domenica 27 settembre 2026

Il Simenon di André Gide

Giuseppe Scaraffia 
Un pomeriggio a due da Gallimard: "Simenon, ma come fa?"
La Stampa Tuttolibri, 25 settembre 2026

Ormai era una tradizione: prima che le vacanze disperdessero autori e amici, Gaston Gallimard li invitava a un cocktail nella casa editrice. Tra la folla di celebrità, donne eleganti e snob culturali si notava un trentenne visibilmente a disagio in quell’ambiente sofisticato, in cui il suo abbigliamento elegante, ma troppo vistoso stonava irrimediabilmente. Georges Simenon si confortava pensando al motivo per cui si trovava lì. Gallimard gli aveva detto: «Gide vorrebbe conoscerla…». Una notizia che lo aveva sorpreso, anche se aveva saputo che quell’eminenza della letteratura aveva molto apprezzato alcuni suoi libri.

Anche se era alto come lui, 1,72, l’anziano sconosciuto che si era presentato, era molto diverso. A prima vista André Gide, vestito con una finta trascuratezza ravvivata da una punta di eccentricità, non attirava l’attenzione. «È lei Simenon?». «Sì». «Allora lei esiste in carne ed ossa?». «Evidentemente… ». Allora Gide l’aveva portato nell’ufficio di Gallimard e aveva chiuso la porta a chiave, preoccupando per un momento Simenon, al corrente della sua omosessualità. «Adesso si sieda e mi risponda…». Era stato un lungo colloquio in cui l’anziano aveva sommerso il collega più giovane di domande sul suo metodo di lavoro. Sorpreso, Simenon aveva tagliato corto: «Non ne so niente, se comincio ad analizzarmi, non riesco più a scrivere».

Gide si divertiva a scandalizzare i colleghi proclamando: «Considero Simenon un grande romanziere: forse il più grande e il più vero della letteratura francese di oggi». Un modo divertente per dire implicitamente che gli altri non lo erano. Lo attraeva il fatto che Simenon, mentre scriveva per il grande pubblico, riuscisse a parlare anche a un pubblico più raffinato, attraendolo con una rete di allusioni e sottintesi e risultando «in questo modo molto superiore ai romanzieri pesanti che non ci risparmiano il minimo commento».

Eppure le lodi di Gide non avevano mai fatto veramente piacere a Simenon perché sentiva che quell’uomo così diverso da lui lo considerava soprattutto una specie di fenomeno. Non aveva mai osato discutere con lui perché sarebbe stato costretto a parlare anche delle sue opere, che, tranne il diario, non era mai riuscito a finire perché gli sembravano troppo artefatte. Aveva ascoltato distrattamente i suoi consigli sulla professione del narratore che, secondo Gide, non avrebbe mai dovuto avere una famiglia o un vero amore, per consacrarsi interamente alla scrittura. Pochi potevano essere più diversi di quei due interlocutori, anche se entrambi erano ossessionati dall’erotismo.

Simenon era abituato ad essere considerato un fenomeno da baraccone per la vastità e l’apparente facilità della sua ininterrotta produzione anche se, come l’aveva messo in guardia Gide, la tematica poliziesca che l’aveva reso famoso rischiava di confinarlo nella letteratura di massa.

Nella sua prima lettera, alla fine del 1938, Gide non aveva usato mezzi termini: «Quel che vorrei sottolineare, in modo molto netto, nel mio articolo, è il curioso malinteso che è sorto nei Suoi riguardi: Lei passa per un autore popolare, mentre non si rivolge affatto al grande pubblico. Gli stessi temi dei Suoi libri, i sottili problemi psicologici che Lei mette in rilievo, tutto è rivolto a lettori raffinati». Eppure erano stati proprio quei Maigret a folgorare l’arido, raffinato Gide che li aveva letti febbrilmente, la prima volta per tutta la notte, contagiando col suo entusiasmo amici e conoscenti. Quel letterato che calcolava scrupolosamente ogni sua parola non poteva fare a meno di apprezzare l’incredibile abilità con cui Simenon sapeva ricostruire l’atmosfera di un ambiente, trasformando in dramma il tormento soffocato di vite mediocri. Per studiarlo meglio aveva cominciato ad accumulare il materiale per un «Dossier G.S.», una proposta che aveva lusingato l’autore, destinato però a uscire in Francia solo nel 1999 e adesso tradotto da Alessandro Settimo per Aragno col titolo Simenon. Una suggestiva serie di appunti, destinati a rimanere in un cassetto, in cui i libri di Simenon venivano riassunti e sviscerati con un’indulgenza minore di quella usata con il collega più giovane nella loro corrispondenza, edita da Archinto. Eppure Gide non poteva resistere al fascino di quello che definiva il metodo di Simenon: «Far rivivere il passato nel, e attraverso il, presente. Qui i ricordi del passato si alternano al racconto del momento attuale ... E il passato fa luce sul presente, che senza quello rimarrebbe incomprensibile». Solo Gide aveva intuito e condiviso l’ansia di Simenon di sfuggire al marchio del poliziesco per scrivere dei veri romanzi e il suo timore di non riuscirci. Ripensando al loro singolare rapporto, Simenon non aveva avuto difficoltà a riconoscere che Gide gli aveva dato «una cosa enorme, la fiducia in me: Perché, nel fondo, non ho mai creduto all’importanza di quel che scrivevo… Gide ha contribuito a darmi l’idea che, malgrado tutto, quello che facevo aveva una certa utilità».

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