Visualizzazione post con etichetta Beppe Grillo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Beppe Grillo. Mostra tutti i post

domenica 13 aprile 2025

Il truffatore




Nella mitologia, nella religione e nello studio del folclore il trickster (traducibile approssimativamente con "imbroglione" o "truffatore") è un personaggio, uomo, donna o animale antropomorfo, vorace, abile nell'inganno e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali. Questa figura liminale e ambigua ha spesso nei miti un ruolo altrettanto importante di quello delle classiche divinità o personaggi, aventi invece una funzione precisa e determinata. (Wikipedia)

... in Grillo sembra agire qualcosa che va al di là della figura del semplice attore, così da collocarlo nell’universo dei trickster, figura che gli antropologi e i mitologi chiamano il “briccone divino”: personaggio mitologico appartenente a un tempo al regno animale e a quello umano, al novero degli déi e a quello degli uomini. Dio del passaggio tra l’alto e il basso, il dentro e il fuori, il sublime e l’abietto, tra la follia e la ragione, il trickster prende le forme dell’idiota creativo, del saggio buffone, del bambino dai capelli grigi; è il continuo dissacratore. (Marco Belpoliti)

Mauro Magatti
La presidenza Trump è il segno che l'Occidente ha perso la bussola
Avvenire, 13 aprile 2025

Trump sta mettendo tutti sotto pressione. Non passa giorno che il presidente americano non se ne esca con una qualche decisione o dichiarazione in grado di mettere a soqquadro il mondo intero. Attonito rispetto a ciò che è già accaduto, il pianeta guarda con trepidazione a ciò che può ancora accadere. In Trump l’Occidente vede riflesso il suo lato predatorio, volgare e violento. Predatorio perché l’approccio è quello di perseguire i propri interessi (in questo caso degli Stati Uniti) contro quelli di tutti gli altri, senza farsi scrupolo di rispettare i legittimi diritti altrui. Come è stato evidente nel modo in cui la presidenza americana ha cercato di imporre l’accordo sulle terre rare a una Ucraina sfinita dalla guerra. Volgare perché usa parole, immagini e linguaggi che fino a ieri erano considerati inadatti al decoro delle istituzioni. Ben aldilà del limite di ogni decenza. Violento perché del tutto disinteressato alle conseguenze prodotte dalle proprie decisioni. Come nel caso dell’improvviso taglio dei fondi Usaid che ha causato enormi disagi tra i poveri di tante regioni del mondo. O delle foto fatte circolare in cui si ritraevano immigranti in catene. O della pretesa (per ora solo verbale) di annettersi territori esteri, come la Groenlandia (se non addirittura il Canada). Molti risolvono la questione sul piano personale, dando del folle all’inquilino della Casa Bianca. Ma in realtà, aldilà della personalità di Trump (che indubbiamente gioca un ruolo importante), la questione è ben più seria e profonda. Se la principale democrazia occidentale ha rieletto un candidato che era arrivato a simpatizzare con gli assalitori di Capitol Hill dopo la sconfitta alle elezioni nel 2020, vuol dire che la malattia è profonda. La verità è che siamo entrati in un ciclo di irrazionalità sistemica. Certo, il disegno complessivo che la nuova amministrazione americana sta seguendo appare confuso; così come confusi sono i metodi per perseguire gli obiettivi dichiarati. Ma tale irrazionalità si afferma nel vuoto lasciato dall’incapacità del pensiero mainstream di capire e tanto meno di gestire la complessità del mondo contemporaneo. Le soluzioni tecniche, tutte ragionevoli, non riescono più a tenere insieme i pezzi di una società contraddittoria e profondamente divisa. Né a rispondere ai tanti problemi sociali che tante persone vivono sulla loro pelle.

Come già accaduto in passato, in questi momenti di confusione si affermano i “trickster” (parola inglese che letteralmente si traduce con imbroglione, truffatore), figure ambigue e voraci, abili nell’inganno, spregiudicate e amorali. Ponendosi al di fuori delle regole convenzionali, il trickster attrae perché apre uno spiraglio, benché indeterminato, rispetto allo stato delle cose che è all’origine del malessere diffuso. Una sorta di divinità ingannevole dotata di una amoralità sacra che ė capace di andare oltre la distinzione tra giusto e sbagliato, sacro e profano, puro e impuro. In questo modo, egli incorpora l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso. La presidenza Trump è il sintomo più clamoroso del fatto che è l’Occidente ad aver perso la bussola. Rispetto alla propria storia di cui in questo momento rinnega i valori fondanti e rispetto al mondo, a cui mostra un volto impresentabile. Il costo in termini di reputazione internazionale è enorme. Con conseguenze che peseranno per molti anni. Un vero e proprio assist per gli autocrati di tutto il mondo. Se vogliamo essere positivi, questa grave crisi è anche una grande occasione. Per capire che la strada battuta in questi decenni ‒ centrata sull’individualismo radicale e sull’interesse materialistico nel disprezzo dei valori dello spirito e della solidarietà ‒ non porta da nessuna parte.

Come già accaduto in passato, in questi momenti di confusione si affermano i “trickster” (parola inglese che letteralmente si traduce con imbroglione, truffatore), figure ambigue e voraci, abili nell’inganno, spregiudicate e amorali. Ponendosi al di fuori delle regole convenzionali, il trickster attrae perché apre uno spiraglio, benché indeterminato, rispetto allo stato delle cose che è all’origine del malessere diffuso. Una sorta di divinità ingannevole dotata di una amoralità sacra che ė capace di andare oltre la distinzione tra giusto e sbagliato, sacro e profano, puro e impuro. In questo modo, egli incorpora l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso. La presidenza Trump è il sintomo più clamoroso del fatto che è l’Occidente ad aver perso la bussola. Rispetto alla propria storia di cui in questo momento rinnega i valori fondanti e rispetto al mondo, a cui mostra un volto impresentabile. Il costo in termini di reputazione internazionale è enorme. Con conseguenze che peseranno per molti anni. Un vero e proprio assist per gli autocrati di tutto il mondo.Se vogliamo essere positivi, questa grave crisi è anche una grande occasione. Per capire che la strada battuta in questi decenni ‒ centrata sull’individualismo radicale e sull’interesse materialistico nel disprezzo dei valori dello spirito e della solidarietà ‒ non porta da nessuna parte.

Questo è il momento in cui le forze costruttive che sono ancora dentro l’Occidente devono porre la domanda di cosa la nostra cultura vuole essere nel nuovo scenario planetario. Quali valori vuole affermare. Uale modello economico e sociale vuole costruire. Quale quadro di relazioni internazionali vuole contribuire a far nascere. Per rispondere a queste domande l’Occidente deve recuperare la propria radice spirituale. E, come dice Habermas, comprendere che le grandi religioni, a partire dal cristianesimo, sono serbatoi di senso di cui non si può fare a meno. Si apre una stagione nuova. Nessuna religione è infatti in grado di pretendere il monopolio spirituale. Pena cedere alla tentazione delle sirene fondamentaliste. Il ruolo della religione invece è quello di essere un giacimento di senso e di solidarietà a cui le democrazie possono attingere per contrastare le derive più distruttive che vediamo affiorare proprio con la presidenza Trump. E così rigenerare sé stesse. Là dove c’è il pericolo, là cresce ciò che salva” scriveva Hőlderlin. E il pericolo oggi è davvero imminente. Sta dunque a noi far crescere ciò che può salvare.

https://www.doppiozero.com/dove-sta-la-forza-di-grillo
https://www.huffingtonpost.it/guest/luiss-open/2020/11/03/news/l_evoluzione_di_trump_da_identity_politics_a_trickster_politics-5342324/


mercoledì 15 novembre 2023

L'autodafé di Grillo

 

 
Luca Bottura, E' un Berlusconi che non ce l'ha fatta, ora però un bel vaffa se lo merita lui, La Stampa, 14 novembre 2014
 
A lungo ho creduto che Beppe Grillo avesse influenzato profondamente le quattro facezie che, per me o per gli altri, ho compitato negli anni: "Fantastico", "Te la do io l'America", il teatro "di denuncia"… Tutto molto divertente, energico, sincero. Poi ho scoperto che non era lui. Che dovevo dire grazie ad Antonio Ricci, Michele Serra, a Marco Morosini, gli autori che lo avevano instradato, le diverse tappe: comicità, satira, ecologismo e neo-luddismo.
Poi arrivò Casaleggio e la cosa, da divertente, si fece drammatica. L'ego sconfinato di Grillo si combinò a quello del suo mentore, che voleva diventare "patrone ti monto" e per farlo ventilava una guerra con quattro miliardi di morti. Si specchiarono. Si amarono. Si spalleggiarono. Pensavano entrambi che il popolo fosse composto da fessi, che fossero sufficienti quattro slogan ripetuti per realizzare il loro unico obiettivo: gloria, potere.
L'altra sera, da Fabio Fazio, Grillo ha ammesso che non c'era alcun progetto. Non c'erano risposte. Non esisteva il benché minimo orizzonte. E che ha peggiorato il Paese. Si potrà obiettare (lui lo farebbe) che era spettacolo, farsa, bugia. Ma spettacolo, farsa, bugia, è ciò che Grillo e i suoi epigoni manettari, naturalmente mai con gli amici, hanno miscelato alla politica, quella vera, in questi anni di cupio dissolvi civile. E la politica, purtroppo, cambia realmente la vita delle persone. E delle comunità. Anche devastandone i capisaldi.
Grillo è un Berlusconi che non ce l'ha fatta: accentratore, malato di "vita", mentitore, spregiudicato. Non a caso, Gianroberto Casaleggio veniva da Forza Italia. Non a caso, ogni qual volta gli è toccato di andare a soggetto, gli è uscito di tutto, sempre da destra, dacché ogni populismo da là viene. Il sostegno a Casa Pound, le "botte" agli immigrati, gli attacchi (ora) ai giudici. Tra Bersani e Salvini, scelse Salvini.
Poi, la disinformazione. Casaleggio junior ha fatto sparire da tempo Le Fucine, TzéTzé, e altri siti con cui macinava denaro all'ombra del Movimento Cinque Stelle, con un volano poderoso: il Sacro Blog. Un agglomerato di notizie grigie, gonfiate, spesso prese da siti disinformativi russi come Sputnik. Un mosaico rancoroso che oggi si ritrova tale e quale nei siti "fuori dal coro", una sentina che ha devastato il livello dell'informazione italiana transumandola dal tradizionale asservimento, tra l'altro non sempre, alla confusione deliberata. Con un corollario pre-autoritario: la violenza verbale verso i non allineati.
Grillo è stato responsabile degli attacchi ai cameraman Rai che lo riprendevano, delle gogne ai danni dei cronisti colpevoli di criticarlo (e delle croniste, con che gioia), persino degli autori satirici. Grillo, e Casaleggio, hanno creato coi mezzi dell'epoca – appunto il blog – ciò che Salvini, Meloni, Renzi, avrebbero perfezionato: una Bestia di pessima informazione, aggressiva, basata sul bastone, sulla dannazione, sulla cacciata a furor di popolo dei non allineati. Interni, esterni. Mentre si davano lezioni di democrazia e giornalismo agli altri.
In questa malafede e nei suoi adepti c'è un'aggravante non da poco: l'aver fatto propria, una volta andati al potere, la peggiore consorteria partitica, la più disastrosa lottizzazione, la contrattazione del singolo strapuntino. Chiunque abbia avuto a che fare coi Cinque Stelle "di governo" – a parte lodevoli eccezioni, che resistono tuttora – ricorda una gestione militare dei rapporti con la stampa, la fuga dalle domande, le pagelle dei buoni e cattivi.
La repubblica di Casalino, potentissima, che ancora oggi si sostanzia nelle acque reflue del servizio pubblico: io ti voto il Cda, tu mi dai qualcosa qua… eccetera.
E dire che era tutto chiaro da subito, bastava voler vedere. Dal giorno in cui, a Bologna, i nomi dei principali quotidiani italiani furono scanditi per esporli al vaffanculo della piazza. La colpa: ricevere finanziamenti pubblici. Delegittimarli significava "disintermediare", come diceva Casaleggio. O disintermerdare, com'è accaduto. Sostituire le notizie con la propaganda. Fuggendo, se necessario. Nel 2011, per farsi intervistare, Grillo chiese 2.000 euro «da dare in beneficenza per gli alluvionati liguri». Andai a vedere il bluff: li raccolsi, li versai, lo aspettai in radio. Non venne: «L'iniziativa non è più attiva», mi scrisse a trasmissione conclusa. Ma dai.
Oggi, quando Giorgia Meloni fa passerella web a Palazzo Chigi saltando a piè pari ogni confronto coi giornali, applica la "regola Grillo". Inoltre, sulla spinta dell'indignazione ad minchiam, quella di un Paese in cui il 50% manco paga le tasse, i finanziamenti pubblici sono rimasti solo per le "cooperative", quasi sempre fittizie, che magari schermano imperi nel settore della Sanità o spiegano al mondo i totem del liberismo. Coi soldi pubblici.
La cancellazione dei sostegni all'informazione (che venivano anche hackerati, come tutto in Italia, ma davano una mano al pluralismo) fa il paio con la diminuzione di deputati e senatori: una trovata da repubblica delle banane che il Pd sposò per ignavia, seminando il campo sul quale oggi Meloni sparge concime col premierato. Grillo ha peggiorato anche l'opposizione, ha dato a intendere a una parte del Paese che la sinistra fosse quella roba lì: una giusta – ad esempio il reddito di cittadinanza – insieme a cento sbagliate ma a furor di popolo. Manipolato. Anzi, peggio: in mezzo a un nulla di slogan vuoti, di parole messe lì per far numero: «Giuseppe Conte parlava difficile, non si capiva. L'ho scelto per quello».
L'ultimo paradosso è che l'autodafé di Grillo sia avvenuto anch'esso per promozione, in casa di un conduttore che aveva insultato e irriso, da cui si è fatto agilmente gestire come a suo tempo nel salotto di Bruno Vespa. Una passerella mesta (al netto del colpaccio e del senso giornalistico) a caccia di un pubblico per spettacoli sempre meno affollati, o di qualche lettore in più per un blog che senza Casaleggio è defunto. Per raggranellare un po' di attenzione ad anni luce dal successo di piazza da cui iniziò la caduta: gli 800.000 (autocertificati) di piazza San Giovanni del 2013. Un pubblico così, Grillo, non l'avrebbe mai più avuto. Il suo unico vero programma era completato. Oggi – chapeau - ha il coraggio artistoide di venire in tv a spiegarci che sì, ci aveva preso per i fondelli. Una sincerità che merita adeguata risposta: Beppe, hai settant'anni. Adesso vattene affanculo tu.

 

 

domenica 12 gennaio 2014

Mauro Calise, Renzi e il problema del capo

Intervista con Mauro Calise di Alessandro Lanni
Renzi è un leone tra le volpi
e la personalizzazione non è populismo

Reset, 18 novembre 2013


Non solo il rifiuto cieco di quello che è ormai un dato ovvero la personalizzazione della politica, ma anche l’incapacità di evitare l’affermazione di una miriade di capi e capetti nel Pd (qualcuno anni fa li chiamò “cacicchi”) con il loro piccolo o grande potere locale, con la loro corrente personale, che stanno distruggendo il Partito democratico. Il duplice atto d’accusa che Mauro Calise muove nei confronti del Pd è lucido, netto e senza appello, almeno per una classe dirigente che nel complesso ha portato al naufragio delle Politiche del febbraio 2013 e dell’elezione del presidente della Repubblica.
Il funesto anno che si sta concludendo per il Pd sarà ricordato come quello della “non vittoria” della Ditta Bersani e dei 101 che hanno affossato Prodi, ma forse anche come l’anno in cui al soglio del Nazareno è asceso il giovane e rampante sindaco di Firenze. «Per ora Matteo Renzi – confessa Calise – mi sembra coraggioso, un leone tra le volpi. Però è più bravo che autentico e ancora deve fugare i dubbi sulla capacità di andare in profondità nella politica».
Col volumetto Fuorigioco (Laterza 2013) lo studioso napoletano prosegue la sua analisi dell’Italia politica aggiornando e approfondendo spunti dei precedenti Terza repubblica e Il partito personale (entrambi Laterza).
In Fuorigioco afferma che “una leadership forte è l’antidoto al partito personale”. Spieghi perché non è una contraddizione.
La personalizzazione è un tratto dominante della nostra epoca. Dal tessuto sociale a quello politico, passando per la sfera comunicativa che ne è il principale ambiente e moltiplicatore. Si tratta del fenomeno più macroscopico delle società contemporanee, piaccia o non piaccia. A me, ad esempio, piace poco ma cerco di evitare che questo giudizio infici la mia analisi. Una leadership forte contribuisce a legittimare il partito, se da questo non viene combattuta. È quello che si è visto in Inghilterra con Blair o in Germania con la Merkel.
E perché da noi non funziona?
È un processo che si consolida se trova uno sbocco istituzionale adeguato, a livello di premiership o presidenza. Leader forte, più partito coeso, più istituzione monocratica: è questo il circolo virtuoso che può arginare la degenerazione della personalizzazione, imbrigliarla in un circuito pubblico di legittimazione. Altrimenti la personalizzazione imbocca la scorciatoia della privatizzazione: il partito come proprietà personale del leader. In senso stretto, come con Berlusconi, o più mediato, come abbiamo visto con Di Pietro, Monti, Grillo. Tutte modalità diverse di personalizzazione del partito, ma accomunate dallo stesso destino: la fine del partito come organismo collegiale. E su questo insisto: nella nostra epoca, il partito come organismo unitario può sopravvivere solo grazie al riconoscimento di un capo. Si tratta di una verità anticipata, con la proverbiale lucidità, da Gramsci un secolo fa e chissà se i macro o micronotabili del Pd l’hanno letta… La riprendo da un bellissimo libro di Fabio Bordignon (Il partito del capo. Da Berlusconi a Renzi, in uscita in questi giorni per Apogeo/Maggioli): «Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un “capo”».
ll Pd di Bersani è stato ostinatamente contrario alla personalizzazione. Ha formulato questa avversità anche attraverso gli slogan e le frequenti dichiarazioni del segretario. Tuttavia al di là delle colpe della leadership, la linea Bersani è stata scelta alle primarie da un popolo che in fondo, culturalmente si identifica con quell’idea di partito e di collegialità ed è contro l’apparente “irrazionalismo” della leadership carismatica. Insomma, è colpa di Bersani ma anche di una parte consistente della gente di sinistra (non so se su questo sei d’accordo). Come convincere (ammesso che vada fatto) questa ampia parte di sinistra? È sufficiente dire nell’altro modo si vince?
Non sorprende che una parte consistente della sinistra condivida l’ideologia collettivista della leadership. Era alla radice del Pci e del Pd. E visto che l’elettorato Pd – come mostrano i dati di Ilvo Diamanti – è composto prevalentemente da pensionati e lavoratori del pubblico impiego, quelle radici esistono ancora. Si tratta di un dato fisiologico, che non giudico negativamente. Il problema nasce dalla contrapposizione che viene fatta tra quella concezione e una leadership personale e autorevole. Ai tempi del Pci, questo non avveniva: Togliatti o Berlinguer sono stati leader ultracarismatici, ma questo non è entrato in collisione con la forza del partito come attore unitario. Oggi invece, soprattutto con la restaurazione fallimentare portata avanti dai bersaniani, si è cercato di fare leva su uno scontro tra i due principi. Uno scontro che non ha nascosto la dura realtà, anzi la ha fatta esplodere: nel Pd la direzione collegiale non esiste più, esistono invece diciannove correnti. Ma non esiste ancora una leadership autorevole, che è un requisito di responsabilità e trasparenza in tutte le democrazie contemporanee.
Nel libro parla anche di un “virus letale” quello del microvoto, delle correnti anche locali guidate da “micronotabili”. Il congresso in corso sembra dire che il Pd non ha appreso la lezione e che nessuno è immune da questo male.
Si, il libro ha due focus, distinti e convergenti, il «doppio errore» del Pd. Il primo, su cui ci siamo soffermati finora e su cui si concentra buona parte del dibattito politico, è l’ostilità dell’oligarchia bersaniana nei confronti di una leadership autorevole. Col risultato della sconfitta elettorale e la spaccatura al vertice che è oggi sotto i nostri occhi. Ma il dato, forse, ancora più preoccupante è che accendendo i riflettori sulla lotta al macroleader si è finto di non vedere che il partito, nelle retrovie, si stava spappolando. E che, invece della Ditta propagandata, c’erano diciannove correnti, pullulanti di micronotabili in lotta fratricida tra di loro. Ed è da questo pantano che, chiunque sia il vincitore delle primarie, difficilmente il Pd riuscirà a districarsi.
“Personalizzazione” è un termine che viene spesso usato come sinonimo di populismo.
Sul piano storico è un’idiozia. Le origini del fenomeno, nell’America di fine Ottocento come nella Russia pre-sovietica, fa riferimento alla comparsa di attori e valori popolari, comunitari sulla scena politica, attori e valori che insidiavano i meccanismi tradizionali della rappresentanza parlamentare. Oggi, il populismo si ripresenta soprattutto come fenomeno mediatico, ondate di protesta che vengono spesso – ma non sempre e necessariamente – catalizzate e organizzate da leader particolarmente abili nello sfruttare vecchi e nuovi media: vedi Berlusconi e Grillo. Il capostipite del media populism televisivo è Ross Perot, da cui Berlusconi prende moltissimo. Chapeau – intellettuale, non certo politico – al duo Grillo-Casaleggio per avere inventato la variante web. Anche in questo caso, il migliore antidoto è ancorare la leadership al partito, evitare che cresca, si riproduca e – prima o poi – si sgonfi solo attraverso il circuito mediatico.
Però c’è una parte di sinistra e anche al vertice del Pd che giudica Renzi populista. Che ne pensi di questa accusa?
Al momento, mi sembra un’accusa pregiudiziale, infondata. Certo, se il partito continua a metterlo alla gogna, e alla porta, prima o poi è possibile che Renzi finisca per imboccare la scorciatoia populista.
Quali sono pregi e difetti di Renzi macroleader?
Il pregio maggiore è il coraggio. Paretianamente, un leone in un establishment di volpi. Una dote di cui pochi leader hanno dato prova: oltre, ovviamente, a Berlusconi, ricordo il primo Bassolino, quello che lasciò la poltrona sicurissima che aveva a Roma per buttarsi nell’avventura delle elezioni a sindaco di Napoli. Tra i difetti di Renzi c’è la profondità, che ancora non dimostra di avere sui temi più complessi (su questo, ad esempio, Gianni Cuperlo, dimostra più spessore e professionalità); e l’umanità: appare molto più bravo che vero. Ma questo forse nasce anche dalla tensione enorme cui è sottoposto, ininterrottamente sulla breccia e sotto i riflettori da oltre un anno. Se qualche volta parlasse meno in fretta, una pausa in più, una smorfia del viso. Qualcosa che trasmettesse il messaggio che la politica è anche sofferenza, il tarlo del dubbio ogni volta che butti il cuore oltre la siepe. Questa, ad esempio, era la forza di Veltroni.
Ricordo la ricostruzione che lei fece (fin dalla prima edizione del Partito personale, nel 2000) della rivoluzione di Blair nel Labour e di come mise in piedi una squadra di fedelissimi di grosso calibro che trasformarono il partito. Crede che Renzi possa riuscire a compiere lo stesso percorso? Renzi ha messo in piedi una squadra adeguata?
Non lo so. Non ho contatti o informazioni di prima mano su questo punto. Alcuni dicono che sarebbe il suo vero tallone d’Achille. Certo, il nodo che solleva è cruciale. Senza un’adeguata organizzazione, ogni leadership diventa rapidamente effimera. E qui il bivio di fronte a Renzi è molto netto. Se i toni dello scontro nel Pd continuano a indurirsi, e se davvero si dovesse andare incontro a una spaccatura – come recentemente D’Alema ha paventato – il sindaco potrebbe avventurarsi anche lui sul sentiero solitario del partito personale. Ma sarebbe un ripiego, e molto a rischio. Finora, il capostipite Berlusconi è stato eccezionale, nel doppio senso del termine: straordinariamente abile e senza repliche di pari portata. E la differenza l’ha fatta l’organizzazione, non la comunicazione. È bene ricordare che il Cavaliere scese in campo portandosi dietro, oltre ai soldi, tre canali televisivi e due aziende – con relativi “yesmen” – di caratura nazionale e radicatissime sul territorio.
L’unico imitatore di successo, per scala del fenomeno, è stato Grillo, col suo partito superpersonale cybercratico che ha messo insieme un quarto dell’elettorato. Ma si tratta di un’esperienza ancora allo stato nascente, non sappiamo – neanche Grillo – quanto durerà. Ma già al suo interno si registrano spaccature importanti, e proprio sulla giuntura più critica: il raccordo tra il centro telematico e la periferia di attivisti civici. Quanto agli altri cloni del Cavaliere, si è trattato di partitini personali, di piccolo peso e/o di breve durata. Dalle filiazioni di Dini e Prodi, nate dalla loro permanenza a Palazzo Chigi, alle formazioni parafamiliari di Di Pietro e Mastella, fino al più recente clamoroso flop di Scelta civica, l’esempio forse più eclatante dell’attrazione fatale che il biopartitismo esercita sul nostro ceto politico, anche nei suoi rappresentanti migliori. Farsi corpo politico, autoriprodursi per partenogenesi. Per accorgersi poi, rapidamente, che lo specchio di Narciso, in realtà, è un pozzo buio.
E Renzi è destinato a seguire questa strada?
Mi auguro che Renzi non cada in questa trappola. Se lo fanno fuori, se cercano di mandarlo in fuorigioco, si faccia da parte, non si faccia in quattro. È giovane, la notte della repubblica sarà lunga. Il futuro – come direbbe Weber – tornerà a bussare alla sua porta.

mercoledì 8 gennaio 2014

Cinque Stelle in Sardegna

Marianna Rizzini 
Ciao democrazia diretta. Il caso sardo e il ripudio grillino dello sfogatoio web
Il Foglio, 8 gennaio 2013

In principio fu l’assemblea. Come quella del liceo, come quella di un film di Nanni Moretti: l’assemblea come idolo. Ma ora anche i Cinque Stelle, che all’assemblea perenne avevano eretto un altare simbolico, si stanno accorgendo che il cosiddetto “problema di metodo” è di merito: la democrazia diretta non può essere così minuziosamente diretta, pena l’inconcludenza (e, più che altro, l’irrilevanza). Capita infatti che in Sardegna Beppe Grillo – padre-padrone, sì, ma dal suo punto di vista per fortuna – salvi gli attivisti da se stessi, negando alle fazioni litiganti l’uso del simbolo per le regionali, nonostante i risultati delle politiche (Cinque Stelle primo partito nell’isola).
E capita che, sempre in Sardegna, la deputata di M5s Emanuela Corda dica parole che mesi fa sarebbero state infilzate dai compagni parlamentari in streaming: “…Avrei voluto abbandonare il tavolo. Temo che alcuni abbiano scambiato il Movimento per uno sfogatoio dove poter fare il proprio comodo, senza curarsi del fatto che, in certi contesti, occorra rispettare delle elementari regole di buona educazione… ‘Uno vale uno’ non significa che chiunque possa irrompere in un’assemblea e metterla a soqquadro. Non significa che ‘uno vale l’altro’ e che chi urla di più ha infine ragione”. E’ il re nudo, un tempo neppure guardabile dai neoparlamentari grillini (pena la crisi prematura d’identità). Ma è soprattutto l’ultima pietra lungo la via della disillusione: dalla democrazia diretta, dalla democrazia del Web, dall’idea che il Web che vomita qualsiasi suggestione epidermica sia panacea e rigenerazione. Visti poi i recenti incidenti da malaugurio twitteriano d’ogni provenienza (contro Pier Luigi Bersani in ospedale e contro la studentessa malata, viva grazie a esperimenti su animali) una parte dei Cinque Stelle eletti si è detta: ma questo è troppo. Troppo anche per un Web ideale da pianeta Gaia (quello di Gianroberto Casaleggio).
“Non siamo pronti… c’è troppo livore, troppa incoscienza, troppo protagonismo nell’esternare ai quattro venti un malessere che è figlio primariamente delle nostre debolezze”, ha detto Emanuela Corda, e a questo punto ci si chiede che cosa l’abbia finora trattenuta dal denunciare una realtà lampante fin dal primo giorno di permanenza dei Cinque Stelle sulla ribalta nazionale, e dal trarne le conseguenze: la maleducazione è acuita proprio dal fatto di sentirsi legittimati dall’esistenza teorica della democrazia diretta (“uno vale uno” dunque io comando come te e comunque non comandi tu). Lo specchio, agli occhi di molti eletti, quotidianamente alle prese con le orde di “fan” anche insultanti sui social network, non rimanda più l’immagine dei cittadini candidi, migliori di chiunque possa lontanamente essere accomunato per status o pensiero alla fantomatica “casta”. Ma lo specchio, agli occhi degli attivisti, rimanda l’immagine di uno spreco: ma come, dite no a qualsiasi accordo sulla legge lettorale? Ma come, non vi presentate dove eravate primo partito? E infatti ieri, sul Web, era profluvio di critiche contro i parlamentari a Cinque Stelle sardi, rei, per la base, di mancata “consultazione” e “compattazione” dei gruppi locali (commento più gentile: “Dalle stelle alle stalle”).
Ed è il pavimento che va in pezzi sotto ai piedi, per chi, emerso dal web grazie a un clic, si ritrova perennemente inchiodato da un clic (ne sa qualcosa l’ex grillino poi espulso Antonio Venturino, bersaglio, su Facebook, degli indignati della pizza: se un eletto proprio deve mangiarla, la pizza, che almeno sia margherita, ché la capricciosa costa troppo). Grillo ha tolto il simbolo e basta (“partecipare non è obbligatorio”, ha detto ieri), ma il fatto scatena dietrologie. “E’ una mossa per non perdere in vista delle Europee”, dicevano ieri, smentiti dai vertici a Cinque Stelle che annunciano liste in Abruzzo, gli osservatori anche benevoli che continuano a vedere in Grillo un pensoso stratega politico (peccato che Grillo continui a restare prima di tutto un attore).

mercoledì 6 novembre 2013

Il mandato imperativo. Sartori contro Grillo

Giovanni Sartori
Una violazione macroscopica
Corriere della Sera, 6 novembre 2013


Beppe Grillo è un formidabile attore e demagogo. Probabilmente anche Masaniello lo era nella Napoli del suo tempo, del 1600. Ma Masaniello non aveva l’elettricità (intendi: microfoni, televisioni, Internet e bambini derivati). Masaniello arrivava a Napoli, Grillo arriva a tutta l’Italia. Poteva essere fermato? Può ancora essere fermato?
L’Italia pullula di giuristi e anche di giuristi davvero insigni. Eppure a nessuno di loro è venuto in mente, a quanto pare, l’articolo 67 della nostra Costituzione, per il quale «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Questa disattenzione è spiegabile? Forse sì, perché le nostre facoltà di Giurisprudenza si sono chiuse in un «formalismo» così introverso da ignorare una norma inserita in tutte le costituzioni delle liberal democrazie europee sin da quando fu stabilita dalla Rivoluzione Francese.
Nelle nostre facoltà di Legge si insegna storia del diritto italiano (come è giusto che sia) ma non si insegna storia del costituzionalismo. Incredibile ma vero. Il risultato è che ai nostri costituzionalisti sfugge che il divieto del mandato imperativo istituisce la rappresentanza politica dei moderni. Perché la rappresentanza esisteva anche nel Medioevo e nell’antichità, ma era appunto una rappresentanza assoggettata al vincolo del mandato imperativo, e quindi di delegati o ambasciatori che presentavano al Sovrano le richieste dei loro mandanti. Il divieto del mandato imperativo è dunque vitale per un sistema di democrazia rappresentativa. Se togli questo divieto la uccidi. E il grillismo costituisce di fatto una violazione macroscopica di questo principio.
Non c’è dubbio che il grillismo sia un movimento politico; e, secondo la dottrina, un movimento che riesce a fare eleggere suoi candidati al Parlamento, è un partito politico. Ma questi eletti hanno titolo per entrare e votare in Parlamento? Secondo l’articolo 67 della Costituzione, no. Perché gli eletti del Movimento 5 Stelle sono appunto vincolati da un mandato imperativo di agire, parlare e votare solo su istruzioni di Grillo e del suo guru; una sudditanza che li obbliga, senza istruzioni, al silenzio o alla inazione.
Come ne usciamo? L’articolo 67 sopracitato suggerisce - mi pare - che questi eletti non possono essere accolti in Parlamento senza prima sottoscrivere uno ad uno il loro ripudio del mandato imperativo. So immaginare gli strilli e i «vaffa» dei grillini e di chi li vota. Il che non toglie che i giuristi della Corte costituzionale non possano ignorare il problema e nemmeno lo dovrebbe ignorare, mi sembra, il presidente della Repubblica. Perché Scalfari ha davvero ragione quando, su la Repubblica di domenica scorsa, dice di temere, con il grillismo, il definitivo sfascio di un Paese già sfasciatissimo.
Verrò ricoperto di «vaffa», ma poco male sarebbe un male minore. Non posso invece dargli ragione sul rimedio del federalismo europeo. È comprensibile che questa tesi sia cara a Barbara Spinelli, figlia di un padre illustre che ne è stato grande animatore. Ma non si è mai visto un sistema federale senza una lingua comune. Nemmeno l’India fa eccezione, perché l’élite che la domina parla l’inglese. Ma vorrei vedere un povero votante italiano al quale vengono sottoposti, per l’elezione federale, candidati finlandesi (dei quali non saprebbe nemmeno pronunziare il nome); e così per una diecina e passa di altri Paesi che parlano per noi un linguaggio indecifrabile. Il federalismo di Bossi per fortuna è morto; e potremmo senza danno (lo sussurro e basta) sopprimere anche le Regioni.
Ma lo dico di sfuggita. Una scarica di «vaffa» alla volta .