Il Sole 24ore, 1 marzo 2026
Il destino vuole che ogni giorno, nel recarmi a visitare una comunità di persone anziane, anziane e compassate, faccia il viaggio insieme a scolaresche e «mi trovi di fronte sogghignanti e impomatate ragazze che copiano la moda», per usare le parole di Philip Larkin nella poesia Le nozze di Pentecoste. Solo poche studentesse, abbigliate senza accentuare le fattezze dei corpi, risaltano in mezzo alle « girls in parodies of fashion». Hanno trovato il coraggio per differenziarsi dal conformismo dominante: il coraggio di apparire timide. Del coraggio di essere timidi ci parla l’ultimo libro di Massimo Ammaniti, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. Ci vuole coraggio per ribellarsi alla glorificazione del sé quando sempre più spesso la buona educazione viene scambiata per timidezza. Senza rievocare le origini remote di quell’abbigliamento casto e pudico, basta risalire al 1918 quando l’inglese Ings scrive Etiquette in Everyday Life. Nella presentazione all’edizione italiana di questo galateo (2015), Natalia Aspesi scrive: «Un mondo senza il Villanzone, la Maleducata, lo Sguaiato, l’Urlona: sarebbe bello se si tornasse a tener conto che un comportamento educato e attento agli altri abbellisce la vita. Purtroppo, invece, alle Pessime Maniere ci stiamo abituando». Ci stiamo abituando perché il confine tra timidezza e rispetto si è lentamente spostato. Oggi vengono classificate negativamente come manifestazioni di timidezza quelle che un tempo altro non erano che apprezzabili forme di buona educazione. Ci stiamo abituando a modi di fare sempre più aggressivi esibiti nella speranza di risvegliare l’attenzione altrui. Ings invece suggeriva: «… che la vostra conversazione sia leggera e piacevole. Evitate di apparire assertivi. Se è richiesta la vostra opinione esprimetela liberamente … ma abbiate la cortesia di ascoltare quella altrui...».
Lo spostamento del confine che separa due categorie adiacenti, ma in reciproco contrasto, viene talvolta interpretato dal senso comune come una conseguenza del cambiamento delle culture e delle mode. In realtà è un meccanismo molto più generale: l’effetto dell’adattamento delle nostre categorie al mutamento degli ambienti. Daniel Gilbert, insieme ad altri, lo ha mostrato con un esperimento in cui le persone dovevano classificare dei colori come viola o blu. Se c’erano degli oggetti sul confine tra il viola e il blu questi venivano classificati come viola in presenza di molti blu e, viceversa, come blu quando c’erano molti viola. Noi spostiamo il confine tra opposte categorie per adattarle a un mondo che cambia («Science», 2018). Ammaniti mostra come questo adattamento caratterizzi anche la timidezza: noi siamo capaci di disimpararla quando gli altri la confondono con una espressione di schiva e pavida ritrosia. Da piccolo mi era stato insegnato a non guardare negli occhi le persone importanti (di fatto quasi tutte) quando queste mi rivolgevano la parola. Crescendo mi accorsi che tale comportamento era interpretato dai più come mancanza di schiettezza e segno di timore (sentimenti a me ignoti). Così lentamente cambiai i miei modi di comportarmi. Mi ritrovai da grande nelle vicende del film Il Sole del regista Sokurov (2015) quando il generale MacArthur punisce l’americano che fa il traduttore perché il militare, esperto di cultura giapponese, abbassa rispettosamente lo sguardo di fronte all’imperatore Hiro Hito.
La timidezza, insomma, è un sentimento camaleontico che si adatta alle situazioni e muta di significato a seconda dei contesti. Ammaniti ci parla a lungo dell’intrinseca e nascosta ambiguità del concetto di timidezza ricordando come Jerome Kagan, nell’ambito degli studi sullo sviluppo infantile, avesse mostrato che fin dal primo anno di vita abbiamo bambini più riservati ma non impauriti (shy) e bambini timidi e timorosi (timid). Una volta superate le paure, il coraggio di essere timidi si rivela un vantaggio perché ci rende più curiosi, capaci di scoperte precluse ai narcisisti, dubbiosi. Dubbiosi non solo nei confronti degli altri ma anche di noi stessi.
Si è appena chiusa al Louvre una grande mostra dedicata a Jacques-Louis David. Amico di Robespierre, celebrò con i suoi quadri dapprima la Rivoluzione libertaria e, in seguito, il trionfo di Napoleone, un dittatore (per quanto illuminato). Nella sua carriera David si trova a dover attraversare ben sei regimi politici e ogni volta dirà con entusiasmo «Sì» al presente e «No» al passato appena lasciato alle spalle. Ma quando David si ritrova nel chiuso di una cella e decide di dipingere l’autoritratto, egli non riuscirà a descrivere la sua anima. Questa gli sfugge e – come ha osservato il critico Jason Farago – noi siamo colpiti dal suo coraggio nell’esibire una insuperabile, intima e sublime timidezza. Ogni volta aveva detto un risoluto «Sì» oppure «No» ai fatti del mondo ma poi, quando cerca di mostrarci chi è lui, l’autoritratto offre una terza risposta: «Io proprio non lo so».
Massimo Ammaniti
Il coraggio di essere timidi
Raffaello Cortina,
pagg. 174, € 16

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