L’illusione dell’universale astratto: approssimazione metodologica, culto dell'ideologia e necessità di un realismo radicale
1. Il cortocircuito epistemologico: dall'approssimazione all'inefficacia
Nel campo delle scienze sociali e della prassi politica, la superficialità metodologica non rappresenta un semplice vizio di forma, ma dà luogo a un errore sostanziale che compromette l'efficacia di qualsiasi azione. Come già evidenziato da Giovanni Sartori nella sua critica al "concettualismo stiracchiato", la tendenza a dilatare le categorie analitiche per comprendere fenomeni eterogenei svuota i concetti della loro forza euristica. Quando la distinzione tassonomica viene sacrificata sull'altare di una sintesi approssimativa, il dato reale viene rimosso. Questo deficit di partenza trova terreno fertile nell’ideologia dogmatica, intesa come sistema chiuso che deforma la contingenza storica per farla aderire a schemi prestabiliti. Laddove l'ideologia pretende che la realtà si adegui alla teoria, l'azione politica si condanna all'inefficacia: si strutturano risposte istituzionali e strategiche per problemi che non esistono, lasciando mutare e proliferare le dinamiche reali che si intendeva arginare.
2. L'errore categoriale: la triade concettuale alla prova dei fatti
L’esempio più manifesto di questa cecità interpretativa risiede nella sistematica sovrapposizione tra fascismo, populismo e nazionalismo, tre categorie politologiche strutturalmente irriducibili l'una all'altra.
La storiografia e la scienza politica più rigorosa – da Emilio Gentile a Cas Mudde – evidenziano le linee di frattura tra questi concetti:
Il fascismo storico si configura come un'ideologia totalitaria, caratterizzata dal mito palingenetico della nazione, dalla liquidazione violenta del pluralismo, dalla monopolizzazione statale della società e dalla sacralizzazione della politica.
Il populismo, al contrario, è definibile come un’«ideologia dal nucleo sottile». Esso non possiede una dottrina strutturata dello Stato, ma si articola attorno alla dicotomia morale tra un "popolo puro" e un'"élite corrotta". Il populismo non persegue necessariamente l'abbattimento della democrazia liberale attraverso la violenza squadrista; spesso ne sfrutta i meccanismi elettorali per contestare gli organi di mediazione (corpi intermedi, magistratura, stampa), agendo dall'interno della cornice democratica.
Ridurre infine entrambi i fenomeni al nazionalismo significa compiere un'indebita operazione di riduzione sincretica. Sebbene il fascismo abbia sussunto il nazionalismo in chiave imperialista e bellicista, il populismo non è intrinsecamente legato alla sovranità nazionale. La storia politica offre ampi esempi di populismi di sinistra (dal peronismo storico in America Latina a realtà europee contemporanee France Insoumise, Podemos e Syriza) la cui retorica si fonda sull'inclusione socio-economica delle classi subalterne e sulla redistribuzione del potere finanziario, indipendentemente da criteri di esclusione etnica o patriottica.
3. Le conseguenze pratiche: la diagnosi errata e il fallimento delle strategie
Confondere queste categorie produce conseguenze pratiche drammatiche sul piano delle strategie e della difesa delle istituzioni democratiche.
Se le forze democratiche o i decisori politici interpretano il populismo contemporaneo esclusivamente come un "ritorno del fascismo degli anni Trenta", la strategia d'azione sarà strutturata attorno a strumenti di contenimento storico: appelli alla memoria, cordoni sanitari antifascisti o interventi giudiziari di impianto costituzionale. Tuttavia, questa strategia alla prova dei fatti si rivela debole e inefficace.
Il populismo prospera proprio sul risentimento verso l'auto-referenzialità delle élite; pertanto, l'adozione di un approccio puramente colpevolizzante o l'esclusione aprioristica dal dibattito pubblico non fanno altro che validare la narrativa populista, offrendo ai suoi leader la patente di unici e autentici rappresentanti del "popolo escluso". L'incapacità di scorgere che il populismo moderno è spesso una reazione disfunzionale alle promesse non mantenute della democrazia liberale (crisi della rappresentanza, disuguaglianze economiche, tecnocrazia) impedisce di elaborare le riforme strutturali capaci di disinnescarlo, o anche solo di proporre misure volte a combattere il disagio intervenendo sui problemi.
4. Il realismo radicale come imperativo strategico
Per uscire da questa paralisi operativa, non è sufficiente invocare un generico pragmatismo utilitario, il quale rischia di scivolare in un banale opportunismo tattico privo di visione. È necessario, invece, un approccio di realismo radicale illuminato dai valori.
Il realismo radicale impone di guardare ai fatti politici nella loro cruda, immediata ed esatta consistenza, liberi da nostalgie interpretative o lenti deformanti. Significa riconoscere le asimmetrie del presente senza la pigrizia di applicarvi i modelli del passato. Questo realismo, tuttavia, non si traduce in un cinico adattamento allo status quo, poiché trova il suo orientamento nei valori normativi fondamentali (la dignità della persona, il pluralismo democratico, l'equità sociale).
In questa prospettiva, i valori non operano come dogmi rigidi a cui forzare la realtà, ma come la stella polare che guida la scelta delle strategie più adeguate ad ogni specifica situazione. Il realismo radicale analizza le coordinate precise del terreno di scontro; i valori determinano l'obiettivo da raggiungere. Soltanto combinando la precisione scientifica dell'analisi dei dati reali con il rispetto dei principi fondativi è possibile restituire efficacia all'azione sul terreno, superando il limite storico della chiusura concettuale.
La lezione di Togliatti in materia
Durante
il VI
Congresso dell'Internazionale Comunista (Comintern),
svoltosi a Mosca tra l'agosto e il settembre del 1928,
Palmiro
Togliatti
(che all'epoca interveniva con lo pseudonimo di Ercole
Ercoli)
si oppose apertamente alla nascente dottrina staliniana del
"socialfascismo" ed evidenziò la necessità di non
appiattire tutte le forme politiche borghesi in un unico blocco. [1,
2,
3]
L'intervento
di Togliatti del 1928 rifletteva la specificità dell'analisi che il
Partito Comunista d'Italia (PCd'I) stava sviluppando sul fenomeno
fascista, e si articolava su due punti chiave: [1]
La
critica all'equiparazione meccanica:
Togliatti contestò la linea massimalista che la leadership del
Comintern (guidata da Stalin e in procinto di lanciare la politica
estremista del "terzo periodo") stava imponendo. Quella
tesi sosteneva che la socialdemocrazia e il regime liberale borghese
fossero sostanzialmente gemelli del fascismo. [1,
2]
La
distinzione qualitativa dei regimi:
Togliatti invitò i delegati a distinguere la dittatura
fascista
– intesa
come distruzione reazionaria e terroristica delle istituzioni
democratico-formali – dalle forme tradizionali dello Stato
liberale e parlamentare.
Sebbene entrambe le forme fossero per i comunisti espressione del
dominio capitalista, il leader italiano avvertiva che negare le
differenze istituzionali e storiche avrebbe impedito di comprendere
il reale funzionamento della dittatura e, soprattutto, avrebbe
isolato i comunisti dalle grandi masse dei lavoratori ancora legate
alle libertà democratiche.
Nonostante
le sue obiezioni e i tentativi di promuovere una strategia
gradualista di alleanze antifasciste, nel luglio del 1929 la linea
ultraradicale del "classe contro classe" fu formalmente
imposta a tutti i partiti comunisti, costringendo Togliatti ad
adeguarsi alla disciplina interna del Comintern per diversi anni. Le
sue tesi e la sua profonda analisi differenziata del regime
mussoliniano sarebbero tornate centrali a partire dal 1934-1935 con
la svolta dei Fronti Popolari e le sue celebri Lezioni sul fascismo.
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