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domenica 22 marzo 2026

I morti degli altri

Adriano Favole

E gli «altri», Troppi confini cancellano la pietà

Più si creano e si rafforzano differenze invalicabili tra «noi» più si riduce l’orizzonte di una comune umanità

«Non possiamo assolutamente raggiungere la suprema sapienza socratica della conoscenza di noi stessi se non lasciamo mai i ristretti confini dei costumi, delle credenze e dei pregiudizi entro cui ogni essere umano nasce. Niente può giovarci in tale questione di estrema importanza più dell’atteggiamento mentale che ci consente di trattare le credenze e i valori di un altro essere umano dal suo punto di vista. Né mai l’umanità civile ha avuto bisogno di questa tolleranza più di adesso, quando i pregiudizi, la cattiva volontà e lo spirito di vendetta dividono le nazioni europee, quando tutti gli ideali, nutriti e proclamati come le più alte realizzazioni della civiltà, della scienza e della religione sono stati gettati al vento».

Bronisław Malinowski (1884-1942), uno dei fondatori dell’antropologia culturale contemporanea, chiude così il suo Argonauti del Pacifico Occidentale. Siamo nel 1922 e Malinowski, polacco di nascita e britannico d’adozione, ha ben chiari i drammi del Primo conflitto mondiale e i pericoli dei crescenti nazionalismi. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, è per lui il fondamento del metodo antropologico, la via privilegiata per comprendere altre società, ma è allo stesso tempo un principio universale di civiltà. L’empatia dà sostanza a un’idea di comune umanità, quell’umanità che Malinowski ritrova tra i volti e le storie dei nativi delle lontane isole Trobriand (Oceania).

Empatia è la capacità di partecipare alle gioie, ai dolori, ai lutti degli altri. Come quando, il 4 marzo scorso, un intero Paese sembrava essersi fermato per partecipare ai funerali del piccolo Domenico, a Nola. La morte di questo bambino, vittima di una grave malattia cardiaca e forse di un errore sanitario, il dolore di una madre costretta ad assistere per giorni all’agonia del figlio, hanno commosso molti italiani. Le morti non sono tutte uguali. Siamo esseri relazionali, oltre che (potenzialmente) empatici. Il dolore e la morte di chi ci sta accanto ogni giorno, delle persone con cui abbiamo passato gran parte delle nostre vite... la morte del prossimo suscita ben altro sconvolgimento di quella di uno sconosciuto. La pietà e l’empatia colmano in parte questa distanza. Non conoscevamo Domenico, né noi né i politici che hanno voluto assistere di persona ai funerali, né coloro che, per lunghe serate, hanno guardato trasmissioni tv interamente dedicate al caso. Mettendosi nei panni dei genitori del bambino.

Eppure, altre morti ci hanno lasciato indifferenti, né i più alti rappresentanti delle istituzioni le hanno ritenute degne di un comunicato di cordoglio. Negli stessi giorni in cui moriva Domenico, più di 150 bambine delle elementari Shajareh Tayyebeh di Minab venivano uccise da una bomba sganciata da un drone degli eserciti americano e israeliano che hanno attaccato l’Iran. La mattina, le madri le avevano svegliate e accompagnate a scuola, un’ultima carezza e un ultimo sorriso di incoraggiamento, lo zaino preparato a dovere. Qualche minuto dopo i corpi straziati giacevano sotto le macerie di una bomba sganciata da un drone guidato da remoto. Non abbiamo visto i volti di quelle bambine, non abbiamo conosciuto le loro storie, nessun cordoglio collettivo, nessun lutto. È andata così anche per le decine di migliaia di morti bambini a Gaza, in Sudan, in Ucraina, dove 1.300 scuole sono state distrutte o danneggiate dopo l’invasione russa.

Prendendo spunto dal linguaggio e dalle rappresentazioni diffuse nella nostra società, Marco Aime e Federico Faloppa (I morti degli altri, Einaudi, 2025) tentano di spiegare perché tante morti non suscitano la minima empatia. Se è vero che c’è una differenza tra la morte del prossimo e dell’estraneo, la mancanza di pietà è tuttavia il frutto di un processo di progressiva de-umanizzazione, che opera attraverso la costruzione di confini linguistici, politici, culturali che creano la categoria dell’altro-da-noi. Quando i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono senza nome, senza volto, senza storia e pure provenienti da Paesi classificati come dittature, cosa può suscitare il cordoglio? Judith Butler ha creato a proposito il neologismo grievability, qualcosa come «luttuosità». Ci sono morti che creano cordoglio e lutto collettivo e ci sono morti e dolori che non suscitano empatia. Più si creano e si rafforzano confini invalicabili tra «noi» e gli «altri», più si riduce lo spazio della pietà e la possibilità di costruire un orizzonte di comune umanità, un universalismo antropologico che, solo, ci può fare sperare di ridurre guerre e massacri. Assistiamo, in questi mesi e in questi giorni, alle conseguenze di politiche che hanno voluto esaltare il «noi» e l’identità, riducendo diritti e relazioni internazionali alla forza cieca della geopolitica.

Le aree di colore diverso del mappamondo che, fin da bambini, ci inducono a credere che l’umanità sia divisa in popoli e nazioni dall’identità irriducibile, tornano al centro dell’azione politica, come ai tempi di Malinowski. Oggi il culto dell’identità corrode ciò che rimane del diritto internazionale: a morire sotto le bombe non sono più ragazze e ragazzi che sognavano un futuro sereno come Domenico, ma masse indistinguibili di altri-da-noi. La grievability è tutta interna al noi nazionale o, al più, ai confini della «civiltà» occidentale.

L’antropologo americano Roy Richard Grinker (Houses in the Rainforest, University of California Press, 1994) racconta che le società dei Lese e degli Efe (Ituri, Repubblica Democratica del Congo) vivono in stretta prossimità, ma si rappresentano diverse tra loro. Coltivatori e abbattitori di alberi i primi; cacciatori, pigmei e abitanti della foresta i secondi. Pur impegnati in continui scambi, Lese e Efe si concepiscono come due «alterità» che vivono in simbiosi ma, dal punto di vista delle abitudini culturali, sono diversi, e non di rado oggetto di denigrazione reciproca. Eppure, dice Grinker, in occasione dei lutti i Lese si affidano agli Efe, alla loro conoscenza e capacità di controllo del male. Quando muore una persona, gli Efe vengono invitati a vegliare nella capanna del morto: in occasione della morte vengono accolti al villaggio, per salvaguardare una comune umanità dai poteri della stregoneria e del male.

Se è vero, come detto, che le morti non sono tutte uguali e che la morte del prossimo ci colpisce in modo più duro di quella dello sconosciuto, rimane il fatto che l’empatia ci permette di metterci nei panni di chiunque soffre, come se fosse il nostro prossimo. In quel come se c’è tutta l’umanità, nella sua assenza ci rimane un atlante di colori diversi divisi da confini blindati, un’umanità fatta a fette, pronta a una guerra senza limiti.

lunedì 12 gennaio 2026

La Barbie autistica

Anne Bawden
Mattel lancia la sua prima Barbie autistica

The Guardian, 12 gennaio 2026

Con un film d'animazione su Barbie in fase di sviluppo, dopo il successo del film campione d'incassi del 2023 di Greta Gerwig , la Mattel Studios avrà sicuramente una vasta gamma di personaggi a cui dare vita.

Lunedì, Mattel lancia la sua prima Barbie autistica. Arrivata appena sei mesi dopo la sua prima bambola con diabete di tipo 1 , questa ultima aggiunta alla gamma Fashionistas di Barbie è pensata per far sì che più bambini "si rivedano in Barbie" e per incoraggiare tutti i bambini a giocare con bambole che riflettono il mondo che li circonda.

L'autismo è una forma di neurodivergenza che influenza il modo in cui le persone vivono e interagiscono con la società. Sebbene le caratteristiche dell'autismo varino da individuo a individuo, secondo l' Organizzazione Mondiale della Sanità si ritiene che più di un bambino su cento sia autistico .

Creata in collaborazione con l'ente benefico statunitense Autistic Self Advocacy Network, la Barbie autistica è progettata per rappresentare alcuni dei modi in cui i bambini autistici possono sperimentare, elaborare e comunicare con il mondo.

Gli occhi della bambola sono leggermente rivolti da un lato, a simboleggiare il modo in cui alcune persone autistiche evitano il contatto visivo diretto. Ha gomiti e polsi completamente pieghevoli, che consentono movimenti fisici ripetitivi come lo stimming e il battito delle mani, che aiutano alcune persone con autismo a elaborare le informazioni sensoriali o a esprimere eccitazione.

Ha uno spinner (rosa, ovviamente) al dito che la aiuta a ridurre lo stress, indossa delle cuffie (rosa) con cancellazione del rumore per ridurre il sovraccarico sensoriale e porta con sé un tablet (sì, avete indovinato, rosa) con pulsanti di comunicazione alternativa e aumentativa basati su simboli sullo schermo per aiutarla ad affrontare la comunicazione quotidiana.

Barbie indossa anche un ampio abito viola gessato a trapezio, con maniche corte e una gonna fluida per ridurre al minimo il contatto tra tessuto e pelle. Completano l'outfit delle scarpe viola, con suole piatte per favorire stabilità e facilità di movimento.

Mentre le prime Barbie risalgono al 1959, fino al 2019 non esistevano bambole con disabilità. Ora ci sono bambole cieche , così come Barbie in sedia a rotelle, con sindrome di Down, protesi, vitiligine e apparecchi acustici. C'è anche un Ken con una gamba protesica, un altro che usa una sedia a rotelle con rampa e uno con apparecchi acustici.

Annunciando la Barbie autistica, Jamie Cygielman, responsabile globale delle bambole della Mattel, ha affermato che si tratta dell'ultima estensione dell'impegno dell'azienda verso la rappresentanza e l'inclusione.

"Barbie ha sempre cercato di riflettere il mondo che i bambini vedono e le possibilità che immaginano, e siamo orgogliosi di presentare la nostra prima Barbie autistica come parte di questo lavoro continuo", ha affermato. La bambola "contribuisce ad ampliare il significato dell'inclusione nel reparto giocattoli e oltre, perché ogni bambino merita di vedersi in Barbie", ha aggiunto.

"Abbiamo interagito con la comunità autistica durante tutto il processo di progettazione, tenendo sempre presente che l'autismo è vissuto in modo diverso da ogni individuo e non è sempre visibile. Gli elementi di questa bambola riflettono il modo in cui alcune persone con autismo possono vivere ed esprimere il mondo, e speriamo che, collaborando con voci influenti all'interno della comunità, Barbie possa continuare a mostrare una gamma più ampia di esperienze autentiche."

Barbie non è l'unico marchio a realizzare bambole autistiche. Lottie vende bambole con autismo , mentre Lego propone una varietà di minifigure con disabilità non visibili .

In risposta all'annuncio, Jolanta Lasota, amministratore delegato di Ambitious about Autism , ha dichiarato: "Teoricamente qualsiasi Barbie può essere reimmaginata come autistica, perché l'autismo non ha un solo aspetto. Ma la rappresentazione è potente e Barbie è un giocattolo iconico, quindi speriamo che molti bambini autistici siano orgogliosi di vedere alcune delle loro esperienze riflesse in questa nuova bambola.

Sappiamo che alcuni giovani autistici sono restii a utilizzare supporti come protezioni auricolari e giocattoli stimolanti a scuola per paura di essere notati, quindi più riusciamo a normalizzare questi tipi di indicatori visibili, meglio è.

"Dato che le bambine hanno tre volte meno probabilità rispetto ai bambini di ricevere una diagnosi di autismo, questo giocattolo mette anche in luce le esperienze delle bambine autistiche, che spesso passano inosservate."

Ellie Middleton, autrice e fondatrice di una comunità online per persone neurodivergenti, ha affermato di sperare che la Barbie possa sfatare alcuni dei preconcetti sull'autismo, che hanno contribuito alla sua diagnosi tardiva.

"Non ho mai pensato, e le persone intorno a me non hanno mai pensato, che potessi essere autistico, perché non avevamo mai visto nessuno che mi assomigliasse, si comportasse come me o avesse qualcosa in comune con me a cui fosse assegnata quell'etichetta."

Avere una Barbie autistica cambia tutto, ha aggiunto. "Sta mostrando alle bambine che va bene essere autistici, va bene essere diversi, ed è giusto portare queste differenze con orgoglio".

giovedì 20 novembre 2025

Lo spirito del gregge

Mattia Feltri
La codardia morale 

La Stampa, 20 novembre 2025

Sul New York Times, Thomas Friedman scrive un formidabile articolo sulla pestilenza di codardia morale che sta contagiando le leadership politiche, e fa tre esempi: il Partito repubblicano americano ha un problema neonazista, la sinistra progressista ha un problema pro Hamas e Israele ha un problema coi coloni. Ognuno si rifiuta di affrontare il suo problema. Se fra i miei ci sono razzisti violenti, se fra i miei ci sono sostenitori della sharia, se fra i miei ci sono assassini suprematisti, devo trovare il modo di giustificarli per tenere assieme la tribù. Friedman non scrive la parola tribù, ma il concetto sembra quello. La nostra destra e la nostra sinistra hanno problemi simili e soluzioni identiche, approdo di una politica tribale per cui negli anni il Parlamento è diventato un’assemblea notarile al servizio del capo, per cui si è garantisti con gli indagati amici e giustizialisti con gli indagati nemici, per cui anche la stampa si è infilata in una delle due trincee, e procede con la prosopopea o il vittimismo di chi si batte dal lato giusto della guerra. La codardia morale è la medesima, perché è una morale incapace di giudizio: la morale si realizza con la vittoria della tribù, fine. Succede quando la democrazia si infiacchisce e cede il passo al capo. Lo diceva bene Ágnes Heller: la democrazia è innaturale e dunque è sempre in pericolo; la tribù radunata attorno al capo è naturale, e lì ci si rifugia nei momenti di confusione e di paura. Nella tribù non bisogna più nemmeno pensare né tantomeno porsi problemi morali: per essere nel giusto basta avere un capo e ubbidirgli.

mercoledì 15 ottobre 2025

Burattinai immaginari

Massimo Rostagno pubblica da Armando editore un Dizionario minimo dei complottismi. Libro quanto mai utile, pubblicazione tempestiva, opportuna in un momento storico come l'attuale, così ricco di sospetti e leggende date per buone, chiamate a sostituire un resoconto fedele dei fatti. Certo il resoconto fedele in assoluto non esiste. Ogni narrazione per quanto fondata su evidenze incontestabili reca inevitabilmente il segno di una percezione anche soggettiva, particolare, distinta. La stessa neutralità ricercata a tutti i costi diventa sospetta in quanto non aiuta a ritrovare la logica dei diversi attori coinvolti in una vicenda. Forse la neutralità più proficua è quella che include distinguendoli le visioni proprie dei principali protagonisti. Tutto questo presuppone che vi sia un interesse per la conoscenza della verità. 
I complottismi appartengono invece a un altro ordine di fenomeni. Qui la scena è dominata dalle false rappresentazioni, dalle narrazioni immaginarie, eppure date per vere e assunte come tali da un vasto pubblico. Su come una tale anomalia sia giunta a occupare gran parte della scena pubblica Rostagno si dilunga nell'introduzione al volume. I complottismi sono figli della partecipazione politica. Si affermano in un tempo caratterizzato dall'avvento delle masse. 
Il libro che ha un chiaro intento divulgativo si basa su un solido impianto concettuale. Nelle pagine introduttive vengono presentati tre tipi di approccio all'argomento trattato. Il primo vede i complottismi come dovuti a un errore di percezione, ancor più a una fallacia conoscitiva; ha il suo limite nella debolezza del rimedio al quale sembra condurre: i pregiudizi non si lasciano sconfiggere dal semplice richiamo a una versione più aderente alla realtà dei fatti. Un secondo tipo di approccio insiste sull'aspetto individuale e più peculiarmente soggettivo della fede pregiudiziale nell'esistenza di complotti. Aspetto che esiste senza dubbio ma che non appare importante quanto quello sociale e collettivo messo in evidenza da un terzo tipo di approccio. In questo caso a prevalere non è tanto il contenuto della teoria cospirazionista quanto la sua funzione. I complottismi danno luogo a una forma di rivolta contro il potere. Al dunque le diverse visioni del problema si intrecciano e si contaminano, come è giusto che sia, se si tratta di capire qual è il modo migliore per combattere il pregiudizio.
Il repertorio dei complottismi disposto in ordine alfabetico costituisce la parte di gran lunga più ampia del volume, oltre 170 pagine sulle 202 totali. Le voci contemplate sono 68 e vanno da Adenocromo a Wakefield (che non è il vicario, ma un Andrew Wakefield precursore dei no-vax). Curiosamente nel libro non si parla mai dei complotti veri che pure nella storia ci sono stati. Si pensi alle macchinazioni che hanno permesso al primo Napoleone e al terzo (suo nipote) di accedere in modo stabile al potere. La storia dell'Italia repubblicana è ricca di cospirazioni mal riuscite o fallite, ma pur sempre documentate, dal piano Solo alla Rosa dei Venti alla P 2. Nella storia della Germania nazista l'attentato del 20 luglio  1944 certamente ebbe origine in un complotto. Più interessanti sono quei casi in cui alla cospirazione immaginaria corrisponde un fenomeno reale meno perverso e per nulla diabolico. Il Deep State per esempio può corrispondere più semplicemente a qualcosa come la permanenza delle strutture burocratiche nelle loro ramificazioni varie nei ministeri e nelle reti connesse sul territorio. Alla teoria fantasiosa di Barruel si affianca il giacobinismo visto da Augustin Cochin come la cristallizzazione di una mentalità diffusa e uniforme attraverso le società di pensiero. Il marxismo culturale ha il suo equivalente effettivo nella proliferazione naturale dei movimenti portatori di istanze nuove dai neri ai gay, passando per le femministe, i favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, i volontari attivi nell'assistenza ai migranti o gli stessi migranti.      

https://machiave.blogspot.com/2025/10/postverita.html 

giovedì 9 ottobre 2025

Pro e contro Israele

Giulio Cavalli
La parabola della destra italiana, da filo-palestinese a filo-israeliana: quando il sostegno a Gaza era un merito
La Notizia, 1 ottobre 2025

A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci. La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra.

Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore.

Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana.

Tra fiamma e kefiah

La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventù negli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese.

Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale.

La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto.

Ieri Palestina, oggi premi da Israele

Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco. La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”.

Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali.

L’antisemitismo a orologeria

Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite. La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas.

Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma.

Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica.

La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno.



David Rosenberg
Hey, Alexa, sei complice dei crimini di guerra di Israele?

Haaretz, 10 luglio 2025


Francesca Albanese non fa molto di più che scrivere report, fare lobbying, tenere discorsi e pubblicare tweet. Tuttavia, in un’epoca in cui la costruzione di narrazioni è fondamentale per condurre una guerra, Albanese può essere effettivamente considerata una combattente. Basta guardare il rapporto che ha pubblicato pochi giorni fa, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, che dovrebbe documentare come il mondo delle imprese sia connivente con lo stato d’Israele nell’opprimere, prima, e ora sterminare il popolo palestinese.
Il rapporto, ha twittato Albanese, “mostra come le imprese abbiano alimentato e legittimato la distruzione della Palestina. Il genocidio, a quanto pare, è redditizio. Questo non può continuare, devono rispondere delle loro responsabilità”.
Ma è vero che il rapporto dimostra tutto questo?
Cominciamo con la parte in cui il rapporto ha ragione. Israele ha effettivamente condotto una durissima guerra a Gaza che ha causato un grande numero di vittime civili e massicce distruzioni. Questa guerra – come tutte le guerre – viene combattuta con attrezzature (jet da combattimento, bombe, carri armati e tutta una gamma di tecnologie, per citarne solo alcune) che sono state progettate, sviluppate e prodotte dal settore privato, in Israele e all’estero.
La domanda è fino a che punto si può spingere questo addebito (che, come detto, caratterizza ovviamente tutte le guerre senza eccezioni). Nel caso specifico di Israele, la narrazione di Albanese cerca di creare un grossolano mondo fumettistico del Bene contro il Male, dove l’eroismo palestinese si scontra con l’implacabile violenza e oppressione israeliana.
Per far funzionare questa narrazione, il rapporto fa riferimento all’ottobre 2023 come al momento in cui i “sistemi di controllo, sfruttamento ed espropriazione di lunga data di Israele si sono trasformati in infrastrutture economiche, tecnologiche e politiche mobilitate per infliggere violenza di massa e immensa distruzione”.
La data del 7 ottobre e Hamas non compaiono mai nel rapporto in nessuna forma.
Non stiamo dicendo che quel massacro giustifichi ogni azione israeliana dopo di allora. Ma la totale assenza del contesto si spiega solo con la volontà di Francesca Albanese di rimanere fedelmente aggrappata alla sua visione manichea del mondo. Attenersi alla narrazione ha la prevalenza sui fatti scomodi. E la narrazione afferma che la ragion d’essere di Israele è distruggere il popolo palestinese. Ogni sua azione e istituzione – dal Fondo Nazionale Ebraico (del 1901) all’Acquedotto Nazionale (dei primi anni ’60), in passato, fino all’emergere della Startup Nation oggi – tutto è progettato per questo unico scopo. Israele, nella sua essenza, costituisce una macchia oscura sull’umanità, che si irradia in tutto il mondo attraverso la connivenza delle corporation, tutte macchiate anche dal minimo legame con Israele.
Il rapporto ha creato un database di circa 1.000 aziende di questo tipo, e gli autori sono certi che ce ne siano molte di più. Il numero è così elevato perché Francesca Albanese non si accontenta di condannare Lockheed Martin per aver venduto a Israele i caccia F-35 ed F-16, né la Caterpillar per aver fornito i bulldozer. E il settore tecnologico israeliano, “incentivato dal boom della securizzazione globale dopo l’11 settembre, ha ricevuto una spinta significativa attraverso il genocidio”.
La colpa israeliana pervade l’economia globale fino all’assurdo. Ad esempio, il rapporto cita come complice la società di investimenti statunitense BlackRock per aver detenuto partecipazioni non solo in Lockheed Martin e Caterpillar, ma anche in Microsoft, Amazon, Alphabet e IBM, la cui tecnologia viene utilizzata dalle Forze di Difesa israeliane. Ma la complicità non finisce qui: “Attraverso la loro gestione patrimoniale coinvolgono università, fondi pensione e persone comuni che investono passivamente i propri risparmi attraverso l’acquisto dei loro fondi e dei fondi negoziati elettronicamente”.
Nonostante dichiari di aver condotto ricerche approfondite, il rapporto è pieno di errori fattuali. Nel caso di BlackRock, il rapporto non dice che la società non possiede quelle partecipazioni: le detiene in trust per i suoi clienti, che difficilmente farebbero affari con una società di investimenti che si rifiutasse di acquistare azioni delle principali aziende americane. E la società offre ai suoi clienti fondi negoziati in borsa, non fondi negoziati elettronicamente. Si tratta di errori imbarazzanti, che mettono in discussione la serietà della ricerca condotta. Ma il rapporto contiene anche errori più grossi e più gravi. A cominciare con la frase iniziale del documento: “Le imprese coloniali e i relativi genocidi sono stati storicamente guidati e favoriti dal settore delle imprese”. Davvero? Hernán Cortés era l’amministratore delegato della Conquistadores Corporation, quando conquistò il Messico? Venivano registrati in Corporation i carri dei pionieri americani prima di partire per il Far West? E’ vero che la British East India Company conquistò l’India, ma a partire dal 1833 il suo ruolo fu gradualmente assunto dal governo britannico, per poi essere definitivamente sciolta nel 1874, e il Raj (l’impero anglo-indiano) continuò per altri 73 anni.
Di regola, a guidare le imprese coloniali erano missionari, avventurieri e generali. Dopo aver distorto la storia mondiale, il rapporto prosegue affermando che “lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, la sua espansione nei territori palestinesi occupati e la sua istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale”. È vero il contrario. Il sionismo è nato da movimenti di base che, in alcuni casi, crearono entità societarie (di scarsa fortuna) per conseguire i propri obiettivi. Nella Palestina ottomana non c’era praticamente nulla che meritasse l’attenzione di veri investitori aziendali.
Dopo aver fornito dubbie giustificazioni storiche e intellettuali per la profonda complicità delle imprese nel colonialismo, il rapporto presenta un pacchetto di misure draconiane per correggere il problema. Naturalmente, le prime sono rivolte contro Israele e comprendono sanzioni, embarghi sulle armi e la sospensione degli accordi commerciali. Ma il settore imprenditoriale non pensi di cavarsela per i suoi peccati. Il rapporto esorta le imprese a cessare tempestivamente tutte le attività commerciali e a interrompere tutte le relazioni “direttamente collegate con, che causano o contribuiscono a violazioni dei diritti umani e crimini internazionali contro il popolo palestinese”. Non basta. Le imprese dovrebbero “pagare risarcimenti al popolo palestinese anche sotto forma di un’imposta sulla ricchezza da apartheid, sulla falsariga del Sudafrica post-apartheid”.
Francesca Albanese esorta inoltre la Corte Penale Internazionale e i tribunali nazionali a indagare e perseguire le aziende e i relativi dirigenti per il loro ruolo nella “commissione di crimini internazionali e nel riciclaggio [sic] dei proventi di tali crimini”. Non è chiaro fino a che punto Francesca Albanese vorrebbe spingere questa campagna. Un gestore di ETF (exchange-traded fund) di BlackRock dovrebbe ritrovarsi in carcere, e il suo datore di lavoro dovrebbe pagare un risarcimento, per aver investito in Amazon?
Dev’essere il sogno proibito del movimento BDS*. Ma non accadrà perché – fra l’altro – puzza di giustizia retroattiva (punizioni inflitte per azioni che non erano considerate criminali) e perché, se pienamente applicata, riempirebbe le galere di tutto il mondo di amministratori delegati. E questo solo nel caso queste raccomandazioni su presunti abusi aziendali fossero applicate esclusivamente alle aziende che fanno affari con Israele. Se invece – come richiederebbe un ovvio criterio di giustizia – gli stessi principi venissero applicati universalmente, il mondo cesserebbe di funzionare. Francesca Albanese è pronta ad adottare le stesse misure contro la Cina e le aziende occidentali per l’annessione del Tibet, la cancellazione della sua cultura e per la repressione degli uiguri?Le aziende ancora operative in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina devono essere portate in tribunale? (senza dimenticare che, inchinandosi alla realtà, l’Europa continua a importare gas russo). Francesca Albanese è pronta a porre fine al commercio e agli investimenti in quasi tutta l’Africa per gli innumerevoli atti di genocidio, repressione politica e guerra in cui è coinvolto quel continente? L’economia mondiale è un po’ troppo interconnessa e complicata per poter additare con tanta faciloneria i colpevoli.

Certo, in qualità di “relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati”, Francesca Albanese potrebbe rispondere che non è compito suo occuparsi di questi altri numerosi crimini. Ma come può, in nome della giustizia, praticare la giustizia in modo selettivo? Perché Israele, e solo Israele, dovrebbe essere preso di mira in modo così draconiano? 
Forse Sergey Brin, la cui azienda Alphabet è menzionata nel rapporto, ha ragione quando accusa l’ONU di antisemitismo in seguito alla pubblicazione del rapporto. Francesca Albanese in effetti ha un curriculum problematico in proposito (anche se questo suo rapporto cerca di tenersi alla larga da evidenti scivolate nell’antisemitismo). La sua vera colpa è una narrazione scollegata dalla realtà e incapace di qualunque distinguo.


(*) movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.


https://www.theguardian.com/world/2025/jul/03/global-firms-profiting-israel-genocide-gaza-united-nations-rapporteur


giovedì 17 aprile 2025

Perché gli intellettuali sbagliano



Jean Birnbaum"Perché gli intellettuali sbagliano", di Samuel Fitoussi, e "Aron, Critica di Sartre": sulla tendenza degli intellettuali a deviare dalla retta via
Le Monde, 16 aprile 2025

"Perché gli intellettuali sbagliano", di Samuel Fitoussi, L'Observatoire, 272 p., 22 €, digitale 15 €.

“Aron, una critica a Sartre”, presentato e curato da Perrine Simon-Nahum, Calmann-Lévy, “Bibliothèque Raymond Aron”, 476 p., € 26,50, digitale € 18.

Che dovremmo diffidare degli intellettuali, del loro conformismo consueto, della loro codardia intrattabile, è una delle lezioni che avremmo potuto imparare dal XX secolo  . Dopo essere fuggita dalla Germania nazista, la filosofa Hannah Arendt era decisa a evitarla di nuovo. Davanti ai suoi occhi, così tante grandi menti si erano affrettate a schierarsi al potere di Hitler, così tanti prestigiosi scrittori avevano smesso di rendere omaggio ai paria! «Ho vissuto in un ambiente intellettuale », ricordò nel 1964, « ma conoscevo anche altre persone e potevo vedere che seguire la corrente era, per così dire, la regola tra gli intellettuali, mentre non era così in altri circoli (...). Parlo al passato... ma oggi sono molto più illuminata.»

Siamo gli stessi sessant'anni dopo? Nulla è meno certo, dato il diffuso pregiudizio secondo cui gli intellettuali sarebbero immuni dai pregiudizi. Dimentichi del passato, ci opponiamo a questa spiacevole osservazione: non solo gli intellettuali hanno opposto poca resistenza all'oppressione, ma spesso sono stati in prima linea nel peggio.

Nel suo nuovo libro, Pourquoi les intellectuels se trompent, il saggista Samuel Fitoussi non si limita a rivisitare un fallimento morale già ampiamente documentato. La sua ambizione è di descriverne le motivazioni sempre presenti ponendo la seguente domanda: come mai uomini e donne la cui vocazione è quella di mescolare testi e concetti sono soggetti, più di altri, a illusioni le cui conseguenze collettive si rivelano talvolta disastrose?

Patologie del ragionamento

Per cercare di rispondere a questa domanda, l'editorialista del Figaro propone una vivace sintesi che attinge non solo a riferimenti noti (George Orwell, Raymond Aron, Jean-François Revel), ma anche a tutta una letteratura anglosassone meno nota ai lettori francofoni, specializzata nello studio dei bias cognitivi. A partire da queste molteplici fonti (teorie economiche, studi di casi psicosociologici, ecc.), egli mette in luce alcune patologie del ragionamento proprie degli intellettuali: più si è istruiti, più si tende ad adottare posizioni estreme; più sei informato, più è probabile che le tue opinioni siano polarizzate; più sei istruito, più facilmente ti convinci che gli altri stanno sviluppando argomentazioni parziali; Quanto più sei agile, tanto più elastica è la tua malafede, che ti consente di atterrare sempre in piedi...

I laboratori mondiali

Così, la capacità di neutralizzare ogni nuova informazione filtrandola attraverso un a priori ideologico spiega una delle arti in cui eccellono molti intellettuali: non vedere ciò che è davanti ai loro occhi. Riprendendo qui una questione cara a Charles Péguy (che non cita), Samuel Fitoussi sottolinea che questa cecità ha senza dubbio meno a che fare con l'ignoranza che con l'intelligenza. "Avevo occhi per vedere e una mente allenata a distorcere ciò che vedevano", riassunse nel 1954 lo scrittore Arthur Koestler, che aveva visitato l'Unione Sovietica vent'anni prima e non aveva notato nulla di allarmante. Di fronte all'orrore dei crimini stalinisti, maoisti o nazisti, quanti intellettuali, accademici o giornalisti raffinati hanno ceduto al piacere della negazione?

Tra gli intellettuali, questo piacere colpevole può rivelarsi irrimediabile. Una volta che decidono di guardare altrove, è difficile per loro ammettere il loro errore. "Al di là degli intellettuali, tutti coloro che vivono delle proprie idee (scrittori, politici, giornalisti, ecc.) hanno molto da perdere cambiando idea ", nota Fitoussi in uno dei passaggi più stimolanti del suo saggio.

Per un individuo la cui reputazione sociale è in gran parte indistinguibile dalle sue idee, il prezzo da pagare può essere esorbitante: mettere in discussione il conformismo politico a cui aderisce significa minacciare il suo benessere personale ed esporsi al rifiuto dei suoi pari – oh cari colleghi! Oh compagni della certezza! Simmetricamente, e questa è una ragione in più per non farsi scrupoli, il costo sociale dell'errore è molto basso, in questi ambienti più che altrove, come dimostrano i numerosi intellettuali la cui aura resta intatta anche se hanno detto sciocchezze sui più diversi argomenti.

Anche in questo caso Samuel Fitoussi potrebbe fare di meglio. Travolto dal suo slancio, egli stesso tende ad affrettare un po' le cose, in particolare quando denigra in massa i pensatori della "decostruzione" o quando prende in giro personaggi come Roland Barthes e Michel Foucault. Naturalmente, queste cose non dovrebbero sfuggire alle critiche, ma il modo in cui l'autore le evoca suggerisce che non le ha lette con sufficiente attenzione.

E poi gli intellettuali e i giornali di cui denuncia gli errori sono quasi tutti di sinistra. Tuttavia, se ci scervelliamo, dovremmo riuscire a trovare alcuni autori e pubblicazioni di destra che hanno sbagliato strada. Ad esempio, durante la guerra civile spagnola (1936-1939), gran parte della stampa conservatrice non volle avere nulla a che fare con i crimini di Franco. Ed è stato un onore per uno scrittore di destra come Georges Bernanos denunciare questa cecità, anche se ciò ha significato alienarsi i suoi ex compagni realisti.

Così, quando Samuel Fitoussi sopprime Jean-Paul Sartre (1905-1980) e gli preferisce Raymond Aron (1905-1983), lui stesso una firma di Le Figaro , sembra dimenticare due aspetti importanti: da un lato, Aron non ha mai esitato a esprimere i suoi disaccordi con la sua stessa famiglia politica; D'altro canto, se fu un critico così forte di Sartre, è perché condivideva con lui un intero mondo di testi ed emozioni. Lo capiva in ogni senso della parola.

Etica del dialogo

Per verificarlo, leggeremo la raccolta di testi intitolata Aron critique de Sartre , contenuta nella preziosa “Bibliothèque Raymond Aron” delle edizioni Calmann-Lévy. Ideato e presentato dalla filosofa Perrine Simon-Nahum, questo volume unisce interviste e conferenze al corposo saggio Storia e dialettica della violenza , in cui la sociologa offre una risposta alla Critica della ragione dialettica della filosofa (Gallimard, 1960). La lunghezza e la profondità di questa risposta basterebbero a dimostrare quanto Aron stimasse il "piccolo compagno" , con il quale non smetteva mai di dibattere. Ben consapevole del fatto che Sartre insulta chiunque esprima un'opinione diversa dalla sua, Aron insiste comunque nel discutere equamente le sue tesi. Più che le questioni teoriche in questione (l'esistenzialismo sartriano tra filosofia della libertà e giustificazione del terrore), è questa etica del dialogo che qui ci interessa.

Sartre e Aron si conobbero molto giovani, all'École Normale Supérieure, dove condivisero lo stesso "turno". Per lungo tempo hanno avuto insieme degli scambi appassionati . Erano "i quattrocento colpi della discussione intellettuale!" E poi un giorno la conversazione si interruppe. Solo Aron cercò di inseguirla. Questo approccio si basava su una cultura comune, in particolare su un rapporto molto forte con il marxismo, verso il quale Aron riconosceva il suo debito. Ma dal momento in cui Sartre aveva radicalizzato le sue posizioni e i suoi metodi, un simile sforzo richiedeva anche una decisione: non abbassarsi mai a usare le armi dell'avversario, quelle della polemica disonesta.

Quando Sartre fa una caricatura delle tesi di Aron e gli attribuisce discorsi assurdi o odiosi, quest'ultimo ironizza ( «Ho a sua disposizione un riassunto dell'Essere e del Nulla in dieci righe, nello stesso stile» ) e continua a esporre nei dettagli la dottrina del rivale. Allo stesso modo, Aron può citare (come fa Fitoussi) le parole con cui Sartre legittimava le atrocità dello stalinismo o del maoismo. Ma non si tratta mai di indulgere nel sarcasmo: "Non ho la minima intenzione di guadagnare punti provocando un sorriso a spese di un filosofo capace di enormità ", ammonisce l'uomo che ha sempre celebrato il virtuosismo letterario di Sartre, così come la sua "straordinaria fertilità" teorica .

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Certamente, la potenza intellettuale di Sartre ha prodotto opere ammirevoli. Ma lo portò anche a sbagliare molto spesso, fino a diventare la figura emblematica di quegli chierici che negavano i crimini totalitari e gettavano il sospetto su ogni dissidente. Agli occhi di queste persone arroganti, Raymond Aron era visto nella migliore delle ipotesi come un codardo e nella peggiore come un traditore che "faceva il gioco" del capitalismo, dell'imperialismo e del fascismo.

Chiudendo la bella raccolta Aron critica Sartre, cogliamo tuttavia la radicalità che portava con sé la sua umiltà. Combattente della resistenza fin dall'inizio, considerava il dubbio un punto di forza. Professore severo, aveva abbastanza senso dell'umorismo da non prendersi troppo sul serio. Teorico di alto livello, era determinato a esaminare la realtà senza pregiudizi, in altre parole a "non aver paura dei fatti" . In un momento in cui i pericoli si stanno nuovamente accumulando, speriamo che gli intellettuali abbiano imparato la lezione di Aron e ne abbiano il coraggio. Altrimenti tutte le loro belle idee rischiano, ancora una volta, di alimentare un pericoloso pasticcio ideologico. E poi "tutta la cucina sporca ricomincerà", come disse Karl Marx.

Estratto

«Le credenze comuni servono spesso a unire un gruppo; il loro contenuto è secondario. Un'idea (le tasse dovrebbero essere aumentate) unisce un gruppo, l'idea opposta (le tasse dovrebbero essere abbassate) ne unisce un altro. Ecco perché, come scrive Steven Pinker, chi professa la fede nella teoria dell'evoluzione non sempre esprime un'opinione scientifica; spesso esprime "la sua fedeltà a una sottocultura laica e liberale, in contrapposizione a una sottocultura religiosa e conservatrice" (…) . Ma allora, perché aderire a idee false dimostra efficacemente lealtà al proprio gruppo? Perché invia un segnale: sono più leale al gruppo che alla realtà. Un segnale che non trasmette adesione a idee valide. (…) Da questo punto di vista, sono le credenze irrazionali a unire meglio i gruppi: quanto meno sono plausibili, tanto più ogni persona è tentata di rinunciarvi, e tanto più chi non vi rinuncia dimostra di anteporre la lealtà al gruppo a ogni altra cosa.»

Perché gli intellettuali sbagliano, pagine 192-194



https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/04/16/pourquoi-les-intellectuels-se-trompent-de-samuel-fitoussi-et-aron-critique-de-sartre-d-une-tendance-a-l-egarement-des-intellectuels-de-tous-bords_6596649_3260.html

Leggi un estratto da “Aron, una critica a Sartre” sul sito web della casa editrice Calmann-Lévy.