Gianni Vacchelli Chi siamo davvero? Pirandello e il labirinto dell'io Avvenire, 25 maggio 2026
Che cosa accade quando l’io non riesce più a coincidere con sé stesso? E perché i personaggi di Pirandello sembrano continuamente sdoppiarsi, oscillando tra identità imposte e desiderio di autenticità? A questi interrogativi prova a rispondere Daniela Cimarosa, conL’“io” e il suo doppio. Analisi e interpretazione dell’opera pirandelliana in chiave psico-esistenziale(Kimerik, pagine 236, euro 19,00), una lettura dell’opera pirandelliana incentrata sul tema della frantumazione del soggetto e sul conflitto tra forma sociale e vita interiore. Come scrive l’autrice, «questo lavoro intende mettere in connessione leNovelle per un annocon i romanzi e le opere teatrali, concentrando l’attenzione su quello che è il dramma dell’uomo pirandelliano, “personaggio fuori chiave”, fuori dal mondo e fuori da sé stesso». Insomma un ampio attraversamento per mostrare come il “doppio” sia non solo un potente espediente narrativo, ma pure una vera struttura dell’esperienza umana. Nei personaggi di Pirandello emerge così una continua dissociazione: l’io si osserva dal di fuori, si percepisce estraneo a sé stesso, fino a non riconoscersi più nelle maschere che è costretto a indossare. La poetica “umoristica” dell’agrigentino nasce proprio da questa frattura, in cui riflessione e partecipazione dolorosa si tengono continuamente insieme. Emblematica è la novella “La carriola”, dove il protagonista sperimenta un’improvvisa faglia della coscienza. Guardando fuori dal finestrino del treno, avverte «il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua», insieme a «una pena di non essere». Ecco l’epifania: la divaricazione tra vita autentica e forma sociale irrigidita. Il protagonista comprende: «Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita dal di fuori, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Perché ogni forma è morte... Conoscersi è morire». La coscienza di sé coincide spesso, in Pirandello, con una dolorosa esperienza di dissoluzione, che divide dal flusso eracliteo, magmatico e vitale della realtà. Ma plurime sono le figure “dimidiate” nell’universo pirandelliano. Anche Belluca, protagonista de “Il treno ha fischiato”, si ridesta improvvisamente da una vita meccanica grazie al fischio di un treno che gli spalanca il mondo: «Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie». È quasi una seconda nascita, pur se limitata a qualche istante: la follia, altro tema pirandelliano cruciale, si fa apertura inattesa a una dimensione altra dell’esistenza. InIl fu Mattia Pascalemerge la figura del «forestiere della vita», emblema di chi non riesce più ad abitare alcuna forma stabile di sé. L’uomo pirandelliano ha perso «il centro di gravità permanente», e oscilla continuamente tra maschere e possibilità incompiute. Per questo nei romanzi pirandelliani agiscono «linee di forza discordanti che avviano il graduale percorso della scissione dell’“io”». InUno, nessuno e centomilaquesta crisi giunge all’estremo, poiché il protagonista scopre di esistere in forme diverse e inconciliabili negli sguardi altrui, sino alla «disgregazione dell’essere», esito ultimo della disintegrazione della persona. InSei personaggi in cerca d’autoreil conflitto tra vita e forma diventa apertamente metateatrale: i personaggi reclamano una verità che nessuna rappresentazione riesce a esaurire. Il personaggio pirandelliano è infatti «fuori dalle transitorie contingenze del tempo» ed è, paradossalmente, «più vero» degli uomini stessi, perché fissato in una forma definitiva. NeiSei personaggiritorna così il conflitto tra «realtà-finzione, uomo-personaggio», mentre il Padre svela la tragica instabilità dell’io: ciascuno si crede «“uno” ma non è vero: è “tanti”». Il teatro si configura come il luogo della sgretolamento dell’io moderno, in cui «il personaggio rivendica la sua soggettività» contro l’inautenticità delle maschere sociali. Ne deriva il paradosso per cui l’arte, proprio nel suo artificio, appare più vera e reale della vita stessa, ridotta a una grande «pupazzata». Fondamentale anche il saggio L’umorismo, vero snodo “teoretico” della poetica pirandelliana. La riflessione sull’umorismo nasce come «constatazione della coesistenza di opposti che pongono in conflitto l’essere-sentire e l’apparire». Da qui scaturisce il celebre «sentimento del contrario», che non si limita a smascherare le apparenze, ma illumina la contraddizione profonda del reale.
Consumismo, spinte competitive, individualismo sono esempi di come la cultura dei nostri giorni ha rinforzato la glorificazione di sé che spinge al narcisismo. Benché lo spirito competitivo faccia parte della natura umana, in alcuni può tradursi in un tratto totalizzante del carattere. Costoro vedono il mondo quasi esclusivamente in termini di “vincenti” e “perdenti”, e perdere è inaccettabile. Muovendo da una approfondita analisi del mito di Narciso, Manfred F.R. Kets de Vries, studioso della leadership di fama mondiale, evidenzia le varie forme in cui si esprime il narcisismo. Successivamente, esplora differenti strategie per la gestione delle persone narcisistiche. Vengono introdotti concetti come l’alleanza di lavoro, l’altalena emotiva, la tattica del sandwich e il bisogno di essere empatici. Inoltre, riferendosi al cambiamento in un contesto di gruppo, viene presentata l’importanza delle dinamiche psicologiche del gruppo nel suo insieme. Il testo di de Vries offre un metodo unico e originale per esplorare le ramificazioni della leadership narcisistica. (presentazione editoriale)
Massimiliano
Panarari Il
leader ha sempre ragione La Stampa, 13 luglio 2019
Da
sempre la figura del «N. 1» conta tanto, in politica e in economia.
Ma mai come nella nostra postmodernità la leadership è diventata
oggetto di attenzione collettiva, e viene considerata un attributo
indispensabile per governare processi e organizzazioni. E, così,
assistiamo all’irrompere, e al rapido consumarsi, di leadership
«intermittenti», che durano magari soltanto «lo spazio di un
mattino». Leadership conquistate, sempre più spesso, sui social e a
colpi di like, anziché sul campo. E vediamo il dilagare, dopo il
marketing politico, dello storytelling, al punto che il successo di
queste leadership «liquide» si gioca molto sulla costruzione di
narrazioni seduttive (come mostra Sofia Ventura nel suo ultimo
libro, I
leader e le loro storie,
il Mulino, pp. 312 €26, presentato in anteprima a febbraio su La
Stampa). E per abbagliare e inebriare, in questa fase storica, paga
sempre di più la postura populista e anti-establishment, quella dei
tanti leader – da Marine Le Pen a Nigel Farage, fino a Matteo
Salvini – raccontati dal giornalista e studioso Carlo Muzzi
in Euroscettici(Le
Monnier, pp. 178 €14).
E la leadership è anche, naturalmente,
tematica di studio per la psicologia, che l’ha affrontata in modo
copioso in questi anni specialmente sul versante aziendale. Ecco
perché si rivela una lettura opportuna il volume di un’autentica
autorità in materia, Manfred F. R. Kets de Vries, psicanalista e
docente di Gestione delle risorse umane all’Insead di Fontainebleau
(una delle principali business school del mondo). In Leader,
giullari e impostori(Raffaello
Cortina, pp. 269 €16), sulla scorta di Sigmund Freud, l’autore si
dedica a smontare la visione della razionalità manageriale applicata
alla leadership.
Un assunto che de Vries ritiene valido per
qualunque tipo di impresa, tanto economica che politica, e che
sviluppa, da psicoterapeuta, in chiave clinica, sottolineando quanto
le motivazioni inconsce e la realtà intrapsichica giochino un ruolo
decisivo anche nella testa di chi prende decisioni. Insomma, non
siamo dalle parti delle «sorti magnifiche e progressive» della
«leadership trasformazionale» sviluppata nel 1985 dallo studioso di
modelli organizzativi Bernard Bass (1925-2007), quella basata su
un’alleanza autentica tra leader e follower, dove la fiducia viene
costantemente rinnovata e coincide, per citare (e parafrasare) Ernest
Renan, con una sorta di «plebiscito di tutti i giorni». No, lo
psicanalista – che fa iniziare gli studi sulla questione con
laRepubblicadi
Platone – preferisce esporre il dark side della problematica per
mettere in guardia i lettori (e i cittadini), documentando quanto si
riveli faticosa, se non impervia, la strada che conduce
all’affermazione di una leadership equilibrata e positiva. Ancor
più in questi nostri giorni di trionfo della disintermediazione,
dove la propensione biologica al comportamento gregario si sposa con
l’imperialismo della comunicazione.
Ecco perché l’autore
punta, invece, ad «andare ai fondamentali», e alle radici
psicologiche della leadership. Freudianamente, de Vries interpreta la
relazione tra il leader e il gregario nei termini di un «transfert
idealizzante», una proiezione per cui il secondo, per sentirsi più
protetto (analogamente a quello che fa il figlio con il padre),
sovraccarica il primo di talenti, qualità e poteri. Questa
identificazione, fondata su una forma di rispecchiamento personale,
la si ritrova oggi abbondantemente in politica, ed è alla base della
creazione di universi fittizi e aspettative illusorie che permangono,
nonostante attraverso il dato di realtà si manifesti il contrario di
quanto affermato dal leader.
Un’altra patologia, in questo
caso interamente del leader, viene da un’infanzia e un’età
evolutiva in cui il futuro capo abbia avvertito una difformità tra
il suo bisogno di protezione e il livello delle cure parentali: ne
deriveranno una fame inesauribile di potere e una serie di «fantasie
consolatorie di onnipotenza».
La tipologia è quella del leader
narcisistico, agli antipodi di un altro personaggio molto
problematico quando arriva al potere, che l’urbanista William H.
Whyte descrisse già nel 1956 nel libro L’uomo
dell’organizzazione.
Ossia il dirigente grigio e noioso, indispensabile al funzionamento
organizzativo, ma affetto da alessitimia come indica de Vries,
l’«incapacità di esprimere sentimenti». E, quindi, vocato a
soffocare la creatività altrui per evitare il benché minimo rischio
di conflitto, e a convertire qualunque cosa in procedura e
routine.
Poi ci sono la «legge del taglione», che viene
applicata dal leader sulla via del ritiro, e il «complesso
dell’edificio» di chi, sul viale del tramonto, rimane attaccato al
potere il più a lungo possibile. E le distorsioni non finiscono qui.
Con un solo antidoto all’arroganza del potere: l’umorismo.
Servono, sostiene de Vries, delle figure di «giullari
organizzativi», anche se oggi non hanno vita facile.
Il segreto della sicurezza emotiva: come diventare più sani, più felici e avere relazioni più solide
The Guardian, 20 aprile 2026
Amir Levine ha lavorato in silenzio al suo secondo libro per 16 anni. Quando "Attached", scritto in collaborazione con Rachel Heller, è stato pubblicato nel 2010, ha portato alla ribalta le categorie che descrivono i nostri comportamenti nelle relazioni, ovvero gli stili di attaccamento. Secondo la teoria dell'attaccamento, si può essere ansiosi (spesso con ipervigilanza sociale), evitanti (indipendenti, con tendenza a reprimere le emozioni difficili), ansiosi-evitanti (desiderosi di vicinanza, ma spesso inclini a ritirarsi per paura) o sicuri. Sapere a quale stile si apparteneva e dove si collocavano le persone significative in questo spettro forniva spunti utili per la consapevolezza di sé e l'armonia nelle relazioni.
Da allora, Levine ha ricevuto innumerevoli email da lettori di tutto il mondo che gli chiedevano consigli o gli raccontavano come il libro avesse cambiato la loro vita. "Ho ricevuto un'email da una donna iraniana", ricorda. "Diceva di essersi resa conto di stare con una persona molto evitante. Era riuscita a troncare la relazione e aveva trovato un'altra persona sicura di sé". Inoltre, sentendosi più preparata "a comunicare i suoi bisogni con questo nuovo partner, ha raggiunto l'orgasmo per la prima volta". Da tutte queste storie, così come dalle ricerche nel campo delle neuroscienze dell'attaccamento e della neuroplasticità e dal lavoro con i pazienti in terapia, Levine ha ora raccolto gli strumenti necessari per aiutare chiunque a diventare più sicuro di sé.
Per un terapeuta oberato di lavoro e professore associato di psichiatria clinica alla Columbia University di New York, ipotizzo che queste email non richieste debbano aver rappresentato, nel corso degli anni, una vera e propria ondata di lavoro extra non retribuito, ma lui non la vede in questo modo. "Questo è il mio segreto per la longevità", afferma dalla sua base di Miami. Come spiega nel suo nuovo libro, Secure, questo tipo di connessioni positive con gli altri contribuiscono a riprogrammare il nostro cervello per renderlo più sicuro – e se si riesce a vivere in uno stato di sicurezza, è più probabile vivere più a lungo.
"Create quello che io chiamo un villaggio sicuro e facilitate legami solidi", afferma. "Quando hanno condotto una meta-analisi su 300.000 persone, hanno visto che questo riduce effettivamente la mortalità del 50%". Diversi studi hanno seguito i partecipanti per periodi variabili da pochi mesi a 58 anni. "È incredibile. Nessun integratore o peptidi si avvicina minimamente a questo risultato". Ed è logico: ogni volta che si vedono centenari intervistati, sembra che vivano in una comunità molto unita.
Le relazioni positive con gli altri aiutano a riprogrammare il nostro cervello. Fotografia: modelli in posa; FG Trade Latin/Getty Images
Le persone sicure di sé tendono ad essere più sane, scrive Levine. Se si ammalano, manifestano meno sintomi e ne sono meno stressate. "Quando ci sentiamo al sicuro, l'intera risposta allo stress si riduce, il che comporta infiammazione e tutto il resto. È una cosa così elementare", afferma. Nel 1997, uno studio in cui le persone venivano infettate da un virus del raffreddore comune ha rilevato che i partecipanti più connessi "avevano meno probabilità di sviluppare sintomi". Allo stesso modo, le persone sicure di sé sembrano essere meno suscettibili al consumismo, più brave a resistere alla pubblicità online e meno influenzate negativamente dai social media. Gli studi hanno anche scoperto che più le persone sono connesse, maggiori sono le loro funzioni cognitive e il volume cerebrale in età avanzata. Sono persino più efficaci e resilienti nella ricerca di lavoro.
Levine offre moltissimi esempi di come lo stile di attaccamento possa influenzare il lavoro di una persona, come quello di Luke, 32 anni, che ottiene una meritata promozione e si ritrova a gestire un team per la prima volta. Poiché Luke ha uno stile di attaccamento evitante – il che significa che ha difficoltà con le relazioni intime e prospera nell'indipendenza – si assume tutti i compiti più complessi e non delega in modo efficace. Nonostante le ore di lavoro extra, la produttività del team cala e le scadenze vengono mancate.
Poi c'è l'esempio di Levine di un lavoratore con attaccamento ansioso, che trascorre un'intera settimana a riprendersi dall'influenza in preda a un tumulto emotivo perché, quando ha inviato un'email al suo capo per avvisarlo di essere malato, l'unica risposta che ha ricevuto è stata un secco "OK". Una persona con una mentalità sicura avrebbe potuto pensare: fantastico, mi ha risposto anche se è molto impegnato, ora posso concentrarmi sulla guarigione.
Levine è convinto che chiunque possa riprogrammare il proprio cervello, godersi appieno uno stato di sicurezza e trarne benefici che vanno ben oltre migliori relazioni sentimentali e familiari. Tuttavia, ci tiene a sottolineare che anche i tratti caratteriali delle persone ansiose e attaccate o evitanti possono rivelarsi dei superpoteri.
Le persone ansiose sono estremamente sensibili ai sentimenti altrui e sono le prime a individuare il pericolo e a dare l'allarme. Così come queste persone si sono evolute per fungere da sentinelle della comunità, altre si sono evolute per aver bisogno di tempo da sole. Levine scrive: "[Le persone evitanti] spesso funzionano bene sotto pressione sul lavoro, sono capaci di prendere decisioni difficili in autonomia e di metterle in pratica con precisione."
"Alcuni gatti amano davvero la vicinanza." Foto: con modelli in posa; OR Images/Getty Images
Esistono molti modi per entrare in una modalità di attaccamento sicura. Dato che Levine lavora da molti anni con le persone su quella che lui chiama "terapia di priming sicuro", il suo libro risponde a ogni possibile dubbio. Nel corso degli anni, la teoria dell'attaccamento ha sviluppato una vasta gamma di sfumature. Innanzitutto, non è scontato che siamo destinati a rimanere bloccati con un determinato stile di attaccamento per tutta la vita a causa del modo in cui siamo stati cresciuti. In secondo luogo, possiamo avere stili di attaccamento diversi con persone diverse. È possibile identificarlo compilando il questionario online di Levine sull'attaccamento per diverse relazioni, scegliendo persino il proprio animale domestico. In effetti, anche gli animali domestici hanno i loro stili di attaccamento, come dimostra il mio gatto appiccicoso. "La gente pensa: oh, i gatti sono davvero distaccati", dice Levine. "Alcuni gatti amano molto la vicinanza."
È possibile sentirsi insicuri a qualsiasi età. "Ho una storia un po' triste da raccontare", dice. Una donna che conosceva, single da molti anni – "così indipendente e alla moda" – improvvisamente, a ottant'anni, ha incontrato qualcuno che è andato a vivere con lei. "Sembra una storia incredibile, e inizialmente lo era, ma questa persona si offendeva e si ingelosiva molto facilmente". Ogni volta che qualcosa lo turbava, lui la ignorava per settimane.
"L'ha segnata profondamente", dice Levine. "È morta per una malattia cardiaca. Personalmente, credo che abbia aggravato la sua condizione cardiaca, perché pensiamoci: il battito cardiaco è un continuo saliscendi, e il nostro corpo reagisce di conseguenza. Ma, a qualsiasi età, si può essere improvvisamente catapultati in situazioni molto dolorose, difficili e insicure". Scenari come questo sono in parte il motivo per cui ha scritto il libro: "Per fornire gli strumenti per evitare di arrivarci, perché è un prezzo troppo alto da pagare".
Sul sito di Levine è disponibile anche un questionario per identificare il proprio stile di attaccamento generale. Questa serie di indagini razionali su se stessi permette di ottenere "la propria topografia dell'attaccamento", afferma. Acquisire una maggiore consapevolezza del fatto che gli stili di attaccamento sono meno rigidi e spesso dipendono dal comportamento altrui è di per sé liberatorio e rassicurante, con l'ulteriore vantaggio di poter individuare le persone con cui ci si sente più sicuri. "Si può usare questa consapevolezza come strumento di cambiamento, per aumentare le interazioni con queste persone", spiega. Adottare, nel tempo, semplici accorgimenti per coltivare relazioni sicure e dare meno importanza a quelle insicure può aiutarci a riprogrammare noi stessi.
Le persone sicure di sé tendono ad essere più sane, afferma Levine. Foto: Modelli in posa; Ippei Naoi/Getty Images
"Il nostro cervello è incredibilmente abile nelle interazioni sociali", afferma Levine. "La nostra risorsa più preziosa, di gran lunga, è la capacità di collaborare, perché siamo animali molto deboli, eppure siamo arrivati al vertice della catena alimentare. Siamo persino sbarcati sulla Luna grazie alla nostra capacità di collaborare". Le specie sociali si sono evolute con un innato senso di sicurezza nel gruppo e il nostro cervello scansiona costantemente l'ambiente alla ricerca di altri individui. Gli esseri umani possiedono una componente aggiuntiva di questo "circuito neurale di crowdsourcing", scrive Levine. "Non solo gli esseri umani sono in grado di percepire il numero di individui che li circondano e di tradurlo in una maggiore sensazione di sicurezza, ma possono anche valutare simultaneamente il proprio livello di sicurezza in base alla qualità di queste relazioni".
Afferma inoltre che il nostro cervello può utilizzare solo una quantità limitata di energia alla volta. Se ci sentiamo insicuri, se cerchiamo ansiosamente alleati sfuggenti, se rimuginiamo sul perché qualcuno non ci ha chiamato, stiamo monopolizzando un'energia che potrebbe essere incanalata nella creatività, nelle idee, nella pianificazione di attività divertenti, nell'investimento in relazioni positive. In altre parole, sentirsi insicuri è estenuante. Se si adotta un atteggiamento evitante, l'energia viene spesa per sopprimere le parti del cervello che reagiscono alle interazioni relazionali.
"Quando veniamo esclusi e ignorati, proviamo un profondo disagio e ci sottoponiamo a un'attenta analisi", afferma Levine. "Quindi, quando qualcuno non risponde alla nostra chiamata o ci ignora, ci chiediamo: cosa significa? Cosa ho fatto di sbagliato? Non pensano più a me? Sono diventato meno importante per loro?" Se veniamo snobbati, il nostro cervello reagisce come se avessimo ricevuto un pugno in faccia, spiega. Si attivano le stesse aree del cervello che si attivano in presenza di dolore fisico. Il paracetamolo attenua questa reazione di rifiuto, proprio come fa con il dolore fisico.
Non stupitevi se nei prossimi mesi sentirete parlare di Carrp. Si tratta dell'acronimo coniato da Levine per i suoi cinque pilastri di una vita sicura e connessa: coerente, disponibile, reattivo, affidabile, prevedibile. (Ha già sentito dei colleghi usarlo come verbo). Essendo Carrp con gli altri e organizzando la propria vita in modo da massimizzare l'esposizione alla "Carrpness", dice, si può entrare nel regno dell'attaccamento sicuro.
Prendiamo il caso di Eric, che a quanto pare non era mai abbastanza bravo per il padre, sempre pronto a sminuirlo. La madre, affettuosa e comprensiva, non riusciva a contrastare questo comportamento e si limitava a incoraggiare Eric a evitare di inimicarsi il padre. Alla fine, questo adolescente socievole, sportivo e brillante a scuola iniziò ad allontanarsi dagli amici e dai suoi sport preferiti.
Per puro caso, un amico dell'università disse a Eric che doveva assolutamente provare la sua bravissima terapeuta. Si scoprì che il modus operandi di questa donna era totalmente in linea con il metodo Carrp. Lo incoraggiò a chiamarla ogni volta che qualcosa non andava. Quando lui le raccontò del suo allontanamento dallo sport a causa delle prese in giro del padre, lei gli propose di fare jogging insieme per la loro prossima seduta. Col tempo, man mano che il loro rapporto si approfondiva, scrive Levine, "fu in grado di mettere a tacere la voce aspra che aveva ereditato dal padre quando parlava a se stesso, e si sentì più sereno". Il suo cervello si riorganizzò, passando alla modalità sicura.
Possiamo avere stili di attaccamento diversi con persone diverse. Fotografia: Modelle in posa; Maria Korneeva/Getty Images
Per fortuna, Levine ha solo un altro acronimo: Simis, ovvero interazioni minori apparentemente insignificanti. Quando ci siamo salutati all'inizio della nostra conversazione, Levine ha commentato il sole che entrava dalla mia finestra. Ecco quindi il mio tipico resoconto britannico del tempo soleggiato ma freddo, in netto contrasto con la settimana scorsa, quando faceva più caldo che a Ibiza! Un classico esempio di Simi. "Quando ero a Londra, alla gente piaceva sempre parlare del tempo", dice Levine. "Ora lo apprezzo di più. In realtà è molto importante, perché è un'esperienza condivisa che entrambi possiamo comprendere, ed è importante per noi: è un modo per entrare in contatto."
I neuroscienziati hanno dimostrato che queste piccole interazioni quotidiane, anche con i passanti per strada, possono rafforzare i circuiti neurali esistenti o sovrascriverli per crearne di nuovi. "Un approccio positivo alla Simis può offrirci l'opportunità di guarire dalle avversità passate, poiché le nuove esperienze sovrascrivono le vecchie", scrive.
Uno dei concetti più liberatori introdotti da Levine è che – incredibile ma vero – il nostro stile di attaccamento non ci viene necessariamente trasmesso dai nostri genitori problematici. Anche se così fosse, non significa che sia impresso indelebilmente nella nostra anima. Anzi, tali narrazioni possono essere una trappola psicologica. "Non possiamo essere "aggiustati" da qualcosa che ci è successo all'età di tre anni; non ha senso", afferma. Sottolinea che la causalità è complessa e quasi impossibile da distinguere tra esperienze di vita, genetica e influenze in vitro. "Le esperienze dei genitori possono persino modificare epigeneticamente lo sperma e influenzare la prole", dice. "Siamo ben oltre la dicotomia natura contro cultura. È una questione così complessa, ricca di sfumature e sfaccettature".
Levine con il suo cane, Charlie. Fotografia: Shira H. Weiss
Vuole anche spezzare il circolo vizioso dell'ansia che porta i genitori a preoccuparsi eccessivamente che il loro comportamento abbia indotto un attaccamento ansioso nei figli: spesso è un circolo vizioso. "Pensate a quanto sia più difficile crescere un bambino con questa ipersensibilità. È semplicemente più complicato."
Inoltre, afferma, le inferenze causali non sono necessarie per il cambiamento; anzi, possono essere "una forma di manipolazione psicologica interna: siccome questo mi è successo, ecco perché reagisco". Questo può distogliere l'attenzione dal riconoscere che ciò che ti sta accadendo non è positivo e deve essere affrontato, può sminuire la tua reazione e i tuoi legittimi sentimenti.
È un po' nervoso all'idea di come verrà accolto il libro. Non che stia dicendo che la terapia del trauma non abbia senso, o che altri metodi più convenzionali siano sbagliati di per sé, spiega. Piuttosto, afferma che questo è ciò che funziona per lui e per i suoi pazienti, e che la sua ricerca nel campo delle neuroscienze e la sua pratica terapeutica hanno dimostrato essere efficace. "Non so come reagirà la gente", dice. "Sono un po' spaventato".
Il libro Secure di Amir Levine è stato pubblicato il 14 aprile (Cornerstone Press, £22) .