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mercoledì 27 maggio 2026

Venezia. La parola al sindaco

Alvise Sperandio
Parla Simone Venturini: "Per Venezia ho rinunciato al posto fisso. Premiato il programma non ideologico"

Avvenire, 26 maggio 2026

Con i suoi 38 anni, il civico Simone Venturini diventa il più giovane sindaco della storia di Venezia. Ha vinto al primo turno, con il 51% dei voti e un risultato strabiliante della lista che porta il suo nome: 30%, primo partito in città. Due mesi fa, quando l’aveva presentata, aveva presagito questo risultato mentre più di qualcuno lo pensava esagerato. Il “ragazzo di Marghera”, sposato con Carolina Fullin e oggi residente in centro storico a due passi dal municipio di Ca’ Farsetti, si è laureato in Giurisprudenza all’università di Padova. È cresciuto in parrocchia, un impegno nel volontariato e nell’associazionismo con gli scout. Ha partecipato alla scuola di formazione all’impegno sociale e politico della diocesi di Venezia negli anni in cui era patriarca il cardinale Angelo Scola. Eletto per la prima volta consigliere comunale nel 2010 nelle fila dell’Udc, nel 2015, con la discesa in campo dell’imprenditore Luigi Brugnaro, è entrato nella sua “lista fucsia” ed è diventato assessore. Incarico confermato nel 2020, quando è stato il candidato più votato, con deleghe di peso: Sociale, Turismo, Sviluppo economico, Casa e Lavoro. Se gli chiedi chi sia la figura che più ha segnato la sua formazione, Venturini risponde: «San Giovanni Paolo II».
Sindaco Venturini, quando ha capito che avrebbe dovuto mettersi in gioco per la città? 
È un percorso iniziato tanti anni fa. Sentivo questa ispirazione. Ne parlai con il cardinale Scola con cui mi sono più volte consigliato. Ho studiato molto la Dottrina sociale della Chiesa e quando sono diventato amministratore, ho cercato di metterla in pratica.
Lei sindaco a 38 anni, in Veneto governatore Alberto Stefani a 33: è la gioventù che avanza?
Anche lui, come me, è cresciuto in parrocchia. Lui, poi, è esperto di diritto canonico. Siamo amici e questa alleanza Regione-Comune servirà molto a Venezia.
Perché si è candidato?
Sei mesi fa ho rinunciato a un posto sicuro in Regione. Mi sono chiesto dove sarei stato più utile e ho scelto. Se mi fossi accomodato in un posto sicuro, avrei seppellito i miei talenti. Invece ho preferito metterli in gioco, pur col rischio di perdere tutto. Come dice il cardinale Scola: liberi dall’esito.
Come si spiega un risultato così netto?
I cittadini hanno premiato un programma molto pratico e una proposta non ideologica. Soprattutto i cittadini hanno scelto la persona. Sono 11 anni che cerco di essere dappertutto, sette giorni su sette, “h24”. La città la conosco bene, ci ho messo la faccia.
È anche un premio alla doppia giunta Brugnaro?
Sicuramente è un riconoscimento fatto all’enorme lavoro di questi anni. Abbiamo risanato la città e l’abbiamo rilanciata. Più che di continuità parlerei di evoluzione.
Come assessore, di quali risultati è più orgoglioso?
Nel sociale ho raddoppiato il budget. E ho assegnato 1.200 case pubbliche, molte a giovani coppie che iniziavano la vita in comune.
Ha mai temuto di non farcela dopo che in città, alle Regionali di novembre, aveva vinto il centrosinistra e dopo l’affermazione recente in Comune del No al referendum?
La strada era in salita. Dall’altra parte erano molto sicuri di loro, ma mentre qualcuno ha messo in giro ad arte dei sondaggi “ fake ”, io sentivo nell’aria una narrazione diversa. Ero ottimista.
Quale sarà la prima cosa che farà da sindaco?
La costituzione di un board di livello internazionale di ambasciatori nel mondo di Venezia, per attrarre investimenti e talenti.
Venezia ha il problema del cosiddetto “overtourism”: resterà il ticket d’accesso per i giorni da “bollino rosso”, per la massiccia presenza di visitatori in centro storico?
Ha funzionato, resterà e lo potenzieremo, sempre con lo strumento della prenotazione.
Venezia ha l’urgenza della salvaguardia: quale futuro per il porto?
Il porto deve continuare a operare, per cui bisogna fare le opere di manutenzione ordinaria, in primis scavare i canali. Il Mose è una realtà, per anni ci sono stati i comitati che l’hanno sempre avversato. Oggi ci salva dalle acque alte. Certo, c’è molto da fare sulle opere complementari.
Venezia a Statuto speciale è più un’ipotesi o un’utopia?
È una battaglia da portare avanti tutti, ma è un obiettivo a medio-lungo termine, visto che serve una riforma costituzionale. Nel frattempo c’è la quotidianità da gestire: l’unicità di Venezia chiede un rifinanziamento strutturale della legge speciale.
Ora è sindaco di Venezia. È l’inizio anche di un’avventura politica nazionale?Per me questo è un punto d’arrivo. Non c’è niente di più importante e di più bello che servire la città del tuo cuore.

mercoledì 20 maggio 2026

Pannella

Flavia Perina 
Pannella dieci anni dopo, quel "nemico perfetto" che tutti i partiti ora rimpiangono
La Stampa, 20 maggio 2026

Il Signor Wood è il galantuomo che, a dieci anni dalla morte, tutti vorrebbero ancora e ancora come amico o come nemico, fa lo stesso. Lo rimpiange monsignor Vincenzo Paglia, voce nobile della Chiesa contro la quale Marco Pannella ingaggiò formidabili corpo a corpo sui diritti civili («Abbiamo bisogno di uomini e di donne con idee universali come lui, che le testimonino anche a costo di pagare»). Ne ha nostalgia Pier Ferdinando Casini, cresciuto in una Dc che per Pannella era fanfascismo e nemico principale («Ha avuto il merito di obbligare al dialogo anche i più lontani dalla sua idea»). Lo celebra Luciana Castellina, una vita nell’impegno comunista che Pannella bullizzò come rivoluzione fucilocentrica e pugnocentrica («Tra noi un’amicizia in cui si è litigato sempre»). Lo rievoca con affetto Gianni Letta, che negli anni del divorzio fu direttore del Tempo e lo fronteggiò ogni giorno («Si poteva non condividere le sue idee ma non si poteva non apprezzare il modo con cui le difendeva e le imponeva»). E a seguire tutti gli altri che ieri hanno dichiarato, parlato, manifestato, ricordato, promosso targhe e intitolazioni: lo rivorrebbero tutti, incluse ovviamente tre o quattro generazioni di radicali cresciuti alla sua scuola e nel suo mito, benché dispersi qua e là da una infinita diaspora.

Marco Pannella come nemico-amico perfetto, di cui si avrebbe un gran bisogno anche oggi perché – e nessuno lo ha detto meglio di Francesco De Gregori – il canestro di parole che la sua leadership indiscussa riversò sulla politica italiana, spiazzando ogni luogo comune, ha obbligato ognuno a salire di livello, a industriarsi nel tenergli dietro. Benedetto della Vedova, ieri alla Camera, durante la presentazione del libro di Piero Ignazi “Marco Pannella, la passione della politica”, di quel canestro ha fatto un elenco per titoli, e non sono neanche tutti: divorzio, aborto, obiezione civile, fame nel mondo, Gandhi, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Tony Negri, Stati Uniti d’Europa, Satyagraha, iuguri, tibetani, pena di morte, amnistia, maggioritario, e in mezzo ci stanno pure la presidenza della Circoscrizione di Ostia, la Rosa nel Pugno, il partito transnazionale, la depenalizzazione delle droghe, le carceri, l’amnistia, Cicciolina, il diritto alla conoscenza, e ovviamente Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, la Luca Coscioni e pure il dimenticato MIT, il Movimento Identità Trans che Francesco Rutelli ricorda con stupore retroattivo perché nel 1982 ottenne con voto unanime, compresa la Dc, compreso il Msi, la prima legge per regolamentare il cambio di sesso in Italia.

«È stata una personalità che ha impresso un segno nella storia della Repubblica», ha detto il presidente Sergio Mattarella inaugurando idealmente questo Pannella Day. E ancora: le sue campagne politiche sono state condotte quasi sempre da posizioni di minoranza, ma sono state capaci «di attivare percorsi di innovazione e riforma», tanto che la sua eredità «riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie». Frasi verissime. Col senno di poi le condividono tutti, ma col senno di prima non erano poi così scontate. Marco Pannella risultò per decenni un supremo rompiscatole per ogni maggioranza, al punto che nel 1983 il Parlamento a scrutinio segreto approvò le sue dimissioni, presentate per una questione di Rai e censura, anziché respingerle come era d’uso (e come lui era certo che sarebbe successo). No, Pannella non era uno che si muoveva «nella notte hegeliana dove tutti i gatti sono grigi», ricorda Claudio Martelli: era divisivo, urticante, una mina vagante che periodicamente terrorizzava la politica con i suoi estremi scioperi della fame, almeno un paio di volte arrivati al limite della sopravvivenza e dell’allarme rosso. «Rischiamo di passare alla storia come quelli che hanno ammazzato Pannella», rabbrividiva pure Silvio Berlusconi.

Il decennale porta con sé l’intitolazione dei giardini davanti al carcere milanese di San Vittore, della piazza davanti al carcere romano di Rebibbia, una targa a Roma a Palazzo Braschi ma anche sulla facciata della storica sede radicale di via Torre Argentina (è di cartone, omaggio dei militanti radicali che polemizzano con il Comune: la vogliono lì perché «casa sua era quella»), la richiesta di Più Europa per una seduta parlamentare straordinaria sulle carceri, una maratona oratoria a Piazza Capranica, l’annuncio di Ignazio La Russa di una rievocazione anche al Senato martedì prossimo. E infine, la voce roca di Emma Bonino, che in chiusura dei discorsi alla Camera col suo carissimo Pannella ci discute ancora, dice di non aver mai capito l’espressione “spes contra spem” diventata il motto di Marco e citata nella lettera a Papa Francesco scritta poco prima di morire. «Magari me lo spiegherà quando ci rincontreremo», dice.


Pannella elettore di Scalfaro
Carmine Fotia
Sul Quirinale la dura lezione del 1992

il manifesto, 28 gennaio 2022

Sul manifesto del 26 gennaio scorso Giangiacomo Migone ha opportunamente ricordato come la strage di Capaci, trent’anni fa, fu determinante nell’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. Ovviamente, le circostanze sono molto diverse, ma anche oggi il sistema politico pare stremato e avvitato su sé se stesso mentre tra pandemia, crisi ucraina, e il rischio di una crisi sociale sono ben tre le emergenze che fanno da drammatico contesto all’elezione in corso.

Non so dire se ciò porterà come allora a un salto di consapevolezza e responsabilità. Però ricordare quei giorni può essere utile per comprendere il rischio che si corre quanto la politica e le istituzioni non sono in grado di trovare una risposta democratica all’emergenza.

Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove, insieme ad altri colleghi, seguivo per il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su sé stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.

Mentre vado sul luogo della strage di Capaci incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. In quanto presidente del senato è capo dello stato supplente perché Francesco Cossiga si è dimesso prima del tempo, lanciando una bomba lacerante: è tutto un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.

L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra.

Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.

La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto.

Ecco. così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.

Un cronista di Radiomontecarlo mi dice solo quattro parole :”It’s a war”.

Scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: “Un atto di terrorismo mafioso…l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la tesa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta”.

Attraversando Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggo su qualche rudimentale cartello la scritta “Falcone sei vivo ”.

Io c’ero, posso raccontare il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia.

Paolo Borsellino, che sarebbe stato assassinato poco dopo, era una maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo.

Il 25 maggio, due giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, le camere eleggono presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano moderato, cattolicissimo (tanto da aver schiaffeggiato negli anni ’50 in un ristorante romano una signora che mostrava le spalle troppo scoperte) ma fuori dai giochi di potere.

Qualche tempo prima, lo avevo intervistato per il manifesto, scherzando anche su questo suo passato. A conferma dei paradossi di quella stagione fu proposto da due outsider della politica che sembravano il suo opposto: Marco Pannella, leader dei radicali e anticlericale per eccellenza e Leoluca Orlando, figlio ribelle della sinistra dc che aveva da poco fondato la Rete, e poi divenne, durante la sua presidenza, il principale avversario dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, e un’icona della sinistra.

domenica 26 aprile 2026

Voglia di rovesciamento

Alessandro De Angelis
Meloni, le piazze: una festa alla rovescia
La Stampa, 26 aprile 2026
Gli episodi di Roma e Milano, ma anche le parole retoriche della politica dimostrano la fragilità della nostra identità, una memoria che non è davvero collettiva

Potremmo discettare a lungo su ognuno dei tanti 25 aprile celebrati dalla “politica”, intesa come classi dirigenti. Soffermarci, ad esempio, sul passo avanti di Giorgia Meloni, meno trattenuta nelle dichiarazioni rispetto agli anni passati, ove parla apertamente di «oppressione del regime» e non solo di «valori conculcati» dal fascismo. Non banale, letta con le lenti del suo mondo (vedi la voce: Ignazio La Russa).

Il post

Meloni sul 25 aprile: “Aggressioni e insulti, se questa è la democrazia abbiamo un problema”

Oppure, sempre a proposito della premier, sottolineare come, sia pur all’interno di un impianto politicamente corretto e condivisibile, manchi ancora il gesto che sorprende. Da leader di tutti, che non ha remore nel far proprio, come connessione sentimentale e non solo atto dovuto, quel giacimento di risorse politico-valoriali su cui si fonda la Repubblica. Silvio Berlusconi andò ad Onna. Nicolas Sarkozy, appena eletto, dispose che, nelle scuole francesi, fosse letto il messaggio di un giovane partigiano comunista («possa la mia morte servire a qualcosa»). Insomma, ce ne sarebbero di luoghi dove mettere, anche in silenzio, un fiore su una tomba, per chiudere, una volta per tutte, non tanto il rapporto col fascismo, ma quello tormentato con l’antifascismo, parola ancora tabù.

Potremmo anche poi passare al racconto del perché di questa o quella scelta. Elly Schlein che, diversamente dagli altri anni, ha evitato la piazza di Milano (e si capisce perché) preferendo una celebrazione più istituzionale a Sant’Anna di Stazzema. O Giuseppe Conte a Napoli, al monumento per Salvo D’Acquisto, il militare che, per proteggere gli italiani, fu ucciso dai tedeschi. Figura di un martire non ascrivibile alla resistenza “rossa”. Potremmo andare avanti così, nell’esegesi di posti e frasi. E non ci sarebbe nulla di sorprendente, rispetto all’andazzo degli ultimi lustri. Un dovere di firma da un lato, molta retorica celebrativa dall’altro, ognuno con la sua sensibilità.

E tuttavia, il punto è ben altro. La storia di questo 25 aprile è la storia di un 25 aprile rovesciato. La festa della nostra identità democratica, si trasforma, nelle piazze, nel suo opposto, dove ognuno si sente legittimato a fare i conti con chi la pensa in modo diverso. Chi spara a volto coperto all’Anpi, episodio che tanto assomiglia alla simulazione di un atto di terrorismo. Chi – ed è il caso di Milano – impedisce alla brigata ebraica di sfilare proprio in nome dell’antifascismo. E in queste dimensioni non era mai accaduto.

Dentro questo rovesciamento c’è il problema, non dell’oggi. Che riguarda un tema antico: la fragilità della nostra identità nazionale. La nazione, per dirla con lo storico Ernest Renan, è un plebiscito quotidiano. Si nutre di simboli, bandiere comuni, celebrazioni condivise, come sono, ad esempio, il 4 luglio americano o il 14 luglio francese. Non è questa la storia del 25 aprile, nel Paese delle memorie quotidianamente divise ove, finita l’era dei partiti di massa, non si pratica più una sana pedagogia repubblicana, ma un rituale stanco tra reticenze di una parte e pigrizia dagli altri, piuttosto inclini ad appaltare a Bella Ciao un deficit di contenuti per il qui ed ora.

Il ricordo

Il coraggio di lottare per cambiare la storia

A rischio di apparire un po’ demodè e in lite col presente, per trovare una chiave per l’oggi potremmo prendere a prestito da Walter Benjamin, grande intellettuale del secolo scorso, il concetto di “rammemorazione”. Non è il ricordo di un passato che resta lì, come in una teca. Da commemorare o esibire. Ma “un futuro del passato”, ovvero lo sforzo di farne vivere lo spirito – ansie, speranze, senso – dentro il tempo che è dato di vivere. Il passato come anima del presente.

Ebbene, alle radici della scissione tra lo spirito del giorno e ciò che è successo c’è anche questo. Un deficit di “egemonia” politico-culturale. L’unico che si è misurato con la “rammemorazione” è quell’incarnazione vivente della Costituzione che va sotto il nome di Sergio Mattarella. Nei suoi discorsi sulla «barbarie» e sulla «libertà», e in quell’esortazione «ora e sempre Resistenza» c’è tutta l’urgenza di difendere e far vivere – politicamente, non retoricamente - quei valori nella realtà attuale segnata dalla crisi delle democrazie e dalla fine dell’ordine mondiale nato proprio dalla sconfitta dei fascismi.

Ma se la democrazia è in crisi, una delle ragioni sta proprio nella debolezza delle sue leadership, di cui la retorica muta e buona solo per il proprio recinto di adepti ne è la rappresentazione icastica. Ma se la bussola è davvero la Costituzione, omaggiata per un giorno da tutti, come la mettiamo con tutto ciò che sa di trumpismo o di antisemitismo? L’operazione è dura, perché implica non solo il prendere le distanze da errori o degenerazioni, ma sancire una incompatibilità. Democratica, appunto.

giovedì 9 aprile 2026

Giorgia Meloni in difficoltà


Allan Klaval
Giorgia Meloni o la disfatta dell'ideologia

Le Monde, 9 aprile 2026

Di fronte al disastro, inizialmente scelse di rimanere a distanza. A bordo di un elicottero della protezione civile, il 28 gennaio, Giorgia Meloni osservò il borgo siciliano di Niscemi, devastato da una  frana . La Presidente del Consiglio italiana poté vedere il precipizio scavato nella collina dal ciclone Harry e le case aggrappate all'orlo dell'abisso, abbandonate dall'ultima ondata di rifugiati climatici.
 
La leader, proveniente da una famiglia neofascista ostile alle normative ambientali, è stata criticata per non essere scesa dall'aereo e non aver provato di persona il fango siciliano. È stata accusata di essere rimasta, letteralmente, distaccata dalla realtà prima di un incontro presso la sala comunale. Non incontrerà alcuni residenti fino al 16 febbraio.
 
Due mesi dopo il sorvolo, una riforma del sistema giudiziario, che prevedeva la separazione delle carriere di procuratori e giudici e che veniva considerata illiberale dagli oppositori, fu respinta dal 53,7% degli elettori nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che registrò un'affluenza eccezionalmente alta del 55,7%. Questa rappresenta la peggiore sconfitta politica di Giorgia Meloni, un punto di svolta per una persona che sembrava avere tutte le carte in regola per il successo.  
Salita al potere nel 2022, la Primo Ministro ha compiuto la scelta ideologica perdente. Pur sembrando inizialmente avviata verso l'istituzionalizzazione per il suo sostegno all'Ucraina, non ha mai rinunciato alle sue origini radicali. Alla guida del potere esecutivo, ha privilegiato i simboli identitari e le grandi narrazioni, a scapito del pragmatismo e a rischio di perdere il contatto con la realtà. Appoggiando la volontà del suo partito di imporre una nuova "egemonia culturale" di destra persino nelle scuole, ha investito incessantemente nelle guerre culturali, con una narrazione da vittima spesso in contraddizione con un trionfalismo vendicativo.   

Allineamento su Donald Trump

Talvolta cedendo al fascino di teorie del complotto alternative, Giorgia Meloni ha scelto anche la guerra civile retorica contro un nemico interno incarnato in particolare dai giudici, responsabili di aver ostacolato il funzionamento dei centri di detenzione per migranti installati in Albania , la cui costosa esistenza, tuttavia, non serve ad alcuno scopo chiaro.  
L'approccio conciliante che le viene attribuito nei confronti dell'Europa era in realtà finalizzato a soddisfare il suo desiderio – condiviso da altri – di smantellare dall'interno il ruolo regolatore dell'Unione Europea, in particolare per quanto riguarda le questioni ambientali e la tutela dei migranti vulnerabili. Inoltre, questa donna, che ha sostenuto l'ultra-minoranza Marion Maréchal in Francia, non è mai riuscita a ristabilire un rapporto pragmatico con Parigi, convinta che l'idea di autonomia europea potesse essere solo una cortina fumogena per il dominio francese.  
Sulla base di affinità ideologiche, Giorgia Meloni scelse quindi di schierarsi con Donald Trump, nonostante la diffusa disapprovazione nei suoi confronti da parte dell'opinione pubblica italiana. Tuttavia, il rapporto privilegiato che sperava di coltivare con la Casa Bianca era inesistente prima del suo tardivo ripensamento. L'Italia si è dimostrata vulnerabile quanto qualsiasi altro Paese ai dazi imposti da Washington, così come alle conseguenze dell'avventurismo in Medio Oriente, che minaccia la già fragile economia del Paese.  
Afflitta da gravi debolezze strutturali, la magistratura non è stata sostenuta da riforme sostanziali da oltre tre anni, mentre i servizi pubblici si sgretolano dietro la cortina fumogena della riduzione del deficit osannata dai mercati. La sconfitta di Giorgia Meloni nel referendum costituzionale sulla magistratura potrebbe quindi essere stata una sconfitta di astrazione, della volontà di imporre la propria cultura politica in assenza di un reale impatto sulla vita quotidiana degli italiani, mentre il suo schieramento è assediato dalla corruzione e dai legami mafiosi.

Patriottismo costituzionale

Sul fronte costituzionale, si tratta di una battaglia ideologica persa contro i principi fondanti della nazione e la volontà della maggioranza degli italiani di preservare le regole ereditate dal passato, punti di riferimento credibili di fronte al caos.
 
Amata dagli italiani, che spesso la considerano "la più bella del mondo" , la Costituzione della Repubblica fu redatta tra il 1946 e il 1948, grazie a pazienti compromessi tra cattolici, comunisti, socialisti e liberali del fronte antifascista, vincitori sul regime di Mussolini, di cui la famiglia politica di Giorgia Meloni è erede.   
 
Accade però che la Legge Fondamentale – difesa oggi da elettori giovanissimi, a lungo trascurati e diffidenti nei confronti dei partiti – offra risposte alle ansie odierne. Proclamando, all'articolo 3, il dovere della Repubblica di "eliminare gli ostacoli economici e sociali che  (...)  impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ", essa respinge, nel suo popolare articolo 11,  "la guerra come strumento per violare la libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere controversie internazionali " .
 
Tuttavia, a due settimane dall'esito del referendum che ha riacceso questo patriottismo costituzionale, l'opposizione al governo di Giorgia Meloni è divisa su come capitalizzare su questo risultato. Ma si tratta meno di una vittoria per i partiti di sinistra che per una rete di organizzazioni e personalità della società civile che si sono mobilitate e ora aspettano di essere ascoltate.
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Mobilitato soprattutto sulla base dei principi enunciati dai fondatori della Repubblica originaria e della proficua espansione economica del dopoguerra, questo gruppo è composto da elettori che chiedono soluzioni concrete, che la destra radicale non è mai stata in grado di formulare di fronte alle sfide globali economiche, sociali, geopolitiche e ambientali. Questo vale per il villaggio devastato di Niscemi, come per altre zone d'Italia. E d'Europa.

sabato 28 marzo 2026

L'ossessione del capo

Gad Lerner
Ora non mettetevi a cercare un capo anche a sinistra

il manifesto, 28 marzo 2026 

Tipico della sinistra è diffidare dei leader che chiedono pieni poteri per portare a termine i loro programmi. No Kings, appunto. Che si tratti dell’aspirante dittatore Trump o di una Giorgia Meloni che vorrebbe farsi eleggere capo di governo direttamente dal popolo.

Nell’epoca dei nazionalismi aggressivi, peraltro, i leader di destra, per quanto ideologicamente affini, presto o tardi sono per natura destinati a cozzare l’uno con l’altro; provocando in sequenza guerre commerciali, guerre militari e guerre civili. L’Internazionale dei capi nazionalisti di destra, insomma, oltre che un bisticcio di parole è solo una distopia contemporanea.

L’internazionalismo resta vocazione di una sinistra che non ha bisogno di simili condottieri.

Suggerisco dunque alcune precauzioni a chi, galvanizzato dalla netta vittoria dei no al referendum, avvicinandosi la fine della legislatura rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra.

Anzitutto ricordiamoci i sommovimenti che hanno anticipato negli ultimi anni l’imprevisto, massiccio «ritorno alle urne» di donne e giovani in prima fila per difendere la nostra costituzione. Mobilitazioni su tematiche di genere, sociali, contro il riarmo, di solidarietà a un popolo massacrato nell’indifferenza se non con la complicità dei nostri governanti, promosse più dall’esterno che dall’interno dei partiti progressisti.

La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti. Più di recente, Prodi non ha certo battuto elettoralmente Berlusconi ricorrendo alla forza mediatica.

Dal 2022 fino a lunedì scorso i notisti politici più smaliziati non facevano che ripetere che il governo Meloni cammina sul velluto perché l’opposizione non esprime un’alternativa credibile. Non sarà vero il contrario? Le apparenze non sono state smentite dalla realtà?

Prendiamo il caso di Elly Schlein, quella del «non ci hanno visto arrivare». Se fin qui ha conseguito risultati migliori di chi l’ha preceduta alla guida del Pd dipende forse proprio dal suo essere una anti leader. Snobbata dall’establishment e dalla stampa che conta, è espressione di una militanza contemporanea più orizzontale che verticale, a loro poco comprensibile. Se volete, Schlein è la non leader di cui aveva bisogno un non partito giunto sul punto di esplodere ma che, in questa strana forma, si è rafforzato. Pure l’Alleanza verdi sinistra (Avs), sdoppiata e sfumata nella sua insolita leadership Fratoianni-Bonelli due volte maschile, registra una crescita di consensi da quando a guidare questa parte della sinistra erano Bertinotti o Vendola. In campo sindacale, ora che volge al termine il secondo mandato della segreteria Landini, resta controverso se abbia giovato alla Cgil la centralità mediatica assunta dalla sua figura.

Poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo che l’anno scorso all’Assemblea costituente del M5s escludeva un’«alleanza organica e strutturata col Pd» mentre ora è stato il più lesto a formalizzare l’idea di primarie aperte del campo progressista. Pur forte dell’ottima reputazione che si è costruito da premier negli anni duri del Covid, Conte non scorderà certo che nel 2018 a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie. Altri tempi, certo. Ma che l’elettorato di sinistra si riconosca nella sua leadership fortemente personalizzata, è tutto da dimostrare. Mi permetto di dubitare dei sondaggi che circolano.

In definitiva: se primarie hanno da esservi, primarie siano. Ma la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen – o king – che la crisi mondiale ha già ridimensionato.

 

Andrea Carugati
Il macigno delle primarie per un'alleanza ancora fragile

il manifesto, 26 marzo 2026

Nella storia del centrosinistra non ci sono mai state primarie vere tra due leader di partiti diversi: per Prodi nel 2005 ci fu un plebiscito, la sfida tra Renzi e Bersani del 2012, in fondo, era tra esponenti dello stesso Pd. Le primarie tra Schlein e Conte (più qualche candidato di bandiera) sarebbero un inedito, con tutti i rischi che questo comporta: i due partiti non si sono mai presentati alleati alle politiche, la prevalenza di uno dei due segretari, soprattutto in mancanza di un robusto cemento programmatico, rischia oggettivamente di produrre divisioni, di mettere a rischio l’esistenza stessa della coalizione, di ottenere il risultato che pezzi di Pd e di M5S potrebbero non riconoscersi nella leadership vincitrice.

Per questo, la corsa che sembra ormai partita inesorabilmente verso i gazebo (o un metodo misto col voto online) è prematura. E del resto, anche le candidature scelte per le regioni in cui l’asse giallorosso ha vinto non sono nate da primarie ma da accordi politici: Todde in Sardegna, Fico in Campania, Decaro in Puglia, in Umbria si è scelta addirittura una figura fuori dai partiti, Stefania Proietti. La nascente coalizione non appare ancora pronta a uno stress test di questo tipo. La soluzione migliore sarebbe votare con l’attuale Rosatellum, con l’accordo che, dopo il voto, sarebbe il o la leader del partito più votato il candidato/a premier da indicare al Colle.

Che Meloni abbia la forza, con l’aria che tira, di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza non è scontato. Se dovesse riuscirci, allora l’indicazione del leader sarebbe davvero necessaria. Schlein ha già chiarito che non è disponibile a tavoli in cui indicare un federatore che non abbia guidato in questi 4 anni l’opposizione in Parlamento. Conte sembra della stessa idea.

Entrambi hanno tutta la legittimità per sentirsi in corsa e non volere papi stranieri imposti dall’alto o da qualche gruppo editoriale. Nessuno dei due vuole cedere lo scettro all’altro senza passare da una consultazione popolare. Legittimo. Anche se i più esperti, come Rosy Bindi, suggeriscono a Schlein di non essere troppo «assertiva», di non escludere già oggi la possibilità di indicare un nome condiviso. E anche Goffredo Bettini, un altro padre nobile dell’alleanza, ha invitato a concentrarsi «sulle questioni di programma».

Un lavoro, quello sul programma, che viene sempre evocato, assai meno praticato. A domanda, Schlein risponde che «non partiamo da zero» e cita le battaglie comuni, dal salario minimo al congedo paritario e la sanità. Tutto vero, ma non è ancora un progetto condiviso per le elezioni. Così come non è una politica estera comune aver condiviso nell’ultimo anno le posizioni su Gaza e ora sulla guerra Usa-Iran. C’è il tema dell’Ucraina, e della sicurezza e difesa europea, che va affrontato di petto, non con botta e risposta episodici come quelli scatenati due giorni fa dal 5S Patuanelli che ha affermato che «con noi al governo fermeremo gli aiuti all’Ucraina» (la destra Pd lo ha fulminato). L’ipotesi è legittima, ma per evitare strappi serve un duro lavoro di mediazione, e un’alternativa plausibile. 

Stesso discorso sul welfare: per una politica espansiva dal punto di vista sociale vanno trovate  robuste coperture, facendo anche delle scelte forti sul piano fiscale: non basta citare, come ha fatto Schlein, il Ponte di Messina o i sussidi ambientalmente dannosi da cui drenare risorse. Serve dire dove si vorranno prendere i soldi, e quanti, e da quali tasche, tema che sta molto a cuore al segretario della Cgil Landini, che da tempo insiste sulla patrimoniale, sulla necessità di non far pagare sempre i soliti noti. Solo Avs finora si è detta disponibile, assai meno Pd e 5 stelle. Per non parlare dell’immigrazione, su cui i 5s hanno una linea assai più dura degli altri.

Temi complicati, su cui è facile scontentare pezzi di elettorato, ma su cui è possibile attrarre i milioni di giovani che hanno votato No al referendum e ora si aspettano proposte che mettano fine alla precarietà e ai bassi salari, così come ai costi fuori portata delle case. Il blocco sociale a cui rivolgere la proposta di governo, al dunque, conta assai più di chi sarà il leader. Il fatto che alcuni milioni di elettori si siano risvegliati dall’astensione indica una strada percorribile. Che passa anche dalla declinazione di una frase spesso ripetuta: «Non faremo gli errori dei precedenti governi di centrosinistra che si sono affidati troppo al mercato». Come si ridà centralità alla politica a scapito del mercato? Domanda che vale almeno un paio di mesi di riflessioni.

Per ora, i partiti stanno imboccando, nella costruzione del programma, strade separate, soprattutto Conte, che ha lanciato un percorso partecipativo in 100 piazze che si chiuderà con una grande kermesse a Milano. Lui, secondo i primi sondaggi (in testa quello di Antonio Noto) parte leggermente favorito nella corsa alle primarie perché pesca voti anche tra gli elettori di Pd e Avs, mentre Schlein rincorre. Lui è più autorevole anche grazie agli anni passati a palazzo Chigi, lei più nuova, anche dal punto di vista generazionale, e non ha sulle spalle le colpe di nessun governo precedente, nel bene (gestione Covid) e anche nel male (i decreti sicurezza con Salvini). Lei ha dalla sua l’aver resuscitato il Pd dopo la debacle del 2022, ma paga l’inesperienza nella gestione di dossier di governo. Lui paga il camaleontismo politico, l’idea di essere approdato a sinistra senza troppa convinzione. Sono due leader per certi versi complementari, e chi immagina un ticket forse non sbaglia. Chi sogna un nuovo Prodi, capace di cucire l’alleanza, non commette peccato. Ma in giro non se ne vedono. Dunque è meglio auspicare che resti il Rosatellum: così le primarie si farebbero nelle urne.





 

 

giovedì 26 marzo 2026

I No Kings dopo il referendum

Giuliano Santoro
I No Kings dopo il referendum: "Primarie? Non ci interessa parlare di leader"

il manifesto, 26 marzo 2026

«Dopo quello che è successo al referendum, tutto ci serve tranne che parlare di leadership del centrosinistra». Il messaggio che i No Kings affidano alla politica istituzionale, presentando le due giornate del prossimo fine settimana, non potrebbe essere più chiaro. Il movimento che da mesi, prima che si potesse sospettare di ritrovarsi a Roma con Meloni in difficoltà e blindata dentro Palazzo Chigi, sta organizzando l’opposizione a tutti i re di questo tempo ha presente la novità e la forza della massa critica che si è manifestata con il No alla riforma della giustizia della destra. Ma per questo non ha intenzione di farsi imbrigliare in discussioni tra segreterie di partiti e alchimie sugli assetti elettorali. Perché, dicono, semplicemente non è il momento.

Al contrario, adesso bisogna invadere le piazze, diffondere capillarmente una nuova forma della politica, allargare la base sociale di chi si oppone a sovranismi, guerre, autoritarismo. «Di fronte al risultato del referendum, con la vittoria dovuta a una mobilitazione di popolo, il dibattito sulla leadership che vediamo adesso intorno al campo largo è riduttivo e insufficiente rispetto a quello che è successo – conferma Luca Blasi nel corso della conferenza stampa ospitata nella sede della Fnsi – Bisogna parlare di temi e programmi, di salario minino e di finanziamenti non alle armi, ma alla sanità e all’istruzione. Sono tutti temi che porteremo in piazza. Essere No Kings è questo: combattere un’idea sbagliata della politica che pensa alla leadership invece che ai processi collettivi».

Raffaella Bolini dell’Arci chiarisce ancora meglio il concetto: «Il tema non è farci spazio nella politica che esiste già. Noi vogliamo riportare la politica tra le persone. Le urne a volte sono il mezzo per il cambiamento, come è successo nei giorni scorsi. Ma non sono il solo strumento. In questo senso rappresentiamo una sfida alla politica esistente». Ecco perché Cristopher Ceresi dei Municipi sociali di Bologna prova far slittare le categorie del dibattito politico con lo scatto di una consonante: «Non si tratta di far dimettere qualcuno. Si tratta di dismettere un sistema politico, di cambiare le categorie».

Per Antonello Ciervo dei Giuristi democratici «proprio quei movimenti che il governo vuole criminalizzare hanno fatto vincere la legalità costituzionale e stanno cambiando la politica». «Anche la Fiom e la Cgil sostengono la mobilitazione fin dall’inizio – dichiara Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom – Il lavoro, quello previsto in Costituzione, cioè i lavoratori non hanno bisogno di guerre, hanno bisogno di diritti, hanno bisogno di dignità, hanno bisogno di futuro e noi il 28 marzo sfileremo a Roma consapevoli di essere dalla parte giusta e con la parte migliore di questo paese per rivendicare un cambiamento che i giovani stanno rivendicando con forza a partire dal voto al referendum».

Gli organizzatori ammettono un limite: non riescono a stare al passo con tutti quelli che aderiscono e che organizzano pullman verso Roma. Piantedosi diffonde allarmi che vengono respinti al mittente. Ci sarà un coordinamento di 150 cori polifonici, coi canti che attraverseranno il corteo. Ci saranno i migranti e gli antirazzisti, gli spazi sociali che rischiano lo sgombero e che tengono la luce accesa nei territori, i lavoratori della Gkn e le anime del movimento pacifista. «La dimensione è internazionale – aggiunge Roberto Eufemia – Perché in tutto il mondo capitalismo e imperialismo attaccano la possibilità di pensare un mondo migliore. Per questo porteremo in piazza le bandiere di Palestina, di Cuba e quelle curde. Ci muoveremo con Minneapolis e gli Usa. E con Londra, Parigi e altre città nel pianeta».

giovedì 12 marzo 2026

Un cadavere o una sagoma di cartone


Patrick Wintour

L'elevazione del ferito Mojtaba Khamenei a leader supremo dimostra che la macchina da guerra iraniana può funzionare in modalità pilota automatico
The Guardian, 12 marzo 2026


La conferma che il nuovo leader supremo dell'Iran, Mojtaba Khamenei, è rimasto ferito nella prima ondata di attacchi israeliani sottolinea quanto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CIRG) abbia voluto garantire che il ferito scelto venisse elevato a una carica elevata e quanto sia fiducioso che la macchina bellica possa funzionare quasi in automatico senza di lui.

L'entità delle ferite riportate da Khamenei e la velocità della sua guarigione rimangono poco chiare, ma una gamba rotta e lesioni al volto sono il minimo. Non è un bollettino medico quello su cui le autorità stanno cercando di soffermarsi, sebbene Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, abbia scelto con cura le parole quando ha affermato che "le sue condizioni non sono state segnalate come critiche", una frase che suggerisce di non averlo visto personalmente.

I partecipanti al funerale mostrano le foto di Mojtaba Khamenei e del suo defunto padre, Ali Khamenei. Fotografia: Ali Raza/AP

Nel tentativo di dimostrare che il governo stava funzionando in linea con la sua costituzione, ha aggiunto: "Nonostante questo incidente, continua a fornire piena guida autorevole e supervisione delle operazioni, e tutte le azioni e gli attacchi vengono eseguiti con il suo permesso e i suoi ordini diretti".

Ma ora sembra che parte del ritardo nella sua elezione non sia dovuto solo a una questione tecnica di convocazione in tempo di guerra dell'assemblea di esperti, l'organismo di 88 ecclesiastici che elegge il leader supremo, ma anche a dubbi sulla capacità e la volontà di Khamenei di assumersi l'incarico.

Che potesse essere sopravvissuto completamente indenne all'attacco all'ufficio del leader supremo sembrava improbabile, dato che suo padre, l'ayatollah Ali Khamenei , sua madre, sua moglie Zahra Haddad-Adel e uno dei suoi figli erano stati uccisi. Aveva perso anche la sorella, il cognato e una nipote. Sua madre morì tre giorni dopo l'attacco per le ferite riportate. L'intero ufficio del leader supremo fu incenerito. Come minimo, avrebbe lasciato un segno emotivo indelebile, se non fisico.

Le conseguenze degli attacchi iraniani a Manama, Bahrein. Fotografia: Hamad I Mohammed/Reuters

I gruppi di opposizione della diaspora hanno affermato che Khamenei è in coma e viene curato in gran segreto in ospedale, ignari sia della sua nomina a leader supremo sia dei danni devastanti subiti dalla sua famiglia.

L'incapacità del sistema di comunicazione governativo di pubblicare una sola fotografia, un video o anche solo un testo di Mojtaba tre giorni dopo la sua nomina ha portato all'inevitabile speculazione che l'assemblea di esperti, consapevolmente o inconsapevolmente, avesse eletto un cadavere o una sagoma di cartone per governare il paese.

Il ministero degli esteri israeliano non aveva dubbi sulla sua salute e pubblicò una sua fotografia ritagliata da un cartone con la didascalia: "Puoi scappare, puoi nasconderti, ma i regimi di cartone si piegano".

L'assenza di un'apparizione pubblica o anche solo di una registrazione audio ha minato il senso di continuità generato dalla sua elezione, e ha portato ad affermazioni sui social media secondo cui l'IRGC avrebbe consapevolmente insistito sulla candidatura di un uomo morto. Nemmeno la sensazione che il suo nascondiglio dovesse essere protetto dalle bombe israeliane che lo circondavano sembrava una spiegazione sufficiente.

Un giornalista iraniano ha insistito: "Il leader iraniano può guidare il Paese senza apparire in pubblico. Non c'è bisogno che sia per strada o in un centro religioso. Il punto importante è la gestione del Paese".

I lealisti hanno pubblicato una sua fotografia che avrebbe potuto essere stata generata dall'intelligenza artificiale e hanno affermato che aveva presieduto una riunione dei comandanti più importanti dell'IRGC.

La gestione dell'episodio è stata ancora più strana perché, nonostante i media iraniani fossero pesantemente censurati, si è iniziato a speculare sul benessere del nuovo leader silenzioso.

Martedì, i media locali iraniani hanno chiesto a Esmail Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, se Khamenei avesse preso il potere e assunto il suo nuovo ruolo di massima figura religiosa e politica del Paese e di comandante in capo delle forze armate. Baghaei ha evitato di rispondere direttamente, affermando: "Chi deve ricevere il messaggio, lo ha ricevuto".

Invece, la conferma del suo infortunio è arrivata quasi di sfuggita in un telegramma di Yousef Pezeshkian, il figlio del presidente, dal temperamento aperto, in cui, insieme a un riferimento fugace alle notizie di neve a Teheran, ha rivelato di aver sentito dire che Mojtaba era rimasto ferito, ma che era sano e che non c'erano problemi.

Inevitabilmente, la nomina di Mojtaba, già denunciata dagli oppositori del regime, tra cui alcuni detenuti nel carcere di Evin, come una vergognosa marionetta dell'IRGC, sarà vista come un segnale del loro disperato desiderio di insediare il loro uomo, a prescindere dalla sua salute. L'IRGC non è solo un esercito, è un impero economico con investimenti distribuiti in tutta l'economia.

Maryam Alemzadeh, professoressa associata di storia e politica dell'Iran presso lo St Antony's College di Oxford, sostiene che il sistema è solido, essendo stato intenzionalmente progettato per avere una leadership facilmente sostituibile.

"La resilienza si è basata su questa rete semi-formale di Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC), Basij e altri servizi statali che hanno svolto molteplici ruoli, tra cui la fornitura di servizi, la sorveglianza e la repressione. La decapitazione non influisce praticamente su questa rete. Anzi, crea un effetto di raduno limitato attorno alla bandiera tra questo particolare gruppo, ma non nella popolazione più ampia", ha affermato Alemzadeh.