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giovedì 10 settembre 2026

Soluzioni climatiche in prospettiva



Matthew Pearce
Gli scienziati hanno individuato le soluzioni climatiche con maggiori probabilità di raggiungere "punti di svolta positivi"

The Guardian, 10 settembre 2026 

Un rapido passaggio globale all’elettricità pulita potrebbe innescare una “cascata” di progressi verso la riparazione dei danni al pianeta causati dalla crisi climatica, secondo un rapporto che individua le soluzioni ambientali più probabilmente in grado di determinare un cambiamento.

L’analisi si concentra sui “punti di svolta positivi” – soglie oltre le quali una tecnologia o una pratica sostenibile diventa sempre più economica, diffusa o popolare politicamente, consentendo ai progressi di diventare autoalimentati.

Individua nell’elettricità pulita la transizione con la “più alta leva”, perché l’energia solare ed eolica più economica può accelerare il cambiamento ben oltre il settore energetico. L’energia pulita migliora l’economia dei veicoli elettrici, delle pompe di calore e dei processi industriali più puliti, riducendo al contempo l’inquinamento atmosferico e stimolando un’ulteriore domanda di elettricità da fonti rinnovabili.

Il rapporto si basa sul lavoro del professor Tim Lenton, direttore fondatore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter, che studia i punti di svolta climatici dagli anni ’90.

Steve Smith, autore del rapporto e ricercatore presso l’Università di Exeter, ha dichiarato: “La cascata dell’energia pulita che stiamo vedendo ora sta facendo molto più di quanto chiunque si aspettasse anche solo 10 anni fa.”

L’energia solare ed eolica hanno già superato punti di svolta positivi in molti mercati importanti, ha affermato Smith, poiché la crescente diffusione ha ridotto i costi, attirato investimenti e favorito un’ulteriore espansione.

Il rapporto, prodotto dall’Università di Exeter con il premio Earthshot, applica la scienza dei punti di svolta a 51 aree prioritarie nell’ambito di cinque obiettivi ambientali: proteggere la natura, ripulire l’aria, risanare gli oceani, eliminare i rifiuti e affrontare la crisi climatica.

Smith ha affermato che i punti di svolta positivi potrebbero essere intesi come la controparte benefica delle pericolose soglie climatiche, come il collasso delle calotte glaciali o la morte delle barriere coralline.

“I punti di svolta possono anche giocare a nostro favore,” ha detto. La rapida crescita dell’energia solare, dell’energia eolica e dei veicoli elettrici, così come il recupero di alcuni sistemi naturali, ha mostrato che il cambiamento benefico può accelerare dopo aver raggiunto una soglia critica.

Tuttavia, la transizione verso l’energia pulita è ostacolata dalla lentezza della pianificazione e dell’espansione della rete, in particolare nelle economie più ricche, e da una grave carenza di investimenti altrove. L’Africa riceve meno del 2% degli investimenti globali nell’energia pulita nonostante possieda il 60% delle migliori risorse solari del mondo, secondo il rapporto.

Le ricerche citate nell’analisi suggeriscono che politiche coordinate a sostegno dell’energia pulita, dei trasporti e del riscaldamento potrebbero anticipare di due-otto anni i punti di svolta in questi settori. I progressi in un settore rendono più facili quelli negli altri aumentando la domanda di elettricità pulita, incoraggiando gli investimenti e riducendo ulteriormente i costi.

La trasformazione delle catene globali di approvvigionamento delle materie prime è identificata come un altro intervento ad alto impatto. Un numero relativamente ristretto di aziende, banche e autorità di regolamentazione controlla il commercio di materie prime tra cui carne bovina, soia, olio di palma, legname, cacao e caffè, che nel loro insieme sono responsabili di gran parte della deforestazione tropicale mondiale.

Allineare le politiche di grandi mercati come l’UE, la Cina, il Regno Unito e gli Stati Uniti potrebbe rendere i prodotti a deforestazione zero la norma globale, ha affermato il rapporto. Se autorità di regolamentazione, produttori e istituzioni finanziarie adottassero standard comuni, per le aziende potrebbe diventare sempre più difficile vendere o finanziare beni legati alla distruzione delle foreste.

“Bisogna riuscire ad allineare non solo i produttori, ma anche i responsabili delle politiche, i grossisti, i consumatori, le banche, le compagnie di assicurazione, e fare in modo che tutti lavorino e facciano la stessa cosa,” ha detto Smith.

Anche la cucina pulita e l’energia domestica sono vicine ai punti di svolta in alcuni Paesi, poiché i modelli commerciali pay-as-you-go e l’energia solare decentralizzata rendono le tecnologie più pulite più accessibili e convenienti. Circa 2,1 miliardi di persone dipendono ancora da combustibili solidi per cucinare, esponendosi a una dannosa inquinamento dell’aria negli ambienti interni, con donne e bambini che ne subiscono gli effetti in misura sproporzionata.

Smith ha inoltre indicato la riduzione delle emissioni di metano come uno dei modi più rapidi per modificare il corso del riscaldamento globale. Il metano è responsabile di circa il 30% del riscaldamento registrato finora, ma rimane nell’atmosfera solo per circa 12 anni.

“La riduzione del metano è una delle leve più rapide che abbiamo a disposizione per limitare il picco del riscaldamento,” ha detto. I satelliti e i droni possono ora individuare perdite di metano che in precedenza erano invisibili, consentendo a interventi relativamente poco costosi di influenzare la traiettoria della temperatura entro un decennio.

Il rapporto sostiene che anche l’adattamento climatico potrebbe diventare auto-rinforzante. Quando si dimostra che le difese contro le inondazioni, i sistemi di allerta precoce e le infrastrutture resilienti riducono le perdite, possono abbassare i costi delle assicurazioni e dei prestiti, attrarre investitori e rendere più interessanti ulteriori investimenti.

Ma la finanza sta spesso andando nella direzione opposta. Circa 7,3 mila miliardi di dollari (£5,4tn) confluiscono ogni anno in attività che degradano la natura, rispetto a circa 220 miliardi di dollari per le soluzioni basate sulla natura, secondo i dati delle Nazioni Unite citati nel rapporto.

“Per ogni £1 investita nella protezione della natura, ne vengono spese £30 per cercare di degradarla,” ha detto Smith. “Quindi è una scelta politica e non è una mancanza di finanziamenti. È il modo in cui vengono utilizzati.”

sabato 1 agosto 2026

Paolo Boringhieri editore

Francesca Bolino
Paolo Boringhieri raccontato dalla figlia Giulia: "Cent'anni fa nasceva l'editore che portò al successo la cultura scientifica"

la Repubblica, 13 giugno 2021

Cent'anni fa nasceva Paolo Boringhieri che nella storia dell'editoria italiana viene ricordato come l'editore che per primo ha tradotto e publicato per intero le opere di Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi. Ma in realtà Boringhieri è stato molto di più, un protagonista silenzioso e discreto della cultura torinese, il primo a credere nella possibilità di costruire una casa editrice per diffondere la cultura scientifica superando il pregiudizio che la subordinava a quella umanistica.

Giulia Boringhieri 

Il sostenitore di un "Umanesimo scientifico" come dice il titolo della sua biografia (pubblicata da Einaudi nel 2010) scritta dalla figlia Giulia, filosofa, traduttrice, a lungo in Rai dove ha curato trasmissioni culturali. Dopo i primi anni in Einaudi, accanto a Giulio Bollati, dove curava le collane scientifiche, Boringhieri ha fondato negli anni Cinquanta la sua casa editrice che ha per simbolo il cielo stellato e alla quale si è poi associato lo stesso Bollati.

Un anno dopo la sua morte, nel 1996, anche Paolo ha lasciato l'editrice, conservando una piccola quota alla famiglia nella società che fu poi tenuta per qualche anno da Romilda, sorella di Giulio. Ora è nel gruppo GeMS (Spagnol-Mauri) e conserva lo storico nome di Bollati-Boringhieri. Il merito storico di Boringhieri è stato quello di trasformare in impresa editoriale di successo un marchio costruito sulle "pietre miliari" della cultura scientifica e realizzato con cura artigianale.

Ma che uomo era Paolo Boringhieri, scomparso nel 2007? Ne abbiamo parlato con la figlia Giulia, che ora da 57 anni.
"Aveva una personalità molto complessa, di un'intelligenza pazzesca, cultura vastissima, un grande senso critico e molta ironia. E aveva un'integrità personale e morale enorme, coltivava grandi interessi in tanti campi, musica, filosofia e grande letteratura. Non era uno scienziato, né uno psicanalista. Era molto timido, parlava pochissimo, spesso ci si sentiva a disagio con lui, era sfuggente, la conversazione era difficile, ma quando decideva che voleva parlare con qualcuno, si apriva completamente e diventava era grande conversatore".

E come lo vedevano gli altri?
"Ricordo che le mie compagne erano a disagio quando venivano a pranzo da noi. Lui era molto diverso dagli altri padri che ridevano, scherzavano, chiedevano come andava la scuola... Apparteneva anche a un'altra generazione, era del 1921 e mi aveva avuto tardi, a 42 anni. Adesso è normale avere figli a quell'età, allora non lo era".

Paolo era nato in una famiglia di origini svizzere. È stato importante nella sua personalità?
"Certamente, mio nonno era proprietario del birrificio Boringhieri che si trovava in piazza Adriano. È stato abbattuto alla fine degli anni Cinquanta, so che i torinesi più anziani lo ricordano. Il nonno era stato anche console svizzero a Torino, era il rappresentante di una borghesia industriale di tradizione religiosa calvinista, il che naturalmente ha molto contato nella formazione della personalità di mio padre, nell'Italia del dopoguerra dove il mondo della cultura era dominato dalle due grandi culture, quella cattolica e quella comunista. E ha segnato anche la nostra vita famigliare, noi la domenica partecipavamo al culto nel tempio valdese di corso Vittorio e d'estate andavamo in vacanza a Torre Pellice".

Lei ha ricostruito la vita di suo padre nel saggio pubblicato da Einaudi che come dice Luisa Mangoni nell'introduzione è stato scritto con "piglio da storica e pietas di figlia". In questa definizione c'è il tratto del rigore di famiglia. Come ha lavorato sulla vita di suo padre?
"Io quand'ero bambina ricordo un uomo molto preso dal lavoro e molto affaticato, tenere su la casa editrice era per lui un impegno economico che si trasmetteva anche nel fisico. Dopo gli otto anni all'Einaudi, dove aveva lavorato alle collane scientifiche, tra le quali la famosa "viola" ideata da Cesare Pavese e Ernesto De Martino, aveva messo tutto il patrimonio e tutta la sua convinzione sul progetto di una casa editrice specializzata in testi scientifici dei più eminenti autori mondiali che non erano pubblicati in Italia e cominciare da Einstein e poi naturalmente a Freud, Jung, Darwin e molti altri. E fu un grandissimo successo, c'era un pubblico affamato di quella cultura".

Ha detto prima che suo padre "parlava pochissimo". Com'è riuscita a interpretare la parte di biografa mettendo un po' da parte quella di figlia?
"A partire dal 2005 ho molto parlato con lui e sono andata a mettere il naso nell'archivio Bollati Boringhieri. Naturalmente poter parlare con lui facendo le mie ricerche è stato un enorme vantaggio. Volevo capire il perché delle scelte, perché quei libri, che significato avevano quei libri, che cosa facevano gli altri editori nel frattempo".

venerdì 17 aprile 2026

David Hume filosofo

 

David Hume, il rivoluzionario

Biografie intellettuali. Nel suo libro Eugenio Lecaldano dimostra come sperimentalismo, naturalismo e scetticismo ritrovassero nel filosofo quell’armonia che era alla base della sua ricerca

Gianni Paganini
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

Esistono rivoluzioni in filosofia? Il bel libro di Eugenio Lecandano su David Hume filosofo europeo dimostra con eleganza che una filosofia può spezzare paradigmi inveterati, senza ricorrere a forme oracolari, proclami di battaglia o formule apodittiche come quelle a cui ci hanno abituato (purtroppo) gli ultimi decenni.

Fu con la baldanza giovanile dei venti anni che Hume propose con pacate argomentazioni un’alternativa empiristica alle tradizionali metafisiche a priori, sostituendole con la scienza o geometria o anatomia della mente umana, con «l’applicazione sperimentale alla ricerca naturale», secondo il metodo newtoniano. Questa scienza diventava così la «capitale» da cui dipendevano tutte le altre province filosofiche: matematica, logica, critica, teoria della conoscenza, morale, politica, ma anche religione naturale. Era una metafisica di tipo nuovo, con ambizioni più limitate e e tuttavia procedeva a stabilire principi che avrebbero hanno retto la filosofia degli ultimi trecento anni (e ancora): il principio di verificazione o copy principle, per cui un’idea è solo copia di un’impressione, o in termini più aggiornati (dopo Popper) ogni falsificazione viene da dati indipendenti dalla teoria; i principi di associazione che combinano fra loro idee simili formando il «cemento dell’universo»; la cosidetta «legge di Hume> per cui da un enunciato descrittivo non si può ricavare un enunciato prescrittivo, e molti altri ancora.

Alcuni, già tra i contemporanei, accusarono Hume di mero scetticismo e di non essere andato oltre la pars destruens. In realtà, a differenza degli scettici antichi, Hume capì per primo che il problema non stava nel fenomeno o apparenza, bensì nella credenza (belief), l’idea vivace unita a un’impressione presente, che ci porta istintivamente, a «credere» al di là del fenomeno. Ne catalogò tre gruppi fondamentali: la credenza nella causalità e nel potere efficace delle cause; la credenza nell’esistenza indipendente e continua degli oggetti; la credenza nella permanenza e stabilità dell’io. Su ciascuno di questi punti gli argomenti di Hume contribuirono a destrutturare quel tessuto di credenze non giustificate razionalmente su cui pure basiamo la nostra vita di ogni giorno. Non c’è possibilità di dimostrazione razionale a priori di nessuna di questa credenza: secondo il celebre esempio portato nell’Estratto del Trattato, il primo Adamo che si fosse accostato a un tavolo da bigliardo non potrebbe potuto sapere a priori se la palla colpita sarebbe rimasta ferma o no. Solo l’esperienza avrebbe potuto sciogliere il dilemma e soprattutto il custom (l’abitudine) formerebbe sequenze di regolarità sempre più affinate ma mai definitive.

Hume stesso confessò che quello era il «peggior paradosso» che uno scettico avrebbe potuto presentare e infinite serie di razionalisti (leibniziani in primis), sostennero scandalizzati che il mondo di Hume, mancando del principio di ragion sufficiente, era assolutamente caotico e inconcepibile: qualunque cosa avrebbe potuto nascere da qualsiasi altra. Dimenticavano però una clausola determinante: lo “scandalo” è tale solo prima dell’esperienza o a priori, cioè la regolarità non è dettata da un principio razionale antecedente ma dall’esperienza che si perfeziona gradualmente.

Dopo aver demolito passo passo le certezze razionalistiche del secolo precedente, Hume era tuttavia consapevole che uno scetticismo totale o pirroniano (come si diceva all’epoca) non poteva essere vissuto nella realtà : «nessuno mai, né io né altri, è stato sinceramente e costantemente di questa opinione». A che pro allora tanta sottigliezza di analisi critica? Sarebbe sbagliato – riteneva - rigettare di colpo e senza esame tutti questi argomenti: non solo essi potevano essere sostituiti da uno scetticismo più «modesto» o «accademico» (cosa che avvenne nelle Ricerche sull’intelletto umano), ma di fatto non potevano essere aboliti pena l’estinzione della stessa filosofia. Mentre gli antichi avevano mirato all’atarassia (tranquillità della mente che non si compromette con i dogmatismi e ad essi oppone l’epoché: sospensione del giudizio), Hume aveva invece capito che una vita senza credenze è di fatto invivibile e che un equilibrio può essere raggiunto solo attraverso una dinamica della mente che di continuo gioca la ragione contro i sensi, l’immaginazione contro le percezioni, le passioni contro le argomentazioni, abitudini contro eccezioni ecc. Per questo, lo scetticismo humeano sempre contribuisce a frenare la tendenza spontanea degli istinti, a controllare i pregiudizi, a misurare le probabilità quando mancano le prove, a escludere dall’esame le materie che non sono alla portata dell’uomo (dal finalismo ingenuo alla superstizione, dalle credenze nell’aldilà al dogmatismo religioso). Con una formula felice, Annette Baier ha chiamato il procedimento di Hume un concetto riflessivo di razionalità, una revisione della mente da parte dell’intera mente. Con una formula simile, Don Garrett lo ha definito un’abilità ad accertare le relazioni tra idee più la proiezione associativa di regolarità da osservare. Il modello humeano è più complesso e articolato di quanto i suoi critici hanno creduto.

Con insolita irruenza Bertrand Russell ha scritto che l’irrazionalismo dell’Otto e del Novecento è nato dalla distruzione dell’empirismo operata da Hume. Bisogna dire che dopo il risveglio popperiano dal sogno induttivistico, dopo la caduta dei due dogmi dell’empirismo ad opera di Quine, dopo la svolta paradigmatica di Kuhn e quella dei programmi di ricerca di Lakatos, l’empirismo, malgrado le ferite e gli acciacchi, non se la passa ancora troppo male e accompagna (anche se non più guida) il progresso verso una migliore comprensione del mondo e un più efficace miglioramento della felicità umana.

Guardando all’Italia, si può dire che i semi piantanti da «l’umanesimo illuministico» di Mario Dal Pra, dallo «scetticismo illuministico» di Antonio Santucci o dalla lettura politica di Giuseppe Giarrizzo hanno continuato a dare buoni frutti. Con il libro di Lecaldano disponiamo oggi di una biografia intellettuale eccellente. Con il suo bel libro, sperimentalismo, naturalismo sentimentalistico e scetticismo critico ritrovano quell’armonia e collaborazione che erano alla base della ricerca di Hume e che ne rappresentano il filo conduttore.

Eugenio Lecaldano
David Hume Filosofo Europeo. Una vita di ricerca
Carocci Editore, pagg. 422, € 30

lunedì 6 aprile 2026

Il fascino discreto dell'astrologia

 

Arianna Montanari
Perché l'oroscopo ha tanto successo
Il Post, 4 aprile 2026

Mia nonna l’oroscopo lo guardava sempre. Sul tavolino del salotto si accumulavano riviste di gossip e magazine femminili, e lei ogni settimana consultava le ultime pagine per scoprire cosa sarebbe successo allo Scorpione. Mio nonno le diceva che erano tutte fesserie, lei rispondeva: «Dici così perché sei della Vergine».

Non era l’unica, in famiglia, a leggere l’oroscopo – mio cugino e io sbirciavamo sempre quello della Gazzetta, che parlava di sesso ammiccando al lettore come uno zio ubriaco alle cene di famiglia – ma era l’unica che, attraverso un sillogismo che non riteneva di dover giustificare, tracciava una linearità deterministica tra i segni zodiacali e i temperamenti – di più, la moralità – delle persone. «Giusto perché sei mia nipote», mi diceva, «ma coi Gemelli preferirei non avere a che fare, tutti bugiardi».

Mia nonna credeva all’oroscopo con la stessa cristallina certezza con cui credeva nella volontà di Dio o nella forza di gravità, con la differenza che una buona congiuntura astrale poteva essere incoraggiante quando c’era da puntare qualcosa sulla ruota di Napoli. Ma sebbene ci credesse, non vi dedicava in realtà più di qualche minuto alla settimana. Giusto il tempo di confrontare le diverse previsioni e scegliere la più affidabile – che era poi sempre anche la più fortunata.

Io che invece non ci credo, che vedo chiaramente quanto non possa esserci alcun legame fra il movimento degli astri e il mio minuscolo destino personale, ho due app che ogni mattina mi inviano una notifica per dirmi come andrà la giornata: so che mi innamoro di intellettuali o sedicenti tali perché ho Venere in Gemelli, che Marte in Cancro mi rende svagata e inconcludente, che il Medio Cielo – ancora non ho capito bene cos’è, ma pazienza – ce l’ho in Ariete. Ho regalato analisi del quadro astrale, speso dei soldi per verificare le affinità di coppia nelle succitate app, non so dire quanti meme sull’oroscopo ho condiviso negli ultimi anni e ho almeno tre magliette che esibiscono sul petto la costellazione del mio segno.

L’astrologia è, fra le cose in cui crediamo di meno, quella di cui parliamo di più. È stato Rob Brezsny, una quindicina di anni fa, a liberarla dall’aura di creduloneria superstiziosa che si era portata dietro fino ad allora. Brezsny aveva una bella penna, anche poetica, e offriva suggestioni su come guardare il mondo, più che previsioni su ciò che sarebbe successo. Il suo oroscopo veniva pubblicato su Internazionale, quindi non c’era da vergognarsi a leggerlo o condividerlo sui social. Da quel momento, più o meno verso la fine degli anni ’00, l’astrologia è diventata prima un guilty pleasure, poi un argomento di conversazione sempre più interessante e autorevole, buono per rispondere a interrogativi e inquietudini, ma soprattutto per dire qualcosa su chi siamo, per codificare un carattere – spesso, il nostro – che non finisce mai di incuriosirci.

Rob Brezsny nella sua foto più famosa (via Wikimedia)

Non serve una laurea in fisica per rendersi conto che non c’è nessun legame fra le rotazioni celesti e la tenuta delle nostre relazioni o la fortuna durante un colloquio di lavoro: il pensiero magico non appartiene più al nostro mondo, abbiamo bisogno di dati chiari per credere a qualcosa. Eppure.

Negli ultimi vent’anni l’astrologia, disciplina complessissima come solo le scienze inesatte possono essere, è di certo diventata più accessibile – basta inserire i dati online per avere il nostro quadro astrale, non serve più un astrologo con compasso e righello – ed è pressoché scomparsa la domanda «Ma tu, ci credi all’oroscopo?», perché sembra che un po’ tutti, fra millennial e gen Z, in un modo più o meno vago, in un modo che evita accuratamente l’analisi delle fonti e non si interroga sulla verificabilità delle sue prescrizioni, tutti, in qualche modo, più o meno per gioco, ci credano.

In una scena dell’ultima stagione di Girls, Hannah, la protagonista, indecisa su una questione piuttosto importante, sbotta: «Non c’è qualcuno che possa dirmi che cosa devo fare, ma in modo che sembri una mia idea?».

Credo che il rinascimento astrologico che stiamo vivendo abbia molto a che fare con la fatica di una generazione che non crede in Dio (quantomeno, non nel Dio che offre precetti di condotta morale e conduce le esistenze), che gode di una libertà inaudita e ha messo in discussione tutto il cursus honorum dell’età adulta, nella convinzione che tutto sia ottimizzabile, e in nostro potere.

Misuriamo la qualità del nostro sonno con lo smartwatch, portiamo con noi checklist dettagliatissime al primo appuntamento, disponiamo di spiegazioni biochimiche per ogni nostra emozione (mi raccomando, controllare i livelli di cortisolo e verificare le scorte di vitamina D) e sul lettino del terapeuta ci avviciniamo, seduta dopo seduta e non senza fatica, alla versione migliore di noi stessi. In un quadro del genere, costantemente prestazionale, dove siamo chiamati a trovare una spiegazione razionale o una diagnosi a tutto quello che succede, può essere profondamente liberatorio aprire le braccia e sospirare «Sono dei Gemelli, le bugie le dirò sempre». Se la colpa di quel brutto periodo al lavoro è di Mercurio retrogrado, io non posso farci niente: il mio malumore non è un fallimento personale, ma un momento inserito in un ciclo cosmico di fronte al quale tocca avere pazienza e aspettare transiti migliori. Che pace.

L’astrologia è il territorio di frontiera in cui la linearità deterministica che tiranneggia le nostre vite viene finalmente messa a tacere. Se ha tanta presa su di noi, però, se ci convince o, quantomeno, non ci scandalizza, è perché è regolata, al suo interno, da quella stessa regolarità meccanicistica di cui riconosciamo l’autorevolezza. A differenza di altre forme divinatorie come i tarocchi, dove l’elemento casuale è assai più evidente (potrei pescare con lo stesso grado di probabilità l’otto di bastoni o la temperanza, e avere previsioni assai diverse sul mio futuro), l’oroscopo è ancorato a movimenti astronomici indubbiamente veritieri, scientifici, guidati da regolarità inflessibili.

A guardarla con gli occhi della teoria dei giochi, l’apparente irrazionalità del nostro interesse per l’oroscopo acquista un senso nuovo. In un sistema complesso dove le variabili sono infinite e l’informazione è sempre incompleta, l’astrologia funge da punto di Schelling: un set di simboli condivisi che ci permette di coordinarci con gli altri senza dover spiegare da zero chi siamo.

Quando consulto le mie app al mattino, non sto cercando la verità assoluta, ma una strategia per la giornata che minimizzi il rischio di essere sorpresa dal caso. È quella che in matematica si chiama strategia minimax: un modo per dare un nome, per quanto arbitrario, all’imponderabile, ma soprattutto per gestirlo.

L’oroscopo non è diverso da tutte le altre arti combinatorie che, a partire da elementi semplici e codificati, offrono loro nuovi significati attraverso accostamenti simbolici pressoché infiniti: tutti sappiamo quali sono le caratteristiche del Leone, ma la sua cifra cambia se ha l’ascendente in Capricorno o in Bilancia. Pianeta dopo pianeta, si arriva a una configurazione astrologica che è pressoché unica per ciascun individuo.

Leggere cos’hanno in serbo per noi le stelle ci apre a un vissuto distante dall’ordinario. Quando varchiamo la soglia di una cattedrale, le luci soffuse, le vetrate, il silenzio segnalano subito che lì vigono regole diverse, capaci di collegare la nostra dimensione terrena a qualcosa di più grande. Leggere di costellazioni e pianeti, di transiti e quadrature, rappresenta una forma di spiritualità laica che non richiede l’adesione a nessun dogma ma offre il conforto di una generica speranza di miglioramento per il futuro: «Questo mese è ancora tosto, ma col passaggio di Saturno in Capricorno cambierà tutto». Il pensiero scientifico è messo momentaneamente fra parentesi per fare spazio a un pensiero più antico: quello magico.

Come chi entra in chiesa da non credente accetta comunque le regole del gioco e si apre sempre un po’ alla possibilità di scoprire dentro di sé una sensibilità al confine con il soprannaturale, così noi, aprendo l’oroscopo, non chiediamo verità assolute, ma trasformiamo il mondo in uno specchio. Cerchiamo parole che sappiano entrare in risonanza con quanto stiamo vivendo, per rispondere all’ancestrale desiderio di sentirci, finalmente, visti dall’universo.

D’altronde l’oroscopo è strutturato proprio per offrire interpretazioni quanto più generiche e universali. Era questo il cuore della critica di Theodor W. Adorno in Stelle su misura, dove a partire dall’analisi della rubrica di astrologia del Los Angeles Times scriveva che «la tecnica dell’oroscopo consiste nel dire a ciascuno esattamente ciò che egli è e al tempo stesso qualcosa che è così generale che chiunque potrebbe applicarlo a se stesso. È il tentativo di creare l’illusione che le forze impersonali dell’universo stiano parlando proprio a te».

Adorno vi vedeva una trappola, ma è possibile scorgerci anche una scialuppa di salvataggio. Pazienza se fra l’oroscopo e le nostre vite manca un rapporto deterministico; a tenerci legati alle previsioni di Simon & the Stars c’è comunque quella che Jung chiamava sincronicità: un nesso acausale fra due eventi che si verificano nello stesso momento (la lettura dell’oroscopo che prevede per noi un nuovo amore e l’incontro con una persona interessante, per fare esempio) e che ci apre alla possibilità di leggere la realtà con lenti diverse, prerazionali, cariche d’incanto, e per un attimo ci permette di credere ancora a parole come “destino” e “magia”.

In La scienza come professione Max Weber spiegava come il progresso scientifico avesse portato a un progressivo disincantamento del mondo: la realtà, non più animata da spiriti o scopi divini ma ridotta a una sequenza di fatti neutri, rimane muta, un semplice foglio di calcolo, vera e reale, ma priva di poesia, a tratti faticosa.

L’astrologia, mutuando la propria simbologia dalla mitologia classica e associando a ciascun pianeta un tratto archetipico, torna invece a far parlare il mondo per accordi e richiami. Quando apriamo Co-Star accettiamo di lasciarci incantare dalle assonanze che incontriamo, proprio come quando apriamo un romanzo: sappiamo che non ci dirà niente di vero e forse nemmeno di utile, ma per un magico e fortunato allineamento di stati d’animo, o di costellazioni, sembra che parli proprio di noi.

lunedì 9 marzo 2026

Le false credenze

 


Pseudoscienze. Mai come oggi manipolare la verità e inventare cause ed effetti inesistenti comporta conseguenze devastanti e dannose in ambito sociale, sanitario, politico

Enrico Bucci e Gilberto Corbellini 
Il Sole 24ore, 8 marzo 2026

Non veniamo al mondo per scoprire la composizione fisica del sole, inventare le geometrie non euclidee, manipolare il Dna o andare sulla Luna. Siamo stati selezionati per sopravvivere e riprodurci in ambienti relativamente stabili nel breve periodo, ma in costante cambiamento. Se siamo qui, è grazie alle capacità cognitive ed emotive vantaggiose nel mondo preistorico. Per moltissimo tempo la specie ha vissuto in piccoli gruppi, in lotta per la sopravvivenza immediata, per le risorse e per difendersi dai predatori e dalle malattie. La selezione naturale ha cablato, nel cervello, euristiche, automatismi e scorciatoie adattive che aiutavano a non soccombere prima di essersi riprodotti, non a valutare prove complesse. Questi bias favorivano statisticamente la sopravvivenza, anche al prezzo di errori individuali. Se “in media” consentivano l’accoppiamento riproduttivo a un numero sufficiente. Bias di conferma, essenzialismo, finalismo, agenticità, overconfidence, pensiero magico: non sono patologie occasionali del pensiero, ma un’architettura cognitiva di base, che favorisce credenze irrazionali e antiscientifiche rispetto all’acquisizione di conoscenza controllata. La pseudoscienza prospera perché parla il linguaggio nativo della mente.

Cadere vittime dei propri bias non dipende dall’intelligenza, che non coincide con la razionalità (non limitata): si può essere brillanti ma sistematicamente irrazionali (peggio che limitatamente razionali). Senza metacognizione, la mente intelligente diventa un avvocato difensore dei propri pregiudizi. L’antidoto non è l’accumulo di nozioni, ma l’addestramento metodologico. Pensiero bayesiano, controllo delle frequenze di base, definizioni operative, distinzione tra correlazione e causalità, attenzione alla falsificabilità, comprensione dell’entropia, del caso, della selezione naturale.

Per limitare gli effetti dannosi delle attitudini cognitive naturali nelle società complesse, non basta «spiegare meglio la scienza ai cittadini», né invocare l’autorità degli esperti (cadremmo in uno dei bias da combattere), né esibire titoli accademici o il consenso istituzionale. Se la pseudoscienza è l’esito di dispositivi cognitivi profondi – ricerca di pattern, paura del caso, intolleranza dell’incertezza, attrazione per narrazioni teleologiche – l’appello all’autorità è un intervento superficiale su un sistema che funziona secondo altre logiche, e finisce per rinforzarle.

Le azioni della comunità scientifica entrano spesso in conflitto con l’identità morale e le narrazioni personali. Se una credenza pseudoscientifica è integrata in un sistema valoriale, l’attacco diretto suscita reattanza e polarizzazione. L’autorità è interpretata come élite arrogante, potere ideologico, «scienza ufficiale», etc. La dinamica è prevedibile, come mostrano le forme del complottismo e la dissonanza cognitiva.

Il rimedio lo conosciamo. Costringiamo i nostri ragazzi a frequentare le scuole e a compiere sforzi non spontanei per acquisire conoscenze biologicamente secondarie – leggere, scrivere, calcolare –, dato che quelle primarie, come parlare una lingua, riconoscere facce ed emozioni o sviluppare abilità sociali di base, le imparano naturalmente, senza sforzo. Così come si sviluppa naturalmente il pensiero pseudoscientifico. Tra le conoscenze secondarie oggi vi dovrebbero essere strumenti per ragionare criticamente. Il pensiero critico non è come imparare ad andare in bicicletta; non si tratta di risolvere test cognitivi né di conoscere la logica. È un metodo metacognitivo per esaminare come pensiamo: un armamentario multiuso per smascherare inganni retorico-linguistici e comprendere gli errori sistematici di giudizio. Richiede di padroneggiare alcuni concetti e metodi della scienza, per proteggerci quando la pseudoscienza usa termini simil-scientifici, svuotandoli del loro significato.

Nel pensiero pseudoscientifico parole come «energia», «quantico», «campo», «frequenza», «informazione», etc. vengono strappate dal loro contesto specifico e reinserite in discorsi vaghi, non falsificabili e immunizzati dalla confutazione. Si conserva l’ombra della semantica scientifica, ma si elimina la definizione operativa. Il risultato è un lessico che suona competente ma non è controllabile. La pseudoscienza non porta prove: evoca suggestioni e sfrutta le scorciatoie mentali che l’evoluzione ha impiantato nei nostri cervelli pleistocenici, opachi a sé stessi (come gli algoritmi dell’Ai!) e capaci di cooperare e di ingannare, non di fare metanalisi.

Società con scarsa alfabetizzazione scientifica e matematica sono più esposte alla manipolazione, alla polarizzazione e alla retorica identitaria, leve di cui si avvantaggiano le propagande politiche per indebolire le democrazie liberali, basate su scelte informate.

Per difendere la democrazia fondata sullo stato di diritto occorre imparare a riconoscere i difetti del nostro pensiero, le retoriche della pseudoscienza e le acquisizioni più importanti sulla realtà del mondo, ottenute attraverso il pensiero volto a superare le limitazioni della nostra razionalità naturale. Lo scopo dovrebbe essere l’igiene cognitiva più che il debunking. Più efficaci sarebbero misure di difesa controllate per sicurezza ed efficienza. Come i vaccini contro gli agenti infettivi. Non è difficile demolire l’omeopatia, l’aura, la memoria dell’acqua o la bioenergetica. È difficile scardinare i meccanismi che le rendono possibili e replicabili in forme sempre nuove. Se si smonta la singola credenza, il sistema la rimpiazzerà; se si interviene sui meccanismi, si riduce la vulnerabilità.

La specie non è mai stata tecnologicamente così potente. Oggi credere a cose false non è più neutro come lo era nel mondo preistorico, quando il peso sociale dell’individuo era poca cosa e inventare cause ed effetti inesistenti aiutava a placare l’ansia di fronte a fatti incomprensibili. Lasciare che il cervello decida senza controlli comporta inevitabilmente conseguenze dannose in ambito sociale, sanitario, politico e ambientale. Senza una pratica sistematica di analisi critica di come pensiamo, la deriva verso spiegazioni magiche, essenzialiste, teleologiche e complottistiche è la traiettoria più probabile. E la libertà personale sarà la prima vittima.


Enrico Bucci,
Gilberto Corbellini

Lessico del pensiero critico. Un rimedio contro le pseudoscienze

Bollati Boringhieri,

pagg. 304, € 24

Gli autori anticipano in questo articolo i contenuti del libro.



sabato 22 novembre 2025

Dio, una specialità locale


Roger-Pol Droit
"Per un ateismo illuminato", di Henri Atlan

Le Monde, 21 novembre 2025

Alcuni pensatori vivono in una sola nicchia. Radicati nella loro disciplina, vi scavano a fondo. Altri, al contrario, vivono a incroci e bivi, attraversando confini, inventando percorsi alternativi. Henri Atlan appartiene eminentemente a questa seconda categoria. Tra medicina e filosofia, teoria dell'informazione ed eredità talmudica, al crocevia tra Spinoza e Wittgenstein, interessato tanto all'etica e alla Cabala quanto all'auto-organizzazione, è autore di un corpus di opere notevole e singolare. Sviluppato in oltre mezzo secolo, articolato in una ventina di libri, il suo pensiero, nutrito di paradossi, non manca mai di suscitare reazioni.

Oggi, a quasi 94 anni, intreccia diversi fili della sua vita in modo inedito. Sostenendo "un ateismo illuminato ", titolo del suo nuovo saggio, sottolinea la stranezza della storia occidentale. È sì un libro su Dio, ma considerato come una specialità locale, e paradossale, di una particolare regione culturale. Infatti, l'idea di uno spirito puro, onnisciente, onnipotente, creatore dell'Universo e delle sue leggi – fisiche e morali – è assente nelle altre culture del pianeta. Questo concetto di Dio, sviluppato dall'Occidente, è stato messo da parte dall'ascesa moderna del pensiero scientifico, anch'esso occidentale, che alla fine lo ha visto come nient'altro che " un'ipotesi inutile ", secondo la famosa risposta dello scienziato Pierre-Simon Laplace a Napoleone. 

Ciò porta a una rivalutazione originale dell'ateismo, che si rivela relativo alla traiettoria culturale di una singola parte del mondo, ma anche dipendente da una concezione limitata della religione come professione di fede, adesione a un dogma, un insieme di credenze. Questa definizione di religione si oppone a una in cui prevalgono i rituali. Per molte religioni, le pratiche hanno la precedenza sulle dottrine. L'appartenenza è definita da ciò che si fa piuttosto che da ciò in cui si crede. Per Henri Atlan, questo è particolarmente vero per la vita ebraica, fondata sull'osservanza delle regole piuttosto che sull'adesione alle credenze.

Evoluzione attuale e futura della mente scientifica

Ciò che segue è una nuova serie di paradossi che deliziano l'autore: la vita ebraica non è una religione nel senso comune del termine, la nozione stessa di un Dio personale non è biblica ma un'invenzione successiva, l'ebraismo è in questo senso un ateismo... e quindi non originariamente un monoteismo, a differenza del cristianesimo e dell'Islam. Queste analisi, che mirano a comprendere "l'antica costruzione e decostruzione dell'idea di Dio", si combinano con una riflessione sull'evoluzione attuale e futura della mente scientifica.

Anche questa, infatti, sta attraversando una trasformazione. Il campo della "storia delle religioni" non è radicalmente separato da quello della "storia della scienza". Pur senza essere identici, sono in risonanza tra loro. Il rigido determinismo che dominava il sistema mondiale ai tempi di Laplace è stato gradualmente sostituito dalla teoria del caos e dalla conoscenza probabilistica. Attento osservatore di queste metamorfosi, anche Henri Atlan ne è stato partecipe. La sua carriera lo ha intrecciato con le innovazioni concettuali che hanno portato all'intelligenza artificiale. Ripercorre l'avventura di questa trasformazione cruciale, ne dipinge un quadro contrastante delle conseguenze e, con una prospettiva moralistica, valuta i pericoli della società digitale.

In ogni pagina emergono ipotesi, domande e interessanti spunti di riflessione. I riquadri comunicano e si intersecano, come una scacchiera in cui ogni giocatore continua la partita come meglio crede.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/11/21/pour-un-atheisme-eclaire-d-henri-atlan-la-chronique-philosophie-de-roger-pol-droit_6654361_3260.html

mercoledì 19 novembre 2025

Gombrich e la sua Storia dell'arte

e Gombrich ci insegnò a vedere il mondo

Libri che hanno fatto la storia. Bill Sherman, direttore del Warburg, spiega che «The Story of Art» insegna ancor oggi la scienza della visione, soprattutto ai ragazzi che diventano esploratori esperti

The Story of Art nasce a Londra, nel 1950 e il Festival dell’Arte di Vicenza offrirà il perfetto birthday party per i suoi 75 anni. È stato un bestseller globale, il libro sull’arte più venduto al mondo e anche il primo libro in lingua inglese di spessore scritto da un esule austriaco. Giunto alla sua sedicesima edizione, con oltre 8 milioni di copie vendute in trenta lingue, The Story of Art conserva tutt’ora la capacità di introdurre lettori di ogni età e provenienza alla storia dell’arte, spaziando dalle pitture rupestri fino alla fotografia. L’autore, Ernst Gombrich, sarebbe poi stato, lungo il corso della sua vita e fino alla morte avvenuta nel 2001, uno degli intellettuali più popolari in Gran Bretagna. Il suo obiettivo era quello di rendere la storia dell’arte comprensibile e avvincente per un vasto pubblico. Le parole che aprono il libro dichiarano: «Questo libro è destinato a tutti coloro che sentono il bisogno di un primo orientamento in un campo strano e affascinante».

Ad un attento esame il libro ora comincia a mostrare piccoli segni dell’età. Vediamo quali.

Gombrich era specializzato nel Rinascimento Italiano, ed è per questo che l’arte rinascimentale domina nel suo racconto. L’arte del Novecento, definita “Arte sperimentale”, viene relegata solo al ventisettesimo capitolo, l’ultimo del libro, e il racconto ne scalfisce solo la superficie. Se il libro fosse stato scritto oggi la parziale omissione degli artisti non europei sarebbe inaccettabile. Una evidente dimostrazione della sua età è anche la completa assenza di artiste donne che fu criticata persino dai contemporanei dell’autore e che è stata denunciata più di recente nella provocatoria risposta di Katy Hessel, The Story of Art Without Men (2022), una rassegna della storia dell’arte in cui non compare neppure un uomo artista. Tuttavia, per altri versi, l’opera di Gombrich appare ancora giovane, fresca e più attuale che mai.

Spiegherò più in dettaglio perché la penso così in occasione del discorso che terrò il 14 novembre al Festival dell’Arte di Vicenza, Artis, ma qui – come anteprima – anticipo due osservazioni, una che riguarda i bambini e i ragazzi, e una la scienza.

L’ironia crudele dei nostri tempi è che, mentre ai giovani viene presentata una quantità infinita di immagini (dai social media alla pubblicità e a internet), la formazione scolastica necessaria per “leggere” tali immagini è stata notevolmente ridotta. Nel Regno Unito, il numero di scuole secondarie in cui si insegna ancora la storia dell’arte è sceso a una sola cifra. La conseguente crisi di alfabetizzazione visiva è proprio quello che The Story of Art intendeva prevenire.

Il racconto della gestazione del nostro importante libro risale a quindici anni prima della sua pubblicazione, ed è legata a un precedente progetto di Gombrich. Nel 1935, quando aveva solo 26 anni, un editore austriaco gli diede sei settimane per tradurre dal tedesco all’inglese un libro per bambini sulla storia del mondo. Gombrich rispose che preferiva scriverne uno cominciando da zero, e che ci avrebbe impiegato lo stesso tempo. Così fu. Nacque, dunque, il suo Eine Kurze Weltgeschichte für Junge Leser, una breve storia del mondo per giovani lettori. Il libro ebbe un notevole successo e l’editore invitò l’autore a scriverne un altro simile, questa volta sulla storia dell’arte.

Questo succedeva nel 1936, proprio l’anno in cui Gombrich fu costretto all’esilio a Londra dove fu assunto al Warburg Institute (prodigioso istituto di ricerca dedicato allo studio della storia culturale globale e al ruolo delle immagini nella società, anch’esso salvato dalla Germania quando i nazisti andarono al potere nel 1933).

Del nuovo libro Gombrich scrisse alcuni capitoli di prova in lingua tedesca, facendone fare la traduzione in inglese a Elizabeth Senior, curatrice del vicino British Museum, e anche editor della collana King Penguin. La stessa King Penguin avrebbe poi pubblicato nel 1940 un breve libro di Gombrich ed Ernst Kris sulla storia della caricatura. Allo scoppio della guerra, Gombrich fu arruolato dalla Bbc per monitorare le trasmissioni tedesche, e Senior fu uccisa da una bomba che colpì la sua casa nel 1941. Ma l’opera di Gombrich non si fermò qui. Un altro esule viennese a Londra, Béla Horvitz, lo incoraggiò a rilanciare il progetto per la Phaidon Press, casa editrice da lui fondata a Vienna nel 1923 insieme a Ludwig Goldscheider con l’obiettivo iniziale di produrre libri d’arte di alta qualità ma accessibili a tutti. Horvitz chiese alla figlia quindicenne, Elly, di leggere i capitoli di Gombrich. Elly fornì al padre un’entusiastica recensione e nel 1944 fu stipulato il contratto per The Story of Art. Quando il libro fu finalmente pubblicato nel 1950, Gombrich spiegò nella prefazione: «I lettori a cui avevo pensato prima di tutto erano ragazzi e ragazze adolescenti che avevano appena scoperto il mondo dell’arte in prima persona». Qualche anno dopo, nel 1959 Gombrich fu nominato direttore del Warburg Institute e mantenne la carica fino al 1976.

Oggi, gli adolescenti sono meno propensi a scoprire e scegliere l’arte come materia di studio, nonostante vi abbiano accesso più che in qualsiasi altro momento storico. Credo che ciò sia dovuto in gran parte a una seconda crisi dell’istruzione, quella dello spostamento da materie umanistiche verso quelle scientifiche note con l’acronimo inglese Stem, riferito a discipline quali Science, Technology, Engineering e Mathematics. Le Stem attraggono i giovani con la promessa di lavori migliori e stipendi più alti. Tuttavia, come ci ricordano gli eroi rinascimentali di Gombrich, Leonardo e Michelangelo, le arti e le scienze sono fondamentalmente connesse e le sfide per comprendere e migliorare il mondo dipendono da entrambi i lati del divario disciplinare. Separare le arti dalle scienze è un’operazione riduttiva e regressiva. Il progresso, io credo, è legato a ciò che ci insegna il libro di Gombrich che è molto più di un esercizio di apprezzamento dell’arte, poiché fornisce un’introduzione approfondita non solo alla storia dell’arte ma anche alla scienza della visione. Come ha affermato Neil MacGregor, direttore del British Museum dal 2003 al 2015, gli insegnamenti di Gombrich «sono centrati su questioni di percezione, su come organizziamo le informazioni ottenute usando lo sguardo, come trasformiamo il visuale in visione [sight into insight]». Come Elly Horvitz, anche MacGregor aveva letto The Story of Art a quindici anni e «aveva avuto la sensazione di aver ricevuto la mappa di un grande paese».

Da parte mia, credo fermamente che The Story of Art abbia ancora il potere di trasformare i nostri figli in esploratori esperti del mondo visivo. Questo non solo rende il libro atto a essere celebrato in occasione di questa prima edizione di Artis, Festival dell’Arte, ma offre anche un filo rosso che potrebbe potenzialmente collegarlo a un festival della scienza, poiché in esso arte e scienza convivono, così come succedeva per i grandi artisti del passato.