Alessandro de Angelis
Il flop di Vannacci, variante macchietta nella crisi della democrazia
La Stampa, 29 settembre 2026
Neanche i fascisti sono più quelli di una volta. E per fortuna. Mettiamola così: Ciccio Franco, il capopopolo che guidò i moti di Reggio Calabria nel ’70, seminando violenza al grido di «Boia chi molla», mobilitava nelle urne più gente di Roberto Vannacci.
Per la cronaca, quando dopo la latitanza si candidò al Senato, portò il Movimento sociale oltre il 36% nel suo collegio. E va bene che le suppletive sono un appuntamento minore, anche se così non sono state vissute dai protagonisti, soprattutto a destra. Però la notizia è questa. La non brillante performance del generale dentro l’altrettanto conclamato deserto di partecipazione, di cui non si scandalizza più nessuno. Ogni volta, il tema è buono per qualche discettazione di circostanza, poi conta solo “chi” ha vinto, non “come” e “per fare cosa”.
Eppure, in un Paese normale ci sarebbe da parlare solo di questo: la democrazia è percepita come un arnese desueto. Ed è percepita così perché la politica non è più considerata uno strumento capace di incidere sulle condizioni di vita materiale. Nei talk si celebra la sua onnipotenza, anche con linguaggio marziale, nel Paese la sua impotenza. Benzinai pieni, urne vuote. Lì dove lo sconto incide sul portafoglio, giustamente ci sono le code. Lì dove viene percepita l’inutilità dello strumento-voto, chi può va al mare e chi non può resta a casa.
Dentro questo progressivo collasso cui tutti sono assuefatti, dicevamo: il flop di Vannacci. Non sfonda nel voto di opinione e il centrodestra vince facendone a meno. Doveva essere la sua Sassonia-Anhalt, si è schiantato dimostrando di non avere nulla di ciò che ambisce a diventare.
Alternative für Deutschland rappresenta una storia tanto inquietante quanto vera, densa dei peggiori spettri del Novecento. Intercetta e mobilita la rabbia degli esclusi, la incanala dentro il sistema su una piattaforma di nazionalismo con tinte razziali. E lo stesso discorso si può fare nel paragone col Rassemblement National e col robusto filo nero che attraversa la storia francese. Altra vicenda vera e radicata.
Insomma, sono storie di rotture praticate e non solo predicate. Altro è candidare un notabile di Forza Italia contro un altro notabile di Forza Italia, clientele contro clientele, all’interno del recinto della politica data. Questo si chiama trasformismo, specialità italica, sia pur condito, a corredo, da volgarità, gusto di disgustare per andare sui giornali, feccia ostentata come un vanto, secondo quella primitiva concezione per cui, se vuoi essere popolo, devi praticare il trivio.
La sconfitta di Vannacci ci racconta la differenza tra un fenomeno mediatico, legato a una parabola personale, e l’innesco di un processo politico reale, fondato su un’identità consolidata. Se così fosse, a Reggio Calabria avrebbe dovuto alzare la partecipazione e prendere il 20 per cento, per stare a due cifre in tutta Italia.
E invece su Reggio città, dove c’è voto di opinione, ha preso il sette per cento, recuperando nei comuni solo grazie alla rete del suo cacicco ex Forza Italia. Il suo dieci, in una terra non ostile, fissa l’asticella del giudizio. A occhio, il livello nazionale è sotto la quota che gli attribuiscono i sondaggi, quando la competizione diventa vera.
Ecco, il generale è nudo, politicamente parlando: il suo populismo di carta è solo l’ennesimo modesto epifenomeno della crisi della democrazia, nella sua variante macchiettistica.
E davvero c’è da sperare, per la salute della discussione pubblica, che ridimensionata la sua illusione sul principio di realtà si ridimensioni anche l’altrui ossessione, senza la quale forse avrebbe preso ancor meno.
Sono mesi che non si parla d’altro e che, di fatto, Vannacci condiziona l’agenda del governo su provvedimenti identitari – l’ultimo, la scuola - sfornati nell’ansia di coprirsi a destra. E c’è pure da sperare, sapendo come vanno le cose in Italia, che ora non ci sia qualcuno a considerarlo, dopo la botta, più gestibile per una futura alleanza: con un trasformista, ci si può sempre ragionare…
Come evidente dal numero dei votanti, il problema è ben altro. Pensate all’Italia, non a Vannacci.
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I numeri, affluenza compresa
487 sezioni scrutinate su 487 Fabio Roscioli centro destra 51,02% Frank Benedetto centro sx 36,11 Domenico Giannetta (Vannacci) 10,94 Francesco Toscano (Democrazia sovrana e popolare) 1,44 Affluenza 22,34%

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