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domenica 27 settembre 2026

Hobbes visionario

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti
Hobbes, un analista militante che ci interroga

il manifesto, 27 settembre 2026

E’ frequente nel citare Thomas Hobbes (1588-1679) un semplicistico accoppiamento: come avviene quando s’individua Niccolò Machiavelli quale autore dell’opuscolo sul Principe, il nome del filosofo di Malmesbury si associa all’opera sua più diffusa: il Leviathan. Il pernicioso effetto di questa divulgazione ha indotto a sottovalutare la rigogliosa produzione di scritti dell’uno e dell’altro. In particolare Hobbes ha indossato a lungo l’abito del teorico per eccellenza dell’assolutismo statuale e fu quasi degradato a epigono di Francis Bacon, che pure aveva esercitato una forte influenza nella sua formazione. C’è tuttora chi attribuisce al filosofo inglese una dimensione univocamente politica, non tenendo conto della sua varietà di interessi. L’enorme bibliografia su di lui accumulata ha favorito controversie e unilateralità. Spesso è stato piegato a un uso propagandistico in sintonia o in contrapposizione con le travagliate vicende dei tempi.

È da accogliere, quindi, con favore la nascita dell’Archivio Thomas Hobbes diretto da Carlo Altini, tra i sommi esperti di un protagonista nell’analisi delle forme di potere tipiche del XVII secolo. Giovandosi di risorse materiali e collaborazioni su scala europea, e non solo, l’Archivio sta pubblicando presso l’editore fiorentino Olschki, una collana di «Testi e studi» in grado di promuovere una conoscenza estesa di Hobbes e restituirgli una statura fino a oggi poco esplorata nelle sue molteplici direzioni. Da un lato vengono sfornate nuove traduzioni con eccellenti commenti di testi meno noti, dall’altro saggi che offrono sollecitanti interpretazioni. Tra i quattro titoli finora usciti, i due più recenti esemplificano le diversità dell’approccio a Hobbes sia da testi classici non sufficientemente a portata di mano che da lavori di giovani ricercatori e ricercatrici.

Del sociologo tedesco Ferdinand Tönnies (1855-1936) appare in italiano per la prima volta, a cura di Giovanni Cerro, la terza edizione (Stoccarda 1925) della monografia Thomas Hobbes. La vita e il pensiero (Olschki, pp. XXIV-338, € 39,00). Notevolmente accresciuta rispetto alle due precedenti (1896 e 1912), essa avviò su Hobbes una vera e propria storiografia critica collocandolo sulla linea di confine tra l’accanita difesa delle dottrine aristoteliche e scolastiche e l’inizio della moderna civilizzazione europea, tra chi si ostinava a rafforzare le tradizioni monarchiche e quanti gettavano le basi della prospettiva illuministica. Al contrario di Rousseau, egli credeva che nella mitica società primitiva dominasse negli individui reciproca violenza e guerra continua. Sarebbe spettato alla cultura civile, da costruire in mutevoli forme, assicurare protezione e pace, pervenendo a un sistema definito e universale mediante un patto con cui realizzare una sovranità garante di diritti comuni e di concordi relazioni.

Per disegnare questa difficile utopia egli riteneva necessario estendere le conquiste della visione meccanicistica e materialista, affermatesi in ambito scientifico, all’unitario corpo artificiale fatto dai singoli corpi e dai movimenti che li agitavano. Materialismo e meccanicismo si fondevano tagliando nettamente con un passato decrepito e smentito dai fatti. Così Hobbes fu all’origine del contrattualismo sviluppatosi nell’età illuministica ed esaltò la legittimità di un potere assoluto, esente da opposte fazioni. A capo di questo corpo doveva insediarsi il portatore di una indiscussa sovranità oppure – alternativa che viene per lo più taciuta in mutili esposizioni della sua dottrina – un’assemblea, non però divisa in posizioni antagonistiche.

L’importanza della monografia di Tönnies si rileva in passaggi biografici prima di allora non lumeggiati: evidenzia la sua formazione umanistica entusiasta di Tucidide e il peso decisivo dell’esperienza accumulata nei suoi viaggi da cui traeva, un po’ come Tocqueville, elementi funzionali alle sue finalità. Le tappe toccate dal Grand Tour, in compagnia di William Cavendish, membro di una famiglia che fu munifica protettrice per il curioso filosofo naturale, non furono occasione mondane. Nel terzo di questi programmati viaggi s’inoltrò in Italia. Anche se non è certo che abbia incontrato di persona Galilei, Hobbes ne ebbe una straordinaria ammirazione e lo dichiarò «il più grande filosofo non solo di questo secolo ma di tutti i secoli».

La Venezia di Paolo Sarpi fu anch’essa luogo amato dal suo animo inquieto. Il lungo periodo trascorso in Francia (1640-’51) consentì a Hobbes di frequentare ambienti e personalità di sicuro rilievo. Basterà rammentare il frate dell’ordine dei minori Marin Mersenne, ovviamente René Descartes, Pierre Gassendi e una schiera di intelligenze attratte dalla necessità di applicare le modalità scientifiche a una filosofia civile. È del 1651 la pubblicazione in inglese del Leviathan.

Gregorio Baldin, in Thomas Hobbes Filosofia e politica nell’Europa del Seicento (Carocci editore «Frecce», pp. 348, € 35,00), fornisce la più chiara e analitica biografia oggi circolante, capace di unire diacronicamente narrazione dell’avventura eterodossa del roccioso pensatore di Malmesbury a una rigorosa analisi della sua speculazione militante. Si domanda infine perché assistiamo a una ripresa d’attenzione per un personaggio deprecato e calunniato: «La filosofia hobbesiana – osserva Baldin – offre dunque tuttora delle risposte, ma ancor più ci pone domande e interrogativi. Ci esorta a indagare la natura dell’essere umano e la sua mirabile e ‘mostruosa’ creazione politica. Hobbes ci inquieta, ci stimola, ci sorprende e ci incuriosisce, come solo i grandi maestri del pensiero sanno fare». In lui categorie e concetti alludono, per analogia, a temi della nostra drammatica contemporaneità. Svincolati da ideologie che hanno fallito, avvertiamo in tante sue pagine brutalmente realistiche l’eco di errori irreparabili e di speranze tradite. Lo Stato-macchina che include la società civile e non tollera i corpi intermedi di un combattivo pluralismo non sono per noi reperti archeologici. La polverizzazione della politica e l’accentramento personalistico del potere non appartengono solo a un lontano passato. Bellicose politiche securitarie che restringano le libertà, sono all’ordine del giorno.

Dal canto suo Andrea Bardin, in Politiche della scienza moderna L’agenda materialista di Hobbes – l’altro libro fresco di stampa dell’«Archivio» (Olschki, pp. XXXIV-234, € 29,00) –, sostiene che l’obiettivo di Hobbes, in linea di principio materialista, è diventato di fatto «idealista», e ciò ne spiegherebbe il sostanziale fallimento. Tesi ardita, che apre un discorso ostico in questa rassegna bibliografica. Appunto, semmai, una significativa ricezione critica di una fallimentare illusione, anch’essa conseguente all’onnicomprensivo materialismo. Hobbes, infatti, coltivava l’idea che uno Stato fosse forte perché «rappresentava perfettamente una sintesi di mito e pratiche tecnocratiche orientate alla produzione di uno spazio politicamente neutrale per l’esercizio dell’opinione pubblica e per la riproduzione dello status quo».

Carl Schmitt obiettò (1938) che la ricetta di Hobbes avrebbe implicato la neutralità della fredda organizzazione burocratica e laica dello Stato moderno: «Il razionalismo – scrisse – era per lui incapace di fornire un’unità reale al corpo politico» e quindi non poteva creare una comunità dalle solide radici storiche e culturali o addirittura razziali di un popolo. Leviathan era soprattutto un progetto politico-pedagogico, una costruzione finalizzata al disciplinamento automatico delle masse. C’era bisogno di una fede che non negasse, almeno all’apparenza, passioni e fiducia. Norberto Bobbio, in una recensione immediatamente successiva (1939), notò che ci si trovava «per la prima volta di fronte allo stato moderno, allo stato, tanto per intenderci, del positivismo giuridico» in grado di resistere a ogni sorta di «poteri indiretti». In effetti la visionarietà di Hobbes andò tragicamente ben oltre.

mercoledì 11 marzo 2026

Quello che manca a Villepin

 

La croce di Lorena


Thomas Legrand
Elezioni 2027: Dominique de Villepin e la scommessa del gollismo di sinistra

Libération, 11 marzo 2026

André Malraux disse: "Tutti sono stati, sono o saranno gollisti". Basta osservare questa incongruenza, questa farsa: la proliferazione di questa piccola spilla con la croce di Lorena sui risvolti di molti parlamentari del Rassemblement National (RN) per capire che lo scrittore, Ministro della Cultura di de Gaulle, aveva ragione all'inverosimile. De Gaulle, il doppiamente salvatore della Francia – un fatto più evidente che mai con la fine dell'Alleanza Atlantica – aveva quasi da solo ragione nel garantire la sovranità della Francia in materia di difesa. Oggi gode di un plauso unanime ed è oggetto di un'ampia appropriazione. Ma sono proprio la figura e l'eredità gollista di Dominique de Villepin che, in questi tempi di sconvolgimenti internazionali e di divisione tra i francesi, sembrano incarnare al meglio l'eredità del generale. Questo posizionamento, data l'evoluzione del mondo e del capitalismo, apparirà come una posizione di sinistra, per quanto riguarda il posto dello Stato nell'economia e l'equidistanza critica nei confronti degli imperi russo e americano.

Dominique de Villepin – che di recente si è scagliato contro l' intervento "illegittimo e illegale" degli Stati Uniti e di Israele in Iran – sta tentando, attraverso il gollismo, di replicare la posizione "né di sinistra né di destra" (o "sia di destra che di sinistra") di Emmanuel Macron, ma su temi molto diversi: sovranità, economia sociale e sfiducia nelle élite finanziarie. Mentre è diventato subito chiaro che il "né-né" di Macron intendeva in realtà sostituire il centro-destra, l'ex Primo Ministro sotto Jacques Chirac, a giudicare dalle sue dichiarazioni, intende invece sostituire un centro-sinistra che si suppone abbia smarrito la strada in una forma di liberalismo individualista.

L'illusione che "prima le cose andavano meglio"

Rilanciare la storia della sinistra e del gollismo non è illogico. Fu quando il Paese era in pericolo che la sinistra si schierò con de Gaulle. Durante l'occupazione, Cassin, Meyer, Eboué e Moulin, tutti di sinistra, furono tra i primi e i più numerosi ad unirsi alla Francia Libera a Londra. Alla Liberazione, fu un'assemblea ampiamente dominata dalla sinistra a porre naturalmente il leader della Francia Libera alla guida del Paese, e nel 1958 fu il voto della SFIO (Sezione Francese dell'Internazionale Operaia) a consentire al generale veterano di tornare. Figure come René Capitant, Edgard Pisani e André Malraux mantennero vivo il gollismo di sinistra durante gli undici anni della presidenza di de Gaulle (1958-1969).

Per ora, bisogna riconoscere che la voce di Dominique de Villepin, sia in politica estera che nella denuncia della deriva reazionaria della destra e dei pericoli rappresentati dal Raggruppamento Nazionale, ha un peso. Questa voce distintiva probabilmente piacerà a molti elettori di sinistra, rispetto agli eccessi di Mélenchon, e colmerà il vuoto lasciato da ciò che il Partito Socialista (PS) non è in grado di articolare con sufficiente forza.

Ma c'è un enorme "ma". Rilanciare il gollismo, con il suo immaginario di brio, che la personalità cavalleresca e magniloquente dell'autore dell'iconico discorso contro la guerra alle Nazioni Unite del 2003 sa maneggiare con tanta maestria, rischia di apparire piuttosto anacronistico e futile molto rapidamente. Invocare il gollismo è un'alternativa all'autoritarismo del Raggruppamento Nazionale (RN) per promettere di porre fine all'impotenza pubblica che ha afflitto gli ultimi tre presidenti. Tuttavia, de Gaulle regnava su una Francia in cui il capitalismo di stato era potente, con confini, una moneta e un piano quinquennale molto più restrittivo. Prezzi e salari erano rigidamente regolamentati (il prezzo di una baguette era fissato dal Consiglio dei Ministri), gli appalti pubblici non erano aperti alla concorrenza internazionale, non c'erano zone umide o attivisti ambientalisti, e non c'erano standard ambientali da rispettare in ogni progetto edilizio. In breve, il governo aveva il sopravvento e le leve del potere all'Eliseo rispondevano perfettamente. Non si tratta di rimpiangere quei tempi di gerarchia nazionale, che sarebbero impraticabili nel mondo aperto e iperconnesso di oggi. No, il vero rischio, per una candidatura gollista come quella di Villepin, sarebbe quello di fomentare una forma – certamente meno reazionaria di quanto sta accadendo all'estrema destra – dell'illusorio "prima si stava meglio".

La sfida per lui, quindi, è adattare il gollismo alle "circostanze" (termine tipicamente gollista), modernizzarlo, cioè fargli identificare e affrontare i veri pericoli che affliggono il Paese (cambiamenti climatici, politiche identitarie, subordinazione alle Big Tech , ecc.). Come proporre un gollismo moderno per una società aperta? Questo è ciò che attende Dominique de Villepin se vorrà persistere a candidarsi nel 2027 sotto l'unica e autorevole etichetta gollista. Un vasto programma.


martedì 10 marzo 2026

Di chi sono i figli

Gianfranco Pellegrino
Tra bimbi nella casa famiglia e ispettori del ministero: il male minore nel caso della famiglia nel bosco
Domani, 10 marzo 2026

Nella vita reale spesso la cosa migliore è scegliere il male minore. Questo sfugge a chi, come Giorgia Meloni e altri del suo governo, si impegna in una sistematica strumentalizzazione delle decisioni di tutti i giudici per sostenere il sì nella campagna referendaria.

La decisione del Tribunale dei minori dell’Aquila di allontanare Catherine Birmingham dalla struttura di Vasto dove i suoi tre figli sono ospitati può sembrare dura. I magistrati con una nota hanno spiegato che, nonostante il clamore mediatico e i «toni aggressivi», le loro scelte sono mirate «a realizzare il benessere del minore». Si può discutere del trauma ulteriore che ciò potrebbe comportare. La rilevanza del legame coi genitori per bimbi così piccoli è ovvia e suffragata dalla psicologia empirica.

Ma non si possono dimenticare i fatti che hanno condotto a questo punto. Non ci sono smentite sul fatto che i tre bambini siano stati messi a rischio di intossicazione mortale dai genitori, né sul fatto che siano stati pressoché del tutto privati di contatti coi pari e della minima istruzione. Né ci sono smentite sui fatti più recenti, per esempio l’atteggiamento apertamente ostile di Catherine Birmingham nei confronti di assistenti sociali e operatori della casa-famiglia. (Se si insulta un membro delle forze dell’ordine, o si osa eccepire sul suo operato, tuoni e fulmini arrivano da esponenti del governo. Se Catherine Birmingham insulta funzionari dello Stato che si prendono cura dei bambini che lei ha esposto a pericoli per la salute, niente.)

In conflitto

Questo tipo di atteggiamento ostile già di per sé costituisce fonte di trauma. Sappiamo che i bimbi si sono acclimatati nella casa famiglia. E molto probabilmente hanno iniziato a sviluppare un legame con varie figure – per esempio l’insegnante. Tutto sommato, si tratta di figure adulte che li hanno accuditi. L’atteggiamento ostile della madre non può che risultare contraddittorio e fonte di confusione per loro, mettendoli in conflitto fra la lealtà ai genitori e la lealtà a queste nuove figure di cura.

E gli altri fatti, non smentiti, che giustificano l’ordinanza sono una conferma evidente (anche senza ricorrere alle lenti della psicologia) di questo conflitto: gli attacchi fisici compiuti da questi bambini contro le operatrici e addirittura un’altra bambina di pochi mesi, attacchi provenienti da bimbi che prima non avevano avuto nessun comportamento violento, sono evidentemente un tentativo di allinearsi al dettato implicito della madre.

Ma la violenza di quest’allineamento tradisce con chiarezza il disagio dei bambini. Quindi, il trauma eventuale dell’allontanamento della madre non è che l’ultimo trauma subito, quello che viene dopo aver passato anni in isolamento, correndo pericoli di vita, e venendo strumentalizzati in una guerra ideologica condotta dai genitori e pure da alcuni membri del mondo politico. Si poteva evitare quest’ultimo trauma? Forse sì, forse no. Ma il sospetto che si tratti del male minore è forte.

Il ministero della Giustizia ha inviato degli ispettori a L’Aquila per approfondire la vicenda, ma bisognerebbe andare oltre la contrapposizione fra chi difende il Tribunale dei Minori e gli assistenti sociali e chi a destra sta riscoprendo gli ideali anarchici della vita nel bosco (Giuli cercherà di annettere al pantheon della destra Thoreau, il cantore della vita nei boschi, ma anche della disobbedienza civile? Speriamo, così la facciamo finita col tormentone Tolkien).

I diritti in gioco

Potrebbe aiutare articolare più chiaramente i diritti che sono in ballo in questa vicenda. I genitori e i figli hanno un diritto di intrattenere relazioni – un diritto che si estende alle molte figure adulte che possono essere rilevanti per la vita dei minori e per i quali i minori sono oggetto di affetto. Ma il diritto di intrattenere relazioni non coincide col diritto di custodia e decisione nei confronti dei minori, né l’uno implica necessariamente l’altro.

Il diritto di decidere delle vite di altre persone – fossero anch’esse minori – va esercitato esclusivamente nell’interesse di chi viene sottoposto a controllo, e va limitato quanto più possibile. Chi dice che i figli non sono dello Stato spesso suggerisce che sono dei genitori. È una disputa sulla proprietà. Ma i tre ragazzi Trevaillon sono esseri umani, non cose. E sono esseri umani che debbono essere autonomi e fare le loro scelte. E, secondo chiunque, per arrivare all’autonomia servono istruzione e buona salute. Quello che i loro genitori avevano messo a rischio.

Questo è sufficiente per far perdere loro i diritti di decidere sulle vite dei figli, pur conservando il diritto di vederli. Come conciliare questi diritti – quello alla relazione e quello all’autonomia: questo è il problema che i giudici, e la società, devono considerare e risolvere. Magari al riparo dalle polemiche e dalle strumentalizzazioni.


sabato 22 novembre 2025

I bambini cresciuti nel bosco


Viola Ardone
Se i bambini del bosco dividono il paese

La Stampa, 22 novembre 2025

Togliere i bambini a un genitore è il dolore più forte che esista», dice il papà dei bambini di Palmoli allontanati dalla famiglia e trasferiti, insieme alla mamma, in una casa famiglia. Ed è vero, è un dolore primigenio e assoluto, quello della separazione, del parto, del distacco, eppure la generazione è proprio questo: un processo di distacco progressivo e inarrestabile che inizia con la nascita e dura tutta la vita.

La storia dei tre bambini cresciuti nel bosco sotto l’unica cura della famiglia ci colpisce perché ci riporta a degli archetipi narrativi: il bosco, prima di tutto, che nelle fiabe tradizionali è il luogo per eccellenza dell’iniziazione. Pollicino, Hänsel e Gretel, Cappuccetto Rosso devono fare l’esperienza del bosco come rito di passaggio per diventare grandi. Non si cresce, ci dicono in modo metaforico quelle antiche storie, che allontanandosi dalla casa e attraversando il bosco, magari da soli, seminando per sicurezza delle briciole di pane per non dimenticare la strada del ritorno, una traccia effimera ma simbolica che dice: per essere capace di tornare a casa devo allontanarmi, incontrare la strega cattiva o la fata buona, finire magari tra le fauci del lupo o nella pancia della balena prima di diventare un bambino vero e non solo il feticcio di legno di un genitore demiurgo che mette al mondo e poi trattiene. Crescere significa perdersi.

C’è in questa storia anche il mito greco: racconta Esiodo nella Teogonia che Urano, figlio di Caos, si unì a Gea, la madre terra, e con lei generò molti figli, ma poi li segregò dentro al suo ventre impedendo loro di venire al mondo. Sarà poi Crono a sfidare il padre e a liberare tutti i fratelli, rendendo alfine possibile quella nascita negata.

Mettere al mondo, secondo il mito antico e secondo le favole, significa lasciare andare. Per Freud il padre è simbolicamente quello che ha il compito di porre fine alla simbiosi madre/figlio istradando quest’ultimo verso la vita autonoma, dandogli gli strumenti per emanciparsi. C’è questo drammatico rapporto di proporzionalità inversa nel destino di ogni genitore, che avrà svolto tanto meglio il suo lavoro quanto più avrà reso capace il figlio di allontanarsi da lui. È un mestiere a perdere, si sa, quello del genitore, ma è l’unica perdita di cui possiamo dirci orgogliosi.

I genitori di Palmoli hanno agito per amore, per la fiducia in un sogno di indipendenza e autosufficienza, per tutelare i bambini dallo sporco e dal brutto, dalle volgarità degli stereotipi, dai pericoli a cui il vivere insieme agli altri inevitabilmente ci espone. È quello che abbiamo immaginato tutti, bisogna confessarlo, prima di mettere al mondo un figlio, una capanna in mezzo al bosco in cui tenersi stretti, senza dar retta agli altri, un’utopia di nitore e pulizia in cui la polvere del mondo non si posi sui sogni candidi dei bimbi, e da cui il male, le bugie, le maldicenze, i compromessi, la stupidità, i capricci siano banditi, tagliati fuori grazie a una siepe che protegge e separa, ma contemporaneamente imprigiona. C’è in questa fiaba amara il mito di Pandora a cui viene affidato un orcio ricolmo di ogni male così che il mondo ne sia finalmente liberato. Ma la saggia Pandora, vituperata invece dai più, sa che quello che non ci piace, quello che ci addolora non può essere nascosto. Non si può chiudere il mare in una bottiglia. Così apre l’orcio e libera di nuovo tutti i mali nel mondo, fino a che, in ultimo ne viene fuori la speranza, non a caso definita dai latini: ultima dea.

Ho letto recentemente un articolo di Chandler Fritz sull'Harper's Magazine che racconta come in America sempre più famiglie scelgano  l’homeschooling, ovvero l’istruzione parentale, o iscrivano i figli in piccole o piccolissime scuole in cui sono proprio loro, i genitori, a decidere i programmi, gli argomenti e le modalità di studio. Il risultato è che quei bambini saranno senza dubbio protetti dal vasto mondo fuori, ma anche destinati a un continuo rispecchiamento degli stessi valori, delle identiche credenze, abitudini, istruzioni che hanno appreso in famiglia. La scuola pubblica invece è complessità, differenza, confronto. Si va nel mondo per imparare l’altro, e per scoprire l’altro in sé. Questo ai bambini di Palmoli è stato tolto, la possibilità di scoprirsi, l’opportunità di perdersi (nel bosco) e di imparare a orientarsi nella bella confusione di un mondo fuori che contiene il bello e il brutto, l’orrore e la speranza, il singolo e il molteplice. E se è vero che la famiglia è il primo nido in cui i piccoli si formano, è altrettanto importante permettere loro di stendere le ali e fare prove di volo in solitaria, come l’uccellino Cipì della bellissima favola di Mario Lodi. Esiste una genitorialità allargata, una comunità educativa a cui bisogna, volenti o nolenti, affidare i nostri figli, affinché non deperiscano soffocati nell’utero di Gea. Proteggere significa anche limitare.

 

Giuseppe Sciara
Fb

A proposito della vicenda dei «bambini del bosco», consiglio la lettura del romanzo/memoir di Tara Westover "L'educazione" (2018). Tara nasce a metà degli anni Ottanta del Novecento in una famiglia che vive alle pendici di Buck Peak, una montagna dell'Idaho: suo padre è un fanatico mormone, complottista, convinto di essere sottoposto a rigida sorveglianza da parte del governo federale e al contempo sicuro del fatto che una nuova Apocalisse stia per arrivare. Trascorre molto tempo, aiutato dal resto della famiglia, a fare provviste e ad allestire un bunker per la sopravvivenza. Mentre sua moglie – la madre di Tara – lo asseconda in tutto e per tutto e trascorre il proprio tempo producendo olii e creme naturali, l'uomo mantiene la famiglia gestendo una discarica in cui raccoglie e smaltisce rottami di ogni tipo e in cui impiega i cinque figli fin da giovanissimi, in barba a qualsiasi norma di sicurezza; non a caso, quasi tutti restano vittime di incidenti anche molto gravi, ma le ferite e i traumi riportati non vengono curati all'ospedale o da medici di professione – che il capofamiglia vede come il fumo negli occhi – ma in casa, con metodi "naturali" messi a punto dalla madre. Tara cresce in questo ambiente, isolata dal resto della società: fino ai nove anni non ha neanche un certificato di nascita, non frequenta le scuole, studia a casa sotto la guida della madre e viene a sapere cosa sia l'Olocausto quando è ormai adulta. Nel particolare ambiente famigliare Tara subisce violenze fisiche e psicologiche dal padre e da uno dei fratelli maggiori. Il libro narra queste vicende e il lento e complicatissimo percorso che la porta ad emanciparsi da tutto ciò, fino al riscatto grazie allo studio, all'ottenimento di un dottorato in storia a Cambridge e l'avvio della carriera accademica. Ovviamente al prezzo di un distacco totale dalla famiglia. È un libro coinvolgente – ma su questo sono di parte perché ho un'autentica passione per i romanzi ambientati nella provincia americana – e davvero ben scritto, che intercetta diversi temi: il fanatismo religioso, l'educazione dei figli, il complottismo, la violenza che si annida tra le mura famigliari, il conflitto tra libertà individuale e appartenenza comunitaria, l'istruzione come unico strumento emancipatorio. Il caso dei «bambini del bosco» è complicato e i commenti di certi personaggi pronti a cavalcare la vicenda sono, come al solito, spregevoli.

giovedì 6 novembre 2025

Una patria per gli immigrati

Marco Aime
Non politicizzare le diversità è la via per combattere i nazionalismi
La Stampa Tuttolibri, 6 novembre 2025 (3 giugno 2023)

Mahmood Mamdami, Né coloni, né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti, Meltemi 

...  Gli immigrati vengono in cerca di una patria, non di uno Stato; per i coloni non può esserci patria senza Stato. Per l'immigrato la patria può essere condivisa; per il colono, lo stato deve essere uno Stato-nazione, una riserva della nazione in cui tutti gli altri sono al massimo ospiti tollerati». Alla luce di questa distinzione, risulta quanto mai interessante il capitolo dedicato alla questione israelo-palestinese, in cui Mamdani rileva come la prima immigrazione ebraica non aveva le caratteristiche di una colonizzazione. Prima del successo del progetto sionista nel definire violentemente lo Stato di Israele come uno stato ebraico, l'arrivo di ebrei in Palestina era, appunto, una immigrazione.

Anche il processo di Norimberga va annoverato nel fallimento della missione civilizzatrice, in quanto l’avere trattato il nazismo semplicemente come un insieme atti criminali di singoli autori (che furono processati, giudicati e, talvolta impiccati), fece sì che il progetto politico del nazismo non fosse mai esposto e respinto. Rifiutando di riconoscere i fondamenti politici del nazismo, la base filosofica e strutturale dello stato-nazione non fu mai messa in discussione. Nel caso del Sudan, invece, sono state le strutture razziali e tribali imposte dai coloni inglesi, che segregarono arabi e subsahariani in patrie separate, a costituire le basi per le violente guerre civili, peraltro ancora in corso, che hanno condotto alla separazione del Sud-Sudan. Così come nel Sudafrica dell’apartheid i coloni bianchi hanno costretto la popolazione nera nelle cosiddette patrie tribali, note come Bantustan.

Questo ha portato a una politicizzazione delle identità, che spesso sfocia nella violenza, ma è proprio dal Sudafrica che, secondo Mamdami, potrebbe arrivare una proposta: il successo della fine dell'apartheid in Sud Africa, potrebbe rappresentare un modello, per porre fine alla violenza nazionalista. Le principali forze del movimento anti-apartheid – gli studenti, i lavoratori migranti e gli organizzatori sindacali e non gli esiliati e i prigionieri – hanno lavorato insieme attraverso – e contro – le loro identità specifiche. Così facendo, hanno rifiutato la politicizzazione della diversità. Hanno smesso di «accettare che le loro differenze debbano definire chi beneficia dello stato e chi ne è emarginato», incoraggiando le persone classificate come africani, meticci, indiani e bianchi a immaginare e accettare di essere tutti parte della stessa comunità politica, hanno dimostrato che tutte le identità politiche sono mutevoli e quindi mutevoli. La proposta di Mamdami è dunque di “decolonizzare le identità”, che non significa, come pensa qualcuno dei nostri politici, eliminare la differenza, si tratta invece di depoliticizzare la diversità, che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Non si tratta neppure di imparare a conviverci, perché lo facciamo da sempre, solo che non ce ne accorgiamo.

giovedì 2 ottobre 2025

Se mancano le idee


Piero Ignazi
Senza idee per un'Italia diversa il Pd non può vincere

Domani, 2 ottobre 2025

La sinistra, le forze progressiste e democratiche, è in affanno dovunque. Basti pensare che nei due paesi dove essa governa, Gran Bretagna e Spagna, il suo accesso alla direzione del paese è stato fortunoso. Non ci sono quindi paradisi da sognare. Soffia un vento di destra che convince e persino affascina.

I cordoni sanitari e i muri di fuoco stanno saltando uno dopo l’altro: pas d’ennemis à droite è il nuovo motto dei conservatori di ogni latitudine. Pur di lasciare le sinistre al palo si imbarcano tutti, ormai.

LA DIAgnosi

Ma perché i progressisti sono così in difficoltà? La diagnosi a livello globale è stata già fatta da tempo. Si erano illusi di poter governare il capitalismo come avevano fatto nei primi decenni del Dopoguerra senza capire che la globalizzazione, e in particolare quella finanziaria, toglieva agli stati nazionali ogni possibilità di intervento.

Se da un lato consentiva a tanti paesi in giro per il mondo di uscire dalla povertà, dall’altro toglieva risorse ai paesi più sviluppati. O meglio, redistribuiva le risorse tagliandole ai ceti medi e bassi per concentrarle in quelli più affluenti. Tutto ciò è noto.

Ma come impatta sulla nostra realtà nazionale? Pesantemente. Perché il perno dello schieramento progressista, il Pd, è ancora impigliato nelle contraddizioni che vengono dal suo lungo periodo di responsabilità governativa, quando, sia per un desiderio/bisogno di essere moderno e bene accetto ai piani alti dell’establishment, sia per rimediare ai guasti del berlusconismo, si è inibito una politica redistributiva e di intervento pubblico.

Un Pd senza idee

In sostanza, ha abdicato a quanto doveva essere la stella polare della sinistra. Se questo è il peso del passato – al quale alcuni vogliono trascinarlo di nuovo – al Pd di oggi vanno piuttosto imputate una impressionante astenia intellettuale e una incapacità di formulare un pensiero lungo sul presente e sul futuro.

Senza idee per un’Italia diversa il Pd rimane anchilosato, prigioniero della sua immagine di partito responsabile, affidabile, di sistema. Titoli di merito, certo, ma ci vuole ben altro per sfondare elettoralmente.

La freschezza e il dinamismo di Elly Schlein sono riusciti a spingere il Pd a cifre onorevoli, certo superiori a quelle ottenute alle ultime due elezioni politiche, ma insufficienti a insidiare il primato di Fratelli d’Italia.

La nuova leadership democratica sembra essersi mossa in due tempi. Il primo teso a consolidare il fronte delle opposizioni. Passi in questa direzione ne sono stati fatti, e importanti. Ne è prova l’insistenza con la quale la stampa filo-governativa e benpensante insista sull’egemonia dei Cinque stelle nella speranza che si sfasci il fronte dell’opposizione, e Giorgia Meloni governi indisturbata ad infinitum. Allo stucchevole refrain di un partito succube e imbelle, Schlein ha risposto con la determinazione a creare una opposizione coesa.

In qualsiasi coalizione ogni partner cerca di guadagnare visibilità per aumentare il proprio peso politico. È naturale, fa parte del gioco. Lo vediamo anche a destra. Ma queste tendenze centrifughe si gestiscono assicurando alla coalizione una visione comune. Un compito che spetta principalmente al Pd.

Leadership in affanno

È in questo secondo tempo che la leadership democratica sembra in affanno. Perché all’interno del partito non è stata fatta chiarezza sui fini ultimi, sugli obiettivi di lungo periodo. Non è ancora chiaro se il Pd deve dedicarsi all’ordinaria amministrazione, alla gestione ordinata delle cose come nel corso delle sue ultime esperienze governative, o mostrare una pulsione trasformativa della società e, ad esempio, prospettare un diverso assetto dei rapporti di forza tra le componenti sociali per cui gli “ultimi” diventino oggetto di attenzione prioritaria, e i cittadini siano coinvolti nei processi decisionali attraverso nuovi meccanismi partecipativi e deliberativi. La leadership si conquista sul piano delle idee. Anche attraverso un confronto aperto con gli oppositori interni, senza demonizzazioni.

mercoledì 24 settembre 2025

Ammazzato senza motivo

Simonetta Sciandivasci
Aldrovandi, un'ingiustizia irreparabile

La Stampa, 24 settembre 2025

Federico Aldrovandi è un nome che manca. Dagli striscioni che chiedono giustizia per Giulio Regeni, quelli gialli grandi e giusti sulle facciate di certi municipi; nelle domande sul perché il senso dello Stato è così eroso in questo Paese; dai dibattiti sugli abusi di potere; dalle considerazioni sulle conseguenze della retorica accanita sulla sicurezza; dalla toponomastica (solo a Milano c’è una piazzetta in un giardino pubblico che gli è intestata con una targa su cui si legge: “Ragazzo. 1987-2005”). Manca dalle istituzioni, e dalla loro coscienza. Altrove, invece, la memoria di Federico Aldrovandi è viva, combattiva, reclamata. Gli amici e i tifosi della Spal, la squadra della sua Ferrara, lo ricordano ogni anno; nelle manifestazioni che chiedono giustizia (tutte?) c’è quasi sempre qualcuno che dice «Federico vive»; suo padre e sua madre non hanno mai smesso di lavorare affinché all’opinione pubblica fosse chiaro che il caso Aldrovandi ha a che fare con quella tumefazione di cui si parla quando si parla di violenza in carcere e di cariche della polizia contro i manifestanti, di Stefano Cucchi e Riccardo Rasman, di scuola Diaz e Ramy Elgaml.

«Purtroppo, non vedo un cambiamento. Anzi, le cose stanno peggiorando: ci sono leggi più restrittive, nulla che possa prevenire, se non l’informazione, ma non vedo qualcosa che lo Stato possa avere fatto per impedire che accadano tragedie come questa», ha detto Patrizia Moretti, la madre di Federico, a un convegno organizzato a Ferrara in memoria di suo figlio, qualche giorno fa. La ricordiamo tutti con sempre tra le mani l’immagine di suo figlio morto, la testa su una pozza di sangue, quella che Carlo Giovanardi riuscì a dire che era un cuscino. Lei è e sempre sarà “la madre di Aldrovandi”, il ragazzo che all’alba del 25 settembre 2015, vent’anni fa esatti, è stato picchiato da 4 agenti della polizia tanto da rompergli un manganello addosso e fargli esplodere il cuore. Aveva 18 anni e due mesi, l’esame della patente da dare, una famiglia pazza di lui, una grande passione per il clarinetto e il karate.

È morto per ipossia seguita da ischemia cardiaca e c’è voluto del tempo per accertarlo e contrastare così la versione fatta circolare immediatamente, che lo voleva un facinoroso violento vittima di un mix di alcol e droghe: in un’interrogazione parlamentare, Giovanardi disse che era «un eroinomane». È stato trovato che Federico aveva nel sangue un quantitativo di alcol così basso che avrebbe superato qualsiasi test. I 4 agenti che lo hanno ammazzato sono stati condannati a 3 anni e sei mesi per omicidio colposo. Sono usciti dopo 6 mesi e sono tornati in caserma. «Evidentemente la polizia non li riteneva indegni di tornare a lavorare», ha detto Patrizia Moretti in un’intervista, qualche giorno fa. Uno di quegli agenti, Paolo Forlani, nel 2012, quando la Cassazione li condannò con sentenza definitiva, la definì «falsa ipocrita faccia da culo» sulla pagina Facebook “Prima Difesa Due”, un gruppo aperto che, nelle intenzioni della presidente Simona Cenni, doveva “tutelare gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate”.

In tutti questi anni, suo figlio è diventato un simbolo e lei non è parsa mai sola. La sua battaglia e quella del marito Lino hanno confinato e ridotto, nel nostro sguardo su di loro, la considerazione del dolore con cui convivono, e li ha ipostatizzati. Finora, più che raccontare cos’è stato della loro vita, hanno combattuto. La loro voce sull’altra parte, sul vuoto, sul male che gli si è conficcato dentro per sempre, l’ha raccolta Michele Dalai, in un libro che esce ora per Aliberti, si chiama Aldro, e la storia di Federico la racconta da tutti i punti di vista: quello di due dei 4 assassini e in particolare di uno di loro, un ragazzo scisso in due parti, del quale Dalai riporta l’idea di mondo, le giustificazioni, l’autodifesa balorda; quello del suo migliore amico e della ragazza che gli piaceva; quello della Chiesa da dove si è visto tutto; delle ipotesi fantasmatiche che a un certo punto sono state avanzate, del fratello Stefano, e infine della madre e del padre. Ciascuno di loro ha una lettera per lui.

Dalai non ha inventato: ha raccolto testimonianze tra i suoi amici e tra le persone che c’erano, mentre le parti di Lino e Patrizia Moretti le hanno scritte loro. Lino scrive a un certo punto: «C’è un mondo in cui saremo sempre, in cui sapremo e continueremo a parlarci. C’è un mondo in cui mi chiederai come si smonta una bici, quali stivali tengono meglio l’acqua, come chiedere un mutuo». Moretti scrive a un certo punto: «Dirò spesso che sei morto in guerra, ma una guerra dietro l’angolo di casa, quella tra la forza bruta e la compassione. Conosco la guerra, me l’hanno raccontata. Quella dei miei genitori, di mia nonna e della sua figlia persa, degli aerei e del rumore. Il rumore e la paura. Tu ora sei in silenzio, per terra. Come un bambino inerme. E passeranno vent’anni e ancora io penserò che sia caduto in una trappola».

Federico Aldrovandi è stato ammazzato senza motivo. Ed entrare nella strada in cui è successo, nelle vite di chi gli stava intorno, in una provincia placida e perfino noiosa, è importante perché è importante in sé, vista la storia, visti i fatti, visti i non detti, visto l’epilogo, visto che «le cose stanno peggiorando», ma è importante anche perché tra tutte le cose che veniamo addestrati a temere, non c’è la sicurezza, e il modo in cui l’ossessione per la sicurezza ci mette in pericolo perché ci rende giustizieri, violenti, diffidenti, meschini, allertati, preventivamente arrabbiati. Dalai lo mostra con precisione, in questo libro vibrante, e pieno di tenerezza, lucidità, orrore sconvolgente e nessun rancore: è un libro pieno di assenza di rancore.

Una società è civile quando sa avere paura senza provare rancore. Questo Paese, però, conosce troppe verità parziali e ingiustizie assolute per non provare rancore, e troppe volte chi doveva difendere ha aggredito: nessun politico sembra averne contezza, eppure qua sta uno dei tarli della partecipazione.

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