Nel 1962 Ernesto de Martino curò un’antologia di scritti sulla magia per una collana divulgativa delle edizioni Garzanti. La magia era stata fino ad allora al centro dei suoi lavori etnologici e storico-religiosi, da Il mondo magico alle ricerche sulle culture subalterne del Mezzogiorno. Il suo approccio al tema fu dunque tutt’altro che banalmente divulgativo: costruì piuttosto una profonda e originale cornice di riflessione basata sul ruolo che la magia – o meglio, la polemica antimagica – ha avuto nella storia della civiltà occidentale. Quando parliamo di magia non possiamo non tenere sullo sfondo i vari momenti di questa storia che, dal Rinascimento alla rivoluzione scientifica, dall’Illuminismo al moderno storicismo, ha costruito un’idea di razionalità come contrapposta alla magia.
Nel raffrontarsi alla magia degli “altri”, l’etnologia ha riprodotto implicitamente una serie di pregiudizi polemici che rischiano di produrre distorsioni etnocentriche. Oppure, nel tentativo di sfuggire ai pregiudizi, ha intrapreso la strada del relativismo e dell’irrazionalismo, cedendo di fronte ai “prestigi” della magia e giustificando un suo cattivo ritorno. In questa chiave de Martino comincia con il presentare due studi storici di Eugenio Garin e Paolo Rossi, rispettivamente sulla magia naturale del Rinascimento e sulla rivoluzione scientifica, e allinea poi estratti di antropologi, psicologi, filosofi che hanno affrontato in vario modo la comprensione della magia, oscillando fra i due estremi della sua condanna e della resa di fronte al fascino di un pensiero precategoriale. Sono presentati brani di James Frazer, Émile Durkheim, Lucien Lévy-Bruhl, Ernst Cassirer, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Jean Piaget, Mircea Eliade, Robert Volmat, Bronislaw Malinowski, Claude Lévi-Strauss, Adolf E. Jensen e dello stesso de Martino. Si tratta di un testo fondamentale sia per capire l’evoluzione del pensiero di de Martino, sia come punto di partenza per ogni possibile riflessione contemporanea sulla magia.
Da tempo fuori edizione, Magia e civiltà viene qui ripresentata con una introduzione di Fabio Dei, che ricostruisce il contesto della sua composizione e i rapporti di de Martino con gli autori antologizzati; e con un saggio di Martino Rossi Monti che discute, anche sulla base di documenti e epistolari inediti, le relazioni tra de Martino, Eugenio Garin e Paolo Rossi. (presentazione editoriale)
Ernesto de Martino. Etnologo e storico delle religioni, è oggi unanimemente annoverato fra i grandi intellettuali del Novecento italiano. Tra le sue opere più note vi sono Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale (1958), Sud e magia (1959), La terra del rimorso (1961), La fine del mondo (postuma, 1977), tutte recentemente riedite presso Einaudi. La collana Demartiniana, a cura dell’Associazione internazionale Ernesto de Martino e inaugurata dal presente volume, si propone di rendere accessibili testi (sia suoi che di studiosi a lui vicini) altrimenti irreperibili, di pubblicare documenti inediti e studi di interpretazione del suo pensiero.
e il mondo continua a essere magico
Antropologia sociale. In Occidente la magia è vista come segno di impotenza e atto malsano, per il grande Ernesto de Martino si riproduce di continuo in rituali pubblici e cerimonie collettive
Stefano
De Matteis
Il Sole 24ore, 27 settembre 2026
Magia e civiltà uscì da Garzanti nel 1962, nella sezione antologie della collana La cultura moderna: copertina rigida telata con strisce verde pastello e sovraccoperta grafica. Da allora ha avuto numerosissime ristampe: da Strumenti di studio fino alla universale degli Argomenti. È da considerare l’ultimo libro di Ernesto de Martino, in cui vuole «contribuire alla storia del concetto di magia nella civiltà occidentale», dalla polemica cristiana contro il paganesimo a quella della Nuova Scienza contro la magia cerimoniale e poi il Rinascimento e Bacone, la filosofia e le interpretazioni psicologiche di Freud e Jung, ma anche Eliade, Piaget e Volmat, fino all’etnologia delle cosiddette società primitive con Malinowski e Lévi-Strauss… per chiudere con uno spaccato sulla magia lucana estratto dal suo Sud e Magia.
L’intento non è di analizzare i pregiudizi occidentali contro la magia, semmai quello di evitare di proiettare «acriticamente in determinati fenomeni culturali extraeuropei i problemi, le scelte, e i significati che appartengono esclusivamente alle singole epoche della storia interna della civiltà occidentale». Per riuscirci propone di orientare le ricerche verso la magia extraeuropea, in modo che esse includano «la metodica presa di coscienza dei vari momenti della polemica antimagica dell’Occidente». Costruendo così un metodo che permette di tenere a bada il rischio etnocentrico della proiezione «del nostro nell’altrui», in modo da trovare nuove risposte, non per loro, ma soprattutto per noi in un confronto che sia rigenerante. E questo grazie alla comparazione e al confronto, inedito soprattutto per la nostra civiltà che «ha scelto la fedeltà alla ragione e alla storia: non nel senso dogmatico di una scelta avvenuta una volta per sempre in una data epoca, ma nel senso di una scelta che viene sempre di nuovo rimessa in causa, provata e riprovata, modificata e corretta, o addirittura reinterpretata in una nuova luce, via via che mutano le situazioni storiche particolari… La verità è che per le tradizioni culturali non esistono casseforti blindate custodite in banche che non possono fallire: e per quanto concerne la tradizione occidentale sussiste sempre il pericolo che la sua polemica antimagica si attenui e vada perdendo memoria di sé, sino al punto che, nell’oblio, la stessa civiltà occidentale smarrisca per sempre il proprio telos».
Temi ripresi nelle brevissime conclusioni, molto intense, che rimandano alla necessità di inserire la magia «in una dinamica culturale più vasta» che tenga conto delle diverse forme delle società, delle crisi che queste vivono, delle ricadute individuali di affrontare il rischio del vivere con quel foltissimo patrimonio di comportamenti tecnico-razionali che vengono elaborati per difendersi: e qui il tema della crisi della presenza fa da sfondo operativo. Il tutto anche da leggere all’interno di un orizzonte mitico dove la parola e il gesto ritualizzano, e in relazione ai valori che, anche tramite il mito, permettono la reintegrazione. Certo, l’Occidente ha scelto la strada della consapevolezza, del prestigio morale, della poesia, della scienza e della vita democratica e quindi la magia è vista come impotenza, atto malsano e deludente, servitù inaccettabile. Solo che quel processo e quella «scelta non è conclusa», quindi la magia si riproduce di continuo e in forme diversificate in rituali pubblici, in esternazioni cerimoniali collettive inattese, nel culto della personalità, nella mancanza di una ritualità laica… e in quest’orizzonte la nostra civiltà cerca (ancora oggi, potremmo dire) scelte e soluzioni “civili” rette da responsabilità sociale «senza alcun concorso di dèi o soccorso di destini da leggere nelle stelle».
Un libro pensato anche con intenti divulgativi, e forse per questo motivo non è stato accolto tra le pubblicazioni einaudiane che hanno riproposto buona parte delle sue opere: da Il mondo magico, di cui purtroppo rimpiangiamo l’introduzione di Cesare Cases che Renata Colorni volle nel 1972, alla Terra del rimorso. E, da ultimo, l’inspiegabile ripresa di una antologia del 1995, uscita con il titolo Storia e metastoria, che con magia accademica e consenso editoriale è ripresentata, con l’aggiunta di qualche saggio, come una novità: La storia velata.
Intanto Magia e civiltà, cancellandone il carattere “popolare”, viene utilizzato per inaugurare “Demartiniana”, una collana di studi accademici e universitari edita dalle edizioni del Museo Pasqualino di Palermo (introduzione di Fabio Dei e una interessante postfazione di Martino Monti Rossi sugli archivi di Ernesto Rossi e Eugenio Garin).
Per fortuna l’estero presenta molte sorprese nell’interesse per il nostro storico delle religioni: è stato pubblicato in russo e sono in preparazione le sue opere in portoghese. A parte l’orrenda traduzione de Il mondo magico esistono in inglese anche La terra del rimorso e Sud e magia, tradotti da Dorothy Zinn che, da antropologa, ha avuto una puntuale accortezza lessicale, anche se purtroppo non riesce a restituirne il linguaggio, forse perché, come scrive, reputa il suo «italiano elegante ma superato».
Dobbiamo invece ringraziare Ulrich Van Loyen, che è riuscito a rispettare non solo il rigore originale ma, come fanno i traduttori, a trovare una lingua che renda in tedesco le articolazioni linguistiche demartiniane, traducendo Il mondo magico e, ora in libreria, Simbolo, furore, valore per Matthes & Seitz di Berlino.
Ernesto de Martino, Magia e civiltà, Edizioni Museo Pasqualino, pagg.238, s.i.p

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