mercoledì 30 settembre 2026

Metternich e Napoleone

Stenio Solinas
Sfidò Napoleone il dio della guerra
Il Giornale, 30 settembre 2026

Nel giugno del 1813, quando Napoleone, imperatore dei francesi, e il principe von Metternich, ministro deli Esteri dell'imperatore d'Austria, si incontrarono a Dresda in Sassonia, il primo aveva quarantacinque anni e dettato legge in Europa per più di un decennio. Se con lo storico novecentesco François Furet si può dire che "la Rivoluzione in Francia non ha amato la vecchiaia", vista l'età dei suoi principali protagonisti, si può ragionevolmente sostenere anche l'opposto, dato lo scempio di giovinezze che si portò dietro, accelerando, comprimendo e bruciando vite senza nemmeno dar loro il tempo di un sospiro: quarant'anni, e sono già tutti morti, chi da poco, chi da molto, eccezion fatta per Marat, arrivato sulla soglia dei cinquanta, ma solo perché la sua data di nascita lo collocava più profondamente in quell'Ancien Régime in cui realmente aveva trascorso tutta la sua vita. Fra questa e il pugnale di Charlotte Corday che gliela tolse, la Rivoluzione non gli concede che lo spazio di un triennio. Altrettanto paradossalmente, chi quella soglia la supera sia pure di poco, è la stessa persona che aveva fatto coincidere la fine della Rivoluzione con il colpo di Stato che a trent'anni lo incorona primo console: Napoleone, appunto. A quarantasei anni, però ha già perso tutto, l'esilio come tomba, un morto che cammina nel nulla di un'isola fatta di niente. Più che a Furet bisognerebbe dar ragione alla scrittrice ottocentesca George Sand: "È la Rivoluzione che ha portato la vecchiaia nel mondo", visi febbrili e fisici usurati, rictus, nevrosi, senilità anzitempo di chi si ritrova a giocare con la vita altrui quando ancora non sa bene come comportarsi con la propria. 
È interessante notare però che Metternich, l'emblema storico della Controrivoluzione, l'artefice di quel Congresso di Vienna che di lì a poco segna e sogna un ritorno all'antico, sovrano e sudditi, trono e altare, tutto insomma all'insegna del "com'era, dove era", all'epoca di quell'incontro ha quarant'anni, pochi per un ministero degli Esteri, pochissimi se rapportati alla nazione, anzi all'impero di cui è il rappresentante politico, quell'Austria che proprio la Rivoluzione ha scosso dalle fondamenta, imponendole un'accelerazione e insieme un ringiovanimento. Del resto è un po' un figlio d'arte
cresciuto in fretta: a 22 anni ha sposato la figlia del cancelliere von Kaunitz, a 24 fa già parte, al seguito di suo padre, della delegazione austriaca al congresso di Rastadt, quello che deve ratificare il precedente trattato di Campoformio che si accinge a ridisegnare la geografia dell'Italia...
Quel 1813 in cui i due si incontrano è un anno nel quale, apparentemente, tutto è ancora in bilico e l'Austria potrebbe essere la potenza decisiva per far pendere la bilancia del mondo da uno dei suoi due lati, la Francia o le potenze della Coalizione, Russia, Prussia, Gran Bretagna, sia per mantenere un equilibrio per quanto precario esso possa rivelarsi. È un mediatore quello che Napoleone sta in quel momento cercando, reduce dall'immane disastro in Russia, ma fresco di una serie di vittorie nei campi di battaglia prussiani, a 
Lützen, a Bautzen, a Dresda. Non sa però quanto e se Metternich possa e voglia essere l'uomo di cui ha bisogno. Ed è per questo che lo ha invitato. In fin dei conti, l'imperatore d'Austria è pur sempre suo suocero, avendone sposato la figlia, Maria Lui­gia, e pro­prio Met­ter­nich è stato l’arte­fice di quel matri­mo­nio...
Il risul­tato di quell’incon­tro, nove ore di col­lo­quio, un record se non nella sto­ria diplo­ma­tica, di certo in quella di Napo­leone, di cui sono note l’impa­zienza, le deci­sioni tanto rapide quanto improv­vise, è al cen­tro del libro di Gio­vanni Iudica, Metternich e Napoleone. Lo statista e il piccolo caporale, (La Vita felice, 135 pagine, 14 euro). Iudica è un civi­li­sta di lungo corso, uno di quei giu­ri­sti colti di cui si è ormai perso lo stampo... Qui ha fatto un’ope­ra­zione inte­res­sante, che da un lato ha a che fare con la sapienza inve­sti­ga­tiva e dall’altro con l’appro­fon­di­mento pisco­lo­gico. Di quelle nove ore di col­lo­quio, noi cono­sciamo infatti i punti salienti, tra­man­da­tici da ambe­due le parti in causa, le richie­ste di Met­ter­nich per un ritiro della Fran­cia nei suoi con­fini natu­rali come base di par­tenza di ogni pos­si­bile trat­ta­tiva di pace, i dinie­ghi vee­menti di Napo­leone al riguardo, con­diti di insulti allo stesso Met­ter­nich («Quanto vi ha dato l’Inghil­terra per con­vin­cervi a farmi la guerra?»), il coup de théâtre di quest’ultimo nel con­ge­darsi: «Voi siete per­duto, Sire. Ne avevo il pre­sen­ti­mento venendo qui, ora che me ne vado ne ho la cer­tezza...».
Ciò che però non sap­piamo, e che Iudica rico­strui­sce attra­verso dedu­zioni, illa­zioni, valu­ta­zioni, come lui stesso dice, «di mera pos­si­bi­lità o forse di pro­ba­bi­lità», è  che cosa i due in quel col­lo­quio così lungo e così intenso si siano detti men­tre sem­pre più si anda­vano ren­dendo conto che il loro era un dia­logo fra sordi... Giu­sta­mente Iudica lascia a Napo­leone la parte prin­ci­pale in quella che è dopo­tutto una
rap­pre­sen­ta­zione sce­nica o, se si vuole, un gioco di sedu­zione. Met­ter­nich, natu­ral­mente, è un attore di grande talento, tal­mente abi­tuato a dis­si­mu­lare il suo pen­siero «che non si può mai sapere a che punto si sia con lui», ma l’altro è un mat­ta­tore, uno che oltre­tutto si è for­mato sui campi di bat­ta­glia, sul con­tatto diretto con i sol­dati e di tutto que­sto il primo è per­fet­ta­mente con­sa­pe­vole: «Non poteva trat­te­nersi dal fare un para­gone tra il suo impe­ra­tore, un brav’uomo, di grande tra­di­zione, di altis­simo lignag­gio, al quale aveva giu­rato fedeltà, e que­sto gia­co­bino mal­ve­stito e gras­soc­cio, che ema­nava cari­sma e fascino da tutte le parti, dal suo mitico fel­tro nero alle punte inzac­che­rate dei suoi sti­vali, così come un santo emana attorno a sé un’aureola e un pro­fumo di sacra­lità». È molto pro­ba­bile, insomma, che in quelle nove ore Napo­leone abbia rac­con­tato, ricor­dato, pole­miz­zato e Met­ter­nich abbia ascol­tato spesso assen­tito, a volte inter­lo­quito e sostan­zial­mente dis­sen­tito. Iudica coglie un punto impor­tante quando nota che in fondo quest’ultimo «si sen­tiva inti­ma­mente estra­neo a quel pro­getto di società che con tanta pas­sione Napo­leone gli stava illu­strando. Pen­sava di essere nato in un’epoca sba­gliata. Per sen­tirsi a pro­prio agio sarebbe dovuto nascere almeno due­cento anni prima». È sua del resto quella frase sull’Ita­lia come «nient’altro che un’espres­sione geo­gra­fica» desti­nata nel giro di nem­meno un decen­nio a rivol­tar­glisi con­tro...
Sotto que­sto aspetto, Napo­leone rap­pre­senta il futuro tanto quanto Met­ter­nich sim­bo­leg­gia il pas­sato. È tut­ta­via un futuro troppo aperto per­ché il primo se lo possa inte­stare ed è pro­prio que­sto che sta alla base della sua caduta rovi­nosa. Ha costruito un impero che non ha fon­da­menta, se non le sab­bie mobili della sua fami­glia, e per tenerlo in piedi non può che alzare ogni volta la posta: è la guerra che lo tiene in vita, non la pace, è la man­canza del senso del limite a per­derlo. In que­sto Met­ter­nich ha ragione: «Una volta con­su­mata que­sta gene­ra­zione, chia­me­rete alle armi la gene­ra­zione suc­ces­siva?». Detto in altri ter­mini, sarebbe arri­vato il giorno in cui i regnanti euro­pei sareb­bero stati «stufi di per­dere» e i fran­cesi «stan­chi di vin­cere»...


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