Visualizzazione post con etichetta coraggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coraggio. Mostra tutti i post

lunedì 31 agosto 2026

Bobbio e la Toscana

Roberto Barzanti
Norberto Bobbio, gli anni Belfagor, scritti e carteggi

il manifesto, 30 agosto 2026

Le infami leggi razziali che il regime fascista emanò nel 1938 ebbero riflessi drammatici nelle Università, e anche l’Ateneo senese fu tenuto ad applicarle. Il docente Guido Tedeschi, titolare della cattedra di Diritto civile, fu costretto a lasciare l’insegnamento. Il Rettore Raselli nella relazione inaugurale dell’anno accademico, il 13 novembre 1938, ne dette notizia con un’untuosa formula rivolgendo «un’affettuosa parola di commiato – disse –, al nostro ottimo collega, (…) che lascia l’insegnamento, in seguito ai provvedimenti ispirati alle superiori esigenze di difesa della razza».

Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004) sarebbe giunto a Siena pochi mesi dopo. «Quando arrivai a Siena – precisa in una lettera del 19 febbraio 2000 –, probabilmente alla fine dell’anno 1938, Tedeschi non c’era più e quindi non l’ho conosciuto. Si sapeva che era andato ad abitare in Israele. Riguardo alla campagna razziale, ci siamo comportati quasi tutti, come pretendeva la dittatura, con opportunistica rassegnazione, salvo considerarla in privato un’infamia». Da questo scarno frammento traspare l’amara onestà di chi ripensa la sua vita dentro le tragedie del Novecento senza reticenti giustificazioni.

Dal 1939 Bobbio aderì all’attività clandestina del movimento liberal-socialista, incontrandovi Guido Calogero e Aldo Capitini. Nel ’35 era già stato schedato dalla Questura di Torino come «elemento antifascista» per la frequentazione di esponenti di «Giustizia e Liberà», tra i quali spiccavano Leone e Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Massimo Mila. Vinto il concorso a cattedre, che in un primo momento gli era stato impedito di affrontare, Bobbio iniziò la sua carriera accademica presso l’Università libera di Camerino per essere poi chiamato a Siena a sostituire Felice Battaglia come straordinario di Filosofia del diritto. Vi rimase meno di due anni e approfittò della vicinanza di Firenze recandovisi spesso, attratto da personalità come Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei e Luigi Russo (Delia, 29 novembre 1892 – Marina di Pietrasanta, 14 agosto 1961).

Il rapporto con il futuro direttore della Normale di Pisa (nel 1943 e, dopo breve interruzione, dal ’44 al ’48) divenne salda consuetudine. Uno stretto legame, di quelli destinati a lasciare il segno, aveva coltivato con Giovanni Gentile. Nella premessa all’edizione del ’34 di Vita e morale militare – ma la stesura risaliva al ’17 – Gentile dichiarò il suo apprezzamento, perché il giovane autore si era «ispirato alle idee del più elevato e schietto idealismo». Viene da interrogarsi sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio; il temperamento focoso e irruente del critico era infatti del tuttio opposto a quello dell'allievo prediletto di Gioele Solari [la formulazione originaria di questa frase risulta incomprensibile: "Viene da interrogarsi  sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio, il cui temperamento era del tutto opposto a quello polemico e irruente dell’allievo prediletto di Gioele Solari"].

Alessio Panichi, che ha curato e introdotto con minuzioso acume i quindici contributi pubblicati dal grande politologo piemontese nella rivista bimestrale fondata da Russo nel 1946 mutuando il titolo da un sulfureo arcidiavolo machiavellico (Norberto Bobbio, Per Belfagor. Gli interventi e le corrispondenze con Luigi e Carlo Ferdinando Russo (Aragno «Biblioteca», pp. LXXI-517, € 60,00) ritiene che proprio le differenze di carattere furono un fattore determinante e complementare.

Bobbio non aveva un cuor di leone. Russo, presentando in Normale Antonio Gramsci in un appassionato discorso (27 aprile 1947), ringraziò Togliatti di avergli messo tra le mani gli scritti ancora inediti dei Quaderni. Li disse scaturiti dall’animo di un «cristiano senza retoriche religioserie»: «Popolarismo più che comunismo nel significato stretto del termine poteva dirsi la sua fede politica». I due carteggi inseriti nella raccolta – 26 scambi con Russo dal 1947 al 1961; 117, dal 1962 al 2001, con il figlio di Russo «Lallo» (1922-2013), raffinato filologo classico laureatosi con Pasquali – documentano tematiche privilegiate e sintomatiche convergenze.

«Belfagor» è stata una rivista unica: né altezzosamente accademica, né populisticamente facile, alternava rigorosi saggi e maliziosi interventi nella rubrica «Noterelle e schermaglie». Il criterio vigente era un pluralismo aperto a «tutti gli studiosi di buona volontà, dai liberali ai comunisti». Una tale impostazione era in piena sintonia con l’ottica di Bobbio circa la distinzione tra politica e cultura. Leggendo le missive e curiosando negli schietti giudizi espressi è come entrare in un frenetico laboratorio, dove gli intendimenti e le posizioni hanno una non filtrata franchezza. Quando Bobbio ringrazia Russo (24 dicembre 1950) per l’invio della nuova edizione di Problemi di metodo critico (Laterza 1950), non nasconde che gli tornano in mente le diatribe che quel testo aveva acceso su Benedetto Croce: «tutti crociani, si accorreva compiaciuti e incuriositi dove si sentiva odore di eresia».

La questione del rapporto con Croce è tra le centrali e invoglia a esplorare le traiettorie formative della generazione diventata adulta col fascismo, non radicata nel passato prefascista, incapace di dar vita a una corrente dotata di originalità, «ma anche troppo vigile e critica – scrive Bobbio a Russo nell’aprile 1955 – per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista». In questa sbrigativa affermazione sopravviveva il legame mai dissolto con il crocianesimo. In La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce Bobbio sostiene che ebbe influenza decisiva, non solo nei giovani, Storia come pensiero e come azione, feconda guida per un liberalismo che ambisse a risolversi anzitutto in «un atteggiamento morale e non politico»: dunque valido per opporre una resistenza al potere imperante.

In un commosso omaggio Bobbio addita Piero Calamandrei quale figura tra le più rappresentative dei giuristi-moralisti di contro ai giuristi-tecnici. I bersagli presi criticamente di mira sono il formalismo e il positivismo ottocentesco, che non si calavano entrambi in una contestuale analisi dei duri problemi di cui occuparsi. Lo storicismo che egli aveva seguito «era sospeso ad un dubbio finale sul senso ultimo della storia: dubbio che non doveva (o non poteva) avere risposta».

Il fatto è che lo «storicismo italiano» era inteso quale umanesimo storico-filologico, «il frutto più cospicuo e duraturo» della filosofia di Croce. In Gramsci e la cultura politica italiana (1978) Bobbio non nascose le critiche più volte indirizzate alle tradizioni che si rifacevano a Marx: l’assenza di circostanziate proposte degli esiti istituzionali e della prospettazione di come contrastare gli abusi del potere conquistato. Questo deficit nel descrivere l’architettura istituzionale da edificare fu un permanente rimprovero.

In una lettera dell’11 aprile 1978 a «Lallo» Russo, riferendosi a un articolo di Aldo Monti pubblicato nella «rivista di varia umanità», Bobbio non esita a rimarcare il suo accordo con l’estensore che «mette bene in rilievo come e qualmente Gramsci, anche lui, come tutti i marxisti (…), non si sia mai occupato delle istituzioni, e abbia sempre considerato gli istituti della tradizione liberal-democratica dal loro lato negativo (che c’è) e mai in quel che avevano di progressivo rispetto allo stato assoluto…». Molto ci sarebbe da aggiungere su un passaggio davvero cruciale se si oltrepassassero i confini cronologici del volume. Bobbio ammise che i limiti gramsciani erano assai diffusi. Commemorando Luigi Russo lo esaltò come uno «storicista militante» con una punta di amichevole ammirazione da parte di chi aveva preferito indossare le vesti di un esigente politologo.

«Belfagor», che chiuse i battenti per volontà di «Lallo» nel 2012, ci ha lasciato 400 fascicoli nei quali si condensa uno spazio memorabile di ritratti, indagini, interrogativi. In essi risiedono solo alcuni tratti di un itinerario in continua evoluzione. Introducendo la nuova edizione di Politica e cultura (2013) – il classico di Bobbio uscito nel 1955 –, Franco Sbarberi si è soffermato sulla consapevolezza dell’autore delle inquietanti alternative «tra Oriente e Occidente, tra secolarizzazione e riconquista religiosa, tra globalizzazione e localismo». Il ruolo proprio dell’intellettuale resterà quello di farsi autonomo «mediatore culturale» fra le diverse civiltà, opponendosi alle ideologie fondamentaliste e alla feroce contrapposizione tra soggetti collettivi e singole persone. Con Kant sconfinerà in un laico profetismo. Il progresso non è necessario, è possibile, dirà a Madrid (L’età dei diritti, 1987). La pace sarà stabile «solo quando vi saranno cittadini non più soltanto di questo o quello stato, ma del mondo». E suprema regnerà la «mitezza»: «l’antitesi della politica».

venerdì 6 marzo 2026

La timidezza

 


la timidezza si prende la rivincita
Sentimenti

Il destino vuole che ogni giorno, nel recarmi a visitare una comunità di persone anziane, anziane e compassate, faccia il viaggio insieme a scolaresche e «mi trovi di fronte sogghignanti e impomatate ragazze che copiano la moda», per usare le parole di Philip Larkin nella poesia Le nozze di Pentecoste. Solo poche studentesse, abbigliate senza accentuare le fattezze dei corpi, risaltano in mezzo alle « girls in parodies of fashion». Hanno trovato il coraggio per differenziarsi dal conformismo dominante: il coraggio di apparire timide. Del coraggio di essere timidi ci parla l’ultimo libro di Massimo Ammaniti, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. Ci vuole coraggio per ribellarsi alla glorificazione del sé quando sempre più spesso la buona educazione viene scambiata per timidezza. Senza rievocare le origini remote di quell’abbigliamento casto e pudico, basta risalire al 1918 quando l’inglese Ings scrive Etiquette in Everyday Life. Nella presentazione all’edizione italiana di questo galateo (2015), Natalia Aspesi scrive: «Un mondo senza il Villanzone, la Maleducata, lo Sguaiato, l’Urlona: sarebbe bello se si tornasse a tener conto che un comportamento educato e attento agli altri abbellisce la vita. Purtroppo, invece, alle Pessime Maniere ci stiamo abituando». Ci stiamo abituando perché il confine tra timidezza e rispetto si è lentamente spostato. Oggi vengono classificate negativamente come manifestazioni di timidezza quelle che un tempo altro non erano che apprezzabili forme di buona educazione. Ci stiamo abituando a modi di fare sempre più aggressivi esibiti nella speranza di risvegliare l’attenzione altrui. Ings invece suggeriva: «… che la vostra conversazione sia leggera e piacevole. Evitate di apparire assertivi. Se è richiesta la vostra opinione esprimetela liberamente … ma abbiate la cortesia di ascoltare quella altrui...».

Lo spostamento del confine che separa due categorie adiacenti, ma in reciproco contrasto, viene talvolta interpretato dal senso comune come una conseguenza del cambiamento delle culture e delle mode. In realtà è un meccanismo molto più generale: l’effetto dell’adattamento delle nostre categorie al mutamento degli ambienti. Daniel Gilbert, insieme ad altri, lo ha mostrato con un esperimento in cui le persone dovevano classificare dei colori come viola o blu. Se c’erano degli oggetti sul confine tra il viola e il blu questi venivano classificati come viola in presenza di molti blu e, viceversa, come blu quando c’erano molti viola. Noi spostiamo il confine tra opposte categorie per adattarle a un mondo che cambia («Science», 2018). Ammaniti mostra come questo adattamento caratterizzi anche la timidezza: noi siamo capaci di disimpararla quando gli altri la confondono con una espressione di schiva e pavida ritrosia. Da piccolo mi era stato insegnato a non guardare negli occhi le persone importanti (di fatto quasi tutte) quando queste mi rivolgevano la parola. Crescendo mi accorsi che tale comportamento era interpretato dai più come mancanza di schiettezza e segno di timore (sentimenti a me ignoti). Così lentamente cambiai i miei modi di comportarmi. Mi ritrovai da grande nelle vicende del film Il Sole del regista Sokurov (2015) quando il generale MacArthur punisce l’americano che fa il traduttore perché il militare, esperto di cultura giapponese, abbassa rispettosamente lo sguardo di fronte all’imperatore Hiro Hito.

La timidezza, insomma, è un sentimento camaleontico che si adatta alle situazioni e muta di significato a seconda dei contesti. Ammaniti ci parla a lungo dell’intrinseca e nascosta ambiguità del concetto di timidezza ricordando come Jerome Kagan, nell’ambito degli studi sullo sviluppo infantile, avesse mostrato che fin dal primo anno di vita abbiamo bambini più riservati ma non impauriti (shy) e bambini timidi e timorosi (timid). Una volta superate le paure, il coraggio di essere timidi si rivela un vantaggio perché ci rende più curiosi, capaci di scoperte precluse ai narcisisti, dubbiosi. Dubbiosi non solo nei confronti degli altri ma anche di noi stessi.

Si è appena chiusa al Louvre una grande mostra dedicata a Jacques-Louis David. Amico di Robespierre, celebrò con i suoi quadri dapprima la Rivoluzione libertaria e, in seguito, il trionfo di Napoleone, un dittatore (per quanto illuminato). Nella sua carriera David si trova a dover attraversare ben sei regimi politici e ogni volta dirà con entusiasmo «Sì» al presente e «No» al passato appena lasciato alle spalle. Ma quando David si ritrova nel chiuso di una cella e decide di dipingere l’autoritratto, egli non riuscirà a descrivere la sua anima. Questa gli sfugge e – come ha osservato il critico Jason Farago – noi siamo colpiti dal suo coraggio nell’esibire una insuperabile, intima e sublime timidezza. Ogni volta aveva detto un risoluto «Sì» oppure «No» ai fatti del mondo ma poi, quando cerca di mostrarci chi è lui, l’autoritratto offre una terza risposta: «Io proprio non lo so».

Massimo Ammaniti

Il coraggio di essere timidi

Raffaello Cortina,

pagg. 174, € 16

domenica 1 febbraio 2026

Un secolo di Davis


miles, un combattente armato di fascino e tromba
Un secolo di Davis. Il jazzista era nato nel 1926 e sono molte le celebrazioni in programma. Paolo Fresu, trombettista che conosce da vicino la sua opera, ci ricorda il suo portato musicale, culturale e politico. Un’icona vera del Novecento

Il 29 agosto del 1970 Miles Davis si esibì all’isola di Wight, nello stesso cartellone di Who, Joni Mitchell, Jethro Tull, Joan Baez, Jimi Hendrix e Emerson, Lake & Palmer. Quando gli chiesero il titolo del brano che quella sera avrebbe suonato rispose «Call it anything», letteralmente “chiamalo come vuoi”.

L’ho conosciuto musicalmente alla fine degli anni 70 grazie ad Autumn Leaves che per me, trombettista di banda e di gruppi da ballo con i quali suonavo Raoul Casadei e Perez Prado, si intitolava invece Le foglie Morte. Altro che “chiamalo come vuoi”! Passai una intera settimana ad ascoltare la musicassetta con quel brano, passatami dal pianista del complesso che a differenza mia, figlio di pastore, era figlio di un dentista appassionato di jazz e opera. Conteneva una versione dal vivo registrata dal quintetto stellare di Miles nel festival francese di Juan-les-Pins (1963) e io non distinsi quel tema che suonavo ogni sera nei matrimoni, nei veglioni di carnevale e nelle feste patronali. Lo avevano eseguito in una maniera così nuova e lunare che non lo riconobbi. Fu la mia prima lezione di jazz, ma fu, soprattutto, il primo approccio a un artista immenso dal quale avrei molto appreso, assieme a Chet Baker.

Di tutti e due apprezzavo la poesia e il lirismo, ma Miles aveva in più il coraggio e la visione. Quella del condurre la musica in un luogo sempre nuovo e a noi sconosciuto.

Sarebbe stato così anche per la collaborazione con Jimi Hendrix. La registrazione in studio era prevista poche settimane dopo il concerto all’isola di Wight ma il chitarrista di Seattle morì d’improvviso, la mattina del 18 settembre, in un hotel di Londra. Miles partecipò alle esequie con il cuore spezzato assieme alla moglie Betty Mabry che glielo aveva fatto conoscere. Si narra che nella sua vita non avesse mai partecipato a un funerale; neanche a quello dei suoi genitori.

Lo stesso anno pubblicò uno degli album più discussi e innovativi della storia del jazz, Bitches Brew, un inno al rock e alla sperimentazione che rimarcava l’importanza e l’incidenza dei meccanismi improvvisativi del bebop e delle jam session del Minton’s. «Sapevo che quel che volevo sarebbe venuto fuori da un processo, e non da una cosa organizzata» dichiarò. Un insegnamento prezioso anche per l’architettura dei miei gruppi che, dai primi anni 80, ho edificato interiorizzando la filosofia del “Principe delle tenebre”, che scoprii prima con il live di Miles in Europe e poi con l’introduzione di ‘Round About Midnight del 1957 che ascoltai mille e mille volte fino ad immaginarmi con lui, negli studi della Trentesima strada di New York, nel momento della registrazione.

Per Bitches Brew il trombettista convocò i musicisti per telefono la sera prima e tutti si ritrovarono in studio senza conoscersi. Da quell’incontro improbabile nacque una musica densa e magmatica che il fido produttore Teo Macero tagliò e incollò costruendo la struttura di un album che, ancora una volta, lo avrebbe proiettato nel futuro. Lo narra il bassista inglese Dave Holland che, giovanissimo, partecipò a quella fortunata seduta di incisione assieme John McLaughlin, Herbie Hancock, Michael Henderson, Billy Cobham ed altri.

Fu poi la volta del tributo a Jack Johnson, pubblicato ancora per la Columbia nel 1971. Si trattò in realtà della colonna sonora dell’omonimo film-documentario di William Clayton, che racconta la storia del pugile di Galveston, icona del Black Power americano. Davis era un fanatico dello sport e questo divenne la sua ancora di salvezza.

Nel 1956, uscito dal tunnel dell’eroina e dopo avere perso, a causa della droga, alcuni compagni di viaggio, decise che la nuova dipendenza sarebbe stata la boxe. Un noto allenatore dell’epoca gli insegnò i segreti dei grandi campioni e Miles si fece ritrarre fieramente sul ring come il suo mito. Osservando quella foto mi piace pensare che fosse più non solo un musicista ma un combattente. La tromba sussurrava note che colpivano con la forza di un pugno per quel bisogno di riscatto che è del suo popolo, nel mezzo di quella infinita battaglia razziale negli Stati Uniti d’America.

Nell’agosto del 1959 uscì Kind of Blue, forse il disco più acquistato ed ascoltato della storia del Novecento, assieme a A Love Supreme del suo collega John Coltrane. Miles era già una star internazionale ma una sera venne picchiato da un poliziotto di New York solo perché, tra un set e l’altro del suo concerto al Birdland, uscì accompagnato da una donna bianca. Il trombettista non dimenticò l’umiliazione di quella sera, e la foto scandalosa che lo ritrae negli uffici della polizia del 54° Distretto con l’elegante giacca color cachi sporca di sangue. Al punto che, dopo alcuni decenni, intitolò un nuovo disco per la Columbia con le stesse parole rivoltegli quella sera sul marciapiede di Broadway: «You are under arrest!». Un conflitto interiore, quello della pelle nera e dei diritti mancati, che Miles non risolse mai con sé stesso. «Guido la macchina da cinquantaseimila dollari (una Ferrari gialla) e la gente bianca mi guarda come fossi un pazzo. Dev’essere un personaggio dello spettacolo. Io rispondo di no», raccontò. «Non sarai mica Miles Davis?». «No, sono un bidello…».

Un sottile sarcasmo e una battaglia di dignità che portò con sé fino al 28 settembre del 1991, quando morì a 65 anni in un letto di ospedale a Santa Monica per una polmonite. Se ne andò silenziosamente, in contrasto con la sua vita roboante e spsso discussa da appassionati e critici che non comprendevano il suo circondarsi di chitarre elettriche e tastiere dell’ultimo periodo, di ritorno da una lunga malattia. Silenzioso, come il suono femminile della sua tromba sordinata che avevo succhiato durante la mia infanzia jazzistica attraverso una emulazione pedissequa in ore ed ore di ascolti in cui cercavo di suonare esattamente come lui. Fino a quando mia madre o i vicini non mi bussavano alla porta o alla finestra, implorandomi di smettere.

La passione per le donne, la droga, le macchine e la moda non gli fecero perdonare un jazz in bianco e nero che lo portò giovanissimo a lasciare la sua famiglia borghese dell’Illinois per raggiungere New York e incontrare Charlie Parker, l’inventore del bebop. Bird divenne il suo migliore amico e lo portò in tour e in studio per la Dial. Il suono del giovane Davis era ancora acerbo ma si intravvedevano una personalità decisa e un fraseggio originale. Parker morì nel 1955, stroncato dalla droga e dall’alcol; subito dopo Miles tornò sconfitto nella casa del padre per rinchiudersi e debellare la sua scimmia.

Aveva una forza interiore straordinaria che bene espresse attraverso una personalità spigolosa e dissonante, capace di grandi slanci e di altrettante irriverenze. Amava le persone schiette e non sopportava i bianchi – non tutti – che diceva essere privi di personalità. Escluso, per esempio, il suo caro amico Gil Evans, che vestì per la sua tromba le pagine più belle della Porgy & Bess di George Gershwin ed altri capolavori. Opere straordinarie, che restano nel palmarès della mia discoteca personale.

Negli ultimi anni suonava spesso dando le spalle al pubblico e anche questo veniva letto come una mancanza di rispetto nei confronti degli spettatori, ma lo faceva per comunicare meglio con i suoi musicisti. Soprattutto dopo l’invenzione del jazz modale quando, a partire dagli anni 60, il nuovo stile divenne più dialogante, necessitando di maggiore interplay. Del resto nessuno si meraviglia quando lo fa un direttore d’orchestra!

Figlio di un dentista, Miles Dewey Davis III crebbe in seno a una famiglia benestante e fin da bambino amò la musica e in particolare la tromba e il jazz. Quando nel 1944 il tour dell’orchestra di Billy Eckstine approda ad Alton, la sua città, passa il tempo a sbirciare le prove con la tromba sottobraccio fino a quando Eckstine, notando la custodia dello strumento, non lo invita a sostituire uno degli orchestrali che improvvisamente si era ammalato. Quella sera era troppo emozionato per suonare bene ma il giovane Parker, che era nell’orchestra, intuì che il ragazzo aveva stoffa e lo invitò a New York.

Miles chiese così al padre di poter andare a studiare alla prestigiosa Julliard School nella Grande Mela e a diciannove anni si avverò il sogno del suonare a fianco di Bird. Nella metà degli anni 40 spopolavano trombettisti scoppiettanti come Clark Terry, Dizzy Gillespie e Clifford Brown. Difficile per l’esile Miles stare al loro passo, e certamente più facile indagare in quel suono intimo e introverso che poi lo renderà unico.

E se ripercorriamo la sua storia discografica, in effetti, scopriamo che, nel tempo, è cambiata l’estetica della sua musica ma non l’idea. Muta il concetto di swing ma non l’essenza sonora che è lo specchio dell’anima. Perché l’anima non cresce col tempo. Solo si alimenta con la vita che la nutre e che nutre il suono. Parola di trombettista!

Miles dunque trovà la capacità di evolversi, trasformando la sua arte in modo quasi irriconoscibile e divenendo una icona del jazz. Anzi: la seconda icona, dopo quella di Louis Armstrong, a cui tutti noi dobbiamo molto. Visionarietà, coraggio e poesia uniti a una forte personalità e a uno spiccato gusto estetico ne fanno un artista irripetibile.

«Per me la musica e la vita sono una questione di stile» affermava, ed è certo è che Miles abbia inventato buona parte degli stili e sdoganato il jazz moderno tessendo relazioni con quel pop tanto temuto e criticato dai puristi. In You’re Under Arrest appaiono Time After Time di Cyndi Lauper e Human Nature di Steve Porcaro e John Bettis, portata al successo da Michael Jackson. Nel 1986 il rivoluzionario Tutu prodotto dal polistrumentista Marcus Miller gli valse un Grammy, e collaborò con gli Scritti Politti e con i Public Image Ltd. fino ad apparire nella serie di Miami Vice nel ruolo del pappone.

Era spigoloso ma amava il pubblico. Lo sentiva e lo faceva suo al punto da scendere dal palco e tra il pubblico (accadde a Pescara nel 1986) toccando la mano ai fan e continuando a suonare la tromba rossa, come una vera star. Ha travalicato il concetto di jazz e scardinato le recinzioni tra le musiche.

Nell’estate del 1984 suonò a Terni ed è lì che rischiai di conoscerlo. Nella formazione Bob Berg al sax, John Scofield alla chitarra, Adam Holzman e Robert Irving alle tastiere, Steve Thornton alle percussioni. Gli strepitosi pantaloni di pelle colore rosso intenso con i quali si presentò sul palco facevano a cazzotti con la t-shirt gialla e con la catena d’oro da un paio di chili. Alla fine del concerto l’organizzatore mi vide passare e mi invitò ad andare a salutarlo. Scappai a gambe levate, come un ladro. Perché Miles faceva questo effetto, con i suoni occhi profondi incastonati in un viso scuro come la pece, che ti prosciugavano l’anima. Anche quella sera suonò con la tromba rivolta verso il basso, quasi a cercare dentro di sé suoni distillati e tetri. Era come se le note cadessero dentro di lui, ma quel magnetismo raccolto faceva sì che il pubblico rimanesse ipnotizzato dal suo carisma. Lo stesso che emanava con le donne.

Era un ascoltatore bulimico e curioso. Appassionato di Africa, cultura popolare e psichedelia, dipingeva volti di donne africane con un tratto sottile e delicato che appaiono in dischi come Star People e Amandla. Ma Miles era anche un grande talent scout e amava circondarsi di giovani musicisti. Il pianista bianco Bill Evans gli mostrò nuove strade. «Gli telefonavo e gli chiedevo di posare il ricevitore da qualche parte e suonare per me, perché il suo stile mi faceva impazzire» raccontò Miles. Diede un cazzotto sullo stomaco a John Coltrane perché suonava troppe note e quando un amico gli chiese come era andato il tour appena terminato rispose con la sua proverbiale ironia: «Bene: Coltrane ha fatto cinquanta chorus, Cannonball venticinque e io due». Nello stesso tempo pagava i suoi turnisti affinché non provassero gli assoli a casa prima di una registrazione così che la musica fosse sempre fresca. Una musica che ha sempre danzato come le ballerine che ritraeva. Quasi un rito sciamanico quello del suo ultimo periodo, con una pulsazione ancestrale che sapeva di tribalità, di bellezza e di trance.

Un uomo che fuggiva dall’ovvietà e da sé stesso, scartando la narrazione cinematografica del jazz del passato e che si era mosso con una velocità di adattamento e di ricerca che molti altri artisti non possedevano.

Miles Ahead. Chi si guarda indietro è perduto. Esiste un ricco vocabolario di frasi pronunciate da Miles che potrebbero valere per qualsiasi ambito delle nostre vite. Un distillato di metafore e di filosofica verità. Era per il denaro, il palcoscenico e l’azione. Geniale e cinico, visionario e pragmatico. Si era sempre appoggiato su sé stesso e su una vita dalla quale aveva molto preteso. Come le icone pop del proprio tempo, avviluppate nel perenne bisogno di preservare una eterna giovinezza. Esiste un solo Miles come esiste un solo Picasso e un solo Michelangelo. Ed esiste una sola e riconoscibile silhouette di una tromba e di un corpo nella tipica postura ad “S”. Molto più che una semplice sagoma: un’icona del Novecento. E del futuro.

giovedì 20 novembre 2025

Lo spirito del gregge

Mattia Feltri
La codardia morale 

La Stampa, 20 novembre 2025

Sul New York Times, Thomas Friedman scrive un formidabile articolo sulla pestilenza di codardia morale che sta contagiando le leadership politiche, e fa tre esempi: il Partito repubblicano americano ha un problema neonazista, la sinistra progressista ha un problema pro Hamas e Israele ha un problema coi coloni. Ognuno si rifiuta di affrontare il suo problema. Se fra i miei ci sono razzisti violenti, se fra i miei ci sono sostenitori della sharia, se fra i miei ci sono assassini suprematisti, devo trovare il modo di giustificarli per tenere assieme la tribù. Friedman non scrive la parola tribù, ma il concetto sembra quello. La nostra destra e la nostra sinistra hanno problemi simili e soluzioni identiche, approdo di una politica tribale per cui negli anni il Parlamento è diventato un’assemblea notarile al servizio del capo, per cui si è garantisti con gli indagati amici e giustizialisti con gli indagati nemici, per cui anche la stampa si è infilata in una delle due trincee, e procede con la prosopopea o il vittimismo di chi si batte dal lato giusto della guerra. La codardia morale è la medesima, perché è una morale incapace di giudizio: la morale si realizza con la vittoria della tribù, fine. Succede quando la democrazia si infiacchisce e cede il passo al capo. Lo diceva bene Ágnes Heller: la democrazia è innaturale e dunque è sempre in pericolo; la tribù radunata attorno al capo è naturale, e lì ci si rifugia nei momenti di confusione e di paura. Nella tribù non bisogna più nemmeno pensare né tantomeno porsi problemi morali: per essere nel giusto basta avere un capo e ubbidirgli.

sabato 12 aprile 2025

Madame Roland sul patibolo

Thomas Carlyle, La Rivoluzione Francese, 1837

Segue una Vittima ben più nobile; una che rivendicherà il ricordo da diversi secoli: Jeanne-Marie Phlipon, la moglie di Roland. Regina, sublime nel suo dolore senza lamenti, sembrava a Riouffe nella sua prigione. "Qualcosa di più di quanto si trovi di solito negli sguardi delle donne si dipinse", dice Riouffe, "in quei suoi grandi occhi neri, pieni di espressione e dolcezza. Mi parlava spesso, alla Grate: eravamo tutti attenti intorno a lei, in una sorta di ammirazione e stupore; si esprimeva con una purezza, con un'armonia e una prosodia che rendevano il suo linguaggio simile a una musica, di cui l'orecchio non si saziava mai. La sua conversazione era seria, non fredda; proveniente dalla bocca di una bella donna, era franca e coraggiosa come quella di un grand'uomo. Eppure la sua cameriera disse: "Davanti a te, raccoglie le sue forze; ma nella sua stanza, a volte siede tre ore appoggiata alla finestra, a piangere ". È stata in prigione, liberata una volta, ma riconquistata alla stessa ora, fin dal primo giugno: in agitazione e incertezza; che si sono gradualmente placate nell'ultima, austera certezza, quella della morte. Nella prigione dell'Abbaye, occupava l'appartamento di Charlotte Corday. Qui alla Conciergerie, parla con Riouffe, con l'ex ministro Clavière; chiama i Ventidue decapitati "Nos amis , our Friends", che presto seguiremo. In questi cinque mesi vennero scritte le sue Memorie, che tutto il mondo ancora legge.

Ma ora, l'8 novembre, "vestita di bianco", dice Riouffe, "con i lunghi capelli neri che le scendevano fino alla cintura", è andata al tribunale. È tornata con passo svelto; ha alzato il dito per indicarci che era condannata: i suoi occhi sembravano essere umidi. Le domande di Fouquier-Tinville erano state "brutali"; l'onore femminile offeso gliele ha rivolte con disprezzo, non senza lacrime. E ora, terminati i brevi preparativi, anche lei percorrerà la sua ultima strada. L'accompagnava un certo Lamarche, "direttore della tipografia degli assegnati"; il cui abbattimento si sforzò di consolare. Arrivata ai piedi del patibolo, chiese carta e penna "per scrivere gli strani pensieri che le stavano sorgendo": una richiesta notevole; che le fu rifiutata. Guardando la Statua della Libertà che si erge lì, dice con amarezza: "Oh Libertà, cosa si fa in tuo nome!". Per amore di Lamarche, morirà per prima; mostragli quanto sia facile morire: "Contrariamente all'ordine", disse Sanson. "Pshaw, non puoi rifiutare l'ultima richiesta di una Signora"; e Sanson cedette.

Nobile Visione bianca, con il suo alto volto regale, i suoi dolci occhi fieri, i lunghi capelli neri che le scendevano fino alla cintura; e un cuore coraggioso come mai aveva battuto nel seno di una donna! Come una bianca statua greca, serenamente completa, risplende in quel nero relitto di cose; – a lungo memorabile. Onore alla grande Natura che, nella città di Parigi, nell'era del Nobile Sentimento e del Pompadourismo, può creare una Jeanne Phlipon e nutrirla fino alla chiara e perenne femminilità, anche se solo di Logica, Encyclopédie e del Vangelo secondo Jean-Jacques! La biografia ricorderà a lungo quel tratto di chiedere una penna "per scrivere gli strani pensieri che le sorgevano". È come un piccolo raggio di luce, che diffonde dolcezza e una sorta di sacralità su tutto ciò che la precedeva: così anche in lei c'era un Innominabile; anche lei era una Figlia dell'Infinito; c'erano misteri che il filosofismo non aveva mai sognato! Lasciò lunghi consigli scritti alla sua bambina; disse che suo marito non le sarebbe sopravvissuto.

Raggianti d'entusiasmo sono quegli occhi scuri, quel volto forte da Minerva, che esprime dignità e sincera gioia; la più gioiosa è lei dove tutti sono gioiosi. È la moglie di Roland de la Platière!... Lettore, nota quella borghese regale: bella, di una grazia amazzonica alla vista; ancor di più alla mente. Inconsapevole del suo valore (come ogni valore), della sua grandezza, della sua cristallina chiarezza; genuina, creatura di Sincerità e Natura, in un'epoca di Artificialità, Inquinamento e Ipocrisia; lì, nella sua immobile completezza, nella sua immobile invincibilità, lei, se mai tu lo sapessi, è la più nobile di tutte le donne francesi viventi, e tale la si vedrà, un giorno. Oh, beata piuttosto finché non si vede, anche da sola! Per ora il suo sguardo, senza alcun dubbio, si perde in questa grande teatralità; e pensa che i suoi giovani sogni si realizzeranno.


A far nobler Victim follows; one who will claim remembrance from several centuries: Jeanne-Marie Philipon?, the Wife of Roland?. Queenly, sublime in her uncomplaining sorrow, seemed she to Riouffe? in her Prison. 'Something more than is usually found in the looks of women painted itself,' says Riouffe, (Mémoires (Sur les Prisons, i.), pp. 55-7.) 'in those large black eyes of hers, full of expression and sweetness. She spoke to me often, at the Grate: we were all attentive round her, in a sort of admiration and astonishment; she expressed herself with a purity, with a harmony and prosody that made her language like music, of which the ear could never have enough. Her conversation was serious, not cold; coming from the mouth of a beautiful woman, it was frank and courageous as that of a great men.' 'And yet her maid said: "Before you, she collects her strength; but in her own room, she will sit three hours sometimes, leaning on the window, and weeping."' She had been in Prison, liberated once, but recaptured the same hour, ever since the first of June: in agitation and uncertainty; which has gradually settled down into the last stern certainty, that of death. In the Abbaye Prison, she occupied Charlotte Corday's? apartment. Here in the Conciergerie, she speaks with Riouffe, with Ex-Minister Clavière; calls the beheaded Twenty-two "Nos amis, our Friends,"—whom we are soon to follow. During these five months, those Mémoirs of hers were written, which all the world still reads.Madame Roland is also executed in November, 1793.
But now, on the 8th of November, 'clad in white,' says Riouffe, 'with her long black hair hanging down to her girdle,' she is gone to the Judgment Bar. She returned with a quick step; lifted her finger, to signify to us that she was doomed: her eyes seemed to have been wet. Fouquier-Tinville's? questions had been 'brutal;' offended female honour flung them back on him, with scorn, not without tears. And now, short preparation soon done, she shall go her last road. There went with her a certain Lamarche, 'Director of Assignat printing;' whose dejection she endeavoured to cheer. Arrived at the foot of the scaffold, she asked for pen and paper, "to write the strange thoughts that were rising in her;" (Mémoires de Madame Roland (Introd.), i. 68.) a remarkable request; which was refused. Looking at the Statue of Liberty which stands there, she says bitterly: "O Liberty, what things are done in thy name!" For Lamarche's seek, she will die first; shew him how easy it is to die: "Contrary to the order" said Samson.—"Pshaw, you cannot refuse the last request of a Lady;" and Samson yielded.She also went calmly and bravely.
Noble white Vision, with its high queenly face, its soft proud eyes, long black hair flowing down to the girdle; and as brave a heart as ever beat in woman's bosom! Like a white Grecian Statue, serenely complete, she shines in that black wreck of things;—long memorable. Honour to great Nature who, in Paris City, in the Era of Noble-Sentiment and Pompadourism, can make a Jeanne Phlipon, and nourish her to clear perennial Womanhood, though but on Logics, Encyclopedies, and the Gospel according to Jean-Jacques! Biography will long remember that trait of asking for a pen "to write the strange thoughts that were rising in her." It is as a little light-beam, shedding softness, and a kind of sacredness, over all that preceded: so in her too there was an Unnameable; she too was a Daughter of the Infinite; there were mysteries which Philosophism had not dreamt of!—She left long written counsels to her little Girl; she said her Husband would not survive her.


Anna Maria Verna, Scrittrici a Parigi
Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2019 

Mme Roland fu tra le prime vittime dell'attacco sferrato contro i Girondini, arrestata la notte del 31 maggio 1793, imprigionata a Sainte-Pélagie, occupò il tempo scrivendo i suoi Mémoires. Le fu impedito di difendersi e fu ghigliottinata il 9 novembre 1793. Jules Michelet in Femmes de la Révolution descrive il giorno in cui Mme Roland venne condotta al patibolo:
«Era un giorno freddo, la natura spoglia e triste corrispondeva agli stati d'animo; anche la Rivoluzione precipitava nel suo inverno, nella morte delle illusioni. Tra i due giardini privi di foglie, sul far della sera (erano le 17,30) arrivò ai piedi della colossale Libertà costruita presso il patibolo, nella piazza dell'obelisco. Salì agilmente i gradini e volgendosi verso la statua, disse con grave dolcezza, senza rimprovero: "Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!"
». 
Michelet era uno storico che scriveva come un romanziere ma se anche la frase di Mme Roland non fosse credibile, è certa e attestata la forza d'animo con la quale lei e molte altre seppero affrontare la ghigliottina. 


venerdì 6 giugno 2014

Clausewitz, Il coraggio e la fiducia

Carl von Clausewitz 
Della guerra (1832)
Libro primo
21. La guerra diventa gioco, non solo per la sua natura oggettiva, ma anche per la quella  soggettiva

Se guardiamo la natura soggettiva della guerra, cioè su le forze con cui deve essere condotta, essa ci appare più che mai  come un gioco. L'elemento in cui si muove l'attività bellica è il pericolo; ora, quale è nel pericolo la più importante fra le forze dell'animo? Il coraggio. Il coraggio può, è vero, conciliarsi con la saggezza del calcolo, ma trattasi di cose essenzialmente differenti, appartenenti a facoltà distinte dell'anima. Invece la propensione al rischio, la fiducia nella fortuna, l'audacia, la temerità sono semplici espressioni del coraggio, e tutte queste tendenze dell'anima cercano l'incertezza, poiché è il loro elemento. 
Vediamo dunque come, fin da principio, l'assoluto, il cosiddetto elemento matematico, non trova alcun saldo punto d'appoggio nei calcoli dell'arte di guerra; e che già fin da principio la guerra si estrinseca in un gioco di possibilità, probabilità, fortuna e sfortuna, il quale continua in tutti i grandi e piccoli fili della sua intelaiatura, e fa sì che, di tutti i rami dell'attività umana, la guerra sia quello che più rassomiglia a una partita con le carte da gioco.

22. Come questo si addice in generale più di tutto allo spirito umano 

Sebbene l'intelligenza si senta costantemente attratta verso la chiarezza e la certezza, è l'incerto che attrae spesso il nostro spirito. Invece di seguire penosamente lo stretto sentiero delle ricerche filosofiche e delle deduzioni logiche per giungere quasi senza averne consapevolezza su un terreno a cui si sente estraneo, e dove tutti gli oggetti noti paiono abbandonarlo, lo spirito preferisce arrestarsi con la fantasia nei campi del caso e della fortuna. Qui al posto della nuda necessità gode dell'abbondanza delle possibilità; il coraggio, esaltato da ciò, spicca il volo; il rischio ed il pericolo sono gli elementi fra cui si lancia, come l'audace nuotatore nella corrente. Deve la teoria abbandonarlo, in tale campo, e rinchiudersi, compiacendosi di se stessa, in un cerchio di conclusioni e di massime assolute? No certo, poiché essa diverrebbe priva di ogni utilità pratica. La teoria non può far astrazione dalla natura umana, deve lasciar la dovuta parte anche al coraggio, all'audacia ed altresì alla temerità. L'arte della guerra si muove nel campo delle forze viventi e delle forze morali e non può quindi mai raggiungere l'assoluto e la certezza. Rimane dappertutto spazio per l'incertezza, nelle cose più grandi come nelle più piccole. Se questa incertezza sta da una parte, coraggio e fiducia in sé devono stare dall'altra e così riempire il vuoto. Coraggio e fiducia in sé sono principî assolutamente essenziali per la guerra: la teoria deve dettare soltanto norme, entro le quali queste virtù militari, che sono le più nobili e le più necessarie, possano svilupparsi liberamente in tutti i loro gradi e variazioni. Esiste una sagacia, ed altresì una preveggenza, anche nel rischio: esse vanno solo valutate con un'altra misura. 

---------------------------------------------------------------

21. Wie durch seine objektive Natur, so wird der Krieg auch durch die subjektive zum Spiel
Werfen wir nun einen Blick auf die subjektive Natur des Krieges, d.h. auf diejenigen Kräfte, womit er geführt werden muß, so muß er uns noch mehr als ein Spiel erscheinen. Das Element, in welchem die kriegerische Tätigkeit sich bewegt, ist Gefahr; welche aber ist in der Gefahr die vornehmste aller Seelenkräfte? Der Mut. Nun kann zwar Mut sich wohl mit kluger Berechnung vertragen, aber sie sind doch Dinge von verschiedener Art, gehören verschiedenen Seelenkräften an; dagegen sind Wagen, Vertrauen auf Glück, Kühnheit, Verwegenheit nur Äußerungen des Mutes, und alle diese Richtungen der Seele suchen das Ungefähr, weil es ihr Element ist. Wir sehen also, wie von Hause aus das Absolute, das sogenannte Mathematische, in den Berechnungen der Kriegskunst nirgends einen festen Grund findet, und daß gleich von vornherein ein Spiel von Möglichkeiten, Wahrscheinlichkeiten, Glück und Unglück hineinkommt, welches in allen großen und kleinen Fäden seines Gewebes fortläuft und von allen Zweigen des menschlichen Tuns den Krieg dem Kartenspiel am nächsten stellt.

22. Wie dies dem menschlichen Geiste im allgemeinen am meisten zusagt

Obgleich sich unser Verstand immer zur Klarheit und Gewißheit hingedrängt fühlt, so fühlt sich doch unser Geist oft von der Ungewißheit angezogen. Statt sich mit dem Verstande auf dem engen Pfade philosophischer Untersuchung und logischer Schlußfolgen durchzuwinden, um, seiner selbst sich kaum bewußt, in Räumen anzukommen, wo er sich fremd fühlt, und wo ihn alle bekannten Gegenstände zu verlassen scheinen, weilt er lieber mit der Einbildungskraft im Reiche der Zufälle und des Glücks. Statt jener dürftigen Notwendigkeit schwelgt er hier im Reichtum von Möglichkeiten; begeistert davon, beflügelt sich der Mut, und so wird Wagnis und Gefahr das Element, in welches er sich wirft wie der mutige Schwimmer in den Strom. Soll die Theorie ihn hier verlassen, sich in absoluten Schlüssen und Regeln selbstgefällig fortbewegen? Dann ist sie unnütz fürs Leben. Die Theorie soll auch das Menschliche berücksichtigen, auch dem Mut, der Kühnheit, selbst der Verwegenheit soll sie ihren Platz gönnen. Die Kriegskunst hat es mit lebendigen und mit moralischen Kräften zu tun, daraus folgt, daß sie nirgends das Absolute und Gewisse erreichen kann; es bleibt also überall dem Ungefähr ein Spielraum, und zwar ebenso groß bei dem Größten wie bei dem Kleinsten. Wie dieses Ungefähr auf der einen Seite steht, muß Mut und Selbstvertrauen auf die andere treten und die Lücke ausfüllen. So groß wie diese sind, so groß darf der Spielraum für jenes werden. Mut und Selbstvertrauen sind also dem Kriege ganz wesentliche Prinzipe; die Theorie soll folglich nur solche Gesetze aufstellen, in welchen sich jene notwendigen und edelsten der kriegerischen Tugenden in allen ihren Graden und Veränderungen frei bewegen können. Auch im Wagen gibt es noch eine Klugheit und ebensogut eine Vorsicht, nur daß sie nach einem anderen Münzfuß berechnet sind.

domenica 12 gennaio 2014

Mauro Calise, Renzi e il problema del capo

Intervista con Mauro Calise di Alessandro Lanni
Renzi è un leone tra le volpi
e la personalizzazione non è populismo

Reset, 18 novembre 2013


Non solo il rifiuto cieco di quello che è ormai un dato ovvero la personalizzazione della politica, ma anche l’incapacità di evitare l’affermazione di una miriade di capi e capetti nel Pd (qualcuno anni fa li chiamò “cacicchi”) con il loro piccolo o grande potere locale, con la loro corrente personale, che stanno distruggendo il Partito democratico. Il duplice atto d’accusa che Mauro Calise muove nei confronti del Pd è lucido, netto e senza appello, almeno per una classe dirigente che nel complesso ha portato al naufragio delle Politiche del febbraio 2013 e dell’elezione del presidente della Repubblica.
Il funesto anno che si sta concludendo per il Pd sarà ricordato come quello della “non vittoria” della Ditta Bersani e dei 101 che hanno affossato Prodi, ma forse anche come l’anno in cui al soglio del Nazareno è asceso il giovane e rampante sindaco di Firenze. «Per ora Matteo Renzi – confessa Calise – mi sembra coraggioso, un leone tra le volpi. Però è più bravo che autentico e ancora deve fugare i dubbi sulla capacità di andare in profondità nella politica».
Col volumetto Fuorigioco (Laterza 2013) lo studioso napoletano prosegue la sua analisi dell’Italia politica aggiornando e approfondendo spunti dei precedenti Terza repubblica e Il partito personale (entrambi Laterza).
In Fuorigioco afferma che “una leadership forte è l’antidoto al partito personale”. Spieghi perché non è una contraddizione.
La personalizzazione è un tratto dominante della nostra epoca. Dal tessuto sociale a quello politico, passando per la sfera comunicativa che ne è il principale ambiente e moltiplicatore. Si tratta del fenomeno più macroscopico delle società contemporanee, piaccia o non piaccia. A me, ad esempio, piace poco ma cerco di evitare che questo giudizio infici la mia analisi. Una leadership forte contribuisce a legittimare il partito, se da questo non viene combattuta. È quello che si è visto in Inghilterra con Blair o in Germania con la Merkel.
E perché da noi non funziona?
È un processo che si consolida se trova uno sbocco istituzionale adeguato, a livello di premiership o presidenza. Leader forte, più partito coeso, più istituzione monocratica: è questo il circolo virtuoso che può arginare la degenerazione della personalizzazione, imbrigliarla in un circuito pubblico di legittimazione. Altrimenti la personalizzazione imbocca la scorciatoia della privatizzazione: il partito come proprietà personale del leader. In senso stretto, come con Berlusconi, o più mediato, come abbiamo visto con Di Pietro, Monti, Grillo. Tutte modalità diverse di personalizzazione del partito, ma accomunate dallo stesso destino: la fine del partito come organismo collegiale. E su questo insisto: nella nostra epoca, il partito come organismo unitario può sopravvivere solo grazie al riconoscimento di un capo. Si tratta di una verità anticipata, con la proverbiale lucidità, da Gramsci un secolo fa e chissà se i macro o micronotabili del Pd l’hanno letta… La riprendo da un bellissimo libro di Fabio Bordignon (Il partito del capo. Da Berlusconi a Renzi, in uscita in questi giorni per Apogeo/Maggioli): «Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un “capo”».
ll Pd di Bersani è stato ostinatamente contrario alla personalizzazione. Ha formulato questa avversità anche attraverso gli slogan e le frequenti dichiarazioni del segretario. Tuttavia al di là delle colpe della leadership, la linea Bersani è stata scelta alle primarie da un popolo che in fondo, culturalmente si identifica con quell’idea di partito e di collegialità ed è contro l’apparente “irrazionalismo” della leadership carismatica. Insomma, è colpa di Bersani ma anche di una parte consistente della gente di sinistra (non so se su questo sei d’accordo). Come convincere (ammesso che vada fatto) questa ampia parte di sinistra? È sufficiente dire nell’altro modo si vince?
Non sorprende che una parte consistente della sinistra condivida l’ideologia collettivista della leadership. Era alla radice del Pci e del Pd. E visto che l’elettorato Pd – come mostrano i dati di Ilvo Diamanti – è composto prevalentemente da pensionati e lavoratori del pubblico impiego, quelle radici esistono ancora. Si tratta di un dato fisiologico, che non giudico negativamente. Il problema nasce dalla contrapposizione che viene fatta tra quella concezione e una leadership personale e autorevole. Ai tempi del Pci, questo non avveniva: Togliatti o Berlinguer sono stati leader ultracarismatici, ma questo non è entrato in collisione con la forza del partito come attore unitario. Oggi invece, soprattutto con la restaurazione fallimentare portata avanti dai bersaniani, si è cercato di fare leva su uno scontro tra i due principi. Uno scontro che non ha nascosto la dura realtà, anzi la ha fatta esplodere: nel Pd la direzione collegiale non esiste più, esistono invece diciannove correnti. Ma non esiste ancora una leadership autorevole, che è un requisito di responsabilità e trasparenza in tutte le democrazie contemporanee.
Nel libro parla anche di un “virus letale” quello del microvoto, delle correnti anche locali guidate da “micronotabili”. Il congresso in corso sembra dire che il Pd non ha appreso la lezione e che nessuno è immune da questo male.
Si, il libro ha due focus, distinti e convergenti, il «doppio errore» del Pd. Il primo, su cui ci siamo soffermati finora e su cui si concentra buona parte del dibattito politico, è l’ostilità dell’oligarchia bersaniana nei confronti di una leadership autorevole. Col risultato della sconfitta elettorale e la spaccatura al vertice che è oggi sotto i nostri occhi. Ma il dato, forse, ancora più preoccupante è che accendendo i riflettori sulla lotta al macroleader si è finto di non vedere che il partito, nelle retrovie, si stava spappolando. E che, invece della Ditta propagandata, c’erano diciannove correnti, pullulanti di micronotabili in lotta fratricida tra di loro. Ed è da questo pantano che, chiunque sia il vincitore delle primarie, difficilmente il Pd riuscirà a districarsi.
“Personalizzazione” è un termine che viene spesso usato come sinonimo di populismo.
Sul piano storico è un’idiozia. Le origini del fenomeno, nell’America di fine Ottocento come nella Russia pre-sovietica, fa riferimento alla comparsa di attori e valori popolari, comunitari sulla scena politica, attori e valori che insidiavano i meccanismi tradizionali della rappresentanza parlamentare. Oggi, il populismo si ripresenta soprattutto come fenomeno mediatico, ondate di protesta che vengono spesso – ma non sempre e necessariamente – catalizzate e organizzate da leader particolarmente abili nello sfruttare vecchi e nuovi media: vedi Berlusconi e Grillo. Il capostipite del media populism televisivo è Ross Perot, da cui Berlusconi prende moltissimo. Chapeau – intellettuale, non certo politico – al duo Grillo-Casaleggio per avere inventato la variante web. Anche in questo caso, il migliore antidoto è ancorare la leadership al partito, evitare che cresca, si riproduca e – prima o poi – si sgonfi solo attraverso il circuito mediatico.
Però c’è una parte di sinistra e anche al vertice del Pd che giudica Renzi populista. Che ne pensi di questa accusa?
Al momento, mi sembra un’accusa pregiudiziale, infondata. Certo, se il partito continua a metterlo alla gogna, e alla porta, prima o poi è possibile che Renzi finisca per imboccare la scorciatoia populista.
Quali sono pregi e difetti di Renzi macroleader?
Il pregio maggiore è il coraggio. Paretianamente, un leone in un establishment di volpi. Una dote di cui pochi leader hanno dato prova: oltre, ovviamente, a Berlusconi, ricordo il primo Bassolino, quello che lasciò la poltrona sicurissima che aveva a Roma per buttarsi nell’avventura delle elezioni a sindaco di Napoli. Tra i difetti di Renzi c’è la profondità, che ancora non dimostra di avere sui temi più complessi (su questo, ad esempio, Gianni Cuperlo, dimostra più spessore e professionalità); e l’umanità: appare molto più bravo che vero. Ma questo forse nasce anche dalla tensione enorme cui è sottoposto, ininterrottamente sulla breccia e sotto i riflettori da oltre un anno. Se qualche volta parlasse meno in fretta, una pausa in più, una smorfia del viso. Qualcosa che trasmettesse il messaggio che la politica è anche sofferenza, il tarlo del dubbio ogni volta che butti il cuore oltre la siepe. Questa, ad esempio, era la forza di Veltroni.
Ricordo la ricostruzione che lei fece (fin dalla prima edizione del Partito personale, nel 2000) della rivoluzione di Blair nel Labour e di come mise in piedi una squadra di fedelissimi di grosso calibro che trasformarono il partito. Crede che Renzi possa riuscire a compiere lo stesso percorso? Renzi ha messo in piedi una squadra adeguata?
Non lo so. Non ho contatti o informazioni di prima mano su questo punto. Alcuni dicono che sarebbe il suo vero tallone d’Achille. Certo, il nodo che solleva è cruciale. Senza un’adeguata organizzazione, ogni leadership diventa rapidamente effimera. E qui il bivio di fronte a Renzi è molto netto. Se i toni dello scontro nel Pd continuano a indurirsi, e se davvero si dovesse andare incontro a una spaccatura – come recentemente D’Alema ha paventato – il sindaco potrebbe avventurarsi anche lui sul sentiero solitario del partito personale. Ma sarebbe un ripiego, e molto a rischio. Finora, il capostipite Berlusconi è stato eccezionale, nel doppio senso del termine: straordinariamente abile e senza repliche di pari portata. E la differenza l’ha fatta l’organizzazione, non la comunicazione. È bene ricordare che il Cavaliere scese in campo portandosi dietro, oltre ai soldi, tre canali televisivi e due aziende – con relativi “yesmen” – di caratura nazionale e radicatissime sul territorio.
L’unico imitatore di successo, per scala del fenomeno, è stato Grillo, col suo partito superpersonale cybercratico che ha messo insieme un quarto dell’elettorato. Ma si tratta di un’esperienza ancora allo stato nascente, non sappiamo – neanche Grillo – quanto durerà. Ma già al suo interno si registrano spaccature importanti, e proprio sulla giuntura più critica: il raccordo tra il centro telematico e la periferia di attivisti civici. Quanto agli altri cloni del Cavaliere, si è trattato di partitini personali, di piccolo peso e/o di breve durata. Dalle filiazioni di Dini e Prodi, nate dalla loro permanenza a Palazzo Chigi, alle formazioni parafamiliari di Di Pietro e Mastella, fino al più recente clamoroso flop di Scelta civica, l’esempio forse più eclatante dell’attrazione fatale che il biopartitismo esercita sul nostro ceto politico, anche nei suoi rappresentanti migliori. Farsi corpo politico, autoriprodursi per partenogenesi. Per accorgersi poi, rapidamente, che lo specchio di Narciso, in realtà, è un pozzo buio.
E Renzi è destinato a seguire questa strada?
Mi auguro che Renzi non cada in questa trappola. Se lo fanno fuori, se cercano di mandarlo in fuorigioco, si faccia da parte, non si faccia in quattro. È giovane, la notte della repubblica sarà lunga. Il futuro – come direbbe Weber – tornerà a bussare alla sua porta.