mercoledì 21 ottobre 2026

Umberto Eco falsificato

Il falso Umberto Eco creato con l'AI: una performance che ha ingannato gli intellettuali

Finestre sull'Arte
3 ottobre 2026

Ci sono cascati tutti: una falsa Bustina di Minerva attribuita a Umberto Eco ha fatto il giro dei social, convincendo anche diversi intellettuali, tra cui anche un Premio Nobel. A crearla è stato Ciro Ascione con l'aiuto dell'intelligenza artificiale: una beffa che, proprio attraverso l'inganno, è diventata una riflessione sulla fragilità della verifica nell'era dell'IA.

Come le fausses nouvelles dei dadaisti: il falso articolo di Umberto Eco che ha circolato a lungo nelle scorse ore sui social prima di essere riconosciuto come un fake potrebbe essere considerato una specie di opere d’arte. Una falsa pagina della Bustina di Minerva, la rubrica che Umberto Eco teneva su L’Espresso, diffusa sui social network: l’immagine mostrava la pagina 114 del settimanale, datata 11 aprile 2010, con un articolo intitolato “La macchina che avrà letto tutto”, firmato per la celebre rubrica La Bustina di Minerva da Umberto Eco.

Accompagnata dalla frase “Umberto Eco aveva già capito tutto o quasi dell’intelligenza artificiale”, la notizia ha fatto rapidamente il giro del web. Per ore, lettori, docenti universitari, intellettuali e giornalisti, e addirittura un premio Nobel come Giorgio Parisi, hanno celebrato il testo come la profezia definitiva del semiologo piemontese: una visione capace di anticipare con anni di anticipo ChatGPT, le allucinazioni dei modelli linguistici, le scorciatoie degli studenti e il rischio che i contenuti sintetici inquinino il web. C’era tuttavia un dettaglio fondamentale: Umberto Eco non ha mai scritto quel testo.

Il finto articolo di Umberto Eco
Il finto articolo di Umberto Eco

A svelare la natura dell’operazione è stata dapprima una serie di verifiche condotte da testate e portali d’informazione e fact-checking come Open, BUTAC, Tlon e Mac Peer, e poi è stato l’autore stesso della bufala, Ciro Ascione, a rivendicarla come il concentrato di una temporanea alleanza tra l’essere umano che l’ha ideata e fatta circolare e l’intelligenza artificiale che è stata usata come braccio operativo della... performance. L’immagine diffusa su Facebook, malgrado la credibilità dello stile del finto Eco, presentava un’irrefutabile traccia tecnologica: l’analisi dell’immagine condotta con gli strumenti di OpenAI ha confermato che l’impaginato era stato generato mediante intelligenza artificiale. Un evidente indizio visivo tradiva la natura sintetica del documento: sotto la grande lettera “M” dell’incipit appariva una parola deformata e priva di significato, tipico artefatto grafico dei generatori d’immagini. A ciò si aggiungeva un errore cronologico decisivo: l’11 aprile 2010 cadeva di domenica, giorno in cui L’Espresso non usciva nelle edicole, rendendo del tutto inesistente la numerazione di pagina esibita. Nello stesso periodo, il 16 aprile 2010, la rivista pubblicava invece un’autentica Bustina di Minerva di Eco, intitolata “Alto medio basso”.

L’origine dell’invenzione porta la firma di Ciro Ascione, massmediologo ed ex insegnante di scuola media nato a Torre del Greco nel 1968, noto soprattutto nell’ambito del web per le sue “trollate”, come si dice in gergo tecnico, ovvero le sue azioni provocatorie condotte col mezzo digitale. Autore di volumi come La grande bottega degli orrori (1996), Videogames - Elogio del tempo sprecato (1999) e Troll - Come ho inguaiato Internet (2006), Ascione è noto fin dalla fine degli anni Novanta nei newsgroup italiani per le sue provocazioni telematiche, tra cui la creazione della finta Associazione Carlo Borromeo e il falso sulla morte del personaggio di Marge Simpson nel 2008. Il 1° ottobre 2026, Ascione ha pubblicato il testo della finta Bustina sulla propria pagina Facebook, trascrivendolo integralmente e presentandolo come autentico.

Al di là della falsificazione visiva, l’elemento più affascinante dell’operazione risiede nel contenuto del testo apocrifo e nella sua capacità di mimetizzarsi nello stile di Eco. Il brano immagina che le macchine del futuro non saranno supercomputer ribelli sulla scia di HAL 9000, ma dispositivi capaci di “continuare una frase” in modo plausibile. Il testo spingeva la riflessione sulle allucinazioni e sulla fabbricazione di falsi storici, mostrando come la macchina permetta di democratizzare l’inganno consentendo a chiunque di costruire dispute erudite e citazioni inesistenti. La satira tocca anche il mondo della scuola: si immaginano studenti che commissionano all’IA un tema su Giovanni Pascoli, per poi chiederle di inserire appositamente errori, banalità e opinioni personali pur di superare i controlli dei docenti. Si prefigurava infine il pericolo del model collapse, ovvero l’effetto di macchine che apprendono da testi generati da altre macchine: se nel Medioevo occorrevano secoli perché una falsa reliquia creasse una tradizione, alla macchina bastano tre pomeriggi.

Intellettuali e studiosi vi hanno creduto perché la pagina possedeva una struttura credibile del saggio di Eco: l’erudizione, i riferimenti al Medioevo, l’ironia sulla cultura di massa e la battuta finale sull’essere umano. Nei commenti e nelle analisi di fact-checking, l’operazione è stata infatti interpretata, soprattutto da BUTAC, come un’azione di arte concettuale e situazionista. Un altro dei più noti troll della rete, Ermes Maiolica, la ha definita provocatoriamente una “nuova cappella sistina del trolling”. Piuttosto che una banale bufala, il testo si è trasformato in una specie di performance in cui il pubblico colto, cadendo nell’inganno, è diventato attore protagonista di una dimostrazione sulla fragilità della verifica nell’era digitale. Una dinamica del tutto coerente con la lezione del vero Umberto Eco.

“Negli ultimi due giorni”, ha poi scritto Ascione, “un fake che ho prodotto in mezz’ora con ChatGPT sta dettando l’agenda del dibattito nazionale sull’Intelligenza Artificiale. È stato condiviso da Giorgio Parisi, Luciano Floridi, Loredana Lipperini, Andrés Neumann e tante altre persone così importanti che se organizzassero un flash mob ne verrebbe fuori la versione contemporanea della Scuola di Atene di Raffaello. Andrea Colamedici, che l’anno scorso ha sbancato con Ipnocrazia, attribuito all’inesistente filosofo cinese Janwei Xun, ha subito scritto un articolo su Tlon per debunkare il testo. Un po’ come quei bambini grassi che si portano via il pallone se non sono loro a tirare il rigore. Quasi tutti hanno attribuito l’inesistente Bustina di Eco all’intelligenza artificiale, dimenticandosi completamente dell’umano che si annidava dietro al prompt. Forse per l’elite culturale nazionale è più comodo pensare di essere stati fregati da una macchina malvagia tipo Skynet e non da un falsario che ha piegato la macchina alla propria volontà. Ma, parafrasando una scena di Boris, è meglio mantenere la discussione tra pochi amici fidati”.

“Proprio nel momento storico in cui la società si interroga smarrita su dove stiamo andando con l’AI e sulla nostra residua capacità di distinguere la realtà dalla simulazione”, ha scritto invece Ermes Maiolica, “questa pagina è arrivata come una cometa sulla terra, spazzando via in un secondo ogni piglio critico. Ed è esattamente qui che risiede l’arte autentica. Quello che i pigri liquidano con l’etichetta sbrigativa di ‘trolling’ non è altro che il situazionismo eterno, la riattivazione dell’atto concettuale necessario che scuote l’apatia della bolla culturale. In un sistema che spinge l’arte verso la mercificazione del prodotto fetish da galleria, quest’opera dimostra che l’arte autentica non si tocca, non si vende e non ha neanche bisogno di esistere fisicamente o storicamente come fatto ‘vero’. […] Eco, che alla forza del falso, al complotto e alla falsificazione dei documenti ha dedicato saggi fondamentale e romanzi come Baudolino e Il pendolo di Foucault, avrebbe applaudito a questa sovversione semiotica. Complimenti a Ciro Ascione per questo capolavoro, che forse posso definire, la nuova cappella sistina del trolling”.

Il governo della guerra ai ragazzini

Gad Lerner
Il governo della guerra ai ragazzini

il manifesto, 21 ottobre 2026

Un giorno circonderanno d’inferriate il quadrilatero milanese della moda, come già i compound di lusso a Lagos o Città del Messico? Siamo complici dei teppisti se diciamo che il 17 e 18 ottobre sotto la Madonnina si è consumata violenza in miniatura?

Un milione di danni, suvvia, deprecabile ma incomparabile alla violenza quotidiana teorizzata via social e messa in pratica dai potenti della terra. Capi di Stato e tecnocrati che detengono le armi vere e teorizzano di remigrare nei Paesi degli antenati una quota dei loro concittadini in quanto «spazzatura», «zombie», «invasori».

Sarebbe da liquidarsi alla voce «militari in passerella», come i Lince che fanno bella mostra della propria inutilità fuori dalle stazioni ferroviarie dacché la destra governa, anche l’invio di cinquecento rinforzi dopo le vetrine mandate in frantumi nella Milano fashion che amiamo, ci mancherebbe, con tutti i suoi stranieri visitatori ricchi e, assai più numerosi ma essenziali, residenti poveri. Purché tale spedizione non sia il preannuncio di un’applicazione all’italiana del modello Trump: l’esercito non può fare rastrellamenti.

LA FACCIA FEROCE esibita dal governo distoglie l’attenzione non tanto dai suoi modesti risultati in materia di ordine pubblico, quanto dalla realtà che tutti ci ha lasciati sbigottiti: non sappiamo null’altro degli sconosciuti devianti acciuffati nel centro di Milano eccetto la precocità.

Mai vista nel secolo scorso, dal ’68 al ’77, una rivolta i cui primattori fossero adolescenti. Under 18 per nulla bisognosi di cattivi maestri perché le assemblee, gli scioperi, i cortei, tanto meno gli opuscoli celebrativi del fascino dei passamontagna calati sul volto, mica rientrano nel loro alfabeto. Hanno imparato già da bambini quel che pubblicitari, stilisti, musicisti, atleti vanno ripetendo nel loro stesso gergo: vince ciò che «spacca». Da qui l’idea del saccheggio come unica protesta efficace, illusione momentanea di riscossa dei poveri, rivalsa sull’indigenza: «Quella borsa in vetrina costa più di quanto mio padre guadagna in un mese».

STIAMO PARLANDO difatti dei figli dell’«infrastruttura paraschiavistica» (copyright Luca Ricolfi) divenuta componente strutturale del sistema economico italiano, dalla logistica ai servizi di cura, dal caporalato alla catena dei subappalti. Fin dall’infanzia conoscono l’ingiustizia sociale e l’ostracismo culturale, impresso su di loro come un marchio. L’aver vissuto direttamente o nella biografia dei genitori la privazione dei diritti di cittadinanza li fa inoltre sentire parte di una comunità mondiale che trova il suo simbolo nella tragedia dei palestinesi di Gaza.

Raccolgono in modalità spaccatutto un guanto di sfida che altri hanno sistematicamente lanciato contro di loro, i «maranza», le «baby gang», terminologia del disprezzo adottata ormai non solo dalla (ex) grande stampa ma anche dal Viminale e da palazzo Chigi.

Per trent’anni abbiamo tirato sospiri di sollievo perché nelle città italiane l’immigrazione non dava luogo a conglomerati urbani paragonabili alle banlieues francesi (è del 1995 il film L’odio di Mathieu Kassovitz) ma nel frattempo politica urbanistica e propaganda xenofoba lavoravano insieme per ghettizzarne le seconde generazioni. Il governo Meloni, infine, ha fatto della «guerra ai ragazzini» una sua ragion d’essere. Ce la siamo dimenticata la grande Operazione Antimaranza del 20 luglio scorso, chiamata proprio così in un video trionfale rilanciato dalla premier? In un solo lunedì arrestati 539 giovani per poi il giovedì successivo decretare l’abbassamento a 14 anni della procedibilità penale. «È un principio che vogliamo affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni», proclamava Giorgia Meloni. Oggi sembrano le parole famose.

NON APPAGATA, il 20 settembre, dal palco della festa della Gioventù Nazionale intitolata «Il tempo del coraggio», Meloni annunciava con finto sdegno il decreto che impone un tetto del 30% agli studenti stranieri in classe: «Non esiste, non esiste che in una classe italiana a sentirsi nell’angolo siano bambini italiani perché sono divenuti una minoranza!».

Vogliamo farla così fessa da pensare che provocazioni del genere non urtassero la sensibilità dei bersagli verso cui aizzava il rancore del suo elettorato? Diciamo almeno che lo sconquasso del 17 ottobre non è giunto come un fulmine a ciel sereno.

P.S. Lo so, non ho ancora scritto la parola «condanna». Se la aggiungo solo in fondo non è perché giustifico l’aggressione alle forze dell’ordine, il furto e i danneggiamenti. Ma perché questi ragazzini andavano rispettati prima che si rendesse necessario punirli.


La deriva autoritaria in Francia

Thomas Legrand
Deriva autoritaria, continuazione: Gérard Larcher sta valutando la possibilità di vietare LFI
Libération, 20 ottobre 2026

 La destra sta perdendo la calma. Alcuni parlano dell'inizio di una guerra civile, ma nessuno in quello schieramento ha nulla da dire sulla ben documentata violenza della polizia. E ora, il solitamente placido e misurato Gérard Larcher, Presidente del Senato, l'assemblea che dovrebbe rappresentare la moderazione repubblicana, dichiara in un'intervista a Le Figaro , riguardo all'idea di sciogliere il partito il cui leader principale è considerato un potenziale finalista presidenziale: " La questione si può sollevare [...] Siamo riusciti a sciogliere Generation identitaire [un gruppo di estrema destra] e La Jeune Garde [un movimento di estrema sinistra]. LFI è un partito politico che contribuisce all'espressione della nazione. Lo capisco. Ma ha una grande responsabilità per l'incitamento all'odio ". 

Gérard Larcher sta riproponendo un riflesso ottocentesco, contrapponendo il partito dell'ordine al partito della piazza, con l'idea assolutamente assurda e lesiva delle libertà di considerare la messa al bando di un'organizzazione politica rappresentata nell'Assemblea Nazionale. Seguendo Bruno Retailleau , Larcher parla di mettere al bando La France Insoumise (LFI) perché i suoi membri credono che "la polizia uccida". Jean-Luc Mélenchon e i suoi sostenitori si appropriano, come slogan scioccante, dei numerosi studi accademici che dimostrano come l'organizzazione della polizia, l'attuale dottrina del mantenimento dell'ordine e il declino della polizia di prossimità abbiano reso questa istituzione un'organizzazione il cui stesso sistema alimenta la brutalità poliziesca . La LFI viene criticata per aver alimentato le fiamme appoggiando le rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori e non condannando i blocchi stradali o gli slogan di protesta oltraggiosi come ACAB (All Cops Are Bastards - Tutti i poliziotti sono bastardi) .

Fantasie

Tutte queste accuse dipingono un quadro a metà tra realtà e fantasia , ma certamente non sufficiente a giustificarne lo scioglimento. La realtà è che LFI è un partito con un discorso radicale, a volte brutale, e una pratica politica basata sul conflitto. Questo modo di fare politica può essere criticato e contrastato. E lo è ampiamente, anche a sinistra. Ma se il radicalismo e la violenza della sua retorica sono motivi sufficienti per metterlo al bando, allora basta accendere per qualche minuto un qualsiasi telegiornale e ascoltare i portavoce del Raggruppamento Nazionale per concludere che questo partito, così come quello di Eric Zemmour, dovrebbe essere messo al bando. Anche le dichiarazioni rilasciate dalla destra in generale fin dagli albori del movimento, e dal Presidente del Senato in particolare riguardo a LFI, sono intrise di fantasia. Affermare che questo partito sia il burattinaio degli studenti delle scuole superiori, degli studenti universitari e soprattutto della popolazione delle periferie è un'illusione che, in realtà, non fa che rafforzare l'influenza di La France Insoumise (LFI), così designata come l'unico sbocco politico per una gioventù che deve trasformare la propria rabbia e le proprie aspirazioni in proposte politiche. Ma se questo movimento studentesco delle scuole superiori, pur radicale, sventola bandiere tricolori e canta la Marsigliese, è perché, a differenza di tanti altri movimenti "di sinistra" del passato, si inserisce in una cornice repubblicana, anche grazie a LFI.

Quest'idea, priva di qualsiasi fondamento giuridico valido, di sciogliere LFI (La France Insoumise), un'idea che verrebbe certamente respinta dal Consiglio di Stato, segna la quasi totale convergenza tra destra ed estrema destra . L'altra idea, diffusa nella destra dal 17 ottobre, secondo cui il caos è dovuto in gran parte all'"immigrazione di massa" e non alla ghettizzazione spaziale che ha relegato generazioni di discendenti di immigrati ai margini della prosperità, ci convince definitivamente che la destra si sta schierando dalla parte della soluzione autoritaria . Se persino Gérard Larcher si unisce a questo coro, significa che il dado è tratto: destra ed estrema destra sono ormai nello stesso campo, sulla stessa strada verso l'erosione delle libertà civili .


Giorgia Meloni. La leggenda

Allan Kaval
Giorgia Meloni, una storia personale al servizio di un'ascesa politica senza precedenti

Le Monde, 21 ottobre 2026

Giorgia Meloni ha spesso raccontato la scena dell'incendio durante la sua carriera che l'ha portata a capo del governo italiano, conducendo per la prima volta al potere la famiglia post-fascista. Ancor più frequentemente, anche la sorella maggiore Arianna, sua vice nel partito di estrema destra Fratelli d'Italia, ha ripetuto questo racconto. Incoerente e inverosimile, la storia è stata smentita dai giornalisti di Domani e La  Repubblica , che hanno intervistato i vicini e hanno riportato che la madre delle sorelle Meloni aveva venduto l'appartamento nel 1984 realizzando un notevole profitto.

La storia delle focose sorelle che avrebbero preso il controllo del Paese è, in ogni caso, parte integrante della mitologia di Giorgia Meloni. Unica premier ad aver raggiunto una tale longevità – giovedì 22 ottobre festeggerà il quarto anniversario del suo insediamento – è anche l'unica leader politica italiana ad aver scritto, come Silvio Berlusconi prima di lei, la propria leggenda: una storia intessuta di battaglie, simboli e fatti edificanti, in cui l'eroina svantaggiata ha dovuto affrontare venti contrari.

"Questa non è finzione."

Questo amore per la narrazione, forse l'ha ereditato dalla sua famiglia. Accanto alle sue attività immobiliari – di cui Giorgia Meloni non parla mai – sua madre ha scritto decine di romanzi rosa. Quanto alla famiglia paterna – di cui non fa menzione – è composta da attori, costumisti e scenografi per l'industria cinematografica. Giorgia Meloni ha quindi dato forma alla sua saga personale con l'autobiografia * Io sono Giorgia* , pubblicata nel 2021 (Rizzoli). Con 170.000 copie vendute, il libro ha accompagnato la sua ascesa al potere. Il racconto dell'incendio costituisce il primo episodio. Il secondo – ancor più decisivo – si svolge dieci anni dopo.

Nel 1992, l'incendio divampò in tutta Italia. Il mondo politico fu devastato da un immenso scandalo di corruzione. La mafia scatenò una guerriglia contro lo Stato, assassinando giudici e piazzando bombe. A Roma, Giorgia Meloni volle impegnarsi per il suo Paese e si rivolse all'unico partito risparmiato dall'incendio: il Movimento Sociale Italiano (MSI), fondato nel 1946 dai sopravvissuti all'ultima e sanguinosa incarnazione del fascismo, la Repubblica Italiana di Salò (1943-1945), uno Stato residuo sotto il dominio nazista.

La scena cruciale si svolge davanti alla ormai celebre "porta blindata della sezione del Fronte Giovanile [nel quartiere Garbatella ]" , dove una fragile quindicenne, Giorgia Meloni, bussa, trovando ben presto una "seconda famiglia ", più maschile. Fabio Rampelli lo conferma nel suo ufficio di vicepresidente della Camera dei Deputati, dove riceve i visitatori con affabilità e un pizzico di nostalgia: "Non è finzione. È successo davvero così".

Siamo propensi a crederci. Perché Fabio Rampelli, di diciassette anni più grande di lei, è stato l'incontro più importante della carriera di Giorgia Meloni. Nel 1992, era il capo di una delle sezioni romane del Fronte Giovanile, il Colle Oppio, che aveva sede vicino al Colosseo e dove lei avrebbe formato la guardia pretoriana che la circonda ancora oggi, di cui sua sorella Arianna è un membro chiave.

Anche qui, il luogo racconta storie. Scavata nella roccia umida, la sede del clan del Gabbiano – come si facevano chiamare Giorgia Meloni e i suoi compagni attivisti – si trova sulle rovine della Domus Aurea, l'antica residenza di Nerone, l'imperatore incendiario, a cui la scrittrice francese Hélène Frappat dedicò il nome dell'eroina di un romanzo intriso di fiamme e ispirato a Giorgia Meloni ( Nerona , Actes Sud, 2025). L'edificio servì anche da rifugio dopo la guerra per gli italiani sfollati dall'attuale Croazia, cacciati dai partigiani comunisti di Tito – un ricordo doloroso perpetuato dai neofascisti.

Secondo la leggenda, Colle Oppio fu la prima sezione neofascista dell'MSI a Roma, nel 1946. Ma, «quando arrivai nel 1980, la sezione era considerata maledetta. Era stata quella di Stefano Recchioni, uno dei nostri 23 militanti uccisi dall'estrema sinistra negli anni '70 », racconta Fabio Rampelli, che ne fece il trampolino di lancio di un singolare progetto politico.

Ammiratrice di Mussolini

A Colle Oppio, il corno risuona in omaggio ai martiri. Ma senza dimenticare, vogliono voltare pagina su questo decennio violento, segnato da scontri politici armati, manovre opache e attentati mortali. Celebrano e, soprattutto, leggono, in particolare letteratura fantasy, con Il Signore degli Anelli (1954) dello scrittore britannico J.R.R. Tolkien , libro da comodino di Giorgia Meloni, come opera chiave. Il testo offre una linfa vitale senza pari per l'attivismo: la potenza epica di una lotta contro il male assoluto, condotta da un piccolo gruppo di combattenti – eterogeneo ma affiatato – una comunità con cui si identificano i Gabbiani di Fabio Rampelli, il cui nome è un omaggio a un altro romanzo, Il gabbiano Jonathan Livingston (1970) dello scrittore americano Richard Bach.

La Roma degli anni '90, divisa in quartieri nettamente di sinistra e di destra, è la loro terra di mezzo. Nel 1993, tappezzarono la città di manifesti elettorali per il loro leader, Fabio Rampelli, candidato alle elezioni comunali, con lo slogan "Rabbia e Amore " . "Sono stato il primo a parlare di amore in politica ", affermò. All'epoca, la giovane Giorgia Meloni era una dichiarata ammiratrice di Benito Mussolini. Ma l'ambizione di Fabio Rampelli era quella di trasformare "l'antropologia dell'attivista di destra italiano " .

Sulla parete del suo ufficio alla Camera dei Deputati, un quadro raffigura gli eroi del Signore degli Anelli che marciano uno dopo l'altro verso il Monte Fato, il vulcano dove lo hobbit Frodo, accompagnato dal suo fedele Sam, deve lanciare l'anello del potere che corrompe. Fabio Rampelli dice di rivedersi nel personaggio del cavaliere Aragorn, ma di sentirsi più affine a Gandalf, un mago capace di operare trasformazioni. «Ho visto arrivare una Giorgia brillante, intraprendente, dinamica e cordiale, ma anche molto seria... C'erano altri giovani altrettanto brillanti. Ma ho capito che lei aveva qualcosa che nessun altro aveva: minuta, bionda e spiritosa, avrebbe potuto trasformare definitivamente l'immagine della nostra destra », ricorda.

Riferendosi alla sua testa calva e al fisico atletico, Fabio Rampelli ha ironizzato: "Se mi chiamate fascista, ci metterò due ore a convincervi del contrario. Se chiamate fascista una giovane donna come Giorgia, vi renderete solo ridicoli. Mettere una come lei a capo del nostro partito cambierebbe tutto. Nessuno ha mai visto niente di simile. Quindi punto tutto su di lei."

Record per la precocità

Nel 1998, a soli 21 anni, Giorgia Meloni fu eletta al Consiglio provinciale di Roma. Nel 2004, con i Gabbiani, prese le redini del movimento giovanile del partito e attirò l'attenzione del presidente Gianfranco Fini, che aveva sciolto l'MSI nel 1995 per creare Alleanza Nazionale e voleva prendere le distanze dal suo passato neofascista e allinearsi alla destra tradizionale. Ventidue anni dopo, anche lui conserva un vivido ricordo di Giorgia Meloni. "Mi feci portare la registrazione del suo discorso del 2004. Era straordinario ", racconta, ancora pieno di ammirazione, nel bar di un grand hotel vicino alla Camera dei Deputati. Prima di continuare: "Giorgia era la migliore della sua classe. Lavorava incredibilmente sodo, ma aveva sempre paura di non essere all'altezza. Demagogia, propaganda... sì. Ma sapeva il fatto suo".

Così, già nel 2006, Gianfranco Fini, ex protetto del dirigente fascista Giorgio Almirante, la nominò vicepresidente della Camera dei Deputati, sperando di superare in astuzia i suoi luogotenenti fin troppo ambiziosi. Non si sarebbero forse resi ridicoli sfidando la posizione di una donna di 29 anni che era appena diventata la più giovane parlamentare nella storia della Repubblica Italiana? Due anni dopo, nominata Ministro della Gioventù nel governo di Silvio Berlusconi, avrebbe battuto il record di precocità per un ministro.

Pur essendo in debito con lui, Giorgia Meloni ha comunque intrapreso la propria strada. Riconoscendo la "differenza antropologica" che la separava dai sostenitori dell'imprenditore Silvio Berlusconi, che aveva annesso e dominato completamente la sua famiglia politica, l'erede dei "martiri" neofascisti degli anni Settanta e della saga dei Gabbiani ruppe con l'ex MSI nel 2012. Fondò quindi il suo partito, Fratelli d'Italia.

Saranno solo una manciata sotto la galleria Alberto Sordi, vicino alla Colonna di Marco Aurelio, nel freddo romano del 21 dicembre, solstizio d'inverno, per annunciarne la nascita. Il loro partito otterrà solo il 2% dei voti alle elezioni del 2013. Ma il loro logo ha riacceso la fiamma tricolore, la bandiera dell'MSI che Gianfranco Fini aveva bandito nel 1995 e che, in Francia, ispirò il Fronte Nazionale, ora Rassemblement National.

I portici sotto i quali Giorgia Meloni ha aperto questo nuovo capitolo sono a pochi passi da Palazzo Chigi, sede del Presidente del Consiglio. Le ci sono voluti meno di dieci anni per varcarne la soglia, il 23 ottobre 2022. La sera della sua vittoria, la sorella Arianna ha scritto su Facebook: «Ti accompagnerò sul Monte Fato per gettare quest'anello nel fuoco, come Sam con Frodo, sapendo che non sarà la mia storia a essere raccontata, ma la tua, perché è giusto che sia». La fiamma, sempre.

martedì 20 ottobre 2026

La cultura della destra

 

             Storia della cultura della destra

Alessio Giovagnoni
Doppiozero, 20 Ottobre 2026

È il 1973 quando il saggista Piero Meldini pubblica Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia, volume che raccoglie una serie di interventi scritti a partire dai primissimi anni del Novecento da varie figure della destra italiana, perlopiù legate al fascismo storico: Julius Evola, Giovanni Gentile, Agostino Gemelli, Giovanni Papini. Già nell’introduzione, il curatore parte da una presa di posizione impopolare: «per troppi anni si è coltivata la rassicurante leggenda di un’opposizione irriducibile fra destra e cultura, di un’intelligenza italiana di sinistra ab ovo, imbavagliata e perseguitata sotto il fascismo e in tutti i casi, dalla caduta del regime, permanentemente conquistata a idealità democratiche e di progresso».

A distanza di cinquant’anni le premesse della pubblicazione mantengono una certa attualità in quanto emblemi di un dibattito acceso, apparentemente irrisolvibile e costantemente rievocato: quello cioè del rapporto tra la destra e la cultura. In primo luogo, infatti, gli avvertimenti di Meldini sembrano non aver suscitato molti effetti. Questo almeno nel cosiddetto dibattito pubblico, dove l’altezzosità di una certa sinistra sembra ricalcare quella dell’antropologia coloniale ottocentesca che rifiutava di riconoscere nelle popolazioni extraeuropee la presenza di visioni del mondo, universi valoriali, insiemi significanti. Una postura basata sulla retorica dell’analfabetismo che fa un cattivo servizio alla causa stessa di quella sinistra in quanto le impedisce di comprendere alcune delle ragioni per cui sempre più partiti reazionari stiano conquistando l’Europa e altre parti del globo. Al contempo, è sotto gli occhi di tutti che la destra abbia un problema, o forse sarebbe meglio dire un’ossessione, con la cultura che determina una mania censoria la quale va di pari passo con un complesso di inferiorità sperimentato nei confronti degli avversari politici, e che la porta ad assumere una posizione vittimistica, nonché ad accusare il mondo delle arti, dello spettacolo e dell’editoria di agire sotto il dominio della sinistra.

Si tratta di un nodo effettivamente difficile da districare, se non altro per la stratificazione semantica che il termine cultura porta con sé. Se con questo ci riferiamo al suo livello “alto”, mi pare errato, almeno storicamente, affermare che la destra non possa contare su un bacino di intellettuali da prendere come riferimenti. Senza scendere nel dettaglio del pensiero filosofico e politico dove gli esempi sono innumerevoli, basterebbe ricordare che la Rivoluzione conservatrice era popolata da figure di altissimo spessore letterario come Stefan George, Hugo von Hofmannsthal ed Ernst Jünger. Se invece intendiamo la cultura in senso antropologico quale insieme di significati articolabili e trasmissibili che comportano una determinata visione della storia, dei rapporti sociali e politici all’interno di una comunità più o meno ampia, non possiamo affermare che esista una non-cultura, e non solo nella destra. Più difficile da districare e sfaccettato è il problema della cultura di massa e dell’industria culturale, sulle quali ci si interroga da almeno un secolo e delle quali sono state date letture profondamente diverse, alcune capaci di dimostrare le coestensività tra l’universo pop e quello reazionario (Adorno e Horkheimer).

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In ogni caso, negli ultimi tempi non sono mancati studiosi che abbiano deciso di sporcarsi le mani con la cultura di destra, evitando di liquidarla come una raccogliticcia accozzaglia di slogan destinata a un pubblico di analfabeti. Penso a Il fascismo e noi di Roberto Esposito, a Tardo fascismo di Alberto Toscano e, naturalmente, al libro di Valerio Renzi Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango, 2025). Tre lavori diversi che condividono però almeno un presupposto: per comprendere le destre contemporanee e in una certa misura il loro successo, bisogna avere il coraggio di addentrarsi nei loro universi simbolici, nelle loro letture, nelle loro ossessioni e nelle strutture materiali che consentono a queste idee di circolare. Un compito tanto più urgente oggi che gli eredi diretti del Movimento Sociale Italiano o gli ex militanti delle organizzazioni neofasciste occupano Palazzo Chigi e gestiscono ministeri, televisioni, musei e istituzioni culturali.

La ricostruzione realizzata da Valerio Renzi, che nasce come esito di una rubrica online dedicata alle culture di destra, ha una serie di meriti e innanzitutto quello di saper unire un linguaggio divulgativo a una trattazione seria e approfondita degli argomenti. Inoltre, è importante che il suo excursus dedicato al caso italiano cominci dalla «catastrofe» del 1945, quando gli sconfitti della RSI devono trovare un modo per sopravvivere in una Repubblica edificata formalmente sui valori della Resistenza. Se in questo frangente i quadri del MSI cercano di mantenere un profilo istituzionale arrivando ad abbracciare perfino l’atlantismo (è il caso del segretario Michelini), e mantengono un universo simbolico monumentale e nostalgico, la componente giovanile guidata da Pino Rauti inizia a sviluppare una forte componente autoriflessiva e a delineare un immaginario politico inedito volto a mobilitare le nuove generazioni. È grazie alla presenza di Julius Evola e alla sua biblioteca densa di riferimenti intellettuali estranei alla cultura del fascismo mussoliniano che continuano tuttora a costellare le pubblicazioni dell’editoria dell’estrema destra (ad esempio gli esponenti della Rivoluzione conservatrice, i controrivoluzionari cattolici, o figure come il leader della Guardia di ferro rumena Corneliu Codreanu), che può nascere Ordine Nuovo. Il gruppo dà vita a una nuova mitologia reazionaria fondata sul disprezzo per l’egualitarismo, sul culto della gerarchia e di comunità politico-spirituali ispirate agli ordini cavallereschi medievali, ma soprattutto sul rifiuto della modernità letta come culmine della degenerazione valoriale e ultimo stadio di un presunto ciclo cosmico.

Nonostante tali aspetti siano già stati esplorati in altre sedi, gettare luce su questo momento è particolarmente importante poiché consente di comprendere come l’universo simbolico e valoriale dell’attuale destra al governo sia maggiormente legato al tradizionalismo e allo spiritualismo di Ordine Nuovo e in minor misura al fascismo storico. Sono queste le «radici profonde» a cui Renzi fa riferimento nel titolo, dalle quali provengono letture, riti, mitologie e simboli ancora presenti sia nella destra radicale sia nelle organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia. Le inchieste su Gioventù Nazionale hanno mostrato la persistenza di questo universo dietro il volto istituzionale del partito. I rituali di comunione e riproduzione dell’identità di gruppo si consumano lontano dalle telecamere, mentre in pubblico si recita il copione di una destra conservatrice pacificata con la democrazia. L’abiura pubblica serve a conquistare voti e potere; la conservazione privata dell’idea garantisce la coesione della comunità.

Se la Weltanschauung sviluppata dagli evoliani sconta il peso di proporre un estraniamento dal tempo storico – pur avendo paradossalmente corroborato forme di violenza politica basate sulla fiducia millenaria di lavorare al servizio di una nuova razza umana – alla fine degli anni Settanta la cosiddetta Nuova Destra tenta di uscire da questo recinto antimoderno sulla scorta della nouvelle droite francese. In questo senso, l’istituzione dei Campi Hobbit, la diffusione della musica alternativa e delle radio libere, il tentativo di sfruttare linguaggi contemporanei e controculturali come il fumetto, e ancora l’avvicinamento a tematiche come l’ecologia testimoniano da un lato un effettivo tentativo di svecchiamento dei propri canoni, e dall’altro, la necessità per questo universo di lavorare in senso egemonico coniando un «gramscismo di destra» capace di diffondere i propri valori in ampi strati della società. È in questo frangente che emerge quello che a mio avviso costituisce il problema centrale messo in luce dal lavoro di Renzi: la difficoltà costitutiva per una destra reazionaria di entrare nella cultura moderna e di massa, pur rifiutandone sia le premesse, sia gli esiti. Se infatti il fascismo storico aveva assimilato una consistente componente modernista pur spiritualizzandola, il neofascismo si ricollega alla radice genetica antimoderna della destra controrivoluzionaria. La domanda allora è se sia possibile intervenire nella formazione del senso comune senza rinunciare a un patrimonio fondato sulla gerarchia, sull’antiegualitarismo e sulla contestazione della modernità politica. E la risposta sembra essere negativa. Secondo Renzi questa dinamica è emersa con particolare evidenza con il  berlusconismo il quale ha sì sdoganato a livello istituzionale postfascisti e neofascisti, ma ha rimarcato al contempo la loro incapacità di adattarsi completamente alla cultura moderna. Mentre la destra berlusconiana, neoliberale mercantile ed edonistica, è stata capace di trasformare il desiderio in consumo e il successo individuale nell’unica forma possibile di emancipazione, gli esponenti del MSI hanno rifiutato l’antropologia prodotta dal diluvio commerciale.

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Una posizione condivisibile e attestabile sul piano storiografico, che tuttavia rischia di sottovalutare la componente reazionaria presente nella stessa cultura di massa. Furio Jesi, ad esempio, nella sua analisi della cultura di destra del 1979, aveva infatti osservato le omologie strutturali tra pensiero reazionario, immaginario borghese e industria culturale. Per Jesi la cultura di destra consiste nella trasformazione di parole, idee e immagini in materiali destoricizzati, stereotipati e immediatamente disponibili al consumo: il «linguaggio delle idee senza parole». Da qui l’accostamento tra la narrativa rosa di Liala, dominata dal lusso materiale di ville, pellicce e automobili, e il lusso spirituale delle commemorazioni patriottiche, popolato di eroi, martiri e valori eterni. In entrambi i casi la cultura si trasforma in un insieme di feticci che suscitano adesione senza richiedere comprensione e dal quale sono state espulse le contraddizioni della storia.

Quest’ultima prospettiva consente però di stabilire un legame con quello che Renzi individua come il terreno di maggiore efficacia della destra italiana ovvero l’uso pubblico della storia. Jesi stesso aveva mostrato come la cultura borghese prima, e quella di destra successivamente, avessero costruito un passato monumentale composto da grandi uomini, poeti, eroi e martiri, le cui differenze potevano essere annullate dentro una genealogia nazionale ridotta a eterno presente. Lo stesso personaggio storico poteva così essere celebrato attraverso contenuti ideologici differenti, purché la commemorazione lo spogliasse delle sue contraddizioni e lo trasformasse in una figura esemplare.

Pur muovendo da presupposti diversi, la ricostruzione di Renzi mostra la sopravvivenza politica di un procedimento analogo. Il paradigma vittimario, la centralità conquistata dalle foibe, l’inserimento dei caduti neofascisti nel martirologio nazionale, la contestazione delle verità giudiziarie sulla strage di Bologna e il progressivo indebolimento dell’antifascismo come fondamento repubblicano hanno prodotto effetti assai più profondi delle polemiche contro cantanti, scrittori e registi. La storia viene ricondotta a una contrapposizione morale tra vittime e carnefici che rende secondarie le appartenenze, le responsabilità e i contesti. Il dolore e il sacrificio permettono così agli sconfitti di essere reintegrati nella memoria nazionale senza che la comunità postfascista debba recidere il rapporto con il proprio passato.

È forse questo uno dei risultati più interessanti del libro. La destra oggi al governo continua a incontrare difficoltà quando tenta di tradurre il proprio universo simbolico in una produzione culturale capace di imporsi al di fuori della comunità militante, mentre ha dimostrato una notevole efficacia nei campi del giornalismo, della comunicazione politica e soprattutto nella ridefinizione del racconto nazionale. La tanto annunciata conquista della cultura sembra allora realizzarsi meno attraverso la creazione di nuove opere che mediante la possibilità di stabilire quali eventi debbano essere ricordati, quali rimossi e quali parole sia ormai legittimo utilizzare per raccontare la storia della Repubblica.

Identikit dei giovani arrabbiati

Chiara Sgreccia
Esclusi, senza capi, apartitici: identikit dei giovani arrabbiati

Domani, 20 ottobre 2026

Accanto al tricolore ci sono le bandiere della Palestina e dell’Albania. I ricordi della lotta partigiana e dei «nonni morti per i nostri diritti» si affiancano a quelli che sembrano ciechi richiami a disordine, rabbia e violenza contro lo Stato. Dopo La canzone del maggio di Fabrizio De André, a fare da colonna sonora ai post sui social che mostrano le immagini delle proteste del 17 ottobre a Milano, Bologna e Torino, arrivano i motivetti creati con l’Ia che rimandano «Remigrazione, unica soluzione», l’inno che ha spopolato sui social dell’estrema destra per sostenere l’espulsione dei migranti, anche se nelle piazze c’erano tanti italiani di seconda generazione.

Così, nella confusione generata dalle proteste degli ultimi giorni, sembra che uno dei pochi punti fermi da cui partire per capirne le ragioni e che cosa abbia portato alle devastazioni dei centri città ad opera di alcuni manifestanti, anche minorenni, sia il carovita. E l’incapacità del governo attuale di tutelare i cittadini, soprattutto chi è rimasto ai margini: «La gravissima situazione socio-economica che sta attraversando il Paese, caratterizzata da un insostenibile aumento del costo della vita, dal rincaro dei beni di prima necessità e dal progressivo impoverimento delle famiglie e dei lavoratori», scrive il movimento «Italia in Piazza», uno dei più conosciuti tra quelli che il 17 ottobre hanno lanciato le manifestazioni di Torino, Bologna e Milano (anche il 18 ottobre). Ma non l’unico, perché sui social la data simbolica della rivolta «per fare come in Francia» circolava da tempo ed è stata condivisa da soggetti diversi, per età, professione e appartenenza politica. Subito dopo gli scontri con le forze dell’ordine, le vetrine rotte, gli assalti a negozi e supermercati del weekend, «Italia in Piazza» si è dissociato dalle devastazioni. Non lo ha fatto il neonato «Movimento del 17 ottobre» (così giovane da essere arrivato – almeno sui social – dopo le piazze), che definisce «quella dei manganelli degli sbirri» come l’unica violenza. E che rilancia la mobilitazione «fino alla caduta di questo governo ladro» ogni sabato alle 15, in almeno otto città. Perché, si capisce dalle informazioni che condividono nel tentativo in corso di strutturarsi a livello nazionale, «violento è il sistema che uccide»: quello che nega il futuro alle nuove generazioni, «che ora vogliono riprenderselo».

A spiegare perché alla base della rabbia dei giovanissimi in piazza ci sia un patto generazionale rotto e un sistema che produce insicurezza è Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo: «Viviamo in un mondo molto complesso in cui anche questioni globali riflettono incertezza nella vita quotidiana: le tensioni legate alle guerre, al riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie, il cambiamento del mondo del lavoro. Sono tutti aspetti che pesano sul futuro di un quattordicenne o di un ventenne che, di fronte a queste grandi questioni, si sente impotente, insignificante». Per Rosina, infatti, la frustrazione determinata dall’impossibilità di migliorare la propria vita, dovuta anche al fatto che in Italia i giovani sono inascoltati e che la società non offre loro opportunità, ha portato a una scomposta esplosione di rabbia che non ha trovato altri canali positivi per potersi esprimere. Che sarebbero potuti arrivare dalla scuola o dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale. Ma non è successo. Per questo «sebbene la violenza non sia mai giustificabile è evidente che i ragazzi nelle piazze non sono nati arrabbiati. E che questo senso di frustrazione che trova sfogo nel protagonismo negativo sia cresciuto con il tempo», conclude il professore prima di evidenziare come il poco spazio lasciato ai giovani e la rottura del patto generazionale siano comuni a Italia e Francia: «Ecco perché si può parlare di movimento trasversale». E che il nostro Paese, però, avendo avuto un processo migratorio più tardivo, ha un vantaggio temporale che le permetterebbe di intervenire per tempo ed evitare gli stessi errori commessi nelle banlieue francesi, se promuovesse interventi concreti volti a risanare le fratture sociali e le disuguaglianze di partenza. Dalle parole di Rosina si capisce, quindi, che una buona parte dei giovani in piazza in questi giorni è difficile da ricondurre alle divisioni politiche a cui siamo abituati, tra destra e sinistra, visto che non trova rappresentanza nei canali politici tradizionali, usa i social come mezzo di aggregazione – probabilmente perché vivono in contesti in cui quelli fisici mancano – ed è nella fase della rabbia che precede la rivendicazione strutturata, se arriverà.

Anche secondo la filosofa e pedagogista Dafne Guida, presidente della cooperativa sociale Stripes, impegnata in progetti educativi e di aggregazione giovanile anche nell’area metropolitana milanese, la violenza non può essere spiegata attraverso le appartenenze ideologiche. È apparsa più «cieca rabbia», «priva di direzione», che ha portato alcuni manifestanti sia a saccheggiare i negozi di marca, in una sorta di esproprio proletario, sia a distruggere i libri, concretizzazione del fallimento culturale: «Ma è soprattutto il sintomo di un disagio sociale più profondo. Per strada non facciamo che assistere all'ultimo stadio di un virus che ha infettato per primo il linguaggio: una società che ha normalizzato la sopraffazione, la derisione dell'altro, fino a trasformare la violenza verbale in gesti. Per Guida, «questa rabbia ha una storia, quella del fallimento della società neoliberista che prometteva ricchezza e opportunità per tutti. Ma che non ha consentito di creare una comunità che accogliesse nel tempo i suoi giovani». Così il sistema ha progressivamente smantellato tutele e garanzie, alimentando la retorica secondo cui chi vuole può farcela, anche se non è vero: «Così nasce la violenza che, non è di destra o sinistra. È il prezzo che stanno pagando i giovani».