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giovedì 28 agosto 2025

Egemonia senza dirlo


Giuliano Ferrara

Lo stile Meloni esiste: un esercizio egemonico che non avrei mai pensato possibile, fra Thatcher e Berlusconi con un tocco di Carrère

Il Foglio, 28 agosto 2025

Esiste uno stile Meloni? Direi di sì. Ha smesso di dire: “Atteso che”. Gran progresso, dalla sottoprefettura o tenenza o guardiania a Palazzo Chigi. Ma dice troppo spesso “banalmente” al posto di “semplicemente”, e sarebbe semplice risparmiarselo. Sono osservazioni un po’ cretine, ma pur sempre osservazioni. Per il resto, piuttosto brava. Si è scelta uno o una speechwriter di rango. Come aveva fatto Berlusconi con un giornalista italiano o una giornalista italiana che gli scrisse tutto per tanti anni, dai discorsi parlamentari ai comizi in piazza alle interviste agli articoli alle lettere d’amore, ma quello o quella era un gran ruffiano/a per il bene della causa e della patria. I successi degli statisti non dipendono dalle parole accucchiate dagli o dalle speechwriter, che servono alla maschera, non del tutto irrilevante epperò secondaria. Dipendono dai fatti. Dagli imbrogli, almeno da quelli riusciti. Dalle verità di fede (nel caso del Cav. pochine pochine). Dall’abilità di movimento, e Lui ne fu supremo esecutore. Lo stile Meloni comunque c’è. Equilibrio. Pragmatismo. Rifiuto della rissa. Buon dosaggio di ideologia e cultura, un esercizio egemonico che non avrei mai pensato fosse possibile. Ma io sottovaluto le donne con l’eccezione di mia moglie, si sa, e invece sono le più capaci. Lo dissi alla Thatcher o a Thatcher, nell’amata casa di Gaetano Rebecchini, e lei, che ancora ci stava con la testa eccome, annuì con un sorriso perfido.

Mistero. Un tipo intelligente e colto come me (non faccio per dire) le dava una lira bucata, invece una volta montata in sella ha saputo andare al passo, al trotto, al galoppo e pure l’ambio lo sa praticare con eleganza. Io non parlo di quello che ha detto, sono un subordinato disciplinato, ma di come l’ha detto. Sembrava il presidente del Consiglio, asessuata il giusto, con quella faccia per niente da pokerista che ha incantato Emmanuel Carrère, una gesticolazione misurata, un po’ di sussidiarietà e cristianesimo comme il faut al Meeting, attenzione alla “nazione”, che ogni tanto ormai potrebbe diventare il “paese”, ma fa niente, i vezzi sono vezzi, e al “popolo”, che ogni tanto potrebbe diventare all’anglosassone “the public”, ma i vezzi sono vezzi. Boris Johnson, un idolo oratorio prodotto dalla scuola di Eton, si è fatto presto incartare e dalla Brexit si è passati alla birra in un batter d’occhio, Meloni sembra assai più sorvegliata, non sarà un idolo, non reciterà l’iliade a memoria, ma uno stile mostra di averlo. Se solo la smettesse di occhieggiare ai No vax e ai Maga, con i quali condivide quasi nulla, stilisticamente sarebbe quasi perfetta. Molti non la sopportano. A me sembra la donna giusta al posto giusto. Per carità, anche Schlein farebbe la sua figura, ma quella storia dell’europa come comunità hippy è stata dura da digerire, e domare Conte De Luca e Fico non è roba di tutti i giorni. I suoi Meloni li ha messi sotto, ripetono a filastrocca al Tg1 che tutto il buono viene dal governo Meloni, e lei si permette l’understatement, dice che non tutti i problemi sono risolti, che non ha l’arroganza di credersi indispensabile e altre bellurie da donna di mondo che sa come si parla alla platea. Egemonia senza dirlo. Soffocare Salvini ignorandone le sparate e valorizzando il piano casa di là da venire per le giovani coppie. Amabile con Tajani, che è sempre alla ricerca della giusta proporzione in guerra, vaste programme. Stilosa. Non la voto ma mi adeguo.

domenica 2 marzo 2025

Già visto



Marco Damilano
Meloni scissa tra il trumpismo e la paura di restare isolata
Domani, 2 marzo 2025

Quando abbiamo già visto questa scena dalle parti nostre? Per la sfuriata di Trump con Zelensky c’è chi ha tirato in ballo il cecoslovacco Dubceck umiliato a Mosca o le invettive di Hitler contro i governanti dell’Europa centrale che rifiutavano l’annessione. A me ha ricordato, perdonate il brusco calo di tensione, la riunione del Pdl in cui Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, venne quasi alle mani con Gianfranco Fini, che era presidente della Camera e leader di An confluito nel partitone berlusconiano.

Berlusconi e Fini


Un’assemblea convocata per suggellare un patto di ritrovata amicizia si trasformò in un processo pubblico a porte chiuse, ma ripreso dalle telecamere. Mentre in sala stampa si udiva in sottofondo il rumore di piatti che annunciava il buffet, l’eroe della giornata (era il 22 aprile 2010) fu il regista che riprese le urla, lo scambio di accuse (quelle sull’ingratitudine funzionano sempre, nella politica come nella vita), i due leader vicini al contatto fisico e il gesto dell’ex leader di An con la mano («che fai, mi cacci?»).

C’era anche Giorgia Meloni, era la più giovane ministra del governo Berlusconi, ma era stata indicata da Fini, non sapeva da che parte buttarsi e rilasciò un’intervista al Corriere della Sera: «Io mediatrice, la scissione è un suicidio».

Lo stesso ruolo che da premier ora sta provando a ritagliarsi in queste ore, stavolta su scala globale. Ma appare scissa tra la tentazione di guidare i trumpiani d’Europa e la paura di restare isolata. Alle sue spalle ci sono una maggioranza spaccata e un elettorato che per la prima volta presenta qualche sussulto, un calo di consenso.

È difficile per Meloni spiegare ai suoi elettori e alla sua coalizione che l’interesse nazionale spinge a schierarsi dal lato opposto della storia, con l’Europa. Ma è necessario. Anche perché, si sa, tutti i vitelli d’oro prima o poi finiscono in polvere.

giovedì 15 giugno 2023

A ciascuno il suo, a Berlusconi l'amore per la vita

Avvenire, giornale dei vescovi 

«Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio». Ecco le parole con cui si conclude l’omelia che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha pronunciato presiedendo in Duomo i funerali di Silvio Berlusconi. Funerali di Stato, a rendere omaggio al leader politico che ha segnato la storia del Paese. Ma quello che ora riceve «l’estremo saluto della pietà cristiana e dell’affetto», come ricorda il presule nella monizione iniziale, è anzitutto un uomo che, come tutti, porta «un desiderio di vita, di amore, di gioia», scandirà poi Delpini in omelia, «che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

I funerali di Stato di Silvio Berlusconi nel Duomo di Milano: in prima fila il presidente Mattarella e il premier Meloni

I funerali di Stato di Silvio Berlusconi nel Duomo di Milano: in prima fila il presidente Mattarella e il premier Meloni - Reuters

È l’arciprete della Cattedrale, monsignor Gianantonio Borgonovo, ad accogliere e benedire il feretro di Berlusconi all’ingresso in Duomo e ad accompagnarlo fino ai piedi dell’altar maggiore, mentre risuona l’applauso delle quindicimila persone raccolte in piazza – che seguono il rito dai maxi schermi – e quello delle oltre duemila all’interno della Chiesa madre dei milanesi – i familiari, gli amici, i rappresentanti delle istituzioni, a partire dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i leader politici, alleati e avversari. Ha assistito alla liturgia, celebrata secondo il rito ambrosiano, l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig, nunzio apostolico in Italia.

Il primo gesto: l’aspersione e l’incensazione del feretro. Quindi le letture: Daniele (12, 1-3); la Seconda Lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 1.6-10: «tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male»); il Vangelo di Giovanni (6,37-40: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno», dice Gesù alla folla, che aggiunge e spiega: «questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»).

Il feretro di Berlusconi viene portato nel Duomo di Milano

Il feretro di Berlusconi viene portato nel Duomo di Milano - Reuters


Vivere e desiderare una vita piena. «Vivere. Vivere e amare la vita – esordisce Delpini nell’omelia che, al termine, verrà salutata dai partecipanti al rito con un applauso –. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come un’occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo – afferma il presule –: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Amare e sperare, affidarsi, arrendersi. «Amare e desiderare di essere amato – riprende l’arcivescovo con parola incalzante –. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere sempre e solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande. Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare. Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Essere contento e sperimentare la precarietà. E poi: «Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori, e godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Milano: la folla in piazza Duomo per il funerale di Berlusconi

Milano: la folla in piazza Duomo per il funerale di Berlusconi - Reuters


L’uomo d’affari, l’uomo politico, l’uomo incontro a Dio. La riflessione dell’arcivescovo si avvicina alla conclusione. Alla parola che fa sintesi di tutto. E che al termine della liturgia si farà parola di benedizione e di cordoglio, con Delpini ad esprimere le sue condoglianze ma anche quelle del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. «Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri e forse si dimentica dei criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico – continua Delpini – allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico – nei nostri tempi – è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa si può dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio».

È l’arciprete della Cattedrale, monsignor Gianantonio Borgonovo, ad accogliere e benedire il feretro di Berlusconi all’ingresso in Duomo e ad accompagnarlo fino ai piedi dell’altar maggiore, mentre risuona l’applauso delle quindicimila persone raccolte in piazza – che seguono il rito dai maxi schermi – e quello delle oltre duemila all’interno della Chiesa madre dei milanesi – i familiari, gli amici, i rappresentanti delle istituzioni, a partire dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i leader politici, alleati e avversari. Ha assistito alla liturgia, celebrata secondo il rito ambrosiano, l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig, nunzio apostolico in Italia.

Il primo gesto: l’aspersione e l’incensazione del feretro. Quindi le letture: Daniele (12, 1-3); la Seconda Lettera di san Paolo ai Corinzi (5, 1.6-10: «tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male»); il Vangelo di Giovanni (6,37-40: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno», dice Gesù alla folla, che aggiunge e spiega: «questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»).

Il feretro di Berlusconi viene portato nel Duomo di Milano

Il feretro di Berlusconi viene portato nel Duomo di Milano - Reuters


Vivere e desiderare una vita piena. «Vivere. Vivere e amare la vita – esordisce Delpini nell’omelia che, al termine, verrà salutata dai partecipanti al rito con un applauso –. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come un’occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo – afferma il presule –: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Amare e sperare, affidarsi, arrendersi. «Amare e desiderare di essere amato – riprende l’arcivescovo con parola incalzante –. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere sempre e solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande. Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare. Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Essere contento e sperimentare la precarietà. E poi: «Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori, e godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

Milano: la folla in piazza Duomo per il funerale di Berlusconi

Milano: la folla in piazza Duomo per il funerale di Berlusconi - Reuters


L’uomo d’affari, l’uomo politico, l’uomo incontro a Dio. La riflessione dell’arcivescovo si avvicina alla conclusione. Alla parola che fa sintesi di tutto. E che al termine della liturgia si farà parola di benedizione e di cordoglio, con Delpini ad esprimere le sue condoglianze ma anche quelle del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. «Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri e forse si dimentica dei criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico – continua Delpini – allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico – nei nostri tempi – è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa si può dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio».


Matteo Marchesini

Diabolico monsignor Delpini. Astuto come una colomba, candido come una volpe. Ha scorso gli scaffali francesi della sua libreria, e ha capito che il modello non doveva essere Bossuet ma il nouveau roman. Cattolicizzato, certo, anaforico e salmodiante; magari con un pizzico del Mago di “Taxi driver”, se non di McCarthy; con una sfumatura moraviana (“il mondo è quello che è”) o un po’ di Sellers-Chance, o di poesia di ricerca, o – direbbe qualcuno – di Brunello Robertetti. Less is more. Ecco come provocare tutti – dai cattolici di sinistra a Capezzone - con poche proposizioni oggettiviste: quasi inattaccabili, quasi tautologiche. Un vescovo è un vescovo è un vescovo.


giovedì 23 dicembre 2021

Draghi, il braccio di ferro


 

Come era prevedibile, Mario Draghi ha parlato. Si è pronunciato sulla eventualità di una sua elezione a presidente della Repubblica. Si è detto disponibile. Ha aggiunto di voler agire in modo tale da consentire una prosecuzione della legislatura. Ha infine indicato un percorso. La Lega dovrebbe votare per lui fin dall'inizio, altrimenti ci sarebbe una spaccatura nella maggioranza di governo. Fratelli d'Italia potrebbe a sua volta convergere sul nome del candidato sostenuto dall'attuale maggioranza di governo. E il gioco sarebbe fatto. Senza dar luogo a un semipresidenzialismo di fatto, in quanto lo stesso Draghi intenderebbe essere soltanto un garante.
Quello che Draghi chiede di ottenere non rappresenta un mutamento di poco conto nell'attuale configurazione del sistema politico italiano. Lega e Fratelli d'Italia dovrebbero voltare le spalle a Berlusconi con il risultato di portare la rappresentanza parlamentare della destra a un livello molto più basso di quello attuale. Potremmo avere per questa via una sorta di presidenzialismo suppletivo, al di là delle intenzioni espresse da singole forze o persone.
Insomma Draghi pur esaltando l'importanza dei partiti potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di assoluta preminenza rispetto ai partiti. Non è detto che vi sia una docile sottomissione delle varie forze politiche a un destino simile. Molto dipende da come si muoveranno Fratelli d'Italia e la Lega. La partita resta aperta, come sembra incline a pensare anche Alessandro Sallusti in un editoriale che tiene nel debito conto tutte le novità delle ultime ore. 

Alessandro Sallusti, Parte la corsa per il Quirinale, Libero, 23 dicembre 2021.

Mario Draghi si candida di fatto a Presidente della Repubblica facendo una affermazione («questo governo può andare avanti indipendentemente da chi lo guiderà») e ricorrendo a una metafora: «Io sono un nonno al servizio delle istituzioni». E ciò accade proprio nel giorno in cui diventa pubblica la notizia, data dal settimanale Chi, che Silvio Berlusconi è diventato per la prima volta bisnonno essendo nata Olivia, figlia della figlia che Piersilvio ha avuto da una relazione giovanile. Nonno Mario contro bisnonno Silvio (al Cavaliere piace sempre stare un passo avanti a chiunque in qualsiasi campo) non è solo una divertente coincidenza di notizie parentali ma il primo nodo politico da sciogliere nella corsa al Quirinale. Perché fino a che Berlusconi rimarrà in campo, sia pure non ufficialmente, per contarsi alla quarta votazione quirinalizia a maggioranza semplice è difficile che Lega e Fratelli d’Italia convergano su Mario Draghi nei primi tre scrutini che richiedono una maggioranza dei due terzi, pena una spaccatura probabilmente irreparabile con Berlusconi e Forza Italia.

Per essere ancora più chiaro, ieri sera bisnonno Berlusconi ha ribadito che a suo avviso nonno Draghi deve restare a Palazzo Chigi fino al termine della legislatura nel 2023, respingendo di fatto l’autocandidatura al Quirinale dell’attuale premier. Del resto tra i due è in corso una guerra a distanza: in mattinata Draghi, rispondendo a una domanda sulla possibilità che Berlusconi salga al Colle, aveva risposto scocciato: «Non sta a me dare valutazioni».

Ci siamo, insomma. Al tavolo dove si gioca la partita per la sostituzione di Sergio Mattarella i giocatori calano le prime carte, che non sono ancora i jolly ma qualche strategia si comincia a vedere. Partita complicata perché per la prima volta nella storia della Repubblica uno dei candidato eccellenti, Mario Draghi, è anche Presidente del Consiglio in carica. Non essendo previsto il doppio incarico – osservazione stupida ma per dire che anche le emergenze hanno dei limiti invalicabili in democrazia - che ne sarà del governo Draghi dopo Draghi se Draghi dovesse traslocare? «Si può andare avanti senza di me e con la stessa maggioranza di oggi, il lavoro è ben avviato», ha minimizzato ieri il premier per tranquillizzare il Parlamento sul fatto che con lui al Colle la legislatura potrà tranquillamente continuare. Ma Draghi immagino sappia che dicendo questo la fa un po’ troppo semplice, che va bene la stima e la fiducia nei suoi confronti ma che potere, ambizioni e appetiti sono altra cosa, tanto che il suo discorso è stato accolto con garbata freddezza da un po’ tutti i partiti poco disposti ad accettare soluzioni preconfezionate e per di più a scatola chiusa. Nessun patto e nessun annuncio possono garantire che via Draghi da Palazzo Chigi tutto continuerà come se nulla fosse. Non dico che ciò è impossibile, penso che oggi non ci siano le condizione perché accada tante sono le tensioni e le divergenze tra i partiti che compongono la maggioranza. E poi chi dovrebbe essere il suo successore alla guida del governo? Un politico puro lo escluderei e per questo non credo alle ipotesi che circolano in queste ore sui nomi di Giorgetti o Brunetta (ma anche di chiunque altro). Un tecnico? Dopo Draghi, chiunque sarebbe una scelta al ribasso non accettabile dai partiti poco disposti a ulteriori, per di più gratuite, cessione di potere.

Ed ecco che allora si torna al punto di partenza: tenere insieme le tre ipotesi care a Draghi, cioè lui al Quirinale, avanti con la stessa maggioranza e quindi niente elezioni anticipate è davvero dura. Come è dura per Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sostenere fino in fondo, o quantomeno fino all’ultimo minuto possibile, la candidatura di Silvio Berlusconi primo presidente di centrodestra. Al momento quindi è una guerra di nervi tra nonno Mario e bisnonno Silvio. Gli altri, nipotini naturali o acquisiti, tutti a guardare e ad aspettare il primo passo falso di uno dei due.







venerdì 23 marzo 2018

Palla al centro




E' divertente leggere le vicende politiche in corso usando gli strumenti analitici elaborati in base all'esperienza della prima Repubblica. Con la sua mossa di ieri, Berlusconi si è posto al centro del sistema tripolare, ponendo ai margini i Cinquestelle. Il Pd torna in gioco, perché detiene i voti necessari per l'accesso del centrodestra a Palazzo Chigi. Il Pd consegue una rendita di posizione. Ha meno voti dei Cinquestelle, ma si trova a essere l'alleato ideale del partito intorno al quale ruota il sistema politico nella sua forma del momento. Siamo al pluralismo centripeto secondo Farneti (1978):
l’idea di fondo del pluralismo centripeto è che il centro sociale e politico è alimentato, nella sua qualità di punto di riferimento costante di ogni maggioranza governativa, dall’eterogeneità, dalle contraddizioni e dalle tensioni dei due poli del sistema dei partiti, della destra e della sinistra (Il sistema dei partiti, p. 229). 
I due poli diventavano i due forni nel linguaggio di Andreotti. Cosa è cambiato da ieri? Sono cambiati i ruoli all'interno dello schema. Fino a ieri Di Maio pensava di avere lui i due forni a disposizione per poter governare il paese. Ieri si è scoperto che il partito capace di occupare una posizione centrale è Forza Italia. Berlusconi e non Di Maio può disporre dei due forni. E Berlusconi ha fatto in modo che i Cinquestelle venissero a trovarsi in una posizione di minoranza solitaria.
Adesso i due poli non sono più rappresentabili come destra e sinistra. C'è un polo di destra annesso al centro: la Lega alleata di Forza Italia nella coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Al posto della sinistra esterna rispetto all'area di governo vera e propria, al posto del Pci dunque, troviamo ora i Cinquestelle, un partito antiestablishment.
Che cosa dovrebbe fare il Pd a questo punto? Può presentarsi come la minoranza dinamica che punta a diventare essa stessa il centro del sistema al posto di Forza Italia. Possiamo chiamare "Craxi" questa ipotesi. Chiameremo "De Martino" l'altra ipotesi: la minoranza annessa al Centro può diventare portatrice, in parte e con vari mutamenti, delle istanze rappresentate dal partito escluso (nella prima Repubblica il Pci, adesso i Cinquestelle).  Il Pd renziano non può in nessun modo sperare di togliere consensi ai Cinquestelle, anche per questo la via craxiana sembra sbarrata. Un Pd diversamente concepito e rappresentato da un leader avveduto può invece diventare l'elemento capace di sbloccare il sistema, ridando spazio al futuro. Non è molto facile realizzare un obiettivo simile. In passato il partito di Bersani, senza nuove elezioni, è diventato in poco tempo il partito di Renzi. In teoria il miracolo si potrebbe ripetere. Al momento non si vede l'eroe capace di rovesciare il gioco a vantaggio di una prospettiva aperta al futuro. Chi vivrà vedrà.

http://www.lastampa.it/2018/03/23/cultura/opinioni/editoriali/silvio-mette-in-trappola-i-due-vincitori-D12vYIik5jSide3eyeEXxM/pagina.html
https://palomarblog.wordpress.com/2018/03/24/passaggio-al-futuro/

lunedì 16 marzo 2015

La tattica bonapartista di Renzi

 Marco Damilano
Così dal vuoto è nato il politico Matteo Renzi
l'Espresso, 16 marzo 2015


Il 13 settembre 2012 siamo in tanti nell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia nella magnifica piazza Bra di Verona. Giornalisti, amministratori locali, sindaci. Nessun parlamentare, pochissimi volti conosciuti. In prima fila il portavoce Marco Agnoletti presenta una ragazza bionda e sorridente: «Voi non lo sapete, ma è bravissima. Guiderà lei i comitati di Matteo: l’avvocato Maria Elena Boschi». In platea l’unico noto è il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, e neppure lui si sbilancia: «Sono venuto ad ascoltare Matteo. Per me è fondamentale che la sua sfida si svolga all’interno del Pd».

È la giornata dell’ingresso in campo. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi si candida a premier contro Bersani. Sale sul palco in camicia bianca e cravatta scura, diventerà una divisa, mentre sullo schermo scorrono i frame degli ultimi due decenni: Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs... Sotto il podio c’è la scritta: Adesso! Il cuore del renzismo nascente. Non un’ideologia, nessuna appartenenza. Adesso è l’anno Zero che arriva dopo il disastro. Il prima e il dopo. Il presente che è l’arma letale di Matteo e dei suoi. Non abbiamo nessun passato, per questo ora tocca a noi. Ci siamo anche noi, quelli che non c’erano prima. Quelli che sono cresciuti in venti anni di zero rappresentanza politica e di devastazione della speranza, negli anni del Blocco.

La frattura del 2011-2014 è molto più profonda di quella del 1992-1994. Quella rivoluzione era rimasta puramente giudiziaria, e dunque destinata al fallimento. Negli ultimi anni la rivolta è stata culturale, generazionale. All’inizio la crisi ha spaccato a metà il Paese, quelli che erano dentro, in un sistema di garanzie, di diritti acquisiti, di privilegi, e quelli che erano rimasti fuori. Poi anche gli interni hanno cominciato a perdere sicurezze, si sono indeboliti, spaventati. E tra i due mondi si è aperto un baratro: gli esclusi, sempre di più, e gli inclusi, sempre di meno. L’elettorato cui si rivolge Renzi è l’Italia normale che si vede in sala, un’Italia periferica e un po’ incazzata. Un’Italia di giovani outsider, di non iscritti, di non tesserati, di non invitati, di non tutelati. Un’Italia di figli che non conta nulla, tra la crisi economica e le liste bloccate.

Renzi invoca speranza, sogno, desiderio, passione, ma la spinta a candidarsi è più di tutto la terribile accusa rovesciata sulla classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: «Hanno trasformato il futuro in una discarica». Un bersaglio enorme, evocato dal leader quando spiega il significato esatto della parola rottamazione.
Non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee.

«Dobbiamo rottamare la generazione del Sessantotto che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica Meglio Gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi.» Ecco fissata una volta per tutte la narrazione della scalata renziana. Non la abbandona neppure quando, cinquecentoventisette giorni dopo, in vestito blu entra nel salone delle feste del Quirinale per il giuramento del suo governo. La sconosciuta Boschi presentata a Verona giura in tailleur cobalto da ministro delle Riforme. Il barbuto Delrio che era mescolato nella platea della Gran Guardia affianca i ministri da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Cinquecentoventisette giorni per diventare il padrone d’Italia.
L’outsider arriva al potere non con un voto popolare, ma con una manovra di Palazzo. Un tradimento, il brutale assassinio politico del capo del governo Enrico Letta, appena rassicurato.
Dal tweet con l’hashtag #enricostaisereno alla defenestrazione del premier non è passato neppure un mese. Renzi va a comunicare all’inquilino di Palazzo Chigi che il giorno dopo sarà sfiduciato dal suo partito, il Pd, senza neppure un passaggio parlamentare, l’onore delle armi, la possibilità di difendere il suo operato in una sede istituzionale.

L’unico ostacolo che incontra sulla sua strada è una macchina che esce in senso contrario dall’ingresso secondario di Palazzo Chigi: la Smart blu su cui viaggia Renzi guidata dal deputato Ernesto Carbone è costretta a fare retromarcia. Una volta entrati, però, i giochi sono fatti. Il ministro Dario Franceschini, amico di Letta, è già sintonizzato sul nuovo padrone di casa, si fa fotografare accanto alla macchinina parcheggiata nel cortile mentre al piano di sopra si conclude lo sfratto. Rientrerà nel governo Renzi da ministro della Cultura.
...

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/16/renzi-il-leader-della-crisi/

mercoledì 4 marzo 2015

Una destra senza macchina né pilota

La destra per ora ha solo il carburante: la rabbia
Mancano la macchina e il pilota
Molti moderati stanno con Renzi
Gianpaolo Pansa intervistato da Massimo Rebotti
Corriere della Sera, 4 marzo 2015

Gianpaolo Pansa, che ha scritto da poco La Destra siamo noi. Una controstoria italiana da Scelba a Salvini , divide la questione della rappresentanza politica della destra in due: da un lato i contenuti — «il carburante» — che, sostiene, ci sono; dall’altro il leader — «il pilota» — che viceversa «manca». 
Iniziamo dal carburante . 
«Adesso è la rabbia. Per le tasse, la burocrazia e lo strapotere del sistema dei partiti che, in questa fase storica, coincide con il centrosinistra, con il Pd. E poi c’è una base potenziale: la grande massa delle persone comuni, quelle che non hanno protezione, che tutta questa ripresa di cui parla il governo Renzi nella loro vita di tutti i giorni proprio non la vedono, non sanno dove sia».
E il leader?
«Quello invece non c’è. Non basta che ci sia un’onda di destra, come in altri Paesi d’Europa. Ci vuole anche qualcuno che sia in grado di mettersi alla guida. Qui non c’è la signora Le Pen, che da sola vale dieci uomini».
L’ultimo libro di Giampaolo Pansa, a cominciare dal titolo, racconta di una destra italiana storicamente maggioritaria nel Paese, interprete, spesso senza saperlo, della sua natura più profonda, eppure in costante condizione di inferiorità rispetto alla sinistra.
Cosa tiene insieme la destra adesso?
«A questo punto lo devono scoprire di nuovo. Una fase è finita e non c’è molto tempo. Berlusconi, che ha un anno meno di me, è alla fine della sua vita politica, la sua figura è usurata e ha fatto anche tanti errori. Ma il suo erede non può essere Matteo Salvini».
Il leader della Lega però è in costante crescita di consensi.
«La manifestazione di Roma, per me, è stata un buco nell’acqua. Ho seguito il comizio e l’ho trovato banale, francamente mi aspettavo di più. Salvini ha fatto un discorso come se fossimo in campagna elettorale, ma domani mica si vota. Non c’erano proposte. Oppure sono irrealizzabili. Le tasse al 15%, per esempio. A chi non piacerebbe? Ma Matteo Salvini non ha spiegato nulla delle coperture, dove si prendono i soldi per finanziare una riforma di quel tipo? Per un moderato, per il ceto medio che si vuole opporre alla sinistra, c’è bisogno di parecchio di più. Così non basta».
Quella piazza però ha apprezzato .
«Il leader della Lega ha verve, ma quell’entusiasmo era basato su un’illusione: che possa essere lui a trainare il carro. Una coalizione di centrodestra è una macchina complessa. E per battere Renzi devono prevalere le posizioni moderate».
Però nel suo libro ha inserito anche Salvini all’interno dell’album di famiglia della destra italiana.
«Ma certo, c’è anche lui e a buon diritto. La Lega è un partito di destra e non da oggi. E quella di piazza del Popolo è stata una manifestazione di destra. Una destra non moderata, ma nemmeno così estremista come si dice in questi giorni».
C’era CasaPound in forze.
«L’intesa con loro non mi scandalizza e liquidarli come fascisti è sommario. Tuttavia, e non voglio mancare di rispetto alle loro idee — mi hanno pure difeso per i miei libri revisionisti sulla Resistenza —, mi pare contino poco. Insomma, secondo me, vedendo il comizio di sabato scorso nella Capitale, nell’entourage del presidente del Consiglio si fregavano le mani».
Perché i moderati se li prende il Pd?
«Con un’ opposizione fatta così Renzi ha davanti un ciclo. Lui è sicuro di sé, ha anche una gran faccia di tolla e in questo momento può dire tutto e il contrario di tutto. Certo poi può sempre succedere l’imponderabile...».
Ha scritto un libro che racconta varie fasi, leader e personaggi, della destra italiana: da Giovanni Guareschi a Mario Scelba, da Indro Montanelli a Giorgio Almirante. Ma questa nuova aggregazione di Salvini a cosa assomiglia?
«Mi ricorda un po’ l’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Ma il parallelo, se lo raccontiamo a Salvini, penserà che porti iella. Quel movimento — che aveva nel simbolo un italiano, l’italiano medio, schiacciato da un torchio — ebbe un boom impressionante alla fine degli anni Quaranta, ma poi altrettanto rapidamente si sgonfiò fino a sparire».
Non pare il caso della Lega.
«No, certo. Anche se, come vediamo in questi giorni, anche quel partito non è immune da liti assassine. Del resto nemmeno la restante parte del centrodestra sta dando una splendida prova di sé...».
Quindi il paradosso di una destra potenzialmente maggioranza ma che resta minoranza, come sostiene nel libro, è destinato a perpetuarsi?
«A questo paradosso forse adesso una soluzione c’è: Matteo Renzi è di sinistra o di destra?».
Secondo lei?
«Secondo me molti moderati ora stanno con lui». 

martedì 21 ottobre 2014

La convergenza sul nuovo Italicum

Roberto D'Alimonte
La svolta bipartitica del patto del Nazareno
Il Sole 24ore, 21 ottobre 2014

Sulla riforma elettorale c'è una grossa novità. Per ora sulla carta. Nella versione dell'Italicum approvata alla Camera il premio di maggioranza può andare sia a un partito singolo che a una coalizione di partiti. Era così anche nel sistema elettorale bocciato dalla Consulta. Erano i partiti a scegliere se presentarsi da soli o in compagnia. Ma sembra che Renzi e Berlusconi abbiano cambiato idea. Secondo quanto il premier ha detto nella direzione del Pd di ieri il nuovo progetto dovrebbe cancellare la possibilità che i partiti concorrano in coalizione nella gara per conquistare il premio. Devono andare da soli. Berlusconi lo aveva già detto qualche settimana fa, ma sembrava una dichiarazione estemporanea. Adesso che lo ha detto anche Renzi siamo davanti a un fatto nuovo di grande rilievo.
Nell'attuale versione dell'Italicum il premio alla coalizione è inserito in un sistema di regole, fortemente voluto da Verdini, che lo rendono funzionale al progetto di ricompattare il centrodestra intorno a una coalizione dei moderati a guida Forza Italia. Il meccanismo chiave è quello della soglia con lo sconto. Attualmente chi decide di presentarsi alle elezioni da solo deve avere l'8% dei voti per ottenere seggi. Se invece si entra in coalizione allora la soglia si abbassa al 4,5%. Con questo meccanismo il Ncd di Alfano, Fdi della Meloni e la Lega di Salvini sono "costretti" a fare l'accordo con Berlusconi per non rischiare di restare fuori dalla Camera. E così Berlusconi torna ad essere il federatore del centrodestra italiano come ai bei tempi.
Oggi questo "schema verdiniano" sembra superato. Pare che Renzi e Berlusconi vogliano puntare dritti verso il bipartitismo. Non basta più il bipolarismo. Non una coalizione deve vincere le elezioni ma un partito. Va da sé che un sistema del genere semplifica non solo il quadro politico ma anche l'ingegneria elettorale. Se il premio va al partito e non alla coalizione tutti i problemi legati al conteggio dei voti di liste coalizzate, ma sotto la soglia, o alla presentazione di liste fasulle, ma buone per raccattare qualche voto in più, sono superati. Tutto è più semplice e più comprensibile. Ma resta qualche dubbio.
Perché Berlusconi si è convinto a rinunciare allo "schema verdiniano"? Senza avere informazioni dirette è difficile rispondere. La vera ragione potrebbe essere la Lega. Il partito di Salvini non è più quello di Bossi, con cui il Cavaliere andava d'amore e d'accordo. La Lega non è più il partito della padania ma sta diventando il partito della destra nazionale. Una destra dura che assomiglia sempre di più al Fronte nazionale di Marine Le Pen. Con una destra del genere anche Berlusconi non può fare accordi. E allora forse meglio puntare a fare il partito unico dei moderati invece della coalizione dei moderati.
Resta da capire perché i partiti minori dovrebbero appoggiare un disegno del genere. Soprattutto quelli del centrodestra. Certo, se il premio va solo al partito e quindi sparisce lo sconto, il buon senso dice che la soglia dell'8% sarà abbassata. Immaginiamo che venga portata al 4%. A quel punto Ncd e Fdi, ma anche Sel, avrebbero in teoria una scelta: entrare nel partito unico (di centrodestra e di centrosinistra) o presentarsi da soli. La seconda opzione presenta il vantaggio che se nessuno dei maggiori partiti vince il premio al primo turno e si va al ballottaggio i loro voti possono diventare determinanti. Ma in primo luogo dovrebbe essere modificato l'Italicum che al momento non prevede apparentamenti. E poi non è detto che questo evento si verifichi. Potrebbe invece verificarsi un evento ancora più deleterio per loro: potrebbero non superare la soglia e restare fuori dalla Camera. Ergo sparire. Si capisce che per Alfano e soci tornare sotto le ali del Cavaliere è cosa indigesta, ma sparire forse lo è ancora di più.
Ora capita che il Ncd sia un alleato di Renzi al governo. Per essere più precisi il premier non ha al Senato la maggioranza senza i voti del Ncd. L'Italicum in versione bipartitica può essere approvato anche senza i voti di Alfano ma poi Alfano che fa? Continua a stare al governo con il Pd come se nulla fosse? E se non succede Renzi il governo con chi lo fa? Oppure punta al voto con l'attuale sistema elettorale proporzionale, quello disegnato dalla Consulta? L'incertezza sotto il cielo è ancora tanta.

venerdì 8 agosto 2014

"Ha vinto la tv": quella subliminale

Aldo Grasso
Quanto pesa in tv la forza dei politici
Corriere della Sera, 8 agosto 2014

 «Quel che è ormai chiaro è che nella sfida tra politica e televisione, apertasi in fondo sin dalla nascita del mezzo, è quest’ultima che ha avuto la meglio. La politica necessita di processi complessi, a volte complicati, difficilmente riconducibili a binarie logiche conflittuali, bianco o nero, pro o contro; la tv ha invece tempi ristretti, processi veloci, vive di contrasti e di drammatizzazione fisica e verbale». Così Giandomenico Crapis nel suo ultimo libro, Ha vinto la tv. Sessant’anni di politica e tv, da De Gasperi a Grillo (1954-2014). Crapis è uno studioso di media, a lui si devono interessanti studi sul rapporto fra intellettuali e tv e sui rapporti fra la sinistra e il «piccolo schermo».
Davvero la tv ha vinto? Non c’ è dubbio. Sarebbe del resto assurdo che i politici non usassero il più potente dei mezzi di comunicazione, come, in altri tempi, si sono sempre serviti dei mezzi egemoni esistenti.
Però quello fra politica e tv è un ruolo fortemente contraddittorio (in Italia fortemente anomalo, da quando il proprietario di Mediaset è «sceso in campo»). Quando in Italia la Lega, sconosciuta ai più, vinse si disse che aveva vinto perché non aveva fatto uso della tv. Quando Silvio Berlusconi scese in campo e vinse e poi rivinse si disse che aveva vinto solo grazie alle sue tv. Nelle ultime elezioni europee si è molto discusso della partecipazione di Grillo a «Porta a porta», il salotto del moderatismo catodico italiano.
I dibattiti politici non portano voti, o ne portano pochi. È opinione consolidata che la presenza in video dei politici colpisca solo una fascia marginale di audience. Però è opinione altrettanto condivisa che la formazione dei convincimenti avvenga in tv attraverso programmi che non parlano direttamente di politica. È una specie di impulso che si manifesta sottopelle, attraverso la messa in scena della quotidianità. Una buona ragione per leggere il libro di Crapis.

giovedì 12 giugno 2014

Non è sempre la stessa corruzione

L' Espresso, 5 novembre 2015

Giovanni De Luna «Contro la corruzione dare nuova forza alla democrazia»
l'Unità, 12 giugno 2014

«Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno…». Si potrebbe cominciare risalendo molto in là negli anni. La corruzione in Italia si presenta con una storia lunga che può arricchirsi ogni giorno di nuovi capitoli. La corruzione come un male“ nostrum”? Lo chiediamo a Giovanni De Luna, storico che insegna all’Università di Torino, di cui si possono leggere a proposito delle nostre vicende più vicine «Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria» e «La Repubblica del dolore. Le memorie di una Italia divisa» (entrambi pubblicati da Feltrinelli).
Insomma, professore,dobbiamo considerare la corruzione come qualcosa cui la nostra cultura, delle élite ma non solo ,è indissolubilmente legata? Insuperabile anche per un decisionista come Renzi? Dai petroli alla Lockheed, da tangentopoli al Mose…
«Credo ci sia una trappola da fuggire: immaginare la corruzione di questi giorni come prova dell’eterno ritorno di una corruzione endemica. È vero, ma è anche vero che non è sempre la stessa corruzione. La corruzione, nella discontinuità, cambia faccia e cambiando rivela anche le mutazioni del sistema politico e delle sue patologie. È il termometro di malattie diverse. Prima era la mancanza di alternative di governo, con la Dc fissa al potere, ad aprire il varco al malaffare, nell’opacità e nella immobilità che garantiscono connivenza e impunità. I casi degli anni ottanta segnalano l’emergere di una logica spartitoria che il sistema dei partiti condivide, quella logica che aveva denunciato Enrico Berlinguer. Dagli anni ottanta la novità consiste nella sovrapposizione di comportamenti privati e di comportamenti pubblici. Una cosa diventa l’altra. Arcore e Palazzo Grazioli vengono elevate a sedi istituzionali e il territorio pubblico viene utilizzato come il campo di soddisfazione di interessi privati…».
Siamo arrivati a Berlusconi e a certi suoi seguaci, tipo Scajola…
«Negli ultimi tempi però si sono visti passi avanti su questa strada. Ne sono esempi eclatanti i partiti che si dissolvono e si rappresentano come costellazioni di feudi tenuti assieme da una leadership, tanti feudi, comunali regionali nazionali, che sono riferimento e punto di raccolta di espressioni diverse: si sono superate le correnti, sono spuntati come funghi, per ragioni trasversali, apparati partitici frammentati, in ciascuno dei quali si insediano banchieri, finanzieri, commercianti, mediatori, profittatori di ogni genere».
Questo è il disegno. Il “che fare?” è la vera questione, di fronte alla ripetizione degli scandali, che chiama in causa la politica.
«Purché la politica si presenti con un progetto, purché la politica torni ad essere confronto di idee. Mi pare che abbia qualche merito Renzi, quando decide di smontare nel Pd quella rete di feudi, di rompere certi assetti, di superare la frammentazione. Però questo è un aspetto. L’altro sta nel ricostruire un rapporto non solo formale tra un vertice e la base, fare in modo che lo scambio e il controllo siano continui, dare nuova forza alle democrazia. È giusto esultare per il quaranta per cento alle Europee, ma Renzi dovrebbe porsi anche qualche interrogativo di fronte ai quaranta o ai cinquanta cittadini su cento che non sono andati a votare e che non andranno a votare neppure la prossima volta».
Forse è anche colpa loro, forse qualche colpa di tanto disastro è anche di chi rinuncia. Forse proprio la rinuncia di tanti conferma l’esistenza di un morbo così profondo da risultare qualcosa che appartiene alla natura di un paese e diventa inguaribile…
«Certo, ma è un pensiero che ti lascia nell’impotenza. La guerra appartiene all’animo dell’uomo, ma si può provare ad evitarla. La norma sul falso in bilancio non sta nel solco della corruzione endemica, appartiene ad un certo agire di governo votato all’interesse privato di alcuni».
Anche la nomina di Cantone a commissario anti corruzione appartiene ad un certo agire di governo?
«Come davanti alla catastrofi naturali la nomina di Bertolaso o contro la mafia la nomina del prefetto Mori. Però stiamo sempre dentro una logica emergenziale, che non può e non deve funzionare in eterno. A lungo dovrebbe funzionare un’articolazione della democrazia che riconnetta élite e popolo. E qui torniamo a Renzi: quella che mi sembra la sua battaglia contro quei feudi interni, se si ferma alla creazione di una leadership forte, rischia di restituirci la sostanza di un populismo ottocentesco. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere più funzionale il rapporto tra il momento della decisione politica e quello della formulazione dal basso della domanda. Senza andare troppo oltre: ridare al paese il valore della partecipazione democratica».
C’è un movimento nel paese, Grillo e non solo Grillo, che ad ogni scandalo si gode una boccata d’ossigeno. Sarà determinante nella lotta alla corruzione?
«Grillo è il sintomo della malattia, più che la medicina. La sua democrazia in rete semplicemente mi spaventa, perché scioglie ogni individuo che fa clic sul computer da qualsiasi patto di cittadinanza, che consiste in una condivisione di diritti e di doveri, di culture, di storie, anche nella prossimità fisica. Che basti schiacciare un tasto ‘sì’ ‘no’, nella tua stanza, con la tua tastiera, per decidere mi sembra assurdo. Certo ti può far sentire un dio, ma dove stanno gli altri? È una democrazia ridotta nella forma di un consumismo occasionale e irresponsabile. Irresponsabile, appunto: si sono scritti nella rete e si sono letti insulti all’indirizzo di donne, parlamentari o giornaliste, che nessuno si sognerebbe di pronunciare in pubblico. Ma è questa una conquista, è questa democrazia?».

venerdì 23 maggio 2014

La caduta di Silvio Berlusconi

Perry Anderson
The Italian Disaster 
London Review of Books, 22 May 2014

... In questo scenario, un paese è considerato diffusamente come il caso più acuto di malfunzionamento europeo. Dall’introduzione della moneta unica l’Italia ha segnato il dato economico peggiore di ogni altro stato dell’Unione: vent’anni di stagnazione virtualmente ininterrotta a un tasso di crescita ben inferiore a quello di Grecia o Spagna.  Il suo debito pubblico è superiore a 130 per cento del PIL. Tuttavia questo non è un paese di dimensione piccola o media della periferia recentemente acquisita dell’Unione. È uno dei sei membri fondatori, con una popolazione paragonabile a quella della Gran Bretagna e un’economia pari a metà di quella della Spagna. Dopo la Germania la sua base manifatturiera è la seconda maggiore d’Europa, dove è anche seconda in classifica nell’esportazione di beni capitali. Le emissioni del suo tesoro costituiscono il terzo maggiore mercato di titoli sovrani del mondo. Quasi metà del suo debito pubblico è detenuto all’estero: il dato paragonabile del Giappone è inferiore al 10 per cento. Nella sua combinazione di peso e di fragilità l’Italia è il vero anello debole della UE, dove questa potrebbe teoricamente spezzarsi.
Oggi è anche, non per caso, il solo paese in cui la delusione per lo svuotamento delle forme democratiche, non semplicemente un’indifferenza intorpidita ma una rivolta attiva ha scosso la dirigenza alle fondamenta, trasformando il panorama politico. Movimenti di protesta di un genere o dell’altro sono emersi in altri stati dell’Unione, ma finora nessuno approssima la novità o successo dell’ondata del Movimento Cinque Stelle in Italia come ribellione alle urne. E anche, a sua volta, l’Italia offre lo spettacolo più familiare di tutti i teatri di corruzione del continente e quello della sua più celebrata incarnazione nel miliardario che ha retto il paese per quasi metà della vita della Seconda Repubblica, a proposito del quale si sono spese più parole che riguardo a tutti i suoi avversari messi insieme. Le riflessioni sulla situazione propria dell’Italia partono inevitabilmente da Silvio Berlusconi. Che egli emerga tra i suoi pari per l’intreccio di potere e denaro è fuori discussione. Ma il modo in cui c’è riuscito può essere oscurato dal clamore della stampa estera al suo inseguimento, prime fra tutte le tonanti denunce dell’Economist e del Financial Times.
Due cose hanno reso straordinario Berlusconi. La prima che è egli ha invertito il percorso tipico dalla carica al profitto, ammassando una fortuna prima di arrivare al potere politico, che poi ha usato non tanto per accrescere la propria ricchezza, quanto per proteggerla, e proteggere sé stesso, da molteplici incriminazioni penali per il modo in cui l’aveva acquisita. La seconda è che la principale, anche se lungi dall’essere unica, fonte della sua ricchezza è un impero televisivo e pubblicitario che gli ha fornito un apparato di potere indipendente dalla carica e che, una volta entrato nell’arena elettorale, ha potuto essere convertito in una macchina di propaganda e in uno strumento di governo. Collegamenti politici – legami con il Partito Socialista a Milano e con il suo capo Craxi – sono stati cruciali per la sua ascesa economica, e in particolare per la costruzione della sua rete nazionale di canali televisivi. Ma anche se ha sviluppato considerevoli abilità, essenzialmente di comunicazione e manovra, da politico, in prospettiva è rimasto innanzitutto un uomo d’affari, per il quale il potere ha significato sicurezza e fascino, piuttosto che azione o progettualità. Anche se ha manifestato la sua ammirazione per la Thatcher e si è vantato di essere campione del mercato e della libertà economica, l’immobilismo delle sue coalizioni di centrodestra non si è mai differenziato molto da quello delle coalizioni di centrosinistra dello stesso periodo.
Che questo sia il vero addebito mosso contro di lui dall’opinione neoliberista della sfera anglofona si può vedere dal trattamento che quest’ultima riserva a due emblemi simmetrici della corruzione a capo di stati a est e a ovest dell’Italia. Per anni Erdogan – un amico stretto di Berlusconi – è stato destinatario di interviste, profili e articoli smaccati sul Financial Times e altrove, che lo hanno presentato come l’architetto illuminato di una nuova democrazia turca e un ponte vitale tra l’Europa e l’Asia, da accogliere con tutta la dovuta rapidità nell’Unione. Diversamente da Berlusconi, tuttavia, il cui ruolo è stato anodino in materia di libertà civili, Erdogan è stato ed è una minaccia a esse. Tuttavia quando è decollato un boom turco con picchi di privatizzazioni, sono contate poco le incarcerazioni di giornalisti, gli assassinii di dimostranti, gli aggiustamenti di processi, le intimidazioni brutali contro l’opposizione – per non parlare dei peculati all’ingrosso – da parte del suo regime.   Persino quando la dimensione di questa violenza e corruzione non ha potuto più essere ignorata, i dettagli degli scandali che travolgevano il paese sono stati in generale mantenuti al minimo e il biasimo è stato rapidamente dirottato sulla UE per non aver esteso un abbraccio redentore con sufficiente solerzia. Una volta pubblicati i nastri di Erdogan la Frankfurter Allgemeine ha commentato che in qualsiasi democrazia funzionante normalmente quelle erano prove dieci volte sufficienti per costringere l’intero governo ad andarsene. Nemmeno un sussurro paragonabile sul Financial Times. Commenti in larga parte simili potevano essere formulati su Rajoy e i suoi complici in Spagna, dove la pistola fumante è in realtà più evidente che nel labirinto di malefatte di Berlusconi. Ma Rajoy, diversamente da Berlusconi, è un intendente affidabile del regime neoliberista: nessuna richiesta di supplementi speciali sull’Economist per dettagliare i suoi misfatti, a proposito dei quali il giornale ha cura di dire il minimo possibile, in compagnia di Bruxelles e Berlino. ‘I leader e i dirigenti della UE hanno tenuto la bocca insolitamente chiusa sullo scandalo, se si considera l’importanza della Spagna per l’eurozona’, commenta Gavin Hewitt, il redattore della BBC per l’Europa. ‘La cancelliera tedesca Angela Merkel e altri hanno riposto molta fiducia nel signor Rajoy, che è considerato come un braccio sicuro per riforme dolorose mirate a resuscitare l’economia della Spagna’. Berlusconi avrebbe pagato per tale assenza di fiducia.
Nell’ora del trionfo di Berlusconi nella primavera del 2008, quando ha conquistato la sua terza e più decisiva vittoria elettorale, le opinioni negative all’estero sul suo conto gli importavano poco. Il fronte di centrodestra che aveva organizzato e riorganizzato dal 1994 – a quel punto composto dal Popolo della Libertà, una fusione del suo precedente partito con quello del suo alleato di lungo corso, l’ex fascista Gianfranco Fini, più la Lega Nord di Umberto Bossi che manteneva la sua base e identità separata – deteneva una maggioranza egemone in entrambe le camere del parlamento. Nel suo primo mese in carica è stato compiuto un passo parallelo alla linea Thatcher/Blair, la fase iniziale di una serie di cambiamenti a partire dalle scuole elementari e per finire con le università che tagliava la spesa per l’istruzione di circa 8 miliardi di euro nell’interesse dell’economia e della competizione, riducendo il numero degli insegnanti, imponendo contratti a termine, introducendo le imprese nei consigli, quantificando la valutazione della ricerca. Ma la misura dello zelo riformatrice del governo è stata tutta qui. Al primo posto nella sua agenda politica erano le leggi ad personam per proteggere Berlusconi dalle incriminazioni penali ancora pendenti sul suo capo; molte erano state svuotate tirando in lungo per arrivare alla prescrizione, altre mediante la depenalizzazione. Nel 2003 il suo governo aveva approvato una legge che assicurava l’immunità dai processi alle cinque più alte cariche dello stato, cassata dalla Corte Costituzionale sei mesi dopo. Nell’estate del 2008 è tornato all’attacco con una legge presentata dal suo braccio destro al ministero della giustizia, l’avvocato siciliano Angelino Alfano, che sospendeva i processi per le quattro più alte cariche dello stato.
Pochi mesi dopo la tempesta finanziaria oltre Atlantico ha colpito l’Europa, prima in Irlanda e poi in Grecia. In Italia la seconda repubblica era stata sin dall’inizio un flop economico, nonostante i migliori sforzi dei premier del centrosinistra per correggere la situazione (Giuliano Amato aveva tagliato e privatizzato, Romano Prodi aveva messo il paese nella camicia di forza del Patto di Stabilità). I tassi della crescita italiana sono precipitati nel corso degli anni ’90. Dopo il 2000 sono ristagnati in una media dello 0,25 del PIL l’anno. Nel giro di un anno dalla rielezione di Berlusconi nel 2008 gli spread avevano già cominciato ad allargarsi tra i rendimenti dei titoli tedeschi e italiani. Arrivati al 2009 la recessione era più grave che in qualsiasi altro paese dell’eurozona, con il PIL sceso di più di cinque punti percentuali. Per tenere a bada i mercati finanziari, pacchetti finanziari d’emergenza hanno ridotto il deficit di bilancio dell’Italia, ma con i tassi d’interesse in ascesa sul terzo debito pubblico maggiore del mondo, arrivate alla fine del 2010 il governo era arrivato economicamente alla canna del gas.
Politicamente se la passava poco meglio. Da marzo a ottobre del 2009 i titoli erano dominati da sensazionali rivelazioni sulle stravaganze sessuali di Berlusconi, dando un colore vistoso alla profetica descrizione di Giovanni Sartori del suo governo – mutuando un termine da Weber – come un sultanato.  Sempre dedito a vantare le sue prodezze in camera da letto, con l’arroganza che a quel punto lo incitava a sconfiggere anche l’età, ha abbandonato l’elementare prudenza, riempiendo le liste del partito di soubrettes e flirtando con minorenni, al punto di provocare una rottura pubblica con sua moglie, Veronica Lario. Presto ha cominciato a ricevere prostitute nella sua residenza romana. Amareggiata per non aver ottenuto un permesso di costruzione a Bari che le era stato promesso, una di loro ha raccontato le sue visite. Nella sua sfarzosa villa di Arcore, fuori Milano, erano messe in scena orge nello stile di fantasie aggiornate da diciottesimo secolo, donne vestite da suore – anche da infermiere e poliziotte – a danzare e a spogliarsi per la possessione collettiva. Quando una delle partecipanti, una giovane marocchina, è stata successivamente arrestata per furto a Milano, Berlusconi ha telefonato per assicurare il suo rilascio perché nipote di Mubarak. Poiché aveva meno di diciotto anni, ne è seguita una procedura legale a carico di Berlusconi. Anche se la vicenda non è stata tanto dannosa quanto il disastro in cui sarebbe presto incorso Dominique Strauss-Kahn, presidente del FMI e favorito nella corsa alla presidenza francese, Berlusconi è stato indebolito dallo svilimento della sua immagine. Ma per il momento è sopravvissuto.
Una minaccia più grave alla sua posizione è venuta da un’altra direzione. Per presunzione, alimentata dal successo elettorale, ha perso il senso del limite in politica, aveva umiliato Fini, che aveva pensato di essere suo successore ed era presidente della Camera. Nell’estate del 2010, rendendosi conto che non poteva più aspettarsi di essere l’erede naturale del centrodestra e cedendo alle lusinghe dell’opposizione che avrebbe potuto persino dimostrarsi il leader migliore di un centrosinistra responsabile, Fini ha disertato. Portando con sé un numero di deputati sufficiente a privare il governo di una maggioranza stabile, ha mancato di poco di provocarne la caduta in autunno. Nella primavera del 2011 anche gli elettori hanno abbandonato il governo con Berlusconi che ha perso il controllo anche di una roccaforte quale Milano.
Nel corso di quell’estate, con l’intensificarsi della crisi dell’eurozona, con la Grecia prossima all’insolvenza, è aumentata la pressione dei mercati obbligazionari sull’Italia. La Germania, affiancata dalla Francia e dalla Banca Centrale Europea, a quel punto non faceva un segreto della sua determinazione a spezzare ogni resistenza a misure draconiane d’austerità e a eliminare i leader che avessero esitato ad attuarle, ad Atene o a Roma. In agosto Trichet e Draghi – presidenti uscente ed entrante della BCE – hanno trasmesso a Berlusconi un virtuale ultimatum. Due mesi dopo Papandreou è stato costretto in un vertice della UE ad accettare altri tagli feroci alla spesa pubblica e a impegnarsi a privatizzazioni generalizzate. Nel panico per la marea di rabbia popolare contro di esse – il presidente della Grecia era stato costretto ad abbandonare il palco a Salonicco nel corso della Festa Nazionale – ha annunciato un referendum al riguardo ed è stato convocato a Cannes seduta stante dalla Merkel e da Sarkozy e gli è stato detto di cancellare una simile iniziativa. Una settimana dopo si è dimesso. Nel giro di tre giorni Berlusconi lo ha seguito.
Le dinamiche della caduta di Berlusconi, tuttavia non sono state le stesse. In Grecia Papandreou presiedeva a un diffuso immiserimento su ordini di Berlino, Parigi e Francoforte che aveva scatenato massicce proteste sociali. Fino alla sua improvvisa idea di un referendum era stato uno strumento perfettamente accettabile della volontà dell’Unione, un atteggiamento confermato dalla velocità con cui aveva obbedito alla Merkel e a Sarkozy e aveva prontamente ritirato la sua proposta. Si è dimesso perché la sua posizione era diventata insostenibile all’interno. In Italia non era in corso né un impoverimento né una mobilitazione popolare. La maggioranza di Berlusconi alla Camera era a quel punto limitatissima e alcuni dei suoi deputati si stavano impaurendo per l’aumento degli spread. Me egli resta in pieno controllo del Senato e doveva ancora essere messo al tappeto in tribunale. La sua posizione interna era sostanzialmente più forte di quella di Papandreou. Nella UE in generale, tuttavia, l’ostilità nei suoi confronti era molto maggiore poiché rappresentava un imbarazzo di lungo corso per la sua classe politica; e la decisione di Berlino e Francoforte di liberarsene, in quanto ostacolo alla necessaria purga dell’economia italiana e all’ordine sociale, più inesorabile.
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Per la sua cacciata, tuttavia, era necessario un meccanismo per collegare l’erosione della sua posizione in patria, non ancora completa, con l’assoluta avversione nei suoi confronti all’estero. Per sua sfortuna esso era già pronto e adatto. Meno notata di altri mutamenti prodotti dalla Seconda Repubblica, c’era stata una forte crescita del ruolo della presidenza negli affari politici dell’Italia. Durante il regno della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, quando un solo partito dominava sempre la legislatura, questa carica in larga misura cerimoniale raramente aveva avuto qualche importanza. Ma quando coalizioni politiche rivali hanno cominciato a confrontarsi per il potere nella Seconda Repubblica, si è aperto un nuovo spazio di manovra per la presidenza. Scalfaro – in carica al Quirinale tra il 1992 e il 1999 – è stato il primo a utilizzarlo, rifiutandosi di sciogliere il parlamento quando Berlusconi aveva perso la sua prima maggioranza nel 1994, agevolando  invece al potere un mosaico di centrosinistra, per dargli tempo di mettere insieme le proprie forze per una vittoria alle urne con Prodi l’anno successivo.
Ora il presidente era, come Scalfaro, un ex ministro dell’interno, Giorgio Napolitano. Berlusconi aveva sostenuto l’elezione di Napolitano nel 2006 e aveva motivo di ritenere di aver fatto una scelta sensata nell’aiutare a salire al Quirinale questo veterano della classe politica tradizionale. Un ‘Vicario di Bray’ italiano, nella sua lunga carriera aveva esibito un principio fisso, l’adesione a qualsiasi tendenza politica mondiale apparisse vincente al momento. L’inizio di una lunga sequenza c’era stato nei suoi anni da studente, quando aveva aderito al Gruppo Universitario Fascista, in un periodo in cui l’Italia inviava truppe a unirsi ai nazisti nell’attacco contro la Russia. Una volta caduto il fascismo Napolitano ha optato per la forza in arrivo del comunismo. Iscrivendosi al PCI alla fine del 1945 ne ha poi rapidamente scalato i ranghi, arrivando al Comitato Centrale in poco più di un decennio. Quando le truppe e i carri armati sovietici hanno represso la Rivolta Ungherese nel 1956, egli ha applaudito. ‘L’intervento sovietico è stato il contributo decisivo non solo per impedire che l’Ungheria finisse nel caso e nella controrivoluzione, e difendendo gli interessi militari e strategici dell’URSS, ma anche salvando la pace nel mondo’, ha dichiarato al Congresso del Partito in quel novembre. Salutando l’espulsione di Solzhenitsyn dalla Russia nel 1964 ha dichiarato: “Solo commentatori sciocchi e faziosi possono evocare lo spettro dello stalinismo, trascurando il modo in cui Solzhenitsyn ha portato le cose a un punto di rottura’. A quel punto era il braccio destro di Giorgio Amendola, dopo la morte di Togliatti, la figura più formidabile del PCI. Come il suo patrono, era un inflessibile disciplinatore del dissenso nel partito, votando senza esitazioni la cacciata dal partito del gruppo del Manifesto per aver parlato fuori luogo contro l’invasione della Cecoslovacchia. Con gettoni sia nella segreteria sia nell’ufficio politico, era diffusamente visto come il successivo leader del PCI.
Nell’occasione il posto è andato a Enrico Berlinguer, come figura meno divisiva. Ma Napolitano è rimasto come ornamento di spicco del partito mentre passava all’eurocomunismo. Nei tardi anni ’70 è stato scelto come primo inviato del PCI per rassicurare gli Stati Uniti sulla sua affidabilità atlantica, diventando a tempo debito il ‘comunista preferito di Kissinger’, per usare le parole soddisfatte del New York Times. Arrivati agli anni ’80 il trasferimento dell’alleanza a un nuovo feudatario era completo. Il Terzo Reich un brutto ricordo, l’URSS in declino, gli USA erano a quel punto la potenza da coltivare. Responsabile dei rapporti con l’estero del PCI si sarebbe preso cura di ammorbidire le relazioni con Washington molto dopo che il partito era scomparso. Una volta presidente ha fatto di tutto per ingraziarsi sia Bush sia Obama.
In patria il fallimento della scommessa del PCI di raggiungere un ‘compromesso storico’ con la Democrazia Cristiana che gli avrebbe consentito l’ingresso nel governo e l’ascesa, invece – in mezzo una corruzione sempre più sfacciata – del Partito Socialista di Craxi come alleato chiave della DC ha indotto Berlinguer a fare una svolta a sinistra. Denunciando la degenerazione venale del sistema politico, ha diffuso un sonoro appello a far pulizia nella vita politica. Napolitano ha reagito rabbiosamente, accusandolo di isolazionismo settario e di ‘vuote invettive’. I rapporti erano sempre stati freddi tra i due uomini. Ma era in gioco qualcosa di più che una mera rivalità personale. Napolitano guidava la corrente più a destra nel PCI dell’epoca, i miglioristi che avvertivano una certa affinità con Craxi e non volevano ostilità con lui. La loro base principale era a Milano, dove la macchina di Craxi dominava la città. Lì, a metà degli anni ’80, pubblicavano un giornale, Il Moderno, non solo finanziato da Berlusconi ma che plaudiva ai suoi rivoluzionari successi nel modernizzare i media e nel fare di Milano la capitale televisiva d’Italia. Si era nel 1986, quando Craxi era primo ministro. Un tribunale avrebbe poi giudicato la holding Fininvest di Berlusconi colpevoli di finanziare illegalmente i miglioristi. In febbraio, durante i preparativi per un referendum contro il nucleare in Italia, il giornale del PCI ha rifiutato un articolo a favore del nucleare di Giovanni Battista Zorzoli, uno dei seguaci di Napolitano. Furioso, Napolitano ha preteso la testa del direttore. Nel 1993 Zorzoli è finito in manette, condannato a quattro anni e mezzo di carcere per corruzione quando era alto dirigente della compagnia statale italiana dell’elettricità.  
Non molto tempo dopo, Napolitano è diventato ministro dell’interno nel governo di centrosinistra del 1996. Era la prima volta che qualcuno di sinistra fosse mai stato alla guida di tale ministero. Il coinvolgimento della polizia e degli apparati dei servizi segreti italiani nella cosiddetta ‘strategia della tensione’ [in italiano nel testo – n.d.t.] – una serie di attentati dal massacro di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quello alla stazione ferroviaria di Bologna nel 1980 -  era ormai confermato da molto tempo, ma non era mai stato indagato. Ogni nervosismo riguardo al fatto che l’arrivo al ministero del comunista di un tempo è stato presto acquietato. Napolitano ha assicurato i suoi subordinati che non avrebbe ‘cercato scheletri negli armadi’. Nessuna rivelazione deplorevole ha macchiato il suo periodo in carica. E’ stato nominato senatore a vita nel 2005. Diventato presidente della repubblica un anno dopo ha lamentato pubblicamente che Craxi – che era morto in esilio in Tunisia dopo essere stato condannato in contumacia a 27 anni di carcere per una corruzione colossale – era stato trattato scorrettamente, prendendosi il disturbo di elogiare il suo ruolo costruttivo di statista.
Non ha avuto lo stesso riguardo per Berlusconi, considerandolo con condiscendenza benevola – anche con una certa giustizia – come in realtà per nulla un politico, nel senso in cui lo erano stati gli uomini eminenti della Prima Repubblica. I due uomini comunque non potevano essere più opposti quanto a stile. La correttezza cerimoniale di Napolitano era in studiato contrasto con la spudorata spacconeria di Berlusconi. Ma condividevano un passato comune nello snodo di legami e simpatie che circondava Craxi a Milano, e un comune interesse a stabilizzare quelli che entrambi consideravano i potenziali vantaggi della Seconda Repubblica: un sistema politico bipolare in stile anglosassone, confinato a un centrodestra e un centrosinistra, liberato dall’ostilità nei confronti del mercato del suo guardiano transatlantico. Per ragioni proprie ciascuno, inoltre, temeva la perseveranza dei pubblici ministeri nello scovare accuse contro il leader più popolare del paese e il risentimento di minoranze irresponsabili nell’insistere su di esse.
Per Berlusconi si trattava, naturalmente, di minacce esistenziali. Per Napolitano erano semplicemente divisive, proprio come lo era stato il moralismo di Berlinguer, compromettendo sconsideratamente l’equilibrio del consenso moderato di cui il paese aveva bisogno. E’ stato più che disposto ad aiutare Berlusconi a proteggersi da questi problemi, firmando senza esitazione la legge del Lodo Alfano del 2008 che garantiva a Berlusconi, come primo ministro, e a sé stesso, da presidente, l’immunità dai processi; e quando la legge è stata dichiarata incostituzionale, apponendo il suo timbro con uguale velocità sulla legge sostitutiva approvata nel 2010, sul ‘legittimo impedimento’ [in italiano nel testo – n.d.t.] che consentiva ai ministri di evitare i processi invocando i loro pressanti doveri di pubblico servizio, legge a sua volta dichiarata incostituzionale nel 2011. Napolitano è stato criticato pubblicamente per la sua inopportuna approvazione della prima da parte di Ciampi, il suo predecessore alla presidenza, e non era tenuto neppure a lasciar passare la seconda; piuttosto era vero il contrario come doveva dimostrare il seguito legale di entrambe. Le azioni di Napolitano, tuttavia, si sono accordate con le aspettative di Berlusconi di un modus vivendi tra loro, sulle cui basi quest’ultimo lo aveva appoggiato per la presidenza. Un’altra espressione pregnante di tale accordo si è avuta quando la diserzione di Fini ha privato il governo Berlusconi della maggioranza alla Camera e l’opposizione ha discusso un voto di sfiducia, con i voti in mano per far cadere il governo. Nel 2008 Prodi era stato in una situazione simile dopo che Berlusconi aveva comprato voti al Senato sufficienti a farlo cadere, un episodio per cui è attualmente incriminato per aver pagato a un solo senatore tre milioni di euro per cambiare cappotto, una mazzetta che il beneficiario ha confessato. Allora Napolitano aveva perso poco tempo – meno di due settimane – per usare la sua prerogativa presidenziale di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni, che avevano prodotto una valanga a favore di Berlusconi. Questa volta, comunque, Napolitano ha persuaso Fini a fermarsi per più di un mese mentre veniva approvata una legge di bilancio, garantendo a Berlusconi il tempo necessario per comprare il pugno di deputati necessario per ripristinare la sua maggioranza. 
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Questo è stato, comunque, l’ultimo favore che Napolitano ha potuto accordare. Si stava preparando a prendere le cose nelle proprie mani. Nella primavera del 2011 il governo ha annunciato che si stava unendo all’attacco alla Libia guidato dagli statunitensi, al quale la Lega Nord si opponeva assolutamente, minacciando di farlo cadere se lo avesse fatto. Napolitano la sapeva più lunga: le aspettative di Washington erano più importanti delle sottigliezze della costituzione. Senza alcun voto in parlamento, e nemmeno un dibattito al suo interno, ha mandato l’Italia in guerra strappando il sostegno degli ex comunisti all’invio dell’aviazione del paese a bombardare un vicino con il quale aveva firmato un Trattato di Amicizia, Cooperazione e Alleanza Militare, ratificato da una schiacciante maggioranza alla Camera – ex comunisti compresi – solo due anni prima.
Arrivati all’estate, incoraggiato dalla crescente adulazione sui media nei suoi confronti come rocca della repubblica, e con l’incoraggiamento di Berlino, Bruxelles e Francoforte, aveva deciso di disfarsi di Berlusconi. La chiave per rimuoverlo agevolmente consisteva nel trovare un sostituto che soddisfacesse questi partner decisivi e la dirigenza del mondo degli affari in Italia. Fortunatamente la figura ideale era a portata di mano: Mario Monti, ex commissario UE, membro del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, consigliere anziano della Goldman Sachs e allora presidente dell’Università Bocconi. Monti aveva per qualche tempo atteso proprio la situazione che a quel punto si presentava. ‘I governi italiani sono in grado di prendere decisioni dure’, aveva confidato all’Economist nel 2005, ‘solo se sono soddisfatte due condizioni: devono esserci sia un’emergenza visibile sia una forte pressione dall’esterno’. All’epoca, lamentava, ‘tale momento della verità non c’è’. Ora era arrivato.
Già da giugno o luglio, in completa segretezza, Napolitano aveva preparato Monti ad assumere il governo. Nello stesso periodo aveva commissionato al capo del maggior gruppo bancario italiano, Corrado Passera, l’elaborazione di un piano economico confidenziale per il paese. Passera era un ex assistente dell’arcinemico politico di Berlusconi e rivale in affari Carlo De Benedetti, proprietario di La Repubblica e di L’Espresso, che era al corrente delle mosse di Napolitano. In urgente corsivo il documento di 196 pagine di Passera proponeva una terapia shock: cento miliardi di euro di privatizzazioni, tassa sulla casa, imposte sui capitali, un’impennata dell’IVA. Napolitano, al telefono con la Merkel e indubbiamente con Draghi, aveva a quel punto pronti il piano e l’uomo per cacciare Berlusconi. Monti non si era mai candidato alle elezioni e anche se un seggio in parlamento non è indispensabile per l’investitura a primo ministro, sarebbe stato d’aiuto averne uno.
Non c’era tempo da perdere: il 9 novembre, prelevandolo dalla Bocconi, Napolitano ha nominato Monti senatore a vita, con l’applauso della stampa finanziaria mondiale. Sotto minaccia della distruzione da parte dei mercati obbligazionari nel caso si fosse opposto, Berlusconi ha capitolato e nel giro di una settimana Monti ha giurato da nuovo governante del paese, alla guida di un governo non eletto di banchieri, uomini d’affari e tecnocrati. L’operazione che lo ha installato è un’illustrazione espressiva di che cosa possono significare oggi in Europa le procedure democratiche e il primato della legge. E’ stato tutto assolutamente incostituzionale. Il presidente dell’Italia dovrebbe essere il guardiano imparziale di un ordine parlamentare, che non interferisce con le decisioni di quest’ultimo salvo quando violano la costituzione, come questo presidente ha segnatamente mancato di fare. Non ha il potere di cospirare, alle spalle di un premier eletto, con persone di sua scelta, nemmeno in parlamento, per formare un governo di suo piacimento. La corruzione del mondo degli affari, della burocrazia e della politica è stata a quel punto aggravata dalla corruzione della costituzione.
All’epoca ciò che era accaduto quell’estate dietro gli arazzi presidenziali era rimasto celato. Sarebbe venuto alla luce solo quest’anno per bocca dello stesso Monti, un ingenuo in queste faccende, provocando balbettanti smentite di Napolitano. Contemporaneamente la reazione del sistema al nuovo governo spaziava dal sollievo all’esultanza. Finalmente – nella visione diffusa dei commentatori dentro e fuori dal paese – c’era per l’Italia una seconda occasione per voltar pagina, occasione mancata dopo il crollo della Prima Repubblica. Finalmente era al timone un governo onesto e competente, impegnato non solo a serie riforme del tanto che era sbagliato in Italia – mercati del lavoro rigidi, pensioni insostenibili, università nepotiste, restrizioni corporative ai servizi, assenza di competizione industriale, privatizzazioni insufficienti, ingorgo della giustizia, evasione fiscale – ma anche in grado di dominare le tempeste finanziarie che aggredivano il paese. Una nuova Seconda Repubblica, quella vera, poteva ora sorgere dopo vent’anni di messinscene. Tagli profondi alla spesa pubblica, dure misure fiscali e l’inizio di cambiamenti alla disastrosa legge sul lavoro degli anni ’70 sono stati i primi, apprezzati passi per ripristinare la fiducia nel paese.
Viste da un’altra angolazione c’erano in effetti somiglianze tra la congiuntura dei primi anni ’90 quando Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, era stato chiamato a difendere il forte da premier nel pieno della crisi di Tangentopoli. Ma non erano per nulla rassicuranti. Il governo Monti somigliava al governo Ciampi nella composizione e nelle intenzioni. Ma molto era cambiato nel frattempo, non ultimo l’ambiente da cui provenivano le figure di spicco del nuovo ordine: Monti e il suo garante a Francoforte, Draghi. Nel 1994 Berlusconi si era presentato da innovatore da un passato imprenditoriale e la cui vittoria avrebbe sepolto la corruzione e il disordine della classe politica della Prima Repubblica, mentre egli in realtà doveva la sua fortuna prevalentemente a essi.  Nel 2011 la crisi che strozzava l’Italia e l’Eurozona era stata scatenata da una massiccia ondata di speculazioni finanziarie e di manipolazioni di derivati su entrambe le sponde dell’Atlantico. Nessun operatore era più famigerato per la sua parte in ciò che la stessa società sul cui libro paga avevano figurato Monti e Draghi. La Goldman Sachs, che si era guadagnata negli Stati Uniti il nomignolo di ‘piovra vampiro’, aveva assecondato la falsificazione dei conti pubblici greci e poi era stata accusata di frode dalla Commissione Titoli e Scambi (SEC) versando mezzo miliardo di dollari per transare la causa extragiudizialmente.  Attendersi un taglio netto con il passato da simili funzionari era poco più realistico che credere che il patrocinio di Craxi non avrebbe lasciato nessun segno su Berlusconi.
Altri ricordi del passato erano non meno impressionanti. Nell’estate del 2012 è emerso che Napolitano era intervenuto per bloccare il potenziale interrogatorio di Nicola Mancino, ministro democristiano dell’interno nel 1992 quando il magistrato di Palermo Paolo Borsellino era stato assassinato dalla mafia. Mancino era uno dei quattro ministri dell’interno – Scalfaro era stato un altro – che ricevevano mensilmente fondi neri dal servizio segreto SISDE. La negazione di Mancino di aver incontrato Borsellino poco prima della sua morte, nonostante prove del contrario, non era mai stata chiarita ed era in corso una nuova indagine ufficiale sui collegamenti tra stato e mafia, che minacciava di metterlo a confronto con due altri ministri del periodo che lo avevano smentito. In grande agitazione ha telefonato al Quirinale e ha implorato protezione dal braccio destro di Napolitano per gli affari legali, Loris D’Ambrosio. Lungi dall’essere respinto gli è stato che il presidente era molto preoccupato per lui. A tempo debito lo stesso Napolitano ha telefonato a Mancino, inconsapevole che il telefono di quest’ultimo erano intercettato come parte dell’indagine.
Quando le trascrizioni degli scambi tra Mancino di D’Ambrosio sono state pubblicate sulla stampa, assieme alla notizia che i nastri delle conversazioni dello stesso presidente con Mancino erano in possesso del magistrato inquirente, Napolitano ha invocato l’assoluta immunità per la sua carica e, in stile Nixon, ha preteso che i nastri fossero distrutti. Il fratello di Borsellino, Salvatore, ha chiesto la sua messa in stato d’accusa; poiché era implicata chiaramente un’ostruzione alla giustizia, negli Stati Uniti ci sarebbero state basi per essa. In Italia un esito simile era impensabile. La classe politica e i media hanno immediatamente serrato i ranghi a difesa del presidente, come era stato fatto quando Scalfaro aveva usato il suo maggiordomo per soffocare lo scandalo del SISDE. L’assistente di Napolitano, l’Ehrlichman dell’affare, è morto di attacco cardiaco nel bel mezzo del putiferio. Come accade spesso Marco Travaglio, probabilmente il più grande giornalista d’Europa, è stato l’unico a chiamare i fatti con il loro nome; nel suo libro ‘Viva il Re!’, pubblicato l’anno scorso, ha tracciato un’esauriente atto d’accusa circa i precedenti di Napolitano in carica, in seicento pagine di documentazione incriminatrice. Altrove, di fronte al pericolo per la sua posizione, il coro dei sicofanti attorno al presidente – il cui volume andava crescendo da un certo tempo – ha raggiunto un crescendo isterico.