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domenica 1 dicembre 2024

La digicrazia




Mauro Calise, Dalla democrazia alla digicrazia
“Il Mattino”, 13 maggio 2024

Stiamo passando dal governo del popolo a quello degli algoritmi. Detta così, sembra quasi un’ovvietà. Peccato che nella girandola di convegni su dove l’Intelligenza artificiale ci stia portando, la grande assente sia proprio la politica. Siamo così impegnati a decifrare l’impatto sui posti di lavoro, sulla riorganizzazione delle fabbriche, su come l’Ia generativa si stia infilando in ogni ganglio della nostra vita associata che prestiamo poca attenzione a chi controlla questi processi, a quali saranno i protagonisti del sistema politico che – con un neologismo – si può chiamare digicrazia.

Abbiamo provato a chiederlo ai principali modelli linguistici che presidiano l’ecosistema culturale di questa nuova frontiera. Le risposte sono nel saggio di apertura della Rivista di Digital Politics, edita dal Mulino, ad accesso libero in rete. A primo acchito, colpisce la precisione dell’argomentazione, ma anche la superficialità. Rispetto alla democrazia, le tre sibille che abbiamo interrogato – ChatGpt 4, Gemini Ultra e Claude 3 – danno risposte che condividono un ottimismo di maniera: maggiore partecipazione e trasparenza, e soprattutto efficienza grazie all’utilizzo di una mole crescente e dettagliatissima di dati. Però, tra le righe si intravede qualche caveat. Claude 3 – la chatbot di Anthropic – segnala che «con il Governo algoritmico le decisioni politiche vengono prese da sistemi di Ia altamente avanzati e algoritmi decisionali, piuttosto che da esseri umani». Basterebbe questa notizia a seminare un bel po’ di panico.

Il quadro, infatti, si complica se si chiede di prendere in considerazione uno degli elementi che gli esperti già segnalano con crescente preoccupazione, il ruolo delle armi autonome sui teatri di guerra. Qui ChatGpt 4 cambia tono, e squilla subito l’allarme: «l’impiego di sistemi d’arma autonomi, come i droni di ultima generazione guidati da Ia, solleva preoccupazioni profonde riguardo alla sicurezza, al controllo e all’etica della guerra». E, a seguire, l’elenco puntuale dei rischi: Mancanza di controllo umano, Incertezza sulle responsabilità, Evoluzione incontrollata, Corsa agli armamenti, Uso improprio.

La situazione peggiora ulteriormente se si passa alla domanda chiave, quanto gli Stati siano davvero in grado di regolamentare il cyberspazio rispetto ai colossi aziendali che ne detengono il controllo tecnologico. Le risposte sciorinano la lista di ciò che sarebbe necessario – molti provvedimenti normativi e moltissimo coordinamento globale – ma lasciano inevasa la domanda chiave, e più inquietante: chi detiene, e come si forma, la volontà politica con cui si combatte questa battaglia?

Una parte della risposta, purtroppo, già la conosciamo. Riguarda la crisi profonda in cui versano oggi i partiti, l’architrave della democrazia novecentesca. Circuiti rappresentativi obsoleti, che non riescono a utilizzare il digitale come antenna dei bisogni sociali. E abbiamo assistito impotenti al declino dell’opinione pubblica, due secoli di storia per tracciare il confine tra società e politica bruciati dall’avvento repentino dei social, con la vita quotidiana che irrompe e colonizza ogni interstizio dell’informazione. Per cercare di tenere insieme quel che resta della rappresentanza partitica e l’informe agglomerato mediatico delle opinioni a mezzo social, la democrazia parlamentare si è trasformata in democrazia del leader, ultimo baluardo – o autodafé – del governo del e per il popolo.

Sarà questo lo scontro del futuro? I prìncipi in nome del popolo contro il governo delle macchine? Lasciamo stare le formule ad effetto, che popolano da vent’anni l’immaginario fantascientifico e consolatorio di cui si nutrono centinaia di milioni di utenti delle serie di maggior successo. L’evoluzione più probabile sarà quella che già si intravede in molte campagne elettorali, i leader che si digitalizzano attraverso il controllo delle piattaforme, sfruttando l’intelligenza artificiale per simulare la propria immagine – voce e messaggio – a uso e consumo dei singoli votanti. Lo si è visto con Milei e con Modi, lo vedremo presto con Trump.

Come esordio della digicrazia, non promette niente di buono.



Quando l’algoritmo comanda in politica (e imperversa ovunque)

LA DIGICRAZIA Massimiliano Panarari ne discute con Mauro Calise, Professore di Scienza Politica Università di Napoli Federico II, Direttore Rivista Digital Politics

https://www.youtube.com/watch?v=tbI2TymWDvM

martedì 10 giugno 2014

Mauro Calise: Renzi profeta disarmato

Lina Palmerini
Il politologo Mauro Calise
Media e magistratura: i «rischi» del premier senza più opposizioni

Il Sole 24 ore, 10 giugno 2014


Un premier senza più opposizioni o almeno con opposizioni assai deboli: debole è il suo stesso partito, deboli sono gli altri partiti, deboli le parti sociali, debole perfino quel partito dei sindaci che tanto ha pesato nella storia della sinistra. È una novità che Matteo Renzi ha anche reso più evidente con quella frase "Ci metto la faccia" che scalza il rapporto con i cosiddetti corpi intermedi per un corpo a corpo solo con l'elettorato. Di questo inedito momento politico parliamo con Mauro Calise professore di scienza della politica e autore di libri tra cui "Il partito personale".

«La sua domanda sull'assenza di opposizioni è legittima ma fa riferimento a una fase passata. Non siamo più in un sistema classico in cui ciascun partito si definiva nella relazione con l'altro. Con populismo e personalizzazione della politica si è superata la contrapposizione tra partiti fondata su fratture storiche: non c'è più, quindi, destra/sinistra perché il populismo tende alla trasversalità degli elettorati mentre il personalismo carica di aspettative e responsabilità solo il leader».

In sintesi: se Renzi è arrivato al 41% pescando tra i voti moderati di Scelta civica, ma anche tra i delusi berlusconiani e i grillini pentiti questo è dovuto a un populismo che diluisce i confini tra partiti e a una leadership forte che carica solo su di sè le attese dell'elettorato. Punti di forza che hanno però le loro trappole. E non solo quelle che si vedono a occhio nudo: cioè che l'assenza di alternative azzera gli alibi e identifica con chiarezza la responsabilità del leader. Non a caso Renzi nel suo "patto" con gli elettori mette sul tavolo la sua stessa poltrona e dice: «Posso andare a casa domani». Oltre a questo ci sono fattori di rischio che Calise chiama "fattori M".

«Il fattore media e il fattore magistratura. Le spiego. L'esposizione personale del leader crea molte attese alimentate dai media che, però, con la facilità con cui si innamorano riescono a disinnamorarsi. Si ricordi, poi, che Berlusconi aveva ed ha i suoi media di riferimento, Renzi no».

E l'altro?

«È il fattore magistratura. La personalizzazione della politica espone un leader all'azione investigativa molto più di prima anche perchè privo dello scudo-partito. Uno scudo che ha avuto sempre la sinistra ma che Renzi non ha più».

Insomma, spariscono gli alibi e compare l'insidia di diventare «preda» dei "fattori M". Con qualche contromisura che Renzi può – o forse deve assolutamente – prendere.

«Direi che i punti di fragilità sono due: da un lato quella carica di aspettative che deve indurre il premier alla formazione di una squadra solida che lavori sui tanti e complicati dossier. Il presidente americano si prende qualche mese per la definizione del team. Sull'altra fragilità, quella che lo rende preda della magistratura, serve una corazza istituzionale. Non è un caso che sistemi di personalizzazione della politica abbiano assetti costituzionali coerenti: parlo di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte. Se Sarkozy fosse stato in Italia sarebbe finito in galera e se Hollande fosse stato italiano con il 16% delle ultime europee a quest'ora staremmo già discutendo di elezioni a ottobre».

Esempi chiarissimi, che hanno una logica, ma che è stata sempre stata rifiutata.

«Guardi quando sento parlare di deriva autoritaria mi viene da ridere. C'è invece una responsabilità chiara, imputabile e dunque serve autorità. Ma siamo ancora in un dibattito vetero-costituzionalista mentre già tutto è cambiato: i partiti si sono sgretolati, l'elettorato è diventato volatile e trasversale catturato da quello che chiamiamo populismo e leaderismo».

E del resto la prova del nove sta proprio in quel balzo del Pd fatto solo in un anno, dal 25% circa al 41% circa.

«Renzi ha fatto approdare la sinistra a una fase post-sistemica in cui il punto politico non è la contrapposizione – berlusconismo e anti-berlusconismo – ma la capacità operativa del leader».

E che dice a Susanna Camusso che chiede un partito unico della sinistra?

«Auguri».

°°°

Marco Damilano
Matteo Renzi il populismo di governo che predilige Checco Zalone alle élites di sinistra
l'Espresso, 11 gennaio 2016

Morto il re, viva il re. È morto il partito, torna il sovrano. Il leader è il nuovo re, potentissimo e vulnerabile, nudo. E l’Italia di Matteo Renzi è laboratorio privilegiato di questo processo, scrive Mauro Calise, politologo dell’università di Napoli Federico II, inventore negli anni Novanta del “partito personale”, in libreria con il saggio “La democrazia del leader” (Laterza), destinato a far discutere. La spiegazione di sé che il renzismo non ha mai trovato (e che non ha mai voluto). Ma anche la denuncia dei limiti della leadership personale, la sua debolezza: «I cittadini chiedono sempre al leader di turno molto di più di quanto potrà fare».

La fine dei partiti è un fenomeno italiano?
«No. In tutta Europa siamo di fronte al tramonto dell’ultimo grande corpo collettivo, il partito. Una costruzione millenaria: per spersonalizzare il potere del sovrano ci sono voluti secoli, ora siamo al processo inverso. I partiti non hanno più il monopolio della rappresentanza e non fanno più sistema. In Inghilterra, patria del bipolarismo, ci sono ormai almeno cinque partiti. In Francia siamo al tutti contro Marine Le Pen. In Spagna le nuove liste come Podemos sono cresciute in maniera impetuosa e imprevista. In Germania mi chiedo cosa resterà dopo Angela Merkel. Si è segretolato il sistema».

Al suo posto cosa c’è?
«C’è il ritorno del potere monocratico. Un processo che è nato prima nella società: l’individuo, l’io narcisista, l’io che si esprime nella Rete. In questo habitat individualistico hanno trovato posto le leadership personalizzate. L’Italia ha avuto una forte accelerazione con Silvio Berlusconi, una forma vitalistica, anti-istituzionale, iper-comunicativa: il peggiore dei modi. Alla Francia è andata molto meglio, con la Quinta Repubblica De Gaulle ha trasformato la spinta della leadership carismatica in istituzione. Da noi Berlusconi non ha mai neppure provato a farlo. Sul piano storico Berlusconi non ha fallito per il bunga bunga, ma per non aver mutato la sua leadership da personale a istituzionale».

Renzi è l’erede di Berlusconi nella personalizzazione della leadership?
«Tra i due ci sono differenze enormi. Berlusconi primo ministro non è mai esistito, non ha lasciato traccia, non è stato per nulla decisionista. Berlusconi, più che un premier, è rimasto un capopartito, con la tendenza a fare il capopopolo. Renzi invece fa solo il primo ministro, dalla mattina alla sera. Lei che fa il giornalista può scrivere che lo fa bene o male, io che sono uno studioso devo far notare che lo spostamento della leadership sulla guida del governo è un fenomeno inedito. In altri Paesi sarebbe una non-notizia, qui da noi non era mai successo».

Renzi fa il premier, certo, ma non è immune da quello che lei definisce il «demone populista». «Un vortice di promesse» per conquistare un elettorato mutevole.
«Ovunque il populismo è la forma che si manifesta con la crisi della democrazia. È la forma egemone della politica contemporanea. Il punto è: come riesci a governarlo? E come si comporta il populismo quando vince le elezioni e arriva alla prova del governo. Renzi è senza dubbio un leader che conosce la retorica del populismo. Se la deve vedere, d’altra parte, con Beppe Grillo e con Matteo Salvini, che quanto a populismo non sono secondi a nessuno. Chi lo critica per questo dovrebbe poi spiegare con chi intende sconfiggere avversari di quella statura. Con Mario Monti? Con Enrico Letta? Il populismo va cavalcato senza farsi divorare».

C’è stato un momento in cui Renzi si è perso in questo labirinto? In cui il gioco di guidare dall’alto la rivolta anti-establishment gli si è ritorto contro?
«Il punto critico è l’operazione sulle banche di queste settimane. Contro il governo c’è una reazione tipicamente populista, la difesa dei risparmiatori truffati. E su questo Renzi è in evidente difficoltà, fatica a smarcarsi».

Chi sono i nemici del premier?
«Nessuno. È un’altra differenza con Berlusconi. Il capo di Forza Italia spaccava il Paese, o con lui o contro di lui, o berlusconiani o anti-berlusconiani. Renzi insegue consensi trasversali, vorrebbe parlare a tutti. Non divide, si identifica con tutto il popolo, il suo bersaglio sono i gufi, quelli che non vogliono il bene del Paese: le élites, meglio se di sinistra. E rappresenta gli italiani che vogliono le riforme, moderatamente. Sa chi rappresenta meglio di tutti questo stato d’animo? Checco Zalone. Sono andato a vedere il suo film il primo giorno. Sono uno zaloniano convinto, da sempre. C’è l’impiegato travolto dal taglio delle province che tutti volevano purché non toccasse a loro. Dentro ci trovi una fotografia. La Prima Repubblica, come dice l’inno del film, non si scorda mai...»

Per il 2016, però, il premier vuole che il referendum sia sulla Costituzione, ma anche sul suo operato. Sì o no: sulla riforma del Senato e su Renzi. L’atto di nascita del renzismo (e dell’anti-renzismo).
«Io credo che sia soprattutto un modo per bypassare le elezioni amministrative, molto difficili per lui. E sta scegliendo come terreno di confronto un tema, la riforma del Senato, che forse in altri tempi avrebbe appassionato, ma che oggi riscalda poco. Farà una campagna elettorale con pochi slogan e poco divisivi. Il cambiamento contro chi vuole frenare. Certo, è una competizione che all’improvviso può complicarsi, se ad esempio le amministrative dovessero andare molto male...».

I pericoli per Renzi vanno cercati fuori dal Parlamento. Lei lo definisce fattore M: magistratura e media.
«Governo e Parlamento sono le componenti del sistema legittimate dal voto dei cittadini. Le caratteristiche della magistratura e dell’informazione sono l’autonomia e l’indipendenza dagli altri poteri. Ma in presenza della crisi democratica la magistratura e l’informazione hanno esteso il loro potere. Pensi soltanto alle sentenze della Corte costituzionale che hanno cancellato la legge elettorale Porcellum o riscritto la riforma delle pensioni. Per non parlare delle inchieste della magistratura ordinaria, da Tangentopoli in poi. Sia chiaro: non chiedo una subordinazione della magistratura al potere politico, segnalo che il fattore M è per ogni leader il rischio da cui deve sapersi difendere».

Cosa significa il fatto che Renzi affidi molto potere al magistrato più popolare d’Italia, Raffaele Cantone?
«Credo che Cantone rappresenti un compromesso tra Renzi e il fattore M. Anche in questo vedo un parallelismo. Di Pietro era un capopopolo, come Berlusconi, e come lui fondò un partito personale. Cantone è, come Renzi, un uomo che si gioca la sua partita nelle istituzioni. Personalizza l’organismo che presiede. Non è un’authority impersonale, è una persona credibile con un capitale inestimabile: la fiducia».

I media sono la benzina nel motore del leader, nel momento della scalata. Poi, a potere conquistato, cominciano le lamentazioni: i talk parlano male del Paese, i giornalisti non mi capiscono...
«È il ciclo del carisma, Renzi non ne è esente. Il linguaggio dei media è individualistico, creano il leader e poi lo distruggono. Media e magistratura sono portati a concentrarsi sul leader. E quando le cose vanno male, quando il leader va sotto assedio, viene salvato da una corazza istituzionale o dal suo partito. Che nel caso italiano mancano completamente. È questo il tallone di Renzi, la sua debolezza».

Il Pd, il partito di cui Renzi è segretario, rischia di perdere le amministrative a Roma e a Napoli, dove si ripresenta Antonio Bassolino di cui lei fu consigliere. È lì che nel 2016 si rivelerà fragile?
«Su Roma Renzi poteva lasciare che se ne occupassero i romani o metterci la faccia. Invece ha fatto fuori Ignazio Marino senza avere soluzioni di ricambio in mano, un’operazione improvvisata. Su Napoli le idee sono ancora più confuse. Non gli fa piacere la candidatura di Bassolino, ma neppure la prospettiva di confezionare un’alternativa contro De Magistris che magari si rivelerà perdente. In questo c’è la solitudine del leader. I partiti erano sistemi fiduciari. Ma ora chi gli racconta come vanno le cose fuori da Roma? Dov’è la sua intelligence? Il suo Ponte delle spie? Film per film, meglio Zalone».

http://machiave.blogspot.it/2014/06/mauro-calise-renzi-profeta-disarmato.html 

domenica 12 gennaio 2014

Mauro Calise, Renzi e il problema del capo

Intervista con Mauro Calise di Alessandro Lanni
Renzi è un leone tra le volpi
e la personalizzazione non è populismo

Reset, 18 novembre 2013


Non solo il rifiuto cieco di quello che è ormai un dato ovvero la personalizzazione della politica, ma anche l’incapacità di evitare l’affermazione di una miriade di capi e capetti nel Pd (qualcuno anni fa li chiamò “cacicchi”) con il loro piccolo o grande potere locale, con la loro corrente personale, che stanno distruggendo il Partito democratico. Il duplice atto d’accusa che Mauro Calise muove nei confronti del Pd è lucido, netto e senza appello, almeno per una classe dirigente che nel complesso ha portato al naufragio delle Politiche del febbraio 2013 e dell’elezione del presidente della Repubblica.
Il funesto anno che si sta concludendo per il Pd sarà ricordato come quello della “non vittoria” della Ditta Bersani e dei 101 che hanno affossato Prodi, ma forse anche come l’anno in cui al soglio del Nazareno è asceso il giovane e rampante sindaco di Firenze. «Per ora Matteo Renzi – confessa Calise – mi sembra coraggioso, un leone tra le volpi. Però è più bravo che autentico e ancora deve fugare i dubbi sulla capacità di andare in profondità nella politica».
Col volumetto Fuorigioco (Laterza 2013) lo studioso napoletano prosegue la sua analisi dell’Italia politica aggiornando e approfondendo spunti dei precedenti Terza repubblica e Il partito personale (entrambi Laterza).
In Fuorigioco afferma che “una leadership forte è l’antidoto al partito personale”. Spieghi perché non è una contraddizione.
La personalizzazione è un tratto dominante della nostra epoca. Dal tessuto sociale a quello politico, passando per la sfera comunicativa che ne è il principale ambiente e moltiplicatore. Si tratta del fenomeno più macroscopico delle società contemporanee, piaccia o non piaccia. A me, ad esempio, piace poco ma cerco di evitare che questo giudizio infici la mia analisi. Una leadership forte contribuisce a legittimare il partito, se da questo non viene combattuta. È quello che si è visto in Inghilterra con Blair o in Germania con la Merkel.
E perché da noi non funziona?
È un processo che si consolida se trova uno sbocco istituzionale adeguato, a livello di premiership o presidenza. Leader forte, più partito coeso, più istituzione monocratica: è questo il circolo virtuoso che può arginare la degenerazione della personalizzazione, imbrigliarla in un circuito pubblico di legittimazione. Altrimenti la personalizzazione imbocca la scorciatoia della privatizzazione: il partito come proprietà personale del leader. In senso stretto, come con Berlusconi, o più mediato, come abbiamo visto con Di Pietro, Monti, Grillo. Tutte modalità diverse di personalizzazione del partito, ma accomunate dallo stesso destino: la fine del partito come organismo collegiale. E su questo insisto: nella nostra epoca, il partito come organismo unitario può sopravvivere solo grazie al riconoscimento di un capo. Si tratta di una verità anticipata, con la proverbiale lucidità, da Gramsci un secolo fa e chissà se i macro o micronotabili del Pd l’hanno letta… La riprendo da un bellissimo libro di Fabio Bordignon (Il partito del capo. Da Berlusconi a Renzi, in uscita in questi giorni per Apogeo/Maggioli): «Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un “capo”».
ll Pd di Bersani è stato ostinatamente contrario alla personalizzazione. Ha formulato questa avversità anche attraverso gli slogan e le frequenti dichiarazioni del segretario. Tuttavia al di là delle colpe della leadership, la linea Bersani è stata scelta alle primarie da un popolo che in fondo, culturalmente si identifica con quell’idea di partito e di collegialità ed è contro l’apparente “irrazionalismo” della leadership carismatica. Insomma, è colpa di Bersani ma anche di una parte consistente della gente di sinistra (non so se su questo sei d’accordo). Come convincere (ammesso che vada fatto) questa ampia parte di sinistra? È sufficiente dire nell’altro modo si vince?
Non sorprende che una parte consistente della sinistra condivida l’ideologia collettivista della leadership. Era alla radice del Pci e del Pd. E visto che l’elettorato Pd – come mostrano i dati di Ilvo Diamanti – è composto prevalentemente da pensionati e lavoratori del pubblico impiego, quelle radici esistono ancora. Si tratta di un dato fisiologico, che non giudico negativamente. Il problema nasce dalla contrapposizione che viene fatta tra quella concezione e una leadership personale e autorevole. Ai tempi del Pci, questo non avveniva: Togliatti o Berlinguer sono stati leader ultracarismatici, ma questo non è entrato in collisione con la forza del partito come attore unitario. Oggi invece, soprattutto con la restaurazione fallimentare portata avanti dai bersaniani, si è cercato di fare leva su uno scontro tra i due principi. Uno scontro che non ha nascosto la dura realtà, anzi la ha fatta esplodere: nel Pd la direzione collegiale non esiste più, esistono invece diciannove correnti. Ma non esiste ancora una leadership autorevole, che è un requisito di responsabilità e trasparenza in tutte le democrazie contemporanee.
Nel libro parla anche di un “virus letale” quello del microvoto, delle correnti anche locali guidate da “micronotabili”. Il congresso in corso sembra dire che il Pd non ha appreso la lezione e che nessuno è immune da questo male.
Si, il libro ha due focus, distinti e convergenti, il «doppio errore» del Pd. Il primo, su cui ci siamo soffermati finora e su cui si concentra buona parte del dibattito politico, è l’ostilità dell’oligarchia bersaniana nei confronti di una leadership autorevole. Col risultato della sconfitta elettorale e la spaccatura al vertice che è oggi sotto i nostri occhi. Ma il dato, forse, ancora più preoccupante è che accendendo i riflettori sulla lotta al macroleader si è finto di non vedere che il partito, nelle retrovie, si stava spappolando. E che, invece della Ditta propagandata, c’erano diciannove correnti, pullulanti di micronotabili in lotta fratricida tra di loro. Ed è da questo pantano che, chiunque sia il vincitore delle primarie, difficilmente il Pd riuscirà a districarsi.
“Personalizzazione” è un termine che viene spesso usato come sinonimo di populismo.
Sul piano storico è un’idiozia. Le origini del fenomeno, nell’America di fine Ottocento come nella Russia pre-sovietica, fa riferimento alla comparsa di attori e valori popolari, comunitari sulla scena politica, attori e valori che insidiavano i meccanismi tradizionali della rappresentanza parlamentare. Oggi, il populismo si ripresenta soprattutto come fenomeno mediatico, ondate di protesta che vengono spesso – ma non sempre e necessariamente – catalizzate e organizzate da leader particolarmente abili nello sfruttare vecchi e nuovi media: vedi Berlusconi e Grillo. Il capostipite del media populism televisivo è Ross Perot, da cui Berlusconi prende moltissimo. Chapeau – intellettuale, non certo politico – al duo Grillo-Casaleggio per avere inventato la variante web. Anche in questo caso, il migliore antidoto è ancorare la leadership al partito, evitare che cresca, si riproduca e – prima o poi – si sgonfi solo attraverso il circuito mediatico.
Però c’è una parte di sinistra e anche al vertice del Pd che giudica Renzi populista. Che ne pensi di questa accusa?
Al momento, mi sembra un’accusa pregiudiziale, infondata. Certo, se il partito continua a metterlo alla gogna, e alla porta, prima o poi è possibile che Renzi finisca per imboccare la scorciatoia populista.
Quali sono pregi e difetti di Renzi macroleader?
Il pregio maggiore è il coraggio. Paretianamente, un leone in un establishment di volpi. Una dote di cui pochi leader hanno dato prova: oltre, ovviamente, a Berlusconi, ricordo il primo Bassolino, quello che lasciò la poltrona sicurissima che aveva a Roma per buttarsi nell’avventura delle elezioni a sindaco di Napoli. Tra i difetti di Renzi c’è la profondità, che ancora non dimostra di avere sui temi più complessi (su questo, ad esempio, Gianni Cuperlo, dimostra più spessore e professionalità); e l’umanità: appare molto più bravo che vero. Ma questo forse nasce anche dalla tensione enorme cui è sottoposto, ininterrottamente sulla breccia e sotto i riflettori da oltre un anno. Se qualche volta parlasse meno in fretta, una pausa in più, una smorfia del viso. Qualcosa che trasmettesse il messaggio che la politica è anche sofferenza, il tarlo del dubbio ogni volta che butti il cuore oltre la siepe. Questa, ad esempio, era la forza di Veltroni.
Ricordo la ricostruzione che lei fece (fin dalla prima edizione del Partito personale, nel 2000) della rivoluzione di Blair nel Labour e di come mise in piedi una squadra di fedelissimi di grosso calibro che trasformarono il partito. Crede che Renzi possa riuscire a compiere lo stesso percorso? Renzi ha messo in piedi una squadra adeguata?
Non lo so. Non ho contatti o informazioni di prima mano su questo punto. Alcuni dicono che sarebbe il suo vero tallone d’Achille. Certo, il nodo che solleva è cruciale. Senza un’adeguata organizzazione, ogni leadership diventa rapidamente effimera. E qui il bivio di fronte a Renzi è molto netto. Se i toni dello scontro nel Pd continuano a indurirsi, e se davvero si dovesse andare incontro a una spaccatura – come recentemente D’Alema ha paventato – il sindaco potrebbe avventurarsi anche lui sul sentiero solitario del partito personale. Ma sarebbe un ripiego, e molto a rischio. Finora, il capostipite Berlusconi è stato eccezionale, nel doppio senso del termine: straordinariamente abile e senza repliche di pari portata. E la differenza l’ha fatta l’organizzazione, non la comunicazione. È bene ricordare che il Cavaliere scese in campo portandosi dietro, oltre ai soldi, tre canali televisivi e due aziende – con relativi “yesmen” – di caratura nazionale e radicatissime sul territorio.
L’unico imitatore di successo, per scala del fenomeno, è stato Grillo, col suo partito superpersonale cybercratico che ha messo insieme un quarto dell’elettorato. Ma si tratta di un’esperienza ancora allo stato nascente, non sappiamo – neanche Grillo – quanto durerà. Ma già al suo interno si registrano spaccature importanti, e proprio sulla giuntura più critica: il raccordo tra il centro telematico e la periferia di attivisti civici. Quanto agli altri cloni del Cavaliere, si è trattato di partitini personali, di piccolo peso e/o di breve durata. Dalle filiazioni di Dini e Prodi, nate dalla loro permanenza a Palazzo Chigi, alle formazioni parafamiliari di Di Pietro e Mastella, fino al più recente clamoroso flop di Scelta civica, l’esempio forse più eclatante dell’attrazione fatale che il biopartitismo esercita sul nostro ceto politico, anche nei suoi rappresentanti migliori. Farsi corpo politico, autoriprodursi per partenogenesi. Per accorgersi poi, rapidamente, che lo specchio di Narciso, in realtà, è un pozzo buio.
E Renzi è destinato a seguire questa strada?
Mi auguro che Renzi non cada in questa trappola. Se lo fanno fuori, se cercano di mandarlo in fuorigioco, si faccia da parte, non si faccia in quattro. È giovane, la notte della repubblica sarà lunga. Il futuro – come direbbe Weber – tornerà a bussare alla sua porta.

martedì 10 settembre 2013

Perché la sinistra ignora Mc Luhan

Peppe Provenzano


Mauro Calise
l'Unità, 10 settembre 2013

È in edicola il numero di settembre di «Italianieuropei». Nel fascicolo il «Laboratorio partito», focus sul Pd che si accinge a una difficile fase congressuale per ridefinire profilo e strategie. Tra i saggi pubblicati proponiamo ai lettori de l’Unità quello di Mauro Calise.

COME È POSSIBILE, COME È SPIEGABILE CHE IL PD CI SIA RICASCATO ANCHE STAVOLTA? CHE ANCHE QUESTA CAMPAGNA GIÀ VINTA SIA STATA PERSA SULLO STESSO FRONTE, per lo stesso tallone d’Achille per il quale la sinistra, da almeno vent’anni, cede il passo al centrodestra? Per quale atavica maledizione la cultura degli ex comunisti e degli ex democristiani resta ostile, anzi addirittura estranea, alle regole anche le più elementari della comunicazione, che si tratti di vecchi o nuovi media?
Tra tutte le democrazie occidentali, i leader e i militanti del Pd sono i soli che si ostinano a credere che McLuhan fosse un parolaio. Ciò che conta è il contenuto del messaggio, non il contenitore e la sua forma: in barba a cinquant’anni di storia, i democratici restano convinti che the message is the media. Non si tratta solo di fare il processo, a proposito, non l’ho ancora letto, alla peggiore campagna elettorale italiana di questo secolo. Né di prendersela basta e avanza Crozza con i limiti di un candidato premier che, almeno, ha avuto sempre l’onestà di ribadire di non voler cambiare la propria personalità e il proprio stile. Il nodo è più radicale. Riguarda la profonda incomprensione, ai vertici come alla base del partito, del ruolo che la comunicazione svolge come vero e proprio codice genetico della società contemporanea. Per cui non è più uno dei canali attraverso cui la politica funziona, ne è diventato il motore. O, se preferite, il corpo. E, al tempo stesso, le ha rubato l’anima.
Il successo strepitoso di Grillo suona, per il Pd, come una riedizione riveduta e corretta e tecnologicamente aggiornata dello stesso meccanismo che aveva consentito a Berlusconi di sbaragliare in pochi mesi la «gioiosa macchina da guerra» con cui Achille Occhetto si era illuso di poter vincere le elezioni. Ancora una volta una vittoria certa si trasforma in bruciante sconfitta per l’emergere di una leadership carismatica che crea, quasi dal nulla, un ingentissimo seguito elettorale affidandosi allo sfruttamento strategico di un canale di comunicazione mediatica.
In questo caso, l’amarezza dell’occasione mancata è aggravata dal fatto che Grillo solo in parte ha attinto al serbatoio della destra qualunquista e conservatrice che si era precipitata al seguito del Cavaliere. Una parte molto consistente del voto ai cinquestelle documentano Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini proviene dall’elettorato di sinistra e da una quota predominante delle fasce più giovani. E un’ulteriore e peggiore aggravante viene dal fatto che la televisione, dopotutto, era il dominio – anche privato – del Cavaliere. Ma come è stato possibile farsi prendere in contropiede sul web, che dovrebbe rappresentare il terreno naturale di coltura e di crescita di una organizzazione come il Pd, che ha alla base del proprio programma il cambiamento della società?
LA SOCIETÀ DELLA E-DEMOCRACY
Rosanna De Rosa nel libro che fa il punto sulla cittadinanza digitale ci ricorda che, quando Berlusconi scese in campo, gli utenti Internet erano solo lo 0,4% della popolazione mondiale; ma già nel 2000, con l’esplosione della blogosfera, «la percentuale era salita al 5,9%, e oggi un quarto della popolazione mondiale è in rete, un miliardo dei quali ha un profilo su Facebook». Nel frattempo, la e-democracy, rimasta per un ventennio poco più che un laboratorio di promesse non mantenute, diventava la nuova frontiera per conquistare la Casa Bianca. Nelle primarie del 2003-04 c’è l’exploit di Howard Dean, un outsider che sfiora un successo clamoroso grazie all’uso sistematico per la prima volta della rete in una campagna presidenziale. Facendo da apripista a Barack Obama che, quattro anni dopo, dovrà la propria vittoria all’appoggio di Move On, coi suoi tre milioni di iscritti, e alla straordinaria capacità di intercettare finanziamenti da una amplissima platea di simpatizzanti, quotidianamente sensibilizzati sui temi chiave della sfida con i repubblicani. Riversando poi gran parte dei fondi nell’acquisto di spazi televisivi costosissimi nei momenti di massima audience. Questo schema sarà ripetuto e perfezionato per le elezioni del 2012, anche grazie alla possibilità di utilizzare i database di alcuni dei più importanti motori di ricerca per sofisticatissime operazioni di targetting. Facendo già intravedere la fusione tra la capacità di diffusione virale della rete con la centralizzazione carismatica del messaggio da parte del leader.
Questo nuovo know-how tecnologico della strategia elettorale era, dunque, ben conosciuto, ottimamente documentato e a disposizione di chiunque volesse farne una leva di intervento. Durante un intero decennio, per il Pd è come se il tutto fosse avvenuto su un altro pianeta, inaccessibile e incommensurabile. Ma non per Grillo e il suo mentore telematico Casaleggio. Nel volgere di cinque anni, un bravo comico che era solito chiudere i suoi spettacoli fracassando un computer sul palcoscenico diventa il leader di un nuovo monstrum politico: un partito superpersonale virtuale. A conferma che la comunicazione oggi, ancor più di ieri, è il presupposto oltre che il volano dell’organizzazione. Oltre, ovviamente, che il requisito per la comprensione e la gestione dei processi di innovazione tecnologica grazie ai quali il popolo della rete non è imploso, vittima della propria crescita esponenziale.
Sono due i principali meccanismi o, più precisamente, ambienti procedurali e regolativi che impediscono la frammentazione del mondo che ruota intorno a Internet. Come i grandi motori di ricerca prima Aol, poi Yahoo! e Google avevano, coi loro algoritmi e cookies, messo ordine nella galassia infinita delle informazioni in rete, così spetterà ai blog e ai social network trasformare l’anomia della rete in un ambiente ricchissimo di legami sociali e capace di esprimere opinioni collettive. In alcuni aspetti salienti, la nascita della blogosfera ricalca in pochissimi anni il percorso habermasiano che aveva portato, nell’arco di due secoli, alla formazione della moderna opinione pubblica. I blog rappresentano, infatti, la crescita di una nuova élite culturale e, al tempo stesso, l’affacciarsi e il consolidarsi di un rapporto sempre più dinamico con i media tradizionali. Non appena i blog riescono a far emergere, dall’oceano indistinto della rete, le notizie e i temi più trendy, la stampa si affretta a rilanciarli, soprattutto attraverso le proprie testate online (...).
Qualsiasi sforzo di aggregazione delle opinioni quasi pubbliche espresse attraverso il web sarebbe, nondimeno, inimmaginabile senza il lavoro sotterraneo di creazione di un vero e proprio tessuto sociale della rete. La dimensione social introdotta dai network personalizzati, come Twitter e Facebook, non ha niente a che vedere con la categoria di società che è a fondamento dell’organizzazione moderna della vita. Anzi ne rappresenta, per molti aspetti, la sua crisi e destrutturazione. Al posto di classi e ruoli che hanno reso funzionante, gerarchicamente ripartita e, in qualche misura, prevedibile la società sviluppatasi intorno al macchinario satanico della rivoluzione industriale, i social network fanno emergere un infinito reticolo di molecole che si attraggono o si respingono in modo del tutto spontaneo (...).
Ricalcando il percorso aristotelico da cui nasce l’idea stessa di politica, anche la politica in rete prende forma e trova ancoraggio nello sviluppo della socialità. Così come nella lezione sartoriana lo zoon politikon di Aristotele era, in primis, un animale sociale, così anche il netcitizen comincia a prendere forma solo dopo essere riuscito a inserirsi e immedesimarsi nei nuovi circuiti social. Mentre per oltre trent’anni lo sperimentalismo democratico via Internet era rimasto confinato agli spazi e agli effetti di piccole eutopie, con la nascita e la fulminante espansione dei social network l’e-democracy trova finalmente un suo zoccolo duro, un radicamento, una prassi ben collaudata da cui cercare di spiccare il salto alla conquista del politico.
SE NE PARLI AL CONGRESSO PD
A quest’appuntamento, la sinistra italiana è clamorosamente mancata. E il vuoto è tanto più profondo perché la rivoluzione di Internet interseca tutti i settori più vitali della società. Per limitarsi all’esempio più importante, l’intero percorso formativo si sta digitalizzando. Ma lo fa su scala globale, rischiando di lasciare al palo quei contesti geoculturali che continuano a opporre resistenze. Nelle nostre scuole medie, i libri di testo solo ora stanno cominciando ad adeguarsi ancora lentamente e con una qualità quasi sempre scadente alle pratiche connaturate alla generazione dei nativi digitali, improntati alla sindrome di amazoogle: cercare e trovare online i materiali che ti servono. Resistenze, se possibile, ancora maggiori si riscontrano all’interno delle università, dove i ministri di centrodestra con la complicità di quelli di sinistra sembrano aver risolto il problema dividendolo in due campi separati: da un lato, le cosiddette «telematiche», aziende private con licenza di laureare, che erogano corsi a distanza lautamente retribuiti; dall’altro, le statali, che non hanno risorse e stimoli per affrontare la sfida che, tra pochi anni, rischia di metterle fuori mercato.
Il nuovo format dell’educazione in rete, l’insegnamento in modalità Mooc (Massive open online courses), ha reclutato, nel 2012, oltre venti milioni di studenti. Coinvolgendo i principali e più prestigiosi college americani, ma anche molte università di taglia media che cercano di rimanere a galla sperimentando un modello di business misto, in cui i corsi a distanza integrano quelli molto più onerosi in presenza (...). Per chi scrive, resta un mistero doloroso come mai la sinistra, e in primis il suo maggior partito, non sia schierata per fare di Internet e del suo rapporto con la scuola la sua testa possibilmente pensante di ponte in un ambiente sociale fertilissimo di stimoli e avidissimo di una rappresentanza che continua a essergli negata. O meglio, che è riuscito a trovare, in extremis e spesso in modo confuso, nella disponibilità del M5S. Una disponibilità non limitata ai contenuti e alla libera espressione, ma che ha investito anche il nodo più delicato: il reclutamento di un nuovo ceto politico.
Nessuno pensa che Internet possa essere la panacea per la crisi politica profondissima in cui il Paese si dibatte. Né una scorciatoia palingenetica per l’iter complesso e faticoso di selezione di una classe parlamentare in grado di governare processi deliberativi e decisionali sempre più complessi. Ma non v’è dubbio che l’ingresso in Camera e Senato dei cittadini venuti dal web abbia, per il Pd, il gusto amaro di un’occasione mancata. Ancor più visti i profili di neodeputati e neosenatori, molti dei quali sono apparsi fin dagli esordi dotati di una propensione all’autodeterminazione non facilmente conciliabile con il dirigismo autocratico che caratterizza gli interventi di Grillo. La partita, tuttavia, non è chiusa. Si va ai tempi supplementari. E possiamo ancora sperare che al centro del prossimo congresso non ci sia solo la discussione su «cosa» dire, ma anche una riflessione su «come» (...). Visto dall’esterno, il ritardo potrebbe apparire incolmabile. Ma, dall’interno, non si può mollare. Provaci ancora, Pd.


Paolo Gerbaudo
Il partito piattaforma La trasformazione dell’ organizzazione politica nell’ era digitale

© 2018 Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Podemos, il M5s e i Partiti Pirate sono stati spesso descritti come “partiti digitali” o come “partiti rete” per il modo in cui essi hanno abbracciato in modo entusiastico una serie di strumenti e servizi che sono diventati il simbolo della presente società digitale. Tale carattere digitale è visibile a diversi livelli di profondità: nella loro comunicazione esterna e nella loro organizzazione interna. Esternamente queste formazioni hanno cavalcato la potenza comunicativa delle reti sociali come Facebook e Twitter o su canali dedicati su YouTube, per costruire una base attiva di sostenitori e simpatizzanti. Internamente esse hanno sviluppato una serie di piattaforme decisionali online per chiamare gli iscritti a discutere e votare su politiche, cariche interne e candidati.

Tale trasformazione digitale del partito politico è parte di un processo più generale, visibile anche in partiti più tradizionali e nel modo in cui hanno adottato strumenti e pratiche digitali nella loro comunicazione. Basti pensare ad esempio all’uso dei social media in recenti campagne elettorali, come quelle di Obama nel 2008 e nel 2012, o al ruolo da essi giocato nella vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, o ancora alle innovazioni sul versante digitale introdotte da nuove organizzazioni come Momentum, il movimento di sostegno a Jeremy Corbyn come leader del Labour. Tuttavia è nei “partiti digitali” propriamente detti che tale trasformazione acquisisce le forme più radicali e rivelatrici della presente trasformazione della forma partito. Per questi partiti la parola “digitale” designa solo un insieme di strumenti ma anche un modo di concepire il mondo influenzato dalla cultura digitale e in particolare dalla cultura hacker [Levy 1996], con i suoi valori di autonomia, partecipazione, creatività e trasparenza. L’emergere di queste formazioni offre un’occasione per leggere una serie di tendenze che vanno ben oltre queste formazioni e che si può considerare destinate a ridefinire in modo sistemico la natura dei partiti politici. 

Il partito digitale è prima di tutto un partito nuvola, un partito leggero della leggerezza che hanno le piattaforme software digitali, accessibili da ogni dispositivo, e in cui la comunicazione digitale diventa sostitutiva dell’infrastruttura fisica, come quella di uffici, circoli e sezioni che caratterizzava i partiti tradizionali. In secondo luogo si tratta di un partito startup, una forma di organizzazione caratterizzata da crescita rapida e alta scalabilità, ma pure da alta mortalità. Infine è un partito forum, un’organizzazione che deve la sua energia alle discussioni e alle deliberazioni condotte dai propri iscritti sulle piattaforme decisionali e sui canali social collegati al partito. Questa leggerezza e flessibilità della nuova forma partito digitale presenta sia vantaggi che svantaggi. Da un lato esse consentono di incitare e incanalare l’entusiasmo della base, in modo simile a quanto succede con i movimenti sociali. Dall’altro lato esse rischiano di riprodurre e estremizzare alcune psicopatologie dell’era neoliberista e del suo individualismo. L’aspetto radicale di questa nuovo modello di organizzazione politica consiste nella sua promessa di una democrazia digitale, più diretta e trasparente di quella offerta dai partiti tradizionali e dalle istituzioni. L’innovazione portata dal digitale nel terreno della democrazia interna dei partiti politici non significa tuttavia che queste formazioni segnino la fine della rappresentanza politica, e l’emergere di una situazione di “orizzontalità” per usare un termine in voga presso fautori della democrazia digitale di fede libertaria. Al contrario la creazione di processi di democrazia dal basso è accompagnata dall’emergere di forme di leadership carismatica, come visto nel ruolo giocato in questi partiti da figure come Pablo Iglesias nel caso di Podemos e di Beppe Grillo nel Movimento 5 Stelle. Questo rafforzamento della base e del vertice del partito, l’emergere di una “superbase” che si specchia in un “iperleader” legati da un’alleanza spesso conflittuale, indebolisce invece le strutture intermedie, l’apparato di partito, sospettato di essere la sacca in cui si annidano i maggiori rischi di distorsione democratica.