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domenica 29 marzo 2026

La nuova Francia

Il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko (a sinistra), viene applaudito dai suoi sostenitori, così come il vicesindaco di Pierrefitte, Farid Aid (a destra), dopo la prima seduta del nuovo consiglio comunale di Saint-Denis-Pierrefitte (Seine-Saint-Denis), il 21 marzo 2026. LUDOVIC MARIN/AFP

Philippe Bernard
"Appena eletto, Bally Bagayoko incarna sia la cruda realtà del razzismo sia la possibilità di una risposta dignitosa e determinata"

Le Monde, 28 marzo 2026

Una volta risolta, la questione è fondamentale per la società francese, e in particolare per la sinistra. Come possiamo favorire la convivenza di popolazioni sempre più eterogenee, legate all'affermazione della propria storia e sempre meno tolleranti nei confronti delle persistenti discriminazioni? Il percorso da intraprendere deve evitare due insidie: da un lato, l'invocazione rituale, senza progressi concreti, di ideali repubblicani egualitari; dall'altro, la divisione sociale, terreno fertile per i conflitti.

La questione è tutt'altro che nuova. Negli anni Ottanta e Duemila, si è delineato un certo consenso politico attorno all'idea di "integrazione", una via di mezzo tra un'"assimilazione" che ignorava le origini e la reclusione in "comunità" ermetiche. Questa prospettiva si trova ora in un vicolo cieco. Da un lato, la destra e l'estrema destra, aggrappate al mito di un'identità nazionale immutabile, considerano l'"integrazione" fin troppo generosa, perché riconosce sia l'uguaglianza sia il legame con le proprie origini. In un contesto esacerbato dall'ascesa delle politiche identitarie e dal ricordo di numerosi attentati terroristici, figure come Bruno Retailleau e Marine Le Pen vogliono lasciare come unica scelta l'assimilazione e l'esclusione dalla comunità nazionale. Una dicotomia segregazionista, irrealistica e impoverente.

A sinistra, alcuni hanno respinto l'idea di "integrazione" come eredità del dominio coloniale, senza tuttavia sostituirlo realmente. Eppure, in un Paese che si è arricchito ininterrottamente grazie ai contributi stranieri per oltre un secolo e mezzo, e dove quasi un terzo dei cittadini adulti ha almeno un genitore o un nonno immigrato, un discorso politico lungimirante su questo tema è essenziale.

"Collegamento mancante"

Con l'idea di "creolizzazione", Jean-Luc Mélenchon ha avuto il merito di aver delineato una visione nel 2020. Questo modo di "trasformarsi continuamente senza perdere se stessi", ispirato al pensatore martinicano Édouard Glissant, non era "un programma, ma un fatto", affermò all'epoca con grande convinzione il leader de La France Insoumise (LFI). Spiegò di voler costruire "l'anello mancante tra l'universalismo e la realtà vissuta che lo contraddice" e presentò la creolizzazione come un mezzo per opporsi "alla divisione del nostro popolo lungo linee religiose o etniche".

Purtroppo, il "programma" e la strategia politica hanno ripreso il sopravvento. La "nuova Francia", lo slogan che Mélenchon ha recentemente sostituito a "creolizzazione", è pensata per alimentare la linea di confronto de La France Insoumise (LFI). Rispecchiando la visione dell'estrema destra, che si rifiuta di considerare le popolazioni di origine immigrata come pienamente francesi, il nuovo slogan le contrappone a una "vecchia Francia", mai esplicitamente nominata ma descritta come "arretrata e razzista" da Mélenchon a Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) il 20 marzo, nel suo discorso di omaggio al nuovo sindaco "indomabile", Bally Bagayoko, eletto al primo turno delle elezioni comunali.

Contrapponendo una "Francia razzializzata" a una "Francia razzista", Mélenchon abbandona il terreno sociale della sinistra e, ribaltandolo, alimenta la retorica identitaria dell'estrema destra che vuole far credere alla gente in una competizione tra popolazioni "vecchie" e "nuove".

A Saint-Denis, grande città e una delle più povere dell'Île-de-France, nonché luogo di accoglienza storico per tutte le ondate migratorie, sia dalle province che dall'estero, la vittoria del signor Bagayoko, 52 anni, dirigente della RATP (l'azienda di trasporto pubblico di Parigi), nato in Francia da genitori maliani, rappresenta un potente simbolo di "integrazione". Insieme a numerose altre vittorie di candidati con un background simile nei quartieri operai, da Vénissieux (area metropolitana di Lione) a Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis), e da Vaulx-en-Velin (area metropolitana di Lione) a Mantes-la-Jolie (Yvelines), l'elezione di Bagayoko segna una rottura con un lungo periodo in cui i "vecchi" partiti di sinistra (il Partito Socialista e il Partito Comunista Francese) si sono mostrati restii a promuovere questi profili, rappresentativi della popolazione.

La tempesta mediatica ostile che si è abbattuta sul nuovo sindaco di Saint-Denis, quando l'estrema destra ha insistito per sentire la parola "neri" invece di "re" quando ha dichiarato che la sua città, sede della necropoli dei re di Francia, è "la città dei re e dei vivi ", dimostra in modo drammatico quanto sia lontana l'accettazione del diritto delle persone di origine immigrata a ricoprire posizioni di potere. Questo episodio non fa che alimentare il mito di una guerra razziale in corso in un paese segnato dai suoi quartieri ghettizzati, ma anche paladino dei matrimoni interrazziali.

Il signor Bagayoko, che ha reagito con notevole compostezza a questa provocazione, sembra in grado di resistere alla "razzializzazione" promossa dal suo stesso partito. Nel dicembre 2025, Sébastien Delogu, a sua volta candidato di La France Insoumise (LFI) alle elezioni comunali di Marsiglia, si recò a Saint-Denis per offrire il suo sostegno, invitando i residenti di Saint-Denis a eleggere una persona "razzializzata" affinché "il vero popolo di Francia potesse riprendere il potere ". E, poco dopo la sua elezione, il signor Mélenchon si recò a Saint-Denis per proclamare la "vittoria della 'nuova Francia '" . Ciò non impedì al neoeletto di prendere le distanze dal termine "razzializzato", che a suo avviso riabilita la finzione della razza, allarga le divisioni e tende ad assegnare alle persone un'identità che non hanno necessariamente scelto.

Rincuorato dalla sua schiacciante vittoria, si è spinto fino a dichiarare su RMC di "non gradire molto il termine 'razzializzato'" e di preferire definire la "nuova Francia" come quella dei "figli della Repubblica ed eredi dell'immigrazione ". Eletto a fatica, Bagayoko incarna sia la cruda realtà del razzismo sia la possibilità di una risposta dignitosa e determinata. Forse, se osiamo sognare un po', rappresenta anche una sintesi tra l'orgoglio per le proprie origini e la rivendicazione del "diritto all'indifferenza", da cui la sinistra potrebbe trarre ispirazione.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/29/jean-luc-melenchon-nourrit-la-rhetorique-identitaire-de-l-extreme-droite-en-opposant-une-france-racisee-a-une-france-raciste_6675167_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=2


lunedì 29 dicembre 2025

Il dandy fascista

Giuseppe Scaraffia
A spasso sull'abisso bevendo tè con uova alla coque

La Stampa, 27 dicembre 2025

Quando si spegnevano le luci, dal nono piano dell’8 bis, Avenue de Breteuil, Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945) godeva di una magnifica vista sulla capitale. E al rapporto dello scrittore con la città e le sue case è dedicato il libro di Marco Spada, Le Parigi di Drieu, Bietti. A quel flâneur di quarantanni piaceva continuare con lo sguardo, dalla finestra di casa, le lunghe passeggiate diurne. Molto alto, biondo, squisitamente vestito, diffidava della solitudine, come di un’amante di cui non si può fare a meno, mentre faceva a meno facilmente delle donne che si succedevano nel suo letto. Un amico, Emmanuel Berl l’aveva fotografato: «Avido e disgustato, postulante e recalcitrante, desiderava tutto e doveva subito disfarsene, denaro gettato, donne lasciate, oggetti perduti… Come se volesse guadagnare solo per avere più cose da perdere ».

Uno dei sogni ad occhi aperti di Drieu era immaginare un appartamento in tutti i dettagli. L’essenzialità dell’arredamento di quelle tre stanze si avvicinava molto a quei sogni: la lunga tavola da lavoro, la cassettiera della nonna, un largo divano, il calamaio, il portacenere. L’ultramoderno lampadario di ferro battuto di Jean-Michel Frank era un dono della bella e ricchissima Christiane Renault insieme all’inattesa passione che a tratti sembrava riuscire a strapparlo dal senso di declino che gli insidiava la vita. L’unico quadro era di Roger de La Fresnaye, secondo lui l’ultimo pittore francese. Poche casse proteggevano e imprigionavano ancora i libri e i manoscritti, in attesa di un’imprevedibile liberazione. Su tutto vegliava, in un semplice vaso di vetro, una pattuglia di rose rosse, le sue predilette.

Nelle lunghe ore venate di gelosia, che Christiane, volubile moglie del creatore della Renault, gli lasciava si succedevano effimere figure femminili. Che si innamoravano infallibilmente di quello che una di loro aveva descritto come «un bambino molto infelice», che desiderava con tanta intensità che una donna «gli desse la luna». Solo Victoria Ocampo era riuscita, come scrive Spada, a «ritagliare uno spazio per le vanità di entrambi», ma era una delle donne più affascinanti, generose e intelligenti del tempo e si sarebbe rapidamente ritirata nel territorio più tranquillo dell’amicizia.

Le maldestre scelte politiche di Drieu lo avevano isolato ulteriormente da quella generazione affezionata al mito dei grandi maestri, delle guide spirituali. Lui invece non riusciva a prendere sul serio né i maître à penser né chi aveva bisogno di pensare che esistessero.

Si era trasferito in quella che chiamava la sua piccionaia nell’autunno del 1935, dopo la travolgente esperienza del congresso del partito nazista, delle scenografiche sfilate dei giovani nazisti che gli avevano ricordato i Balletti Russi. Era l’inizio di un lungo equivoco, che l’avrebbe portato a condannarsi a morte, tentando ripetutamente, fino a riuscirci, il suicidio. Come non pochi altri scrittori dell’epoca, Drieu si era lasciato tentare dal mito dell’azione e come molti di loro ne era stato deluso e tradito. Il suo grande amico, André Malraux, che malgrado tutto continuava a considerarlo «una delle persone più nobili che abbia incontrato», gli aveva offerto di unirsi al gruppo di partigiani che comandava. Ma Drieu era stanco, deluso e non voleva situazioni di ripiego. « Non voglio fuggire. Non voglio nascondermi». Aveva solo un rimorso: «Non essere stato capace di incarnare in questi ultimi anni un personaggio rimasto senza interpreti: quello del dandy, dell’uomo rigorosamente non conformista che rifiuta tutte le sciocchezze del momento e dimostra con discrezione - ma anche con fermezza - un’indifferenza sacrilega ».

Durante l’occupazione tedesca, mentre i suoi colleghi collaborazionisti facevano attenzione a non farsi vedere con i militari in divisa, lui li invitava apertamente in avenue de Breteuil. Uno di loro ricorda di avere trovato arrivando le lampade spente che lasciavano lo spazio alle luci notturne e alla Tour Eiffel.

In uno di quei giorni difficili e ambigui aveva riconosciuto nello sguardo sprezzante di un giovanotto, incrociato nei tranquilli giardini delle Tuileries, un resistente, ma, come sempre, non l’aveva denunciato, anzi aveva sorriso di quell’ardore giovanile. Non era il solo, nell’abisso inquieto di Parigi, a salvare discretamente, senza farsi ringraziare, amici e conoscenti arrestati dai nazisti.

Intanto, continuava a fare colazione al mattino con una tazza di tè e delle uova alla coque guardando dall’alto la sua città. Aveva, secondo una amico l’andatura di un sonnambulo lucidissimo ed era triste come «un roseto pensante». Sapeva che la sua sorte era segnata - «Abbiamo giocato, ho perso. Reclamo la morte» - ma non voleva farsi toccare dalle «mani sporche» dei resistenti dell’ultima ora. D’altronde, come diceva Marcel Jouhandeau, un altro autore smarrito nelle reti del totalitarismo: «È una tradizione del dandysmo scegliere la propria ora».

lunedì 13 ottobre 2025

Un americano di Firenze

John Singer Sargent, Ritratto di Madame X

Rosella Mamoli 
Sargent, i brillanti esordi parigini dell'americano elegante

il manifesto, 12 ottobre 2025

Allorché Sargent giunge a Parigi nel 1874, ha diciotto anni. È americano, ma è nato a Firenze da genitori espatriati. Si iscrive ai corsi di Carolus-Duran, il pittore che ha avuto tanto successo con La Dame au gant (1869). Nel 1878 Sargent partecipa con gli studenti all’affresco del maestro, Il trionfo di Maria de’ Medici, per il palazzo del Lussemburgo, ora al Louvre. Di Carolus-Duran gli rimarranno l’ambizione a dipingere spazi pubblici come culmine di una carriera – cosa che farà alla Biblioteca di Boston con i dipinti spediti in America tra il 1895 e il 1919 –, e l’adorazione per Velázquez e per la pennellata libera di Frans Hals: va, come diversi pittori francesi e stranieri, a Haarlem in Olanda, per ammirare e copiare Hals nel 1880; ci va con i pittori Francis Brooks Chadwick e il cugino lontano Ralph W. Curtis, che conosce da Carolus-Duran e che lo inviterà a dipingere nel suo studio a Venezia nel 1882. Nel 1898 dipingerà A Venetian Interior, il salotto di Palazzo Barbaro, che Ariana Curtis rifiuterà per la posa troppo nonchalante del figlio, appoggiato a un tavolo (Londra, Royal Academy).

Sargent a Parigi è adesso oggetto di una mostra al Musée d’Orsay: John Singer Sargent. Éblouir Paris, a cura di Caroline Corbeau-Parsons e Paul Perrin, fino all’11 gennaio. Il pittore sa il francese, il che gli permette di accedere alla prestigiosa École des Beaux-Arts. Ma non sta fermo a Parigi. Tutte le estati viaggia: nell’estate 1877 va in Bretagna, a Cancale, dove dipinge studi e Le raccoglitrici di ostriche. Ma poi va a Capri, dove è protagonista Rosina Ferrara; va in Spagna per vedere Velázquez – l’unico importante dipinto assente in mostra è El Jaleo (1882, Boston, Isabella Stewart Gardner Museum), ispirato alle danze spagnole; va in Tunisia e in Marocco, e qui dipinge Fumée d’ambre grise (1880), una scena misteriosa, con i suoi toni di bianco su bianco, di un orientalismo, in quegli anni di moda, iper-raffinato; va a Venezia, dove realizza Ramón Subercaseaux in una gondola (1880), la conturbante Conversazione veneziana, Interno veneziano, Venise par temps gris, tutti dipinti presenti in mostra.

Il visitatore, oltrepassate le prime sale – con nudi maschili (modelli di studio) e teste di uomini mediterranei che non possono non suggerire che Sargent fosse gay –, arriva alla sala centrale, dove sono raccolti i capolavori: Il dottor Pozzi (1881), Le figlie di Edward D. Boit (1882), Madame X (1884).
Il dottor Pozzi, un personaggio affascinante a detta delle fonti coeve, ritratto nella sua vestaglia rossa, e non nei suoi abiti di medico, venne esposto alla Biennale di Venezia del 1897: famoso ginecologo, fu pugnalato dal marito di una sua paziente, e nel 1919 la sua collezione, comprendente quadri di Tiepolo e Guardi, andò all’asta.

Le quattro figlie bambine del pittore Boit, che visse per un periodo a Parigi, sono disposte su uno spazio vasto, e sono meno alte dei vasi cinesi che ornano la casa. Il taglio del quadro è di un’assoluta novità, come l’aria di incomunicabilità tra le ragazzine.

Quando Sargent mise in mostra il notissimo ritratto di Madame*** (Madame X) al Salon di Parigi del 1884, il successo del quadro, malgrado egli fosse un pittore già affermato, sembrava incerto: in un Salon affollato dal tout Paris, come scrisse ai genitori Ralph W. Curtis, «in un quarto d’ora ho visto un numero senza pari di conoscenti e sconosciuti e ho sentito tutti dire: “Où est le portrait de Madame Gautreau?” “Oh allez voir ça”… John aveva molta paura, ma le sue paure furono di molto oltrepassate da quel che accadde ieri. Ci fu un grand tapage davanti al quadro tutto il giorno. In pochi minuti trovai (Sargent) nascosto dietro le porte per evitare gli amici che avevano un aspetto serio. Tutte le signore esclamano “Oh, quelle horreur!”, e ridono del quadro. Il pomeriggio la marea girò come sostenevo io. Il quadro fu definito “étrangement épatant” e tutti ne furono entusiasti». Peraltro Madame Gautreau e la madre raggiunsero lo studio di Sargent, e la madre in lacrime disse: «Ma fille est perdue – tout Paris se moque d’elle. Mon genre sera forcé de se battre…».

Il ritratto, uno dei più belli di Sargent, non fu più messo in mostra, malgrado il pittore avesse rialzato la spallina dell’abito, nella prima versione scivolata dalla spalla, ciò che aveva tanto scandalizzato (perfino) Parigi. Sargent aveva chiesto di fare il ritratto di Virginie Avegno, sposata Gautreau, una «beauté professionelle» in cerca di successo, e trascorse parte dell’estate del 1883 a Paramé dai Gautreau, sconfitto dalla bellezza della signora: vi sono infatti in mostra numerosi schizzi di Virginie di profilo, e vi è una replica non finita del ritratto. Sargent non volle vendere Madame X, che dal suo studio londinese in Tite Street passò direttamente al Met, che lo comprò, solo nel 1916. Tale fu lo scandalo del dipinto che Sargent lasciò Parigi per stabilirsi a Londra. Vi è un altro ritratto, Madame Gautreau drinking a Toast (ca. 1883), che fu comprato da Isabella Stewart Gardner, passando per la collezione del dottor Pozzi.

Vi sono altri quadri assai noti in mostra, tra cui Vernon Lee, l’intelligente (ma brutta) amica di Henry James, e amica di infanzia di Sargent; Madame de Subercaseaux al pianoforte (1880-’81), Madame Escudier (1882), che spicca nel suo vestito blu di seta contro i tendaggi bianchi, Henrietta Reubell (ca. 1884-’85), la «grande demoiselle», come la chiamava James, che nella sua corrispondenza con Henrietta cita sempre Sargent. Parigine o inglesi o americane, tutte vogliono un ritratto di Sargent.

L’ amicizia di Sargent con Monet è documentata da un Claude Monet che dipinge in un bosco (ca. 1885), e con i ritratti di artisti quali Ernest Ange Duez, Rodin, Paul Helleu, del critico influente Louis de Fourcaud. Ancora, bellissimo, il ritratto di Albert de Belleroche, e quello del musicista Gabriel Fauré – che ci ricorda che Sargent aveva anche un pianoforte, che suonava nello studio –, e un ritratto di Winneretta Singer , di Fauré grande protettrice, destinata ad aprire un salon soprattutto musicale a Venezia in palazzo Contarini dal Zaffo. Chiude la mostra il grande quadro della Carmencita, la ballerina spagnola ferma ma in tensione, in attesa di danzare, esposto alla Royal Academy di Londra nel 1891: il primo che venne comprato dallo Stato francese nel 1892.

Il catalogo (Gallimard-Musée d’Orsay) comprende saggi dei maggiori studiosi di Sargent, a cominciare da Richard Ormond, meritorio autore del catalogue raisonné in più volumi, con Elaine Kilmurray (di lei sono quasi tutte le schede). Recentissima è la pubblicazione, dovuta allo stesso Ormond, dei quasi settecento ritratti a carboncino di Sargent: John Singer SargentThe Charcoal Portraits (Paul Mellon Centre for Studies in British Art, 2025).

 

martedì 22 luglio 2025

Montmartre Disneyland

 


"Diventiamo personaggi di un parco divertimenti": la "disneylandizzazione" del quartiere di Montmartre raccontata dai suoi residenti

Jessica Gourdon
Le Monde, 22 giugno 2025

 Un numero sempre crescente di turisti e residenti esasperati. La convivenza è problematica e gli effetti del sovraffollamento turistico sono sempre più visibili in questo quartiere parigino. Associazioni di residenti, imprenditori e funzionari eletti sperano di impedire che la loro casa diventi "come Alfama, quel quartiere di Lisbona svuotato della sua vita quotidiana".

Dalla panchina pubblica di Place Dalida, dietro il Sacro Cuore, si può assistere a una scena curiosa a qualsiasi ora del giorno. Decine di spagnoli, indiani, cinesi e americani si mettono in fila per posare accanto alla statua della cantante. E non in un modo qualsiasi: tenendole il seno. Il gesto è incongruo, i volti sono esilaranti: si dice che accarezzare il seno di Dalida porti fortuna in amore.

In Rue de l'Abreuvoir si formano le stesse code di turisti: questa volta cercano di farsi fotografare davanti a La Maison Rose, un caffè apparso nella serie americana Emily in Paris . Più avanti, in Rue des Trois-Frères, un'altra coda riempie uno stretto marciapiede: è il Photomaton Vintage, che sta spopolando sui social media.

Benvenuti nella fotogenica Montmartre, con i suoi giardini nascosti, i mulini a vento, i vigneti, la funicolare, gli artisti di strada... e milioni di visitatori da tutto il mondo. In questo quartiere dove prosperano gelati, crêpes e mini-Torre Eiffel, persino il traffico sembra orchestrato da Disneyland: sidecar, 2CV, Méhari e tuk-tuk attraversano la Butte per poche decine di euro a persona, sorpassando i trenini turistici – ce ne sono cinque.

Ma, da diversi mesi, una breccia ha incrinato questo scenario magico. In questo quartiere dove vivono 27.000 persone, sono apparsi striscioni alle finestre: "Abitanti dimenticati!" , "Lasciate vivere gli abitanti di Montmartre!" , "Dietro queste facciate ci sono delle persone ". Ma anche sugli edifici scolastici: "No alla chiusura delle lezioni!". Cartelli che annunciano la pedonalizzazione di alcune vie sono contrassegnati con la scritta "Stop ". In pochi mesi, il sovraffollamento turistico di Montmartre è diventato una questione politica, sollevata da associazioni di residenti, commercianti e rappresentanti eletti di ogni tipo.

Cos'è successo? Innanzitutto, un po' di contesto: il crescente numero di turisti stranieri a Parigi: +20% tra il 2014 e il 2024, secondo i dati di Choose Paris Region. Un aumento di questo tipo non è cosa da poco, visti i numeri mostruosi: Parigi ha accolto 22,6 milioni di turisti stranieri nel 2024 e il 2025 si preannuncia come un anno record. Per questi visitatori, Montmartre è, più che mai, una tappa obbligata: nel 2024, il Sacro Cuore è stato il monumento più visitato in Francia, superando la Torre Eiffel, con 11 milioni di ingressi.

Tuttavia, con l'aumento del numero di turisti, la convivenza tra visitatori giornalieri e altri utenti della città sta diventando sempre più problematica. "Prima, il sovraffollamento turistico si avvertiva principalmente nei fine settimana estivi. Dalla fine della pandemia [di Covid-19] , e ancor di più dopo le Olimpiadi [dell'estate 2024] , è presente tutta la settimana, tutto l'anno ", afferma Eric Durand, fotografo e residente. "Non ho mai visto così tanti turisti come negli ultimi mesi ", afferma Brice Moyse, proprietario di un'agenzia immobiliare nella zona.

Certamente, l'area intorno al Sacro Cuore e a Place du Tertre è stata per anni quasi esclusivamente dedicata al turismo. Ciò che è cambiato è che, a causa dell'enorme numero di visitatori, la trasformazione dell'area si sta estendendo sempre di più nello spazio e nel tempo. "Montmartre sta diventando una scenografia per i visitatori che arrivano in modalità express con l'obiettivo di scattare una foto particolare", riassume l'architetto Bertrand Monchecourt.

“Gli affitti a lungo termine sono scomparsi”

Una scintilla ha acceso la polveriera: la decisione della Città di Parigi di creare una zona pedonale che si estende su una ventina di strade. Il traffico non sarà vietato, ma la velocità sarà ridotta e i parcheggi saranno in gran parte eliminati. Per molti residenti, questo piano equivale a dare ancora più spazio al turismo, a scapito della vita quotidiana dei residenti. Il Comune risponde che si tratta semplicemente di ridurre il numero di auto, come accade ovunque a Parigi. Ciononostante, una nuova associazione, Vivre à Montmartre, ha avviato una battaglia legale contro il provvedimento. La sua petizione ha raccolto oltre 8.000 firme. Le ultime riunioni del consiglio di quartiere sono state tese, spingendo il Comune a organizzare una consultazione pubblica sul progetto durante l'estate.

Se questo tema elettrizza il quartiere, è perché ha subito una profonda trasformazione in quindici anni, come alcuni dei quartieri più turistici di Parigi. In dieci anni, i prezzi degli immobili sono esplosi (oscillano tra i 12.000 e i 15.000 euro al metro quadro), cacciando via i meno fortunati e portando alla chiusura di diverse classi nelle scuole pubbliche. "Nel quartiere, gli affitti a lungo termine sono scomparsi " , osserva Brice Moyse, dell'agenzia Immopolis.

Montmartre è diventato un paradiso per gli alloggi turistici ammobiliati: piccoli spazi, grandi profitti. I residenti "permanenti" convivono in piccoli edifici con i turisti che passano in massa, con la loro dose di fastidi. Valigie con le rotelle a tutte le ore, la mancata raccolta differenziata dei rifiuti, feste rumorose. E l'indebolimento dei legami sociali tra vicini. Tra maggio 2019 e maggio 2025, il numero di annunci attivi su Airbnb è aumentato del 36%, secondo i dati della società AirDNA. Tra il 20% e il 30% delle case sono Airbnb, temporanee o permanenti. Nel complesso, il 18° arrondissement è il quartiere con il maggior numero di annunci di alloggi turistici ammobiliati, secondo i dati della città. E questo senza contare gli affitti non dichiarati o illegali "che abbondano a Montmartre ", conferma Brice Moyse.

L'altro cambiamento degno di nota è la trasformazione delle attività commerciali. Gelaterie e negozi di souvenir stanno gradualmente sostituendo parrucchieri, lavanderie, fruttivendoli, ecc. "Quando questo tipo di attività chiude, un'intera vita di quartiere muore ", riassume Emile Meunier, avvocato ed ecologista eletto deputato del XVIII arrondissement . In Rue Lepic, la galleria d'arte W è diventata un negozio di magliette con la scritta "I Love Paris". "E poi, abbiamo caffè ovunque. Non ha senso averne così tanti", commenta Karine Ringot, che gestisce il sito web Montmartre Addict.

Giocare

Stanno emergendo conflitti d'uso. "Da quando la pasticceria Chez Boris è apparsa nella serie Miraculous , c'è sempre una lunga coda. E quando, davanti a te, ci sono solo turisti che fotografano éclair e fanno mille domande, puoi facilmente pensare di non avere alcun motivo di essere lì ", afferma Anne Renaudie, dell'associazione Vivre à Montmartre.


Qualcuno sta trovando il modo di aggirare il problema: Pain Pain, un panificio in Rue des Martyrs, ha allestito uno sportello prioritario per chi compra solo pane. E mentre alcuni negozi stanno beneficiando notevolmente di questa manna turistica, non è così per tutti, assicura Brice Moyse, che è anche presidente dell'associazione dei commercianti di Lepic-Abbesses. "Molte attività commerciali sono in difficoltà, semplicemente perché ci sono meno residenti e la maggior parte dei turisti a Montmartre spende poco ", continua.

"Sovraffollamento"

L'afflusso di turisti in questo quartiere ripido e con strade strette crea altri tipi di tensione negli spazi pubblici: saturazione dei marciapiedi, difficoltà a camminare... Nei fine settimana, Karine Ringot deve farsi strada tra i gruppi per salire i gradini che portano a casa sua, aspettando che tutti si facciano una foto... "Il grande gioco dei conducenti di 2CV che accompagnano i turisti è percorrere Rue Berthe a tutta velocità, per far urlare i passeggeri in piedi in macchina, con il tetto aperto. Il sovraffollamento, unito a questo tipo di comportamento irresponsabile, sta rendendo tutti tesi. Stiamo raggiungendo il punto di saturazione ", afferma. Gli autobus stanno diventando simboli odiati: il giorno della nostra visita, sette erano in attesa davanti al liceo Jacques-Decour, con i motori accesi per l'aria condizionata. La funicolare è diventata difficile da usare per i residenti del quartiere, a causa delle code, nonostante sia un mezzo di trasporto pubblico.

Béatrice Dunner, una traduttrice che vive nel quartiere dal 1976, cita anche l'ascesa incontrollata dei "food tours ", agenzie che accompagnano piccoli gruppi di turisti nei negozi di alimentari del quartiere di Abbesses. All'inizio non era un problema. È la loro proliferazione a creare irritazione. "Davanti alla formaggieria, una guida tiene una lezione sulla produzione del formaggio. Dal macellaio, un altro passa dieci minuti a parlare del pollo della domenica, commentando anche i vostri acquisti. Come residenti, diventiamo personaggi di un parco divertimenti " , dice la donna che è anche presidente dell'Associazione per la Difesa di Montmartre e del XVIII . " Non riesco a immaginare il numero di foto in cui compaio mentre faccio la spesa", ride Karine Ringot. A tutto questo si aggiungono le solite critiche alla pulizia: niente bagni pubblici, pochissimi cestini traboccanti di involucri di panini e bottiglie di plastica. "Montmartre è diventato il paradiso dei venditori di tacos e bubble tea, che generano un'enorme quantità di rifiuti " , tuona Anne Renaudie.

Certo, queste critiche, provenienti dagli abitanti di un quartiere fortemente gentrificato, dove vivono avvocati, influencer e personaggi dello spettacolo, possono far sorridere. "Gli striscioni alle finestre di splendidi appartamenti ricoperti di rampicanti sono un po' ridicoli, perché in fin dei conti non è una tragedia ", ammette Jean-Manuel Gabert, presidente della società Vieux Montmartre. "Ma quello che sta succedendo lì preoccupa tutti, perché è un intero quartiere, con la sua storia, il suo patrimonio, che è minacciato di deturpazione. E dato il crescente turismo, questo potrebbe estendersi anche ad altre zone di Parigi". Insieme all'architetto Bertrand Monchecourt, stanno guidando un progetto per candidare la Butte Montmartre al Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. Sperano di impedire che Montmartre diventi "come Alfama, questo quartiere di Lisbona svuotato della sua vita quotidiana ".

Tutti deplorano una forma di lassismo e mancanza di controllo da parte delle autorità locali, ad esempio vietando l'ingresso a gruppi numerosi o imponendo il divieto di usare l'interfono alle guide. O precludendo la possibilità di affittare altri locali commerciali, in modo che non si trasformino in negozi che vendono berretti fabbricati in Cina. "Dobbiamo ridurre la pressione, altrimenti andiamo verso un collasso ", ammette Frédéric Hocquart, assessore al turismo del Comune di Parigi. "Ma non abbiamo il controllo su tutto. Vorremmo vietare i pullman, ma lo Stato si è rifiutato di farlo". La crescita degli arrivi nei due aeroporti parigini è un altro tassello fondamentale del puzzle, su cui il Comune non ha alcun controllo.

Tra pochi giorni, domenica 27 luglio, Montmartre sarà sotto i riflettori, con il Tour de France che passerà per la prima volta da Rue Lepic. "Sarà senza dubbio fantastico ", prevede Emile Meunier. " Ma essendo uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo, non sorprenderà se ci saranno ancora più visitatori".

https://www.lemonde.fr/economie/article/2025/07/22/a-paris-montmartre-face-a-une-pression-touristique-galopante-en-tant-qu-habitants-on-se-sent-comme-les-personnages-d-un-parc-d-attractions_6622885_3234.html



martedì 15 aprile 2025

Colette e il music-hall


Anna M. Verna, Scrittrici a Parigi, Luciana Tufani editrice, Ferrara 2019

I corpi delle ballerine mostrati sul palcoscenico delle Folies-Bergères [Colette] li ha glorificati in Nudité (1936), con l'incantamento che quegli spettacoli suscitavano in lei: "Il Music-hall opera una sorta di sortilegio sul palcoscenico, le piume, i lustrini, gli acrobati, le donne nude, questi blocchi, questi muri di donne coperte di paillettes rosse, blu, bianche, materiali femminili che rinunciano ad avere un viso per non essere altro che dei volumi éblouissants [sbalorditivi, sfolgoranti]". Nessun dettaglio sfugge a Colette. Joséphine Baker, ballerina creola, vedette del Bal Nègre che fece furore a Parigi negli anni Trenta è osservata minuziosamente: "l'ossatura delicata, le ginocchia ovali, le caviglie, la pelle bruna e chiara della quale Parigi si è innamorata, la muscolatura lunga, la convessità delle cosce, il ventre da ragazza con l'ombelico alto, i grandi occhi fissi, armati di ciglia dure e blu, zigomi porpora, zucchero stupefacente e umido della dentatura fra le labbra di un viola scuro". Sulla scena delle Folies Parigi vedeva Baker nuda "insegnare alle danzatrici nude il pudore".



Raimonda Lobina

Joséphine Baker

Saint Louis (Missouri) 1906 - Parigi 1975

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/josephine-baker

“Sapete che ho sempre scelto la strada più difficile. Diventando vecchia, sicura di averne la forza e la capacità, ho preso quel sentiero difficile e ho cercato di renderlo un po’ più facile. Volevo renderlo più facile per voi. Voglio che abbiate l’opportunità di fare tutto quello che ho fatto io, senza che siate obbligati a scappare per ottenerlo.

Joséphine Baker è stata una delle più grandi artiste del XX secolo. Molti i documenti a cui attingere, numerose anche le testimonianze fotografiche e cinematografiche, ma in particolare il libro, uscito postumo, a cura del marito Jo Bouillon, rappresenta una fonte ineludibile e ricchissima. Raccoglie  non solo dati e informazioni, ma rielabora i numerosissimi appunti che la stessa Joséphine prendeva in previsione di un’autobiografia, mai scritta. È un libro a più voci: di amici, parenti (la sorella Margareth), figli e lo stesso marito Jo.

Freda Joséphine nasce a Saint Louis, in Missouri, il 6 Giugno 1906, è una bambina meticcia afroamericana e amerinda degli Appalachi; viene adottata dal nuovo compagno della madre, il quale l’amerà come una figlia. La famiglia del padre naturale, ispanica (buckra), non accetta la relazione del figlio con una donna i cui nonni erano stati schiavi.

La bambina cresce al ritmo del blues in un quartiere poverissimo, segregato, ed è nella miseria ma anche avvolta dalla musica (la madre era una bravissima ballerina) che Joséphine comincia a sgranare i suoi occhi sul mondo. Sperimenta fin da subito la fatica del lavoro e la violenza, culminata in un vero e proprio  pogrom che costringe gli abitanti del quartiere in cui vive a fuggire per salvarsi da un incendio doloso. Forse è per esorcizzare queste paure e per rimuovere la miseria che Joséphine inizia a ballare e a esibirsi in piccoli numeri: fa smorfie, fa la pagliaccia, tira fuori la lingua, fa gli occhi storti o a palla. Sono giochi, ma preannunciano le sue future esibizioni a teatro e tradiscono senza alcun dubbio il suo autentico talento. Joséphine dimostra già a questa età un carattere molto deciso, da dura, ma nel contempo simpatico e solare. La sua carriera artistica ha inizio sotto un tendone improvvisato. Viene poi ingaggiata da un piccolo teatro ambulante. Lavora a New Orleans, e successivamente sbarca a quindici anni a New York. Qui  si farà conoscere e apprezzare nel suo primo spettacolo a Broadway, Shuffle Along: ha sedici anni.

A venticinque anni arriva a Parigi, con la Revue nègre, simbolo esotico dell’età del Jazz. Parigi non è l’America, la segregazione non esiste, ma gli spettacoli messi in scena sono l’espressione degli stereotipi vigenti nei confronti dei neri, retaggio di un colonialismo con il quale l’Europa si troverà a fare i conti. Parigi è la sua scuola, il Théâtre des Champs-Élysées è l’università dove imparerà tutto e dove darà il meglio di se stessa. Qui sarà amata, lusingata, idolatrata. I suoi sono balli innovativi e sensuali, realizzati in un’epoca in cui solo mostrare le gambe veniva censurato in nome del pudore. Parte in  questi anni in tournées per tutta l’Europa – sempre accompagnata da un leopardo, che terrorizzava l'orchestra e faceva fremere di paura il pubblico – per poi tornare a Parigi dove si lancia nella canzone e nel 1931 consegue uno strepitoso successo con J'ai deux amours di Vincent Scott. Indimenticabili sono anche La Petite Tonkinoise e Yes, we have no Bananas, che cantava nuda, o La canne à sucre, che mandavano in delirio il pubblico.

Joséphine si rende conto della differenza fra Europa e Stati Uniti, sotto tutti i punti di vista, ed è consapevole di poter essere più incisiva sui palcoscenici europei.  Il suo successo è straordinario, balla davanti ai reali d’Europa, conosce Le Corbusier, che crea un balletto per lei, Pirandello che le vorrebbe dedicare una commedia, debutta poi in Sud America e le viene proposto anche di fare del cinema (le interpretazioni più note sono Zouzou Principessa Tam Tam).

I suoi spettacoli sono molto moderni, arditi, mai volgari. In questi anni Joséphine consolida non solo il suo carattere volubile e volitivo, ma anche la grande umanità che la porta, per esempio, a trascorrere il Natale, a Parigi, con gli anziani dei quartieri poveri, sempre con ironia e freschezza, cifra costante della sua esistenza anche nei momenti più bui. E si innamora, ricambiata, di un nobile siciliano, il conte Abatino, chiamato Pepito, la prima relazione stabile alla quale si abbandona con tutta se stessa. Nel momento in cui decide di partire per una tournée a New York, la situazione con Pepito precipita, i due si lasciano. In seguito affermerà di aver vissuto due crolli: uno, appunto, a New York, nel 1936, e uno nel 1968, quando perderà il castello di Milandes.

Gli anni successivi la vedono ancora sulla cresta dell’onda soprattutto in occasione degli spettacoli in onore della Mostra Universale di Parigi del 1937. Sul fronte sentimentale c’è il matrimonio con J. Lyon, industriale ebreo, ricchissimo, dal quale però divorzierà quasi subito, in seguito alla perdita del loro figlio.

Nel frattempo è scoppiata la guerra. La drôle de guerre, come verrà inizialmente chiamata. Il clima nei Paesi dove Joséphine si esibiva con grande libertà e disinvoltura cambia improvvisamente. Mentre la guerra ormai imperversa, si ammala, in Marocco, dove resta ricoverata per 19 lunghi mesi. La salvano il suo ottimismo e il suo immancabile buon umore. Guarita, si mette subito a disposizione del suo Paese, quasi a volere in questo modo ricambiare tutto quanto la Francia le ha dato: entra nei servizi segreti e diventa una militante, con il grado di luogotenente, della Francia libera, partecipando a missioni rischiose in tutta Europa. Inoltre canta e si esibisce gratis per i soldati e finanza la Resistenza. I quattro anni trascorsi in Nord Africa  sono cruciali per la vita del luogotenente Baker dello stato maggiore del Generale de Gaulle, che la decora con la Légion d'honneur.

Dopo la guerra, la ripresa non è facile, ma ugualmente Joséphine riesce a tornare alla ribalta, sostenuta dal nuovo compagno, Jo Bouillon, direttore d'orchestra, che sposa nel giugno del 1946, l’amore più sincero della sua vita, con il quale condividerà tanti sogni, alcuni realizzati, altri naufragati miseramente.  Non avendo potuto avere figli (due aborti la prostrarono molto), l’idea della famiglia universale, di adottare tanti bambini di lingua, razza e religioni diverse occupa a tempo pieno questi anni: vuole seppellire il razzismo sotto l’ideale di una tribù “Arc-en-ciel”. Il 4 settembre 1949 viene inaugurato Milandes, il favoloso castello dove abiteranno lei e Jo con tutti i loro figli, un modello di convivenza civile e pacifica. Sono gli anni che preludono le grandi lotte contro la segregazione razziale e Joséphine è in prima linea, facendo leva sulla sua fama internazionale e sulla sua incredibile capacità di realizzare i sogni più irrealizzabili. Deve però lavorare molto, sempre in giro per il mondo, per finanziare le sue imprese.

Di nuovo negli USA negli anni Sessanta, profondamente partecipe del movimento per i diritti civili degli afroamericani, si rifiuta di danzare di fronte ad un pubblico segregato, boicottando teatri e music hall e diventando uno dei primi artisti di colore a esibirsi per un pubblico integrato. È  l’unica donna a pronunciare un discorso alla marcia su Washington, insieme a Martin Luther King, per il lavoro e la libertà, nel 1963, di fronte a una folla di 250.000 persone: “Sapete che ho sempre scelto la strada più difficile. Diventando vecchia, sicura di averne la forza e la capacità, ho preso quel sentiero difficile e ho cercato di renderlo un po’ più facile. Volevo renderlo più facile per voi. Voglio che abbiate l’opportunità di fare tutto quello che ho fatto io, senza che siate obbligati a scappare per ottenerlo". Joséphine non milita solo a parole e tutti i suoi spettacoli rappresentano un sostegno alla lotta: “Io credo di avere una missione su questa terra, quella di aiutare i popoli a diventare amici e a fare in modo che capiscano prima che sia troppo tardi…”. Qualcuno ha affermato che se il cammino della liberazione è stato un po’ più facile lo si deve anche a lei, al suo coraggio, alla sua perseveranza.

Ma la sua vita ormai è in Europa, insieme alla sua famiglia, sempre più numerosa e impegnativa, sempre alla ricerca di finanziamenti per mantenere il sogno di Milandes. Sono anni difficili, difficilissimi talvolta, nei quali Joséphine conosce anche il fallimento, la povertà. Combatte con un’energia che le scaturisce dall’anima, contro la malattia, tornata ad aggredirla, contro i creditori, contro il dolore della fine della relazione con Jo dal quale però non si separerà mai ufficialmente, in nome della loro famiglia universale.

Negli ultimi anni assume un ruolo importante l’incontro, l’amicizia e il sodalizio con Grace Kelly, già principessa di Monaco, che apprezza il suo talento e l’aiuta concretamente. Ma c’è anche il riconoscimento istituzionale da parte della Francia, nella persona dell’allora presidente della repubblica, V. Giscard d’Estaing, che in un famoso telegramma scrive: “Nel rendere omaggio al suo talento universale e nell’esprimerle la riconoscenza della Francia il cui cuore ha così spesso battuto insieme al suo, le invio, cara Joséphine, i miei più amichevoli auguri in occasione delle nozze d’oro (1925-1975) che Parigi celebra con lei” Joséphine continuerà a cantare e a ballare fino all’ultimo (sessantotto anni), instancabile, allegra, piena di sogni e di forza.

Il 12 Aprile del 1975 muore in seguito ad un’emorragia cerebrale. I funerali, a cui partecipano ventimila persone, si svolgono a Parigi nella chiesa della Madeleine e Joséphine viene poi sepolta nel cimitero del Principato di Monaco.

Il 30 Aprile 2021 viene simbolicamente accolta (prima performer e prima donna nera) nel Pantheon di Parigi. Josephine Baker è anche la prima persona nata negli Stati Uniti a ricevere la più alta onorificenza francese, a riguardo Emmanuel Macron la definisce "una donna la cui intera vita è stata dedicata alla ricerca della libertà e della giustizia".


Colette (propr. Colette, Gabrielle-Sidonie)

Scrittrice francese, nata a Saint-Sauveur-en-Puisaye (Yonne) il 28 gennaio 1873 e morta a Parigi il 3 agosto 1954. Autrice di romanzi di successo, molti dei quali portati sullo schermo, lavorò per il cinema soprattutto come dialoghista. La potenza del suo stile naturale fu una forma di 'contro-Novecento', un'alterità assoluta rispetto alle inquietudini del secolo: fu infatti capace di reinventare una 'commedia umana' attraverso la messa in scena di un autobiografismo radicale, giocato fra menzogna, invenzione e la scoperta di lancinanti verità. Il suo essere spregiudicata non fu mero vitalismo o femminismo ante litteram, ma piuttosto un'intuizione alla Balzac, il feroce pudore per una realtà che solo nel romanzo diventa poesia.Iniziò l'attività di scrittrice pubblicando con il nome di Willy (solo dal 1916 si firmò Colette) e scrivendo in collaborazione con il suo primo marito, Henri Gauthier-Villars. Ottenne il successo con la serie di Claudine (1900-1903) cui seguirono Dialogues de bêtes (1904), La vagabonde (1910), Le blé en herbe (1923), La chatte (1933). Dopo essersi dedicata al teatro, in qualità di autrice e critica, nonché come attrice (esordì nel 1906 in una pantomima di F. De Croisset e Nouguès), avviò un rapporto non casuale con il cinema. Dal 1916 al 1919 tenne la rubrica di critica cinematografica sulla rivista "Film", sapendo "riconoscere, in un'arte che troppo spesso si limitava a riprendere quanto avveniva sul set, l'originalità e la grandezza di Ince, Griffith e Abel Gance" (Pichois, 1984, p. XVI). Nel 1916 fu realizzato il film Minne, tratto dal suo romanzo L'ingénue libertine e diretto da Jacques de Baroncelli, di cui fu protagonista Musidora, stella del cinema muto francese. Fu questa attrice a imporre la sceneggiatura, tratta dall'omonimo romanzo di C. e a cui lei stessa collaborò, di La vagabonda (1917) diretto da Eugenio Perego (di cui fu realizzata una nuova versione, con i dialoghi curati da C., nel 1931: La vagabonde diretto da Solange Bussi) e a commissionare poi a C. un soggetto originale, La flamme cachée (1918) diretto dalla stessa Musidora e da Roger Lion. Storia melodrammatica in cui una ragazza sposa un ricco compagno di studi invece del ragazzo povero che ama: comincia dunque a rovinare il marito, sperando di spingerlo al suicidio, ma muore lei stessa in un'esplosione. C. curò quindi i dialoghi dell'edizione francese, Jeunes filles en uniformes, del film Mädchen in Uniform (1931; Ragazze in uniforme) di Leontine Sagan; nel 1934 lavorò ai dialoghi di Lac aux dames (Il lago delle vergini) di Marc Allégret, e l'anno seguente partecipò, come consulente e dialoghista, all'adattamento del suo L'envers du music-hall per Divine (1935) di Max Ophuls. In seguito curò i dialoghi dei film, entrambi tratti da sue opere, Gigi (1949) di Jacqueline Audry e Chéri (1950) di Pierre Billon. Nel 1951 collaborò con Yannick Bellon alla regia del mediometraggio Colette, basato sulla sua vita.Numerosi i film tratti dai suoi romanzi, a cui C. non lavorò direttamente: Claudine à l'école (1937) di Serge de Poligny; due film diretti da Jacqueline Audry e adattati da Pierre Laroche: Minne, l'ingénue libertine (1950) e Mitsou (1956); Julie de Carneilhan (1950; Il mio uomo sei tu) di Jacques Manuel; L'invidia (tratto da La chatte), episodio di I sette peccati capitali (1953) di Roberto Rossellini; Le blé en herbe (1954; Quella certa età) di Claude Autant-Lara; e infine un nuovo adattamento (che si rifaceva alla commedia scritta da Anita Loos e ispirata al romanzo di C.) di Gigi per l'omonimo film del 1958 diretto da Vincente Minnelli. (Treccani)


lunedì 14 aprile 2025

Mario Vargas Llosa

 


Florence NoivilleÈ morto Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura e autore di “Zia Julia e lo scribacchino”, Le Monde 14 aprile 2025

Affermava che la letteratura "ha effetti sulle nostre vite ". Perché "dissipa il caos, abbellisce la bruttezza, eterna l'attimo e rende la morte uno spettacolo" ( Elogio della lettura e della narrativa , Gallimard, 2011). Lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, uno dei massimi esponenti della letteratura ispanica contemporanea e premio Nobel nel 2010, è morto a Lima domenica 13 aprile. Aveva 89 anni.

Che il testo "agisca" su di noi è stata una rivelazione che ha avuto "all'età di 5 anni, in Bolivia". «Era il 1941, a Cochabamba, nella classe di Fratel Justiniano », ci raccontò un giorno a Parigi, nel suo elegante appartamento di rue Saint-Sulpice. Questo choc, ha insistito, è stata "la cosa più importante che gli sia mai capitata nella vita". Allora capì che una condanna poteva essere sperimentata fisicamente. Sudare sangue e acqua leggendo Les Misérables, "trascinarsi nelle viscere di Parigi con il corpo inerte di Marius sulla schiena" o ancora, con un romanzo di Alejo Carpentier, placare la paura di volare quando whisky, sonniferi e ansiolitici avevano fallito (Come ho superato la mia paura di volare, L'Herne, 2009).

Naturalmente sarà questa fascinazione per il potere magico della letteratura a spingerlo a scrivere. Impegnarsi. Per testare l'effetto delle proprie parole su sé stesso e sugli altri.

Nato ad Arequipa, in Perù, il 28 marzo 1936, Jorge Mario Pedro Vargas Llosa è l'unico figlio di Ernesto Vargas Maldonado e Dora Llosa Ureta. I suoi genitori si separarono poco dopo la sua nascita. Il bambino ha trascorso i primi anni della sua vita con la famiglia materna, tra Perù e Bolivia. Suo padre non si fa mai vedere, quindi il ragazzo cresce credendolo morto. Un giorno, però, i genitori decidono di tornare a vivere insieme e il padre riappare. Mario ha 10 anni. Incontra un essere dispotico che, quando ha 14 anni, lo manda all'accademia militare Leoncio Prado a Lima. Affinché smettesse di scarabocchiare poesie e diventasse un uomo, un vero uomo. Questa esperienza contribuisce a plasmare il suo destino. "Prima di conoscere l'autoritarismo politico, conoscevo l'autoritarismo paterno", ha affermato. Il mio modo di resistere è stato quello di dedicarmi alla letteratura.»

Vargas Llosa ha descritto magnificamente questa voce in La zia Julia e lo scribacchino (1977, tutti i libri di Vargas Llosa sono pubblicati da Gallimard). Come il giovane "Varguitas", protagonista di questa magnifica storia autobiografica, sta proseguendo lentamente gli studi di giurisprudenza e letteratura presso l'Università di San Marcos a Lima. Nello stesso periodo guadagnava qualche soldo scrivendo recensioni cinematografiche per la rivista Literatura e per il quotidiano El Comercio . Nel tempo libero si cimentò con la scrittura: i suoi primi racconti furono raccolti in Los Jefes (I padroni, 1959).

Membro della “grande famiglia” latinoamericana

Fu in questo periodo, non aveva ancora compiuto 21 anni, che nella sua vita apparve Julia Urquidi Illanes, che vide per la prima volta "a piedi nudi e con i bigodini". Julia è sua zia, quindici anni più grande di lui. Viene dalla Bolivia, dove ha appena divorziato e desidera ardentemente essere amata di nuovo. «Gli spiegai che l'amore non esisteva, che era un'invenzione di un italiano chiamato Petrarca e dei trovatori provenzali », fece dire lo scrittore a Varguitas. Come molti personaggi di Vargas Llosa, la piccante Julia non manca né di erotismo né di perversità. Ha in programma di portare il giovane scribacchino a vedere un film intitolato Madre e padrona. Presto, nel romanzo come nella vita, la zia e il nipote finiscono per sposarsi nonostante la differenza d'età, il legame familiare e la furia di chi li circonda.

Siamo alla fine degli anni '50. Vargas Llosa, che in seguito avrebbe lasciato la zia Julia per la cugina Patricia, stava per scoprire l'Europa. Prima a Madrid, dove completò gli studi e difese una tesi di dottorato sul poeta modernista nicaraguense Rubén Darío. Poi a Parigi, vinse un concorso organizzato da La Revue française , il cui premio era un viaggio in Francia. Nel 1958, poi dal 1959 al 1966, trascorse a Parigi “gli anni più decisivi della [sua] vita”. Lavora presso l'Agence France-Presse e la Radio e Televisione Francese.

Tutto lo affascina. Scoprì Beckett, Ionesco, Vilar, Barrault, il Nuovo Romanzo, la Nouvelle Vague. Paradossalmente, fu tra Londra, Barcellona e Parigi che scoprì la letteratura sudamericana. Stringe amicizia con l'argentino Julio Cortazar, il messicano Carlos Fuentes, il colombiano Gabriel Garcia Marquez alias Gabo, l'anziano ammirato, il grande amico con cui litigherà fino alla morte per una storia – su una donna? politica?... in ogni caso una storia che entrambi si rifiuteranno sempre di commentare.

"È stato a Parigi che ho scoperto di essere latinoamericano " , ha detto . Prima mi sentivo solo peruviano, senza la sensazione di far parte di una grande famiglia. Negli anni '60, questa numerosa famiglia avrebbe incarnato quello che viene comunemente definito il "boom della letteratura latinoamericana". Questo deriva da un gruppo di autori influenzati dalla letteratura occidentale e dal modernismo. Un gruppo di cui Vargas Llosa – insieme a Fuentes, Onetti, Borges, Roa Bastos… – sarà una delle figure più importanti.

Fu sempre in Europa che, nutrito da Faulkner, Flaubert e Hugo, lo scrittore scoprì Camus e soprattutto Sartre. L'autore di La Nausée lascia un segno indelebile in lui. Egli conferma che «la letteratura non può sfuggire al suo tempo ». Che «non è e non può essere puro intrattenimento». Che “le parole sono azioni” che formano le coscienze. Nutrito da queste idee, Vargas Llosa scrisse, nel 1963, La città e i cani , un romanzo ispirato al periodo trascorso all'accademia militare, che descrive la vita dei cadetti oppressa dalla disciplina. Il personaggio di Alberto, il Poeta, che vende romanzi pornografici e lettere d'amore ai suoi amici, appare già come l'emblema dello scrittore secondo Vargas Llosa. Un ribelle che ispira gli altri con la forza di reinventare la propria vita.

Un “uomo di penna”

Ben presto La città e i cani venne tradotto in una ventina di lingue. Vargas Llosa ha solo 27 anni. Seguirà un lavoro eccezionalmente profuso e abbondante. Romanzi, racconti, saggi letterari e politici, scintillanti studi accademici, teatro, memorie...: sono una trentina le opere in totale, notevoli per la finezza della loro osservazione psicologica e sociale, la sontuosità delle immagini, l'arte della polifonia, la tavolozza dei toni, di volta in volta pungenti, ironici, seri, burleschi, erotici, buffoni... Vi troviamo quelle che Vargas Llosa chiamava "autopsie di dittature" , come quella che il Perù conobbe dal 1948 al 1956 sotto il generale Odria  (Conversazione nella "Catedral", 1969) o quella imposta da Trujillo dopo il colpo di stato del 1930 nella Repubblica Dominicana (La Fête au bouc, 2002).

Esistono satire sovversive del fanatismo militare ( Pantaléon e i visitatori, 1973) o del fanatismo religioso (La Maison verte, 1966). Questioni etnologiche dove, come in L'uomo che parla (1987), Vargas Llosa esprime i suoi dubbi sul futuro delle popolazioni indigene del Perù. Ci sono anche grandi storie di utopia, come Le Paradis – un peu plus loin (2003), dove l'autore, incrociando i destini dell'attivista femminista Flora Tristan e di suo nipote, il pittore Gauguin, evoca il modo in cui due esseri libertari vivranno l'inferno dopo aver osato sognare il paradiso.

Vargas Llosa è davvero l’“uomo di penna” immaginato da Flaubert. Prova tutti i generi e sa fare tutto. La vena libertina non gli è estranea. Nei Quaderni di Don Rigoberto (1997), si sacrifica all'Eros con leggerezza e buon umore, affermando che «l'erotismo è inseparabile dalla civiltà». E nemmeno l'umorismo. In Elogio della matrigna (1988), dove racconta la storia d'amore di un ragazzino con la matrigna, riempie intere pagine di dettagli esilaranti sull'igiene intima, dalle orecchie alle ascelle, del suo alter ego Don Rigoberto.

Fu per la sua "mappatura delle strutture di potere" che gli fu conferito il premio Nobel nel 2010. Vargas Llosa potrebbe aver " preso le distanze da Sartre" , ma non esita ad esprimere la sua fede nella missione sociale dello scrittore. Una missione che ha chiarito nel 2015, quando gli è stata conferita la laurea honoris causa dall'Università di Salamanca. «Gli effetti [della letteratura] non possono essere premeditati», afferma. L'autore non ha modo di pianificare ciò che scrive in modo che il suo libro abbia conseguenze concrete sulla realtà. Ma quel che è certo è che «un popolo contaminato dalle finzioni è più difficile da schiavizzare di un popolo letterato o ignorante. La letteratura è immensamente utile perché è fonte di insoddisfazione permanente. Ci rende cittadini frustrati e recalcitranti.» Sono insoddisfatto della realtà ma libero… e quindi più capace (forse) di cambiarla.

Virare a destra, o anche all'estrema destra

Questo impegno non è puramente estetico. Come per molti autori sudamericani della sua generazione, scrittura e politica non sono mai lontane. Dopo un periodo nel Partito Comunista durante gli studi universitari, Vargas Llosa appoggiò il governo di Fidel Castro. Ma, deluso dalla rivoluzione cubana, nel 1971 ruppe con l'estrema sinistra. A poco a poco, le sue opinioni si spostano dal comunismo al liberalismo thatcheriano che lui stesso presume e rivendica.

Convinto che il sistema liberale "riduca al minimo le possibili forme di ingiustizia" e che "le libertà politiche ed economiche siano due facce della stessa medaglia" , si candidò alle elezioni presidenziali peruviane del 1990, all'età di 54 anni. Sconfitto al secondo turno da Alberto Fujimori, non cambiò minimamente le sue convinzioni, ma decise di chiudere questa rischiosa parentesi politica – che racconta in Il pesce nell'acqua (1993) – per tornare a ciò che sa fare meglio: scrivere.

Questa presa di distanza non gli ha impedito di continuare a impegnarsi pubblicamente, dimostrando gradualmente e sempre più chiaramente il suo spostamento a destra, addirittura all'estrema destra. In particolare, si è espresso a favore di Keiko Fujimori, figlia del suo ex rivale, contro il candidato di sinistra Pedro Castillo, durante le elezioni presidenziali in Perù del 2021 e ha affermato di preferire, prima delle elezioni presidenziali dell'ottobre 2022 in Brasile, una vittoria dell'allora presidente Jair Bolsonaro, "nonostante le sue buffonate" , a quella di Lula.

Ottenuto il passaporto spagnolo nel 1993, spostandosi costantemente tra due città – possiede quattro appartamenti che occupa a turno, a Lima, Madrid, Parigi e Londra –, eloquente e affascinante, continua a difendere instancabilmente le sue convinzioni. In The Discreet Hero (2013), traccia un quadro senza compromessi del Perù, criticando duramente la delinquenza mafiosa, la corruzione e la tentazione della mediocrità. In precedenza, si era recato in Africa per prendere appunti per il suo romanzo Il sogno del Celto (2010), in cui raccontava la vera storia di Roger Casement, l'irlandese che fu uno dei primi a denunciare le atrocità commesse nel Congo Belga durante il regno di re Leopoldo II.

C'era qualcosa di eccessivo e bulimico in questo lavoratore instancabile, incoronato con ogni premio possibile e iscritto ancora in vita a "La Pléiade" (2016). Grande lettore, viaggiatore e amante dell'arte, Mario Vargas Llosa è persino diventato attore a Madrid nel 2015. Con I racconti della peste , un adattamento del Decameron di Boccaccio da lui stesso ideato, ha debuttato sul palcoscenico "nonostante la paura del palcoscenico" e "la paura del ridicolo". Di questa avventura, tanto rischiosa quanto affascinante, disse in seguito: "Non ho mai avuto così tanta paura, dietro le quinte. Più paura di quando mi candidavo alla presidenza del Perù e rischiavo di essere ucciso". Ma aggiunse subito che sarebbe pronto a ritentare l'avventura, "anche strisciando ", a 90 anni.

Fino alla fine ha celebrato la finzione, rispondendo indirettamente alla domanda di Paul Valéry: "Cosa saremmo senza l'aiuto di ciò che non esiste?" Una domanda che Lui aveva simbolicamente posto in primo piano, cioè sulla porta del suo Paradiso.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2025/04/14/mario-vargas-llosa-prix-nobel-de-litterature-et-auteur-de-la-tante-julia-et-le-scribouillard-est-mort-a-89-ans_6595696_3382.html