonare l’uomo che ha abusato della bambina. Skinner, nel raccontarla pubblicamente, dichiara di averlo fatto perché alla memoria di sua madre potesse essere associata non solo la gloriosa produzione letteraria ma anche questo ricordo d’infamia. Più che legittimo.

Nel momento in cui ne veniamo a conoscenza, è una storia che ci mette in una posizione scomoda. Nelle discussioni che sono seguite alla pubblicazione dell’articolo molte persone (non necessariamente lettori di Munro) si sono rifugiate nella postura di giudici della vicenda, condannando la scrittrice. Una reazione comprensibile, e in un certo modo abituale al nostro tempo. Istintiva, per certi versi anche consolatoria, ma certo non costruttiva.

La verità, molto scomoda da ammettere, è che non possiamo sapere cosa faremmo, cosa avremmo fatto noi. Che ne sappiamo di cosa significa essere una donna nata nel 1931 che sceglie di convivere con un macigno del genere; una donna che scrive con quella torturante acutezza di sguardo che troviamo nelle sue storie pubblicate e, data questa combinazione di fattori, si trova di fronte a una rivelazione devastante? Non sappiamo cosa faremmo nemmeno nei panni della figlia di quella donna. Non lo sappiamo, perché non sono cose che si sanno in teoria.

I social media ci hanno assuefatti a un sainte-beuvismo saccente che ci illude di sapere più di quanto sappiamo delle vite altrui; la reputazione, anche postuma, la consideriamo una merce di cui l’algoritmo determina il valore, ed essendone consumatori sappiamo di poterne essere anche potenziali boicottatori. Per cui il risultato di questa rivelazione è stato un susseguirsi di vibranti “non la leggerò più”. È legittimo e comprensibile che ci sia chi sente di non riuscire a leggere un’autrice perché giudica disturbante la sua biografia, per come la conosce. Ancor più legittimo è non riuscire a leggere qualcuno perché non ci piace come scrive: libertà inalienabile dei lettori.

C’è però una cosa che mi preoccupa, in questa vicenda di tentata damnatio memoriae, e mi preoccupa in un modo che trascende la vicenda. È il sottinteso di questa delusione plateale: l’idea che chi fa letteratura sia un santino, al cui esempio siamo chiamati ad aderire, e non un testimone di un dolore che ci accomuna, come esseri umani, che su quel dolore ci offre il suo punto di vista parziale, imperfetto tanto quanto lo può essere il nostro.

Tratto da Un anno di storie – Vendesi io. Perché trionfa l’autobiografia, a cura di Tamara Baris, Paolo Di Paolo, Fiorella Favino. 

sabato 19 luglio 2014

Il Dio nascosto e la tragedia

Lucien Goldmann 
La visione tragica è più ampia di quella strettamente razionale

Di fronte a questo sviluppo ascensionale del razionalismo (sviluppo che è proseguito in Francia fino al XX secolo, ma che al XVII secolo si trovava ad una svolta qualitativa essendo appena riuscito attraverso le opere di Descartes e di Galileo a costruire un sistema filosofico coerente ed una fisica matematica incomparabilmente superiore alla vecchia fisica aristotelica), grazie ad un concorso di circostanze che esamineremo successivamente, prende forma il pensiero giansenista che troverà la sua espressione piú coerente nelle due grandi opere tragiche di Pascal e di Racine.
In quest’epoca si può caratterizzare la coscienza tragica attraverso la comprensione rigorosa e precisa del mondo nuovo creato dall’individualismo razionalista, con tutto ciò che esso conteneva di positivo, di prezioso e soprattutto di definitivamente acquisito per il pensiero e la coscienza umane, ma nello stesso tempo attraverso il rifiuto radicale di accettare questo mondo come la sola possibilità e la sola prospettiva dell’uomo.
La ragione è un fattore importante della vita dell’uomo, un fattore di cui l’uomo è a giusto titolo fiero e a cui non potrà mai piú rinunciare, ma essa non è tutto l’uomo e soprattutto essa non deve e non può bastare alla vita umana su nessun piano, neppure quello che a maggior ragione sembra spettarle della ricerca della verità scientifica.
Per questo la visione tragica rappresenta, dopo il periodo amorale e irreligioso del razionalismo e dell’empirismo, un ritorno alla morale e alla religione, a patto che si prenda questa ultima parola nel suo significato piú vasto di fede in un insieme di valori che trascendevano l’individuo. Tuttavia non si tratta ancora di una concezione filosofica e di un’arte che possano sostituire il mondo atomista e meccanicista della ragione individuale con una nuova comunità e un nuovo universo.

Pascal e Racine, Lerici, Milano, 1961, pagg. 57-58

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Se l’elemento essenziale del tragico è la lotta, questa è autenticamente tragica quando le forze che combattono tra loro hanno tutte ragione, ognuna dal suo punto di vista. È in questo contesto che
emerge l’insegnamento del sapere tragico: “la molteplicità della verità, la sua non-unità”. In tal
senso, Jaspers sviluppa un’interpretazione dell’Edipo Re  sofocleo e dell’Amleto  shakespeariano, ossia delle due figure tragiche attraverso le quali, per eccellenza, la questione della ricerca della verità diviene il tema stesso della tragedia, risolvendosi in un naufragio del pensiero che è, contemporaneamente, naufragio del linguaggio. La tragicità appartiene alla dimensione dell’inconoscibile e dell’indicibile.

Patrick Martinotta, Il sapere tragico in Karl Jaspers

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La tragédie ne connaît qu’une forme de pensée et d’attitude valables : le oui et non, c’est à dire le paradoxe : vivre – dans le monde – mais sans y prendre part. Il serait aussi peu cohérent de refuser le monde que de l’accepter dans son ambiguïté et son absurdité : «C’est là l’extrême rigueur et l’extrême cohérence de la conscience tragique telle qu’elle s’exprime dans Phèdre de Racine, dans les écrits philosophiques de Pascal, de Kant, et dans le texte déjà cité de Lukacs, attitude paradoxale et sans doute difficile à décrire et à rendre compréhensible, mais qui, seule, semble-t-il, nous permettra la compréhension des écrits que nous nous proposons d’étudier.»
...  La présence divine l’empêche de refuser le monde, et l’absence divine l’empêche de l’accepter entièrement. L’homme tragique vit pour la réalisation de valeurs rigoureusement irréalisables. Il réunit en lui l’Ange et la Bête, la grandeur et la misère, l’impératif catégorique et le mal radical. Dans le clair et l’ambigu, la proximité du Dieu absent, la seule forme d’expression que connaît l’homme tragique est le monologue, le dialogue solitaire selon une expression de Lukacs. Goldmann remarque que:  «Les Pensées sont un exemple suprême de ces dialogues où tout compte, où chaque mot pèse autant que les autres, où l’exégète ne saurait laisser rien de côté sous prétexte d’exagération ou d’outrance de langage, dialogues où tout est essentiel, parce que l’homme parle au seul être qui pourrait l’entendre mais dont il ne saura jamais s’il l’entend réellement.»
Conscient de la vanité du monde, de l’abîme infranchissable qui le sépare de lui, l’homme sait qu’il ne pourra atteindre la valeur exclusive de Dieu par ses propres forces. Le message que l’ âme croit entendre en permanence est cette voix du Dieu caché, invisible, qui lui apporte la certitude dans le doute, l’optimisme dans la crainte, la grandeur dans la misère. Telle est schématiquement l’interprétation globale que défend Goldmann dans son approche de la vision tragique de Pascal et de Racine.

... Comment expliquer cette étrange affinité entre le jansénisme, la vision tragique qu’il développe, et la petite noblesse de robe ? Goldmann montre que la politique du pouvoir central a progressivement réduit l’importance de ce groupe social, le rejetant pratiquement de la vie économique et politique. C’est cette éviction qui aurait conduit progressivement ce groupe à une position de retraite face au monde et à la vie sociale. Exclue du processus économique, privée de tout avenir social, cette petite noblesse de robe sera la plus sensible à cette idéologie qui prône le refus du monde et son acceptation avec l’ambiguïté qu’une telle position comporte, comme un idéal de vie.


Jean-Michel Palmier 
 http://stabi02.unblog.fr/2009/11/01/goldmann-vivant/