domenica 1 febbraio 2026

Un secolo di Davis


miles, un combattente armato di fascino e tromba
Un secolo di Davis. Il jazzista era nato nel 1926 e sono molte le celebrazioni in programma. Paolo Fresu, trombettista che conosce da vicino la sua opera, ci ricorda il suo portato musicale, culturale e politico. Un’icona vera del Novecento

Il 29 agosto del 1970 Miles Davis si esibì all’isola di Wight, nello stesso cartellone di Who, Joni Mitchell, Jethro Tull, Joan Baez, Jimi Hendrix e Emerson, Lake & Palmer. Quando gli chiesero il titolo del brano che quella sera avrebbe suonato rispose «Call it anything», letteralmente “chiamalo come vuoi”.

L’ho conosciuto musicalmente alla fine degli anni 70 grazie ad Autumn Leaves che per me, trombettista di banda e di gruppi da ballo con i quali suonavo Raoul Casadei e Perez Prado, si intitolava invece Le foglie Morte. Altro che “chiamalo come vuoi”! Passai una intera settimana ad ascoltare la musicassetta con quel brano, passatami dal pianista del complesso che a differenza mia, figlio di pastore, era figlio di un dentista appassionato di jazz e opera. Conteneva una versione dal vivo registrata dal quintetto stellare di Miles nel festival francese di Juan-les-Pins (1963) e io non distinsi quel tema che suonavo ogni sera nei matrimoni, nei veglioni di carnevale e nelle feste patronali. Lo avevano eseguito in una maniera così nuova e lunare che non lo riconobbi. Fu la mia prima lezione di jazz, ma fu, soprattutto, il primo approccio a un artista immenso dal quale avrei molto appreso, assieme a Chet Baker.

Di tutti e due apprezzavo la poesia e il lirismo, ma Miles aveva in più il coraggio e la visione. Quella del condurre la musica in un luogo sempre nuovo e a noi sconosciuto.

Sarebbe stato così anche per la collaborazione con Jimi Hendrix. La registrazione in studio era prevista poche settimane dopo il concerto all’isola di Wight ma il chitarrista di Seattle morì d’improvviso, la mattina del 18 settembre, in un hotel di Londra. Miles partecipò alle esequie con il cuore spezzato assieme alla moglie Betty Mabry che glielo aveva fatto conoscere. Si narra che nella sua vita non avesse mai partecipato a un funerale; neanche a quello dei suoi genitori.

Lo stesso anno pubblicò uno degli album più discussi e innovativi della storia del jazz, Bitches Brew, un inno al rock e alla sperimentazione che rimarcava l’importanza e l’incidenza dei meccanismi improvvisativi del bebop e delle jam session del Minton’s. «Sapevo che quel che volevo sarebbe venuto fuori da un processo, e non da una cosa organizzata» dichiarò. Un insegnamento prezioso anche per l’architettura dei miei gruppi che, dai primi anni 80, ho edificato interiorizzando la filosofia del “Principe delle tenebre”, che scoprii prima con il live di Miles in Europe e poi con l’introduzione di ‘Round About Midnight del 1957 che ascoltai mille e mille volte fino ad immaginarmi con lui, negli studi della Trentesima strada di New York, nel momento della registrazione.

Per Bitches Brew il trombettista convocò i musicisti per telefono la sera prima e tutti si ritrovarono in studio senza conoscersi. Da quell’incontro improbabile nacque una musica densa e magmatica che il fido produttore Teo Macero tagliò e incollò costruendo la struttura di un album che, ancora una volta, lo avrebbe proiettato nel futuro. Lo narra il bassista inglese Dave Holland che, giovanissimo, partecipò a quella fortunata seduta di incisione assieme John McLaughlin, Herbie Hancock, Michael Henderson, Billy Cobham ed altri.

Fu poi la volta del tributo a Jack Johnson, pubblicato ancora per la Columbia nel 1971. Si trattò in realtà della colonna sonora dell’omonimo film-documentario di William Clayton, che racconta la storia del pugile di Galveston, icona del Black Power americano. Davis era un fanatico dello sport e questo divenne la sua ancora di salvezza.

Nel 1956, uscito dal tunnel dell’eroina e dopo avere perso, a causa della droga, alcuni compagni di viaggio, decise che la nuova dipendenza sarebbe stata la boxe. Un noto allenatore dell’epoca gli insegnò i segreti dei grandi campioni e Miles si fece ritrarre fieramente sul ring come il suo mito. Osservando quella foto mi piace pensare che fosse più non solo un musicista ma un combattente. La tromba sussurrava note che colpivano con la forza di un pugno per quel bisogno di riscatto che è del suo popolo, nel mezzo di quella infinita battaglia razziale negli Stati Uniti d’America.

Nell’agosto del 1959 uscì Kind of Blue, forse il disco più acquistato ed ascoltato della storia del Novecento, assieme a A Love Supreme del suo collega John Coltrane. Miles era già una star internazionale ma una sera venne picchiato da un poliziotto di New York solo perché, tra un set e l’altro del suo concerto al Birdland, uscì accompagnato da una donna bianca. Il trombettista non dimenticò l’umiliazione di quella sera, e la foto scandalosa che lo ritrae negli uffici della polizia del 54° Distretto con l’elegante giacca color cachi sporca di sangue. Al punto che, dopo alcuni decenni, intitolò un nuovo disco per la Columbia con le stesse parole rivoltegli quella sera sul marciapiede di Broadway: «You are under arrest!». Un conflitto interiore, quello della pelle nera e dei diritti mancati, che Miles non risolse mai con sé stesso. «Guido la macchina da cinquantaseimila dollari (una Ferrari gialla) e la gente bianca mi guarda come fossi un pazzo. Dev’essere un personaggio dello spettacolo. Io rispondo di no», raccontò. «Non sarai mica Miles Davis?». «No, sono un bidello…».

Un sottile sarcasmo e una battaglia di dignità che portò con sé fino al 28 settembre del 1991, quando morì a 65 anni in un letto di ospedale a Santa Monica per una polmonite. Se ne andò silenziosamente, in contrasto con la sua vita roboante e spsso discussa da appassionati e critici che non comprendevano il suo circondarsi di chitarre elettriche e tastiere dell’ultimo periodo, di ritorno da una lunga malattia. Silenzioso, come il suono femminile della sua tromba sordinata che avevo succhiato durante la mia infanzia jazzistica attraverso una emulazione pedissequa in ore ed ore di ascolti in cui cercavo di suonare esattamente come lui. Fino a quando mia madre o i vicini non mi bussavano alla porta o alla finestra, implorandomi di smettere.

La passione per le donne, la droga, le macchine e la moda non gli fecero perdonare un jazz in bianco e nero che lo portò giovanissimo a lasciare la sua famiglia borghese dell’Illinois per raggiungere New York e incontrare Charlie Parker, l’inventore del bebop. Bird divenne il suo migliore amico e lo portò in tour e in studio per la Dial. Il suono del giovane Davis era ancora acerbo ma si intravvedevano una personalità decisa e un fraseggio originale. Parker morì nel 1955, stroncato dalla droga e dall’alcol; subito dopo Miles tornò sconfitto nella casa del padre per rinchiudersi e debellare la sua scimmia.

Aveva una forza interiore straordinaria che bene espresse attraverso una personalità spigolosa e dissonante, capace di grandi slanci e di altrettante irriverenze. Amava le persone schiette e non sopportava i bianchi – non tutti – che diceva essere privi di personalità. Escluso, per esempio, il suo caro amico Gil Evans, che vestì per la sua tromba le pagine più belle della Porgy & Bess di George Gershwin ed altri capolavori. Opere straordinarie, che restano nel palmarès della mia discoteca personale.

Negli ultimi anni suonava spesso dando le spalle al pubblico e anche questo veniva letto come una mancanza di rispetto nei confronti degli spettatori, ma lo faceva per comunicare meglio con i suoi musicisti. Soprattutto dopo l’invenzione del jazz modale quando, a partire dagli anni 60, il nuovo stile divenne più dialogante, necessitando di maggiore interplay. Del resto nessuno si meraviglia quando lo fa un direttore d’orchestra!

Figlio di un dentista, Miles Dewey Davis III crebbe in seno a una famiglia benestante e fin da bambino amò la musica e in particolare la tromba e il jazz. Quando nel 1944 il tour dell’orchestra di Billy Eckstine approda ad Alton, la sua città, passa il tempo a sbirciare le prove con la tromba sottobraccio fino a quando Eckstine, notando la custodia dello strumento, non lo invita a sostituire uno degli orchestrali che improvvisamente si era ammalato. Quella sera era troppo emozionato per suonare bene ma il giovane Parker, che era nell’orchestra, intuì che il ragazzo aveva stoffa e lo invitò a New York.

Miles chiese così al padre di poter andare a studiare alla prestigiosa Julliard School nella Grande Mela e a diciannove anni si avverò il sogno del suonare a fianco di Bird. Nella metà degli anni 40 spopolavano trombettisti scoppiettanti come Clark Terry, Dizzy Gillespie e Clifford Brown. Difficile per l’esile Miles stare al loro passo, e certamente più facile indagare in quel suono intimo e introverso che poi lo renderà unico.

E se ripercorriamo la sua storia discografica, in effetti, scopriamo che, nel tempo, è cambiata l’estetica della sua musica ma non l’idea. Muta il concetto di swing ma non l’essenza sonora che è lo specchio dell’anima. Perché l’anima non cresce col tempo. Solo si alimenta con la vita che la nutre e che nutre il suono. Parola di trombettista!

Miles dunque trovà la capacità di evolversi, trasformando la sua arte in modo quasi irriconoscibile e divenendo una icona del jazz. Anzi: la seconda icona, dopo quella di Louis Armstrong, a cui tutti noi dobbiamo molto. Visionarietà, coraggio e poesia uniti a una forte personalità e a uno spiccato gusto estetico ne fanno un artista irripetibile.

«Per me la musica e la vita sono una questione di stile» affermava, ed è certo è che Miles abbia inventato buona parte degli stili e sdoganato il jazz moderno tessendo relazioni con quel pop tanto temuto e criticato dai puristi. In You’re Under Arrest appaiono Time After Time di Cyndi Lauper e Human Nature di Steve Porcaro e John Bettis, portata al successo da Michael Jackson. Nel 1986 il rivoluzionario Tutu prodotto dal polistrumentista Marcus Miller gli valse un Grammy, e collaborò con gli Scritti Politti e con i Public Image Ltd. fino ad apparire nella serie di Miami Vice nel ruolo del pappone.

Era spigoloso ma amava il pubblico. Lo sentiva e lo faceva suo al punto da scendere dal palco e tra il pubblico (accadde a Pescara nel 1986) toccando la mano ai fan e continuando a suonare la tromba rossa, come una vera star. Ha travalicato il concetto di jazz e scardinato le recinzioni tra le musiche.

Nell’estate del 1984 suonò a Terni ed è lì che rischiai di conoscerlo. Nella formazione Bob Berg al sax, John Scofield alla chitarra, Adam Holzman e Robert Irving alle tastiere, Steve Thornton alle percussioni. Gli strepitosi pantaloni di pelle colore rosso intenso con i quali si presentò sul palco facevano a cazzotti con la t-shirt gialla e con la catena d’oro da un paio di chili. Alla fine del concerto l’organizzatore mi vide passare e mi invitò ad andare a salutarlo. Scappai a gambe levate, come un ladro. Perché Miles faceva questo effetto, con i suoni occhi profondi incastonati in un viso scuro come la pece, che ti prosciugavano l’anima. Anche quella sera suonò con la tromba rivolta verso il basso, quasi a cercare dentro di sé suoni distillati e tetri. Era come se le note cadessero dentro di lui, ma quel magnetismo raccolto faceva sì che il pubblico rimanesse ipnotizzato dal suo carisma. Lo stesso che emanava con le donne.

Era un ascoltatore bulimico e curioso. Appassionato di Africa, cultura popolare e psichedelia, dipingeva volti di donne africane con un tratto sottile e delicato che appaiono in dischi come Star People e Amandla. Ma Miles era anche un grande talent scout e amava circondarsi di giovani musicisti. Il pianista bianco Bill Evans gli mostrò nuove strade. «Gli telefonavo e gli chiedevo di posare il ricevitore da qualche parte e suonare per me, perché il suo stile mi faceva impazzire» raccontò Miles. Diede un cazzotto sullo stomaco a John Coltrane perché suonava troppe note e quando un amico gli chiese come era andato il tour appena terminato rispose con la sua proverbiale ironia: «Bene: Coltrane ha fatto cinquanta chorus, Cannonball venticinque e io due». Nello stesso tempo pagava i suoi turnisti affinché non provassero gli assoli a casa prima di una registrazione così che la musica fosse sempre fresca. Una musica che ha sempre danzato come le ballerine che ritraeva. Quasi un rito sciamanico quello del suo ultimo periodo, con una pulsazione ancestrale che sapeva di tribalità, di bellezza e di trance.

Un uomo che fuggiva dall’ovvietà e da sé stesso, scartando la narrazione cinematografica del jazz del passato e che si era mosso con una velocità di adattamento e di ricerca che molti altri artisti non possedevano.

Miles Ahead. Chi si guarda indietro è perduto. Esiste un ricco vocabolario di frasi pronunciate da Miles che potrebbero valere per qualsiasi ambito delle nostre vite. Un distillato di metafore e di filosofica verità. Era per il denaro, il palcoscenico e l’azione. Geniale e cinico, visionario e pragmatico. Si era sempre appoggiato su sé stesso e su una vita dalla quale aveva molto preteso. Come le icone pop del proprio tempo, avviluppate nel perenne bisogno di preservare una eterna giovinezza. Esiste un solo Miles come esiste un solo Picasso e un solo Michelangelo. Ed esiste una sola e riconoscibile silhouette di una tromba e di un corpo nella tipica postura ad “S”. Molto più che una semplice sagoma: un’icona del Novecento. E del futuro.

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