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martedì 16 dicembre 2025

La deriva pop della politica

Fabrizio Roncone
Pochi voti e poche carte (ma battute fulminanti). Renzi&Calenda, l'arte di stare in scena  
Corriere della Sera, 16 dicembre 2025

Quando da qualche parte è annunciata la presenza di Renzi&Calenda, i giornali mandano sempre almeno due cronisti. Se poi ne hai uno bravo e svelto con il microfono, tipo Nino Luca, mandi pure lui. Più i fotografi. Più devi tenere d’occhio i siti, i social, le agenzie. La coppia è capace di numeri strepitosi.

Tutti sappiamo che le stagioni di grazia, in politica, vanno e vengono. Ma non per loro. Hanno pochissime carte in mano e guidano partitini (Italia viva e Azione) che boccheggiano, strutturalmente, tra il 2% e il 3%, una volta avanti uno, il mese dopo avanti l’altro: eppure Renzi&calenda si muovono e comportano come sultani da milioni di voti. Anche sul palco di Atreju, l’altro giorno.

Guardate: andiamo sempre troppo di fretta. Dosi eccessive di cronaca battente ci costringono a voltare pagina con frenesia. Così però ci perdiamo sempre qualcosa.

Sfoglio gli appunti presi appena pochi mesi fa.

Renzi: «Le sorelline della Garbatella capiranno presto cosa significa incontrare il vero cavaliere nero» — citando, minaccioso, la famosa barzelletta di Gigi Proietti.

Calenda: «Giorgia? È la versione burina del Ku Klux Klan».

Ma poi quei furbacchioni di Fratelli d’Italia li invitano alla faraonica festa allestita intorno a Castel Sant’Angelo e loro, Renzi&Calenda, meravigliose facce toste, vanno e si prendono la scena (capito, Elly, come si fa?).

Renzi, vabbè, lo conoscete. Di sentimenti misteriosi, abile a elargire simpatia e antipatia, litiga e perdona, sempre sicuro e rapido di pensiero, vanitoso e permaloso, con qualche amicizia rischiosa (tra cui bin Salman), di rara intelligenza, di rarissima spregiudicatezza (troppa, è chiaro, a giudicare dai risultati finali), dotato di quel noto talento assoluto e sprecato, lui per primo consapevole d’essere — come pure gli riconoscono tanti osservatori — il più bravo di tutti dal punto di vista tecnico, nell’immaginare politica, nello spiegarla, nella sublime arte dell’inciucio e dell’accordo bizantino: ecco che Renzi, sabato, è andato a dire alla combriccola governativa che lo aspettava sul palco nel panel delle riforme, tutto quello che c’era da dirgli. Quasi da leader dell’opposizione. «È evidente che volete cambiare la legge elettorale perché avete paura di perdere in certi collegi. Non è un caso, del resto, che il rilancio sia avvenuto mezz’ora dopo aver letto gli exit poll di Decaro e di Fico». Così: diretto. Poi, mentre la folla ondeggiava, mugugnava, e c’era pure qualche fischio: «Adesso, tra l’altro, votate la legge sull’autonomia di Calderoli... Solo che quando al governo c’ero io, Meloni le regioni voleva abolirle. Dopodiché, se Calderoli riesce a realizzarla, che almeno non sia una porcata come le altre che ha già fatto». A questo punto Calderoli salta in piedi, è furioso, s’intravede un dito medio alzato. Ma Renzi, placido e graffiante, con un mestiere immenso: «Calderoli è quello violento della gang bang... Su, calmati Robertino... Rimettiti seduto, e non dire cazzate».

Poi dovreste andare a vedervi su Youtube come ha trattato la ministra Casellati. «Non voterò mai — le soffia tutto serio Renzi — una legge che dice “elezione diretta del premier” e che invece non prevede l’elezione diretta del premier». Lei, inviperita, sgambetta, urla, gli s’avvicina: «Mi hai detto che sono falsa!». Baruffa, i buuu dei militanti, un mezzo putiferio, finché sul palco non arriva Guido Crosetto, che — per sdrammatizzare — da dietro afferra Renzi sotto le ascelle, e lo tira su.

È politica? Non fate gli schifiltosi. Parliamoci chiaro: è da anni che siamo dentro una certa deriva pop. Più o meno, da quando Benigni prese in braccio Berlinguer. Poi abbiamo avuto l’accelerazione imposta da Berlusconi. E vi sarete accorti che anche Giorgia Meloni, domenica, ha aperto il comizio di chiusura saltellando come una rockstar. Perciò pure quello di Renzi è un modo per esserci. E funziona. Certo: non porta voti. Ma lo tiene sulla scena. Per questo poi lo incontri nei backstage di tutti i talk tivù. E sui quotidiani infila un’intervista a settimana. In cui commenta il caso Almasri («Il governo usa il diritto come Instagram»); parla di tennis («Palazzo Chigi metta giù le mani dalla Finale di Torino»); denuncia il genocidio dei cristiani in Nigeria; critica la Fiorentina sull’orlo della B («Firenze non merita questo scempio»); invita Silvia Salis alla sua Leopolda, lanciandola — di fatto — nel possibile mischione delle primarie. Soprattutto, però, Renzi è uno dei pochi (oltre a lui: Franceschini, Prodi, Bettini e poi boh) con l’autorevolezza necessaria per indicare la strada al centrosinistra («Menare, menare, menare sulla legge di Bilancio! E poi creare, subito, un centro più forte e senza veti. La destra si può battere»). E Calenda?

Che gli puoi dire a Calenda? Come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio, è il ritratto della persona perbene, irascibile spesso per buoni motivi, incline al gin tonic con la società civile, a starsene comodo in un fondo di moralismo valdese («Mia madre Cristina è valdese»), ma poi certe volte sceglie i tempi e i modi dell’agire tradito da un egocentrismo pericoloso. È anche duro, originale, pieno di fantasia. Una volta si fece fotografare in boxer da bagno, sullo sfondo un paesaggio alpino: laghetto, neve, una baita. «Chi l’ha detto che solo i sovranisti fanno il bagno nell’acqua ghiacciata?».

Nell’ultimo anno è stato fortemente sospettato di avere cambiato idea sulla regina Giorgia. Non più burina. Ma, di colpo, «su alcuni punti, condivisibile». Il che ha aperto la mazurka del grande sospetto: si appresta ad entrare in maggioranza prendendo il posto della Lega? Non sfugge che per un grande partito con ambizioni nazionalpopolari

Il duello

L’ex premier, l’attacco a Casellati e l’intervento di Crosetto che lo afferra sotto le ascelle

— come quello che ad Atreju è riuscito a tenere insieme Gianfranco Fini, Gianluigi Buffon e Mara Venier — un tipo come Calenda sarebbe un alleato piuttosto funzionale. Calenda lo sa. E, un po’, ci gioca. Dice e non dice. Smentisce simpatie, ma poi smentisce di aver smentito. Così, l’altro giorno, sul palco dei Fratelli, forse non per caso, chi è che ha attaccato con forza e precisione? Ma Salvini, ovvio.

C’è stato allora un applauso, lungo e caldo. E poi grida di evviva, e un entusiasmo contagioso anche quando alla fine è sceso e ha attraversato la folla dei militanti.

In redazione, in via Solferino, hanno avuto solo un dubbio: il titolo lo facciamo su Renzi o su Calenda?

martedì 3 aprile 2018

L'arroccamento

 
Fabio Bordignon, Pd: se stare "fuori" non basta, Il mattino di Padova, 1 aprile 2018

C’è un dato che colpisce, in queste prime, convulse settimane della nuova legislatura: la totale assenza del Partito democratico. Colpisce perché a ritrovarsi improvvisamente ai margini – anzi, tagliato fuori dalla frenetiche trattative tra leader e compagini parlamentari - è quello che è stato un attore centrale, per alcune fasi addirittura l’unico attore rilevante sulla scena politica, onnipresente con i suoi uomini e il suo capo.
All’inizio era la logica della responsabilità: la responsabilità del primo partito di opposizione, durante la crisi del 2011. Poi, all’indomani delle Politiche 2013, la responsabilità di chi era arrivato primo, senza vincere. Così, all’interno di una coalizione sempre meno “grande”, il Pd è diventato, a tutti gli effetti, il partito di governo. Di più: il partito delle istituzioni, il partito del sistema. Questo cambio di immagine è ancora più esplicito se si considera la traiettoria complessiva del renzismo. Il leader fiorentino è colui che arriva da Fuori! – con il punto esclamativo, nella copertina del libro pubblicato nel 2011. È l’insurgent che indica la porta alle vecchie oligarchie: il Fuori! del rottamatore equivale al tutti a casa grillino. In questo senso, Renzi è in perfetta sintonia con lo spirito del tempo: persino le sue mosse più spregiudicate e “cattive” sono premiate dall’elettorato. Tuttavia, proprio l’ingresso nel palazzo è il peccato originale che segna il percorso successivo. Nel quale la spinta al rinnovamento e l’apertura alla società si trasformano in progressivo arroccamento nelle stanze del potere. Diventano, agli occhi di molti elettori, bulimia di potere, volontà di occupare ogni spazio di visibilità e influenza.
Il risultato del 4 marzo fotografa, nella sua composizione territoriale, sociale, degli orientamenti, questa metamorfosi. Il Pd è un partito lontano dalle periferie - geografiche e sociali - incapace di intercettare un malessere che non ha solo un volto di tipo economico, ma anche radici di matrice culturale: si pensi alle paure legate all’immigrazione. Più in generale, è il partito di coloro che hanno maggiore fiducia nei confronti delle istituzioni, nazionali ed europee. In sintesi, rappresenta tutto ciò che va contro lo spirito del tempo.
Alla luce di questo percorso, appare persino scontato che il Pd, in questa fase, scelga di tenersi lontano - il più possibile - dal gran ballo delle alleanze parlamentari. Provi a resistere alla tentazione di partecipare alla spartizione di posizioni e incarichi. Respinga gli appelli alla responsabilità. E decida di rimanere, dopo tanto tempo, veramente fuori: da tutto. Rischia così l’irrilevanza? Sicuramente sì. Ma potrebbe essere l’unica chance di sopravvivenza.
Stare fuori, aspettando gli errori degli avversari, però, non basta. Per provare a ripartire, serve una nuova visione: una “idea” di Paese. E serve una leadership. Le due cose vanno insieme, e insieme sembrano del tutto assenti. La vecchia leadership, all’opposto, sembra fare da “tappo” rispetto a qualsiasi ipotesi di rilancio. Difficile dire se e quale ruolo avranno, in futuro, il renzismo e i renziani: i veri sconfitti del #4marzo. Difficile però, al contempo, prevedere se l’opposizione interna riuscirà a prendere in mano un partito che, ad oggi, rimane ampiamente personalizzato (per non dire militarizzato).
Entrambe le parti, tuttavia, hanno un interesse comune: ripartire dal Pd. O meglio, da quel che rimane della forma-partito immaginata nel 2007. E che ne ha garantito le (alterne) fortune, in alcune brevi stagioni. Ripartire dalla base, ristretta ma comunque ampia. Una comunità che in passato ha sempre risposto all’appello, quando è stata coinvolta. Ecco allora la parola d’ordine: ri-attivare e in parte ripensare i meccanismi di coinvolgimento, continuo, e di confronto, aperto. Tornare a frequentare i luoghi di vita delle persone: sul territorio e in rete. Ma senza rete di protezione: per nessuno. Ripartire dal basso, prima di sprofondare.

sabato 6 gennaio 2018

La caduta prossima ventura




Ironia della sorte, ironia della storia. Che il rottamatore Renzi finisse rottamato era possibile e ora sembra via via più probabile. Il Cesare in formato tascabile è in caduta libera da oltre un anno, regge perché tra i suoi il momento del redde rationem non è ancora arrivato. Segno dalla distanza tra il ceto politico del Pd e il sentimento del paese. E' qui che la sorpresa comincia a prendere forma. Renzi nei fatti è stato già rottamato. Manca la certificazione ufficiale. Le urne dovrebbero condurre la direzione renziana del Pd sull'orlo del baratro. A quel punto basterà una spinta brusca a provocare la perdita dell'equilibrio e la caduta. Chi darà quella spinta? Forse non Franceschini, non Calenda, non Del Rio. Potrebbe essere Berlusconi a esigere la testa di Renzi al tavolo della trattativa per laformazione di un nuovo governo. Ecco la suprema ironia. Altro che Renzusconi. Renzi rottamato da Berlusconi.

Scrive Claudio Cerasa sul Foglio di oggi: "una ricomposizione oggi sarebbe oggettivamente complicata a meno che il partito di Grasso e il partito di Berlusconi non ottengano l'unico risultato che permetterebbe loro di accettare con relativa facilità un compromesso a tempo: ottenere la testa di Matteo Renzi e provare a rottamare definitivamente il segretario del Pd tenendolo distante anni luce dalle stanze del governo".

Un Pd commissariato dai presumibili vincitori delle elezioni, ecco la prospettiva. Non c'è tanto da meravigliarsi. E' una questione di egemonia. Chi non sa orientarsi finisce per piegarsi alle scelte dettate da altri e più lucidi strateghi. Stavolta tocca al Pd.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/maratoneta-81-anni-salver-litalia-dai-cinque-stelle-1480149.html

giovedì 21 dicembre 2017

Così parlò Calabresi

 

 

Le argomentazioni di Calabresi ruotano intorno all'immagine della sottosegretaria. Non di questo soltanto si tratta. La vicenda di Banca Etruria ha procurato un danno a numerosi risparmiatori. La gestione è stata catastrofica, sono state compiute scelte dissennate per le sorti dell'istituto creditizio e dannose per la clientela. Non c'è stato un semplice incidente di percorso dovuto alla cattiva sorte. Qualcuno è stato responsabile della banca al tempo delle malversazioni. Sarà stato anche giusto tentare con aiuti esterni di salvare la baracca dal crack, ma al crack come si è arrivati? Il Pd renziano sembra deciso a trascurare la questione. 

Repubblica chiede al PD di non ricandidare Boschi, Il Post, 21 dicembre 2012



Il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha scritto oggi un editoriale molto critico sul caso Banca Etruria chiedendo alla sottosegretaria Maria Elena Boschi di «farsi da parte» dal Partito Democratico «e dalle sue candidature», perché «sta diventando un fardello troppo pesante».
Ieri la Commissione parlamentare bicamerale di indagine sulle banche ha raccolto la testimonianza di Federico Ghizzoni, ex presidente di Unicredit. Ghizzoni ha raccontato di alcuni contatti legati a Banca Etruria che ebbe con Boschi e con Marco Carrai, imprenditore e stretto collaboratore del segretario del PD Matteo Renzi, negando però che questi gli abbiano fatto delle «pressioni» perché intervenisse nella crisi di Banca Etruria. Qui è raccontata la storia per intero.
Calabresi inizia il suo editoriale spiegando che un anno fa Repubblica commentò la nascita del governo Gentiloni criticando la scelta di promuovere Maria Elena Boschi, principale autrice della riforma costituzionale bocciata al referendum, che avrebbe invece dovuto farsi da parte, secondo lui. «Riconfermarla, scrivemmo, era “una scelta evitabile che rafforza diffidenze, gonfia il qualunquismo e lascia un retrogusto di furbizia e immaturità”». A quel tempo la scelta «sarebbe stata dettata dalla sola opportunità politica» e «avrebbe evitato un finale come quello che è davanti ai nostri occhi». Un anno dopo, dice infatti Calabresi, «la situazione è ben più complicata e grave, le ombre sul cosiddetto Giglio magico si sono moltiplicate e l’affare Etruria è diventato la palla al piede di un partito che appare ostaggio del caso di una piccola banca meno rilevante di quelli avvenuti nel Nord-Est».
Calabresi scrive che «l’uscita di scena di Boschi, non dal governo ma dal Partito democratico e dalle sue candidature, è ora il passo necessario e indispensabile per provare a contenere i danni e per mostrare ai propri elettori di aver compreso la differenza tra interesse generale e interesse familiare». Calabresi cita Marco Carrai («che di Matteo Renzi è da sempre non solo l’uomo di fiducia ma anche una specie di gemello siamese») e spiega che a Maria Elena Boschi continua a sfuggire «il concetto dell’opportunità e contemporaneamente quello del conflitto d’interessi»:
«La vicenda Boschi va esaminata su due piani, diversi ma connessi. È comprensibile, perfino fisiologico, che un politico si occupi del territorio in cui viene eletto. Cura gli interessi dei suoi elettori, è deputato a fare questo. Del resto, le crisi bancarie in Italia sono sempre state risolte attraverso fusioni e acquisizioni. È stata la linea seguita da tutte le nostre Istituzioni.
Per la sottosegretaria, però, non è in discussione questo piano. Ma l’altro. Non è accettabile che un ministro della Repubblica si occupi di una questione che fa riferimento diretto al padre. Il rapporto di parentela con l’allora vicepresidente di Banca Etruria è il nucleo di un conflitto di interessi che sarebbe censurato in qualsiasi democrazia occidentale. Le regole morali e politiche del conflitto di interessi non possono funzionare a giorni alterni o a governi alterni. Questo è il cuore del problema, non se siano stati commessi illeciti. Di cui nessuno è a conoscenza. E questa ostinazione mostra quel grumo di potere locale da cui, evidentemente, la sottosegretaria non riesce a prendere le distanze».
Calabresi spiega che il PD «non può farsi carico di questa situazione», che Maria Elena Boschi «sta diventando un fardello troppo pesante per la principale forza riformista di questo Paese» e che lei stessa «dovrebbe con responsabilità liberare da questo peso il partito che le ha consentito di approdare in Parlamento e al governo».
Il direttore di Repubblica conclude l’editoriale parlando di Renzi e del PD. E dice:
«(…) Il segretario [dovrebbe] accettare l’idea che il bene del Paese e del Pd vengono prima della difesa di un componente del suo gruppo dirigente. A meno di non voler avallare l’idea che il vertice del Partito democratico possa liberamente essere sovrapposto al fantomatico Giglio magico.
Perché in discussione non c’è solo l’esito delle imminenti elezioni, già piuttosto incerte. Il Pd deve porre ora le premesse per assicurarsi la possibilità di rimanere competitivo nei prossimi anni. Il centrosinistra affronta stavolta la partita più difficile. La posta in gioco non è la vittoria o la sconfitta — questo appartiene alla fisiologia di una democrazia — ma che rimanga in vita la prospettiva di un moderno centrosinistra capace di governare i processi e le sfide di questo millennio. E per provare a invertire la rotta e risalire la china ci vogliono gesti netti e chiari, non sterili rivendicazioni che ipotecano il futuro».
Questa mattina, intervistato su TGcom24, Matteo Renzi ha risposto indirettamente all’editoriale di Calabresi dicendo che «un politico si fa giudicare dai cittadini: quindi saranno le elezioni a giudicare se qualsiasi politico, non soltanto Maria Elena Boschi debba essere riportato in Parlamento oppure no. Quindi per noi questa è una discussione che non esiste». E ancora: «Vorrei che la campagna elettorale fosse sui contenuti. Condivido le parole che il ministro Boschi ha detto oggi sulla Stampa, dove ha parlato di “caccia alla donna” e ha confermato di volersi candidare».

venerdì 3 marzo 2017

Il giglio magico


Michele Bocci 
Massimo Vanni
Firenze, inchiesta Consip: la rete degli "amici" di Renzi nella scalata al potere politico.

Da Luca Lotti a Carlo Russo a Tullio Del Sette. L'uomo che con le sue parole ha fatto partire tutto è Luigi Marroni
La Repubblica Firenze, 3 marzo 2017

Tutto nell'arco di qualche chilometro quadrato. A scriverla solo pochi anni fa, la sceneggiatura dell'inchiesta che sta facendo tremare il Pd renziano avrebbe avuto bisogno di essere illustrata soltanto con una mappa Google di Firenze, anche abbastanza zoommata. Palazzo Medici Riccardi e Palazzo Vecchio, Santa Maria Nuova, Borgo Ognissanti, via dell'Anconella. Poi giusto qualche puntata fuori dal Comune, a Scandicci e Rignano, paese natale di Matteo dove Renzi senior vive tuttora. Tutto è partito qui, nella città dove il potere di Matteo Renzi è nato e ha iniziato a consolidarsi, prima di spiccare il volo verso Roma, nel febbraio 2014, portandosi dietro tecnici e politici fino ad allora protagonisti della ribalta fiorentina, d'un colpo promossi sulla scena politica italiana. C'è chi si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Molti però sono quelli che hanno intravisto subito nel giovane ex Margherita un cavallo vincente e hanno scommesso su di lui. Tra questi, i volti finiti adesso sui giornali per l'inchiesta sulla Consip aperta dalla procura di Roma.

L'accusatore principale, l'uomo che con le sue parole ha fatto partire tutto, forse perché non poteva fare altrimenti di fronte alle informazioni già raccolte dalla procura di Napoli a suo tempo, è Luigi Marroni. Uomo inizialmente legato a Enrico Rossi, che lo ha portato in Toscana dopo averlo pescato in un'azienda Fiat, quando i manager sanitari venivano cercati anche in altri ambiti. Finì alla Asl di Firenze, dove rimase 8 anni prima di diventare assessore alla Sanità nel giro di un paio d'ore, dopo l'addio improvviso di Daniela Scaramuccia, nel maggio del 2012. Quando ha finito il mandato, nel 2015 è stato nominato alla Consip, la società pubblica che bandisce le gare per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni. Il passaggio lo ha fatto entrare nel gruppo dei manager di Stato renziani.

Eppure è lui ad aver raccontato agli inquirenti delle pressioni esercitate dal padre di Renzi, Tiziano, e da Carlo Russo perché favorisse nelle gare, da capo della Consip, l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo, finito in carcere l'altro ieri. Il padre dell'ex premier lo conosceva da tempo, lo ha detto ieri anche in un'intervista a Repubblica. E probabilmente aveva incrociato varie volte anche Carlo Russo da Scandicci. Giovane imprenditore di belle speranze e tante conoscenze, titolare di un centro estetico all'interno della Klub di Marignolle, finché non è stato messo fuori per morosità dal proprietario Giorgio Moretti (attuale presidente Quadrifoglio voluto da Renzi), Russo era diventato amministratore reponsabile per la Toscana di Farexpress. Un servizio di consegna a domicilio dei farmaci di assai poco successo. Nel senso che a suo tempo Russo lo propose alle farmacie private senza ottenere molto ("Era troppo costoso", dice oggi un titolare). Andò anche a parlare in Regione, snocciolando le sue conoscenze ma ottenendo nulla.

Un contratto lo ottenne dalle farmacie comunali di Firenze e lo presentò in Palazzo Vecchio con l'allora vicesindaco Stefania Saccardi. Era il 14 giugno 2013 e in una conferenza stampa si annunciò un servizio di consegna farmaci ai non vedenti fatto in collaborazione con l'Istituto dei ciechi. Un contratto da poche migliaia di euro. Russo adesso è accusato di aver ricevuto somme di denaro da Romeo proprio per aver fatto da tramite con Marroni. Ma è anche il protagonista di una intercettazione nella quale sollecita Romeo a saldare una fattura da 70 mila euro a una ditta di catering fiorentina "che ci ha aiutato per le regionali, ci ha aiutato quindi ha delle cose in sospeso". Quale ditta? Le indagini non lo avrebbero ancora chiarito.

Ma l'inchiesta Consip ha finito per coinvolgere anche due carabinieri, addirittura il comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette, che dalla Toscana è passato ormai più di dieci anni fa come comandante regionale. Del Sette è accusato di aver svelato a Marroni che c'era un'inchiesta sulla Consip. E la stessa accusa pende su Emanuele Saltalamacchia, oggi comandante della Legione carabinieri toscana, dal 2008 al 2012, con Renzi già sull'onda montante, comandante provinciale, e sul ministro dello sport Luca Lotti. L'uomo più fidato di Matteo Renzi, il più vicino, il più devoto, fin dai tempi di Palazzo Vecchio e, anche prima, dalla Provincia. Cresciuto a Montespertoli, come Renzi a Rignano, Lotti è da sempre l'uomo della diplomazia informale renziana. Prima dalle seconde file e anche oggi che fa il ministro. Comunque sempre in stretto contatto con Tiziano. La stessa accusa pende però anche sul presidente di Publiacqua Filippo Vannoni. Scout come l'ex premier, ma ancora in attività e marito dell'ex assessora di Renzi sindaco Lucia De Siervo, oggi dirigente del Comune.


martedì 11 agosto 2015

La risposta di Cuperlo a Staino






Caro Sergio,

non sono di gomma. Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno. Per parte mia fatico nell’accordarmi a toni che non siano di rispetto e conservo l’affetto per un’amicizia da non bruciare malgrado tutto. Se l’occasione serve a chiarire degli snodi è giusto farlo, ciascuno per come sa e come vuole. Sul passato. È vero, ho detto per tempo che la realtà di adesso è anche figlia degli errori di prima. L’ho affermato – un paio di volte c’eri pure tu – e l’ho fatto con qualche costo sul piano umano che per me conta. Ma era serio non rimuovere perché non pianti nulla nel futuro se non sei altro dal passato.
Con la stessa sincerità trovo sbagliato datare la nascita del mondo a stamane e sbianchettare la storia. Hai citato Gramsci. Ecco, lui il legame che motiva il flusso delle generazioni lo ha spiegato in modo mirabile. Sull’oggi. Non ho da difendere nulla perché non è indietro che voglio tornare. Fino dal giorno dopo la vittoria di Renzi non ci siamo tirati fuori. Ricordo la scelta fatta allora, stare nel nuovo con un punto di vista e la coerenza di una sinistra anch’essa da ripensare. Non bastava contentarsi del già visto e neanche salvarsi la coscienza con una casacca di corrente o qualche incarico. Da lì anche la scelta di vincolare il temine Sinistra a un campo aperto e tutto da arare. Lo abbiamo fatto quando quella parola – sinistra – a molti pareva polverosa e in diversi amici e compagni prendevano altre strade.
Oggi mi pare che anche quella liquidazione appaia meno scontata. Si torna a cercare, forse anche sospinti dal dramma dell’Europa. Ma al netto di questo sono io a dirti che una svolta serve e che in questi mesi non siamo riusciti a fare ciò che sarebbe stato necessario. Penso però che i nostri limiti non siano quelli indicati da te. Credo non sia stato un errore dire la nostra quando si battezzavano come riforme scelte che in altri tempi e fatte dai nostri avversari avremmo definito strappi irricevibili. O affermare che la legge elettorale non si vota ponendo la fiducia. Il limite invece è non essere riusciti a raccontare e far vivere un’altra idea di democrazia, economia, diritti. Quella che dovrebbe orientare la bussola di una sinistra in Europa e oltre i suoi confini. Il limite è stato lasciare l’impressione di una sinistra del Pd intristita e aggrovigliata in rivalse o rimpianti. Ma questo, forse lo sai, non è il sentimento mio e di tanti. Ed è la ragione per cui, oltre al dispiacere, l’uscita di persone care mi preoccupa. È perché quegli abbandoni non mi paiono, come sembra a te, riflessi di egoismi antichi. La via dell’uscita di quelle biografie per me è un segno che riguarda il Pd tutto.
Sai il punto qual è? Che la combinazione tra alcune scelte di una maggioranza a volte senza pudori e le nostre difficoltà ha finito con il ridurre la fiducia di tanti. Quelli che non ci hanno votato più. O che non si sono più iscritti. O che senza poterlo dire dalle colonne di un giornale o al microfono di una tv semplicemente si son fatti di lato, magari dopo una vita spesa a stare dalla parte giusta. E però vedi Sergio, fa differenza poter difendere le proprie ragioni col potere della maggioranza, del governo, del partito, o farlo con la voce di chi, come nel mio caso, sceglie comunque di non brandire mai l’ascia di guerra e toni incendiari. Fosse solo per questo io non potrei mai paragonare le tue critiche a Berlusconi a quelle che farei o non farei a Renzi. Per il fatto banale che non ho mai paragonato Berlusconi a Renzi. E per il fatto ancora più sensato che non ho contestato al leader del Pd il ruolo che ricopre. Conteso sì, ci ho provato. Contestato no. E dunque il mio problema non è far cadere il governo che sostengo. Il mio problema è quale Paese abbiamo in mente. E la domanda riguarda le ragioni di un partito e la sua natura. Ciò che sei, chi vuoi rappresentare e come provi a spendere la tua forza e il consenso che aggreghi. Renzi ha vinto il congresso? Di più, lo ha stravinto. Su quella base lui guida l’Italia e il Pd. Potrei dire che non ha vinto le primarie anticipando che sotterrava l’articolo 18, anzi diceva l’opposto, e neppure che cambiava la scuola nel modo che una maggioranza contrasta. Su questo mi inviti a stare tra la gente. Per quanto posso capire a contestare quella riforma non sono vecchie corporazioni ma seicentomila docenti che aderiscono a uno sciopero. Merita ascoltare anche loro? Ma ti dicevo che il mio problema è cosa lasceremo in dote. E su questo la vedo così.
La strategia del Pd per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiaro quale sia. A meno di pensare che tutto sta a scrollarsi di dosso i panni del disfattismo. La realtà è che a noi questa crisi ha fatto così male perché è entrata come lama nel burro di guai più antichi. Se è così non torneremo quelli di prima per cui qualcosa di diverso è bene immaginare oltre l’emergenza. In questi mesi cose buone il governo ha fatto e altre ne annuncia, ma lo stesso premier sostiene che non basta. E allora non è assurdo se da sinistra si chiede di avere più radicalità e coraggio scegliendo di portare in cima alla lista un pacchetto di misure sulla cittadinanza, una forma di reddito minimo e contrasto universale alla povertà a cominciare da quella minorile, una legge non bislacca sulle unioni civili, una nuova strategia per il Mezzogiorno, a meno di pensare che i ricercatori dello Svimez siano assoldati al nemico. E fare dei diritti indivisibili – umani civili sociali – la leva formidabile di una nuova pagina dello sviluppo e del Paese. Ora, l’idea di un’Italia e un’Europa diversa fa di solito pendant con la missione del Pd. La traduzione è un programma di governo ma senza la retorica dell’esserci già riusciti. Perché la sfida è nella capacità di prendere quel programma e dargli una strategia. Calarlo in un patto sociale e alleanze buone a farlo vincere nelle urne. Allora, in breve, dove andiamo adesso? E come ci si va? Da soli o con chi? Ecco perché il mio cruccio non è Matteo Renzi. Il problema è dove siamo diretti e in nome di che. Spiegarlo conta perché se la risposta è condivisa anche le differenze tra noi non saranno traumi. È quando si tira in direzioni opposte che la comitiva può spezzarsi. E io temo che senza un ascolto vero, senza stima reciproca, con campagne dal sapore denigratorio che sono più facili da supportare per chi di più potere dispone, ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo. Ma a quel punto qualcuno potrà dire d’aver vinto? Anche per questo sono per tenere il ponte levatoio abbassato e cercare quel pizzico di verità che c’è in ognuno di noi, anche in chi oggi è fuori da noi. Lo dico per un’ultima ragione. Perché più o meno dappertutto i confini, quelli classici, tra destra e sinistra paiono incrinarsi con parlamenti colonizzati da vincoli stabiliti altrove e una sovranità monca. Le grandi crisi producono anche questo. Sconquasso di regole, istituti, categorie. Qualcuno l’ha chiamata post-democrazia e basterebbe questo a indurre la sinistra, tradizionale e non, a porsi il tema di cosa significa governare oggi, con quali strumenti e leve effettive a partire dall’Europa. La stessa riforma costituzionale si può leggere sotto questa lente. Non sarà una deriva autoritaria ma un enorme pasticcio sì. Tanto più nel combinato con la nuova legge elettorale (e forse col senno del dopo non eravamo provocatori nel chiedere la possibilità – possibilità, mica l’obbligo – di apparentamento al secondo turno). Con un Senato né carne né pesce e con uno squilibrio di poteri che è puro buon senso sanare. Come altri voglio la riforma e la voglio nel segno della fine del bicameralismo. Che altra prova dovremmo dare dopo che alla Camera non abbiamo votato l’articolo 2 ma in quell’Aula mutilata abbiamo comunque garantito a notte fonda il numero legale? Chiedo: si possono rimettere in ordine le cose? E non per l’interesse di una parte, ma nel nome di una idea dello Stato e della nostra democrazia. Al fondo la responsabilità di replicare al timore di una minoranza numerica nel Paese e che pure potrebbe impadronirsi di un potere smisurato senza i contrappesi e le garanzie che esistono ovunque riguarda tutti. Non parliamo di una legge a capocchia ma della Costituzione, della Bibbia laica della Repubblica. E allora facciamo un accordo serio su questo e marciamo spediti. Poi certo, resta il nodo: cosa vuol dire governare la complessità e come si fa.
Qui da noi l’ultimo esecutivo scelto da un voto risale al 2011. Da lì tre premier si sono succeduti. Tutto regolare ma anche tutto fuori norma. Conseguenza? Che le larghe intese, o comunque alleanze di impianto moderato, per alcuni non sono più emergenza ma strategia. Il ragionamento scorre, ma temo contro una parete. Dice più o meno che se a destra prevale la rissosità della Lega e a sinistra una forza radicale, cosa meglio di un Partito della Nazione, centrale e centrista, ha diritto a guidare l’Italia senza precipitarla nel caos? Non per polemica, ma se direzione e carovana fossero queste parecchi non sceglierebbero di partire e se ne sentirebbe la mancanza. L’alternativa? C’è. È ricostruire il campo largo di un centrosinistra civico, dove il Pd non basta a se stesso e che per questo diventa perno di una coalizione con altri. Come per una fase fece l’Ulivo. Come dovremmo fare per indicare una nuova alleanza ideale, sociale, culturale. Dovremmo anche aggiungere che non siamo perfetti. Che questo partito ha bisogno di una vera e propria rigenerazione. Anche qui nessun rimpianto, ma io non mi rassegno a una forza fondata sulla somma di mille comitati elettorali, a potentati che sviliscono la passione, a una selezione di classi dirigenti agganciata alla vogue. Temi non risolti da anni, lo so. Ma non per questo da subire. Allora si dovrebbe lavorare assieme. Costruire quel centrosinistra unitario che vince a partire dalle prossime amministrative. Ecco, un discorso così è premessa per recuperare la fiducia di tanti. Per dire al tempo giusto ciò che siamo, ciò che vogliamo.
Infine su questo giornale. Quando mi è stato fatto cenno all’ipotesi di dirigerlo per prima cosa ho ringraziato. Non solo perché ritengo giusto farlo ogni volta che ti viene offerta una chance. Ma per una ragione diversa. Perché se un sogno ho coltivato nella mia esperienza di uomo di partito era, un giorno, di poter dirigere un giornale. Oddio, non un giornale. Questo giornale. E allora se con discrezione e senza polemica ho declinato l’invito è stato anche per non spezzare il filo. In Parlamento stavo esprimendo il mio dissenso su temi che il giornale e il premier hanno messo al centro della loro campagna. Accettando avrei aggiunto benzina all’incendio, anche perché non avrei rinunciato, come chiunque altro, a una mia idea del giornale e della sua autonomia. Che mi si creda o no rinunciare mi è costato. Poi quando ho letto su queste colonne la candidatura di Ferruccio De Bortoli alla Rai descritta come una provocazione, mi sono convinto che non avendo accettato il mio contributo a non spezzare quel filo lo avevo dato perché mai avrei potuto sottoscrivere quelle parole. Mi fermo qui. Certo, se a tutto questo tu rispondi che distruggo la sinistra, che sto sulle palle al mondo e sono un parassita narciso e presuntuoso io non credo di avere le parole per replicare. Spero solo tu non sia proprio nel giusto. Comunque ho fatto come mi hai detto di fare e ieri sono salito su un autobus a Trieste, mi sono piazzato al centro e ho testato l’umore urlando “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando….”. Sarà la tradizione della Mitteleuropa ma la sola reazione è stata di una signora anziana che mi ha detto “giovinoto, fa sai caldo, no la xe senti ben?”. Allora ho cambiato test e sulla linea di ritorno, sempre piazzato al centro, ho urlato “Il Pd sta cambiando l’Italia come nessuno mai. Morte ai gufi”. Tu non ci crederai ma si è girato l’autista e mi ha detto, “Staino, ma va in mona”. Però ti voglio bene lo stesso.

lunedì 10 agosto 2015

La lettera di Staino a Cuperlo




Sergio Staino
l'Unità, 9 agosto 2015


Fin dal primo giorno della nuova uscita de l’Unità ho cominciato a ricevere, oltre a tantissime testimonianze di affetto e apprezzamento, messaggi, tweet o commenti sui social network molto critici nei miei confronti, fino al limite dell’offensivo. Al di là delle diverse argomentazioni la sostanza che li caratterizza è comunque la stessa e, in soldoni, la possiamo sintetizzare così: se lavori su l’Unità vuol dire che ti sei venduto a Renzi, quindi sei un traditore della Sinistra. Tra questi anche molti sms di Gianni Cuperlo, un amico fraterno che stimo tantissimo e su cui ho sperato e operato per averlo come segretario. Con lui ho scambiato tantissimi sms con l’impressione, purtroppo, di trovarmi in un dialogo tra sordi. Alcuni giorni fa gli ho spedita questa lettera a cui non ho ancora ricevuto risposta. Ho deciso di pubblicarla non per attizzare ancor più le polemiche tra di noi ma perché i temi che si affrontano sono presenti e laceranti nell’animo di tantissimi compagni ed elettori dentro e fuori del Pd. So di non avere la verità in tasca e so anche che nel passato ho sbagliato tantissime volte: aspetto quindi, con gratitudine, ogni forma di commento e di aiuto costruttivo alla comprensione del difficile momento politico che stiamo attraversando.

Caro Gianni,

ti rispondo per email perché per sms mi ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio. È vero che ho contestato Berlusconi per anni e continuerò a farlo fino a quando Berlusconi continuerà a stare sulla scena politica. Ma insieme a lui ho contestato spessissimo anche Prodi e ancor più D’Alema e ancor più Veltroni, o comunque tutta una mia sinistra di cui mi sento parte e di cui mi sembra doveroso segnalare le cose che secondo me sono brutte e dannose. Anzi, direi che in tutta la mia storia la preferenza a fustigare quel che ho considerato errori e malefatte della nostra parte, ha sempre fatto la parte del leone in tutto il mio lavoro: ho sempre trovato più utile e gratificante aiutare il mio schieramento a migliorarsi piuttosto che perdere troppo tempo a ripetere denunce abbastanza diffuse e condivise sulle malefatte della destra.
Tanti le denunciano in modo egregio, meglio che io le dia per scontate e mi rivolga di più ad un lavoro di semina nel nostro orto. È con questo spirito che faccio le vignette sulla Sinistra Dem e ne faccio tante perché mi sembra, in tutta sincerità, che vi stiate sempre più comportando secondo criteri e linee che ben poco hanno a che vedere con la prassi a cui siamo stati abituati, da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Reichlin a Macaluso e ai tanti compagni che tu stesso riconosci come maestri. Già il fatto che tu metta sullo stesso piano le mie critiche a Berlusconi con le mie mancate critiche a Renzi, dimostra per l’ennesima volta un errore di valutazione in cui mi sembra tu sia caduto in pieno: considerare simili Berlusconi e Renzi. A mio avviso è lo stesso errore che facemmo negli anni ‘20 quando accusammo i dirigenti socialisti di socialfascismo e che abbiamo ripetuto negli anni ‘80- ’90 quando abbiamo trattato Craxi come un avversario totale e dannosissimo. Un errore talmente grosso che sicuramente ha contribuito poi alla vittoria di Berlusconi. Oggi, così come vi comportate con Renzi, a mio avviso state pericolosamente aiutando una futura tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Io considero Renzi un frutto amaro del nostro partito, un frutto che ci pone ogni giorno problemi difficili e non sempre positivi.
Ma detto questo, non mi riconosco certo in chi vede in lui il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario. Un rappresentante che, per chissà quale magia, si è appropriato del nostro partito e che bisogna quindi combattere ed annullare con tutti i mezzi possibili, i più scorretti compresi. Renzi invece, è per noi, tu ed io, il risultato di una nostra politica e di un nostro atteggiamento etico e morale. Dico “noi” perché sei stato l’unico, alla prima assemblea della Sinistra Dem all’Eliseo, che ha saputo fare un’analisi sul perché abbiamo adesso Renzi segretario e premier e su quanta responsabilità hanno, su questo, i nostri vecchi dirigenti. Loro, invece, non hanno mai fatto questa analisi e, al contrario, si autoassolvono pensando che Renzi non c’entri niente con loro, che sia come un fungo nato dal nulla, un fungo malefico che va estirpato in modo che il partito ritorni nelle loro mani.
Quale sogno demenziale e quale cecità politica nel rinunciare caparbiamente ad una verità dura ma realistica: tutti loro, Gianni, sono ormai fuori dalla storia, nel bene e nel male hanno fatto il loro tempo e sono, come capita a tutti, finiti. Un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico. Non esiste altro, non è pensabile che pattuglie sparute di compagni indignati e incazzati fino allo stravolgimento dei sensi, se ne escano autoproclamandosi “alternativa”. Quale alternativa? Che analisi hanno fatto? Che progetto hanno? Quanti compagni hanno dietro? Quanto l’immagine di loro è credibile e radicata tra le masse popolari italiane? È la solita infima minoranza che gira le loro assemblee, cambiano nomi ma son sempre quelli. Allora, ti chiedo, che senso ha fare una guerriglia interna al Pd quando non si hanno obbiettivi su cui spostare l’opinione, le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori? Cosa stai offrendo di concreto al loro smarrimento? Nulla. Solo la coscienza che Renzi è una merda. E allora? È chiaro che questo genera scoramento, amarezza e anche al miglior compagno viene la voglia di dire “ma andate a fare in culo tutti quanti”, e non va a votare, o vota grillino, o comincia ad ascoltare Salvini, o tenta la carta disperata di Cofferati, accumulando delusioni su delusioni e aprendo pericolosissime porte. Allora, un compagno serio e io, te lo giuro, ti considero un grande compagno e una persona onesta, seria e generosa, deve farsi carico di questa sofferenza generale e collettiva e lavorare per costruire un’alternativa.
Ma questa senza distruggere il partito, anzi, prendendo atto che Renzi è il nostro segretario e il nostro premier e quindi lavorando con lui, incalzandolo, sottolineando gli aspetti negativi delle sue scelte, aiutandolo quando le scelte sono giuste, offrendogli proposte concrete per migliorarle, accettando gli incarichi che vengono offerti e non rifiutandoli altezzosamente come tu hai fatto. Tu dai di continuo dell’arrogante a Renzi ma nel caso de l’Unità, chi è stato il più arrogante tra voi due: lui che ti ha offerto la direzione del giornale in piena autonomia per costruire uno strumento unitario o tu che gli hai risposto di no a prescindere? Ma pensa a compagni come Martina od Orlando che tentano disperatamente di elaborare dei progetti buoni nel loro settore, tanto da guadagnarsi l’elogio di Petrini da una parte o di validi giuristi dall’altra.
Ma quanto sarebbe più utile che tu li aiutassi, questi compagni, invece di star lì ad attaccarvi ad ogni cosa pur di sparare sul premier? In questo modo state uccidendo la sinistra, date un’immagine di voi stessi come degli estremisti disperati che urlano su tutto e tutti senza sapere cosa proporre. Addirittura state rincorrendo le spinte più corporative che sempre sono state presenti nella nostra società, nella scuola, nell’apparato pubblico, nelle fabbriche. Quando le vostre parole d’ordine coincidono con quelle dei Cobas o dei tanti sindacati autonomi, non vi vengono dei dubbi? Dovete smetterla con questa strategia suicida. Vai fra la gente, esci fuori dal gruppetto della Sinistra Dem e dai quattro vecchi marpioni che vi sovrastano. Vai fra la gente, come ho fatto io in varie situazioni, in un cinema affollato, in una trattoria, in un autobus e urla: “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando i coglioni”. Avrai come risposta una standing ovation, non vi sopporta più nessuno tranne, ovviamente, Renzi il quale con il vostro atteggiamento così assurdo e fuori dalla storia del nostro partito, si può permettere di twittare “Tanti auguri ai gufi”.
E allora, se si accetta questo atteggiamento sanamente costruttivo, riformista, responsabile, quanto sbagliata risulta la vostra scelta su De Bortoli: lo sapevate che in questo momento era una sfida, una provocazione, e a che cosa serviva? Perché non proporre un Bray ad esempio, o una Berlinguer, o un Sandro Veronesi, o un qualunque nome di personalità amata, stimata, brava che poteva costituire un ponte fra voi e Renzi? In modo infantile avete preferito la rottura. Sinceramente, non è lo stesso atteggiamento dei populisti più imbecilli? Questo è tutto quello che mi allontana da te e da quel che rappresentate politicamente. Io mi sento sempre di sinistra e cerco di portare le idee di sinistra dove posso, a cominciare dal giornale. Un grande abbraccio,

Sergio



martedì 2 giugno 2015

Renzi gioca alla playstation

 


Hamilton Santià

Durante l'Election Day del 2012, lo staff di Barack Obama pubblicò una foto in cui il Presidente ingannava l'attesa giocando a basket. Una foto che TUTTI gli analisti della comunicazione politica indicano come passaggio 'cruciale'. Una foto che infonde fiducia, trasmette calma, abbassa i toni. Ieri lo staff di Matteo Renzi ha cercato di replicare il modello pubblicando UNA SERIE DI FOTO in cui il segretario del PD gioca alla Playstation con Matteo Orfini, presidente del Partito. Tentativo di emulazione abbastanza palese, ma effetto radicalmente opposto. In sintesi, un grande (forse il primo) FAIL della potentissima macchina da guerra della comunicativa renziana. Prima di tutto per il contesto, Orfini era appena apparso in conferenza stampa con uno stato di calma apparente che non aveva convinto nessuno. I dati che stavano arrivando dalle regioni parlavano di una situazione non certo idilliaca (come dice Daniele Viotti, «abbiamo non vinto»: https://goo.gl/d7Oz46). Di lì a breve Guerini avrebbe parlato alla stampa declamando i ritornelli storici della sinistra che non vince né convince («Abbiamo altri dati» e poi invece no). Inoltre, l'iterazione. Obama ha pubblicato una sola foto. Renzi non una, non due, ma TRE. Tre fotografie di lui e Orfini che giocano alla Playstation. Da un lato l'idea è quella di uno che pensa che il problema non sia suo (e infatti stamattina è volato in Afghanistan lasciando gli altri a prendersi schiaffi); dall'altro questo insistere sulla faccenda sembra un po' quando Kevin Bacon, alla fine di «Animal House», mentre i Delta distruggono la città, urla esasperato alla folla di stare calma, che va tutto bene, mentre la folla l'ha capito perfettamente che non va bene niente. Forse a concentrarci troppo sulla comunicazione politica abbiamo dimenticato che la politica è un'altra cosa.

Filippo Ceccarelli 
La playstation della monarchia 
la Repubblica, 2 giugno 2015

Le roi s'amuse. Il re si diverte con la playstation della Nazione. Esercizi di monarchia o, se si preferisce rappresentazioni del comando personale all'altezza dei tempi. Il momento è delicato, ma tra un exit poll euna proiezione, il sovrano, o il principe che dir si voglia, è comunque così distaccato dagli avvenimenti che addirittura gioca, nulla può turbarlo.

Ezio Mauro

È ancora forte l'investimento di fiducia nel leader rottamatore, nella convinzione che sia oggi l'unica vera leva di cambiamento per la politica nazionale. Ma il crinale che divide la retorica della rottamazione dalla predicazione dell'antipolitica è sempre stato molto stretto, e coltivando la prima si rischia di annaffiare la seconda. Così, specialmente al Sud, le vittorie del Pd portano il volto di due leader della sinistra populista come Emiliano e De Luca, super-sceriffi abili e diversamente disinvolti, insediati dal voto come potenze sempre più autonome da tutto, dalle regole, dalla distinzione tra destra e sinistra, dal Pd e naturalmente da Renzi. Ce n'è abbastanza per ballare politicamente, altro che fotografarsi davanti alla Playstation dopo la lettura dei risultati, per trasmettere agli elettori un segnale di tranquillità da oratorio, che è invece un segnale del nulla, senza significato e dunque inquietante come tutte le false sicurezze. Bisognava forse pensare, l'altra sera, che c'era un popolo disperso che davanti ai siti e alle tv si interrogava sul destino di questo Paese alla fine di una transizione eterna, e persino sul destino della sinistra, ritenendola lo strumento politico più adatto a gestire la fuoruscita dalla crisi, coniugando opportunità e equità.

Luca Mastrantonio
Renzi gioca alla playstation, tra Totti e Underwood 
Corriere della Sera


La PlayStation è diventata nazionalpopolare anche tra gli adulti italiani, non solo tra i ragazzi, nel 2002, quando Francesco Totti raccontò con il suo impareggiabile candore che per allentare la tensione in vista delle partite dei mondiali nippo-coreani, lui e i suoi compagni ci giocavano in albergo. Lo facevano con tanta foga e furia che la consolle alla fine andò in cortocircuito, si fuse, si ruppe: «S’è squagliata», disse Totti (qui), con la sua espressiva icasticità. Tredici anni dopo, l’altro ieri, è diventata virale la foto di Matteo Renzi che gioca alla PlayStation, restando in silenzio stampa sull’esito delle Regionali. In una serie di foto pubblicate dal portavoce del premier, Filippo Sensi, si vede Renzi che gioca alla PlayStation contro Matteo Orfini. Una virtuale partita a calcio tra il premier, tifoso viola, e Orfini, milanista. Renzi, però, non sta semplicemente giocando a calcio con una consolle: come notato sui social da molti fan delle fiction anglo-americane, Renzi sta metaforicamente giocando a House of Cards, la serie di politica assai amata dalle nuove generazioni del Pd, Renzi e Sensi in testa: il protagonista è il democratico, ma spietato, Frank Underwood, interpretato con cruenta intensità da Kevin Spacey.
Underwood, per rilassarsi tra una spregiudicata mossa politica e l’altra, gioca a una specie di Call of Duty, un violentissimo sparatutto per PlayStation (qui una scena). Renzi ovviamente gioca a calcio, siamo in Italia, Paese che ripudia la guerra nella Costituzione, anche se è impegnato su fronti militari, come l’Afghanistan, dove il premier è volato dopo il voto delle Regionali. I commenti alle foto si sono divisi tra chi la considera un gesto simpatico, anti-stress, e chi la legge come un attestato di disinteresse verso i destini del Pd. A livello di comunicazione, ha certo funzionato: tutti ne han parlato, anche se le foto sono impenetrabili come un segnale orario confezionato per i social network. A livello politico? Il Pd un po’ s’è squagliato. 

sabato 2 maggio 2015

Il declino della vecchia guardia

Francesco Costa
Alternative invisibili
Non riuscire a staccare il cordone ombelicale. Renzi e l’origine della vera debolezza dei suoi avversari
Il Foglio, 30 aprile 2015







Si può solo immaginare, e di sicuro senza riuscirci davvero, lo sconcerto umano di chi per decenni ha goduto di una rendita di posizione intoccabile, sia mediatica che politica, difesa con meccanismi a volte persino settari (i famosi “compagni di scuola”), e oggi ha trovato qualcuno con più pelo sullo stomaco di lui; di una classe dirigente che a lungo ha sostenuto la propria insostituibilità in nome del primato dei “professionisti della politica” e oggi si scopre perdente ogni giorno, inesorabilmente, a quello stesso gioco di mestiere e maneggionismo politico che una volta padroneggiava; di chi per anni ha invitato provocatoriamente i cosiddetti giovani a “prendersi lo spazio, invece che chiederlo” e ora è confinato in un vicolo politico angusto e senza sbocco, e che peraltro si va restringendo settimana dopo settimana. E d’altra parte solo con il disorientamento umano si può spiegare la concatenazione di ingenuità ed errori politici che la vecchia guardia del Pd è riuscita a inanellare negli ultimi mesi. Per restare agli ultimi giorni, è stato un errore decidere di piantare la grana delle grane non sul Jobs Act, o sulle tasse, o sulla scuola, bensì sulla legge elettorale: e in realtà nemmeno tanto sulla legge elettorale bensì sulla decisione di approvarla attraverso la questione di fiducia, una cosa di cui davvero, ma davvero, non importa un fico secco a nessuna persona normale (si fa fatica persino a spiegargliela). È stato un errore di decidere di piantare questa grana delle grane – ma forse è un istinto, un riflesso pavloviano, e non una decisione, come insegnano gli anni di Berlusconi – ricorrendo al logoro e abusato topos del “regime” e della “democrazia in pericolo”. E’ stato un errore decidere di esporre quotidianamente in tv e sui giornali, invece che soffocarli e vergognarsene, il livore e il rancore che provano nei confronti dell’uomo che li ha democraticamente battuti ed estromessi dal potere, mostrando così che questa sconfitta è stata vissuta non come un normale passaggio politico, per quanto personalmente sgradevole, bensì come l’usurpazione di qualcosa che consideravano di loro proprietà.
Sono passate solo poche settimane da quando, con l’aria di chi ne ha viste tante e la sa lunghissima, Massimo D’Alema davanti ai parlamentari di minoranza del Pd – un gruppo politico diversissimo e frastagliatissimo che ha davvero in comune soltanto il desiderio di liberarsi di Matteo Renzi – invitava a opporsi al governo del proprio segretario con “intransigenza”, “non lanciando ultimatum ma assestando colpi, quando necessario, capaci di lasciare un segno”.

Oppositori nel taschino

Il primo di questi colpi sarebbe dovuto arrivare con l’elezione del presidente della Repubblica, ma Renzi trovò il modo di mettersi agilmente i suoi oppositori nel taschino. Il secondo di questi colpi doveva arrivare con la riforma elettorale: non affondandola – non potrebbero, neanche se volessero – ma ritardandone ancora una volta l’approvazione definitiva col vecchio mestiere di chi ha trascorso decenni tra aule parlamentari e commissioni, con una qualche trappoletta su questo o quell’emendamento, non importa nemmeno quale, ottenendo così l’ennesimo rinvio della legge al Senato e poi di nuovo riunioni della direzione nazionale, trattative, minacce, offerte e ultimatum; per poi votarla, forse, e ricominciare da capo dalla Camera, e intanto negare a Renzi un importante successo politico. Il presidente del Consiglio se li è messi di nuovo nel taschino, per giunta con un surplus di umiliazione: se nel caso di Mattarella la vecchia guardia del Pd poteva sostenere che era stato Renzi a piegarsi e “fare la cosa giusta”, sull’Italicum la spregiudicatezza della mossa fa bruciare la sconfitta ancora di più. Hanno voluto fare gli squali con Renzi e hanno scoperto che Renzi è più squalo di loro.
Dice: ma allora nel Pd bisogna rassegnarsi a diventare renziani, finché non passa la nottata? Cosa dovrebbe fare un dirigente politico che vorrebbe stare nel Pd ma rispettosamente costruire un’alternativa al suo segretario? Intanto costruirla, quell’alternativa: nessuno nell’attuale minoranza del Pd ci ha provato a parte forse il solo Civati, con mille limiti, e finché non ha cominciato a corteggiare Landini e fare conferenze stampa con Rosy Bindi. Ma poi soprattutto decidere di staccare il cordone ombelicale e rifiutare di farsi trascinare da chi, ferito e umiliato, sta combattendo disperatamente per riscattare l’orgoglio e ottenere un ultimo giro di giostra: sentimenti umani molto comprensibili ma che hanno poco a che fare con la politica. Vale per Roberto Speranza, se gli interessa avere un futuro politico anche fuori dall’ombra protettiva e paterna di Bersani; vale per Civati, se vuole fare la sinistra del Pd – nel Pd – senza diventare un simulacro di Fassina. La strada è strettissima: Orfini e i suoi ci stanno provando con qualche comprensibile fatica, e d’altra parte la storia di questi mesi dimostra che ci si brucia anche ad avvicinarsi troppo a Renzi (citofonare Alfano o Berlusconi). Ma non ce n’è un’altra, a parte quella che porta verso il fondo.


mercoledì 7 gennaio 2015

Eccesso di sicurezza, superficialità e senso di onnipotenza

In occasione del decreto fiscale la stampa di area governativa ha preso le distanze dal premier

Federico Geremicca
A rischio la sintonia con il Paese 
La Stampa, 7 gennaio 2015

Sono stati giorni non facili, gli ultimi, per il premier Matteo Renzi. A volerla dire tutta, anzi, le due settimane appena trascorse sarebbero letteralmente da buttar via. Una inebriante miscela fatta di eccesso di sicurezza, superficialità e senso di onnipotenza, ha infatti prodotto errori, scivoloni e forzature delle quali non si sentiva affatto la mancanza: soprattutto in un momento delicato come questo. 
Se è a un tale modo di governare che il premier si riferiva con il suo ormai noto «meglio arrogante che disertore», ebbene quel modo - in tutta evidenza - non va: e all’ex sindaco di Firenze andrebbe ricordato che tra il disertare e il maramaldeggiare vi sono infinite - e spesso utilissime - vie di mezzo. Non percorrerle, a volte può rivelarsi errore fatale.
Quel che più colpisce nelle ultime gravi disavventure di Renzi (citiamo per tutte il caso del volo di Stato per Courmayeur e la cosiddetta norma fiscale «salva-Berlusconi») è che sembrano segnalare l’improvviso smarrimento della caratteristica che in quest’ultimo anno ha fatto del segretario-premier un leader popolarissimo e a suo modo diverso: la sintonia con il «comune sentire» della maggioranza dei cittadini italiani.
Infatti, avventurarsi con tanta disinvoltura nei campi minati rappresentati dai «privilegi della casta» e dall’evasione fiscale (soprattutto se riferibile anche a Silvio Berlusconi) è idea che, ancora qualche mese fa, non avrebbe mai nemmeno sfiorato il presidente del Consiglio. Il fatto che questo accada oggi, invece, testimonia - a parte tutto il resto - l’aprirsi di un solco insidioso e di una grande distanza dal «sentimento pubblico» che rischiano di fare di Renzi un premier non poi così diverso dai suoi predecessori.
... Da quando è entrato nel tunnel del patto del Nazareno, Berlusconi ha visto il proprio declino accelerare. Oggi è un leader apertamente contestato all’interno del suo partito, ha perso tutte le elezioni svoltesi, secondo alcuni sondaggi è a capo addirittura della quarta forza politica del Paese (superato perfino dalla Lega) ed è opinione diffusa che pagherebbe di tasca propria per non restar tagliato fuori dall’elezione del nuovo presidente. Se fosse perfino ricandidabile alle prossime elezioni, l’en plein per Renzi sarebbe completo: considerato che giudica il Cavaliere - e forse non a torto - come il miglior avversario possibile in un duello elettorale. 
Comunque stiano le cose, molte risposte non tarderanno ad arrivare, visto che il premier va incontro ad un gennaio cruciale. Lo comincia nel modo peggiore: col «vento in faccia», direbbe lui. Il guaio è che all’inevitabile vento della crisi, il governo ci sta aggiungendo del suo: segno di superficialità e confusione. Viatico pessimo per l’imminente battaglia del Quirinale...

Claudio Tito
Gli errori del premier
la Repubblica, 7 gennaio 2015 

Il problema non sono i dubbi o i sospetti. La vera questione sono gli interrogativi senza risposta che alimentano quei dubbi e quei sospetti. Le forme con cui il decreto fiscale è stato approvato e il suo contenuto stanno lasciando sul terreno troppe domande inevase. Troppe le eccezioni e troppe le opacità. A cominciare da quella soglia del tre per cento che — se confermata — di fatto concederebbe a Silvio Berlusconi di aggirare la legge Severino e tornare alla politica attiva.
Anche ieri il presidente del Consiglio ha fatto poco per diradare le nubi. Da quattro giorni non si riesce a capire chi ha deciso di inserire quella norma e chi l’ha concretamente scritta. Un classico balletto dello scaricabarile che soprattutto tra sabato e domenica ha reso la vicenda ancor più nebulosa. Ma in politica l’assenza di chiarezza si paga, sempre. Più l’incertezza viene mantenuta nel tempo più le domande crescono. E quasi sempre il consenso scende. Anche per questo l’annuncio di rinviare al 20 febbraio l’approvazione finale del testo non può che suscitare ulteriori perplessità.
È inutile girarci attorno. La vera domanda cui Renzi deve rispondere — non solo perché la pongono i giornali, ma perché se lo chiedono anche gli elettori del suo partito — è se l’articolo 19 bis sia stato studiato in quei termini per fare un favore a Berlusconi. Allontanando il momento della scelta, questa domanda sarà la spada di Damocle dell’intera trattativa prima sulla legge elettorale all’esame del Senato e poi — in modo particolare — sul Quirinale. L’impressione offerta è quella di voler creare un inevitabile nesso tra il “Salva-Silvio” e il nuovo capo dello Stato. Come se il leader di Forza Italia venisse chiamato ad accettare il candidato proposto da Palazzo Chigi in cambio di quel codicillo.
Il premier anche ieri ha ripetuto che non è quella la ratio della legge. Bene. E allora perché non definire subito la questione? Sarebbe il modo più semplice per rendere il caso di un’evidenza palmare. Il sospetto di un accordo sottobanco, invece, rischia di condizionare la corsa al Colle, di indispettire l’opinione pubblica e irritare molti dei suoi parlamentari ingrossando la pattuglia dei franchi tiratori.
Anche il ribadire che la pena inflitta all’ex Cavaliere sarà scontata fino alla fine lascia un ampio margine di ambiguità. La pena, infatti, come è noto, sarà esaurita tra pochissimo, a metà febbraio. Anche per l’interdizione dai pubblici uffici non si dovrà attendere le calende greche: terminerà alla fine di quest’anno. Resta in ballo la legge Severino che esclude Berlusconi dagli incarichi pubblici per altri quattro anni. Il leader di Forza Italia sconterà per intero anche questa sanzione? È di sicuro comprensibile sostenere che se si considera giusto e corretto l’impianto di un provvedimento, non conta chi viene danneggiato e chi viene premiato. Ma allora lo si dica. E non si lasci appeso quell’articolo al filo della presidenza della Repubblica. Come se fosse il premio finale per chi si comporta bene. Perché allora il sospetto di un baratto diventerà il vero oggetto della discussione e non la selezione della figura più adatta per il dopo-Napolitano.


... Naturalmente non si può escludere che si tratti solo di un incidente di percorso o di una svista. Ma allora sarebbe ancora più semplice esporre tutto alla luce del sole. E non procrastinarlo di un mese e mezzo. I sospetti e i dubbi, quando non vengono sciolti, diventano una debolezza. Soprattutto ai tempi della politica 2.0.

martedì 21 ottobre 2014

La convergenza sul nuovo Italicum

Roberto D'Alimonte
La svolta bipartitica del patto del Nazareno
Il Sole 24ore, 21 ottobre 2014

Sulla riforma elettorale c'è una grossa novità. Per ora sulla carta. Nella versione dell'Italicum approvata alla Camera il premio di maggioranza può andare sia a un partito singolo che a una coalizione di partiti. Era così anche nel sistema elettorale bocciato dalla Consulta. Erano i partiti a scegliere se presentarsi da soli o in compagnia. Ma sembra che Renzi e Berlusconi abbiano cambiato idea. Secondo quanto il premier ha detto nella direzione del Pd di ieri il nuovo progetto dovrebbe cancellare la possibilità che i partiti concorrano in coalizione nella gara per conquistare il premio. Devono andare da soli. Berlusconi lo aveva già detto qualche settimana fa, ma sembrava una dichiarazione estemporanea. Adesso che lo ha detto anche Renzi siamo davanti a un fatto nuovo di grande rilievo.
Nell'attuale versione dell'Italicum il premio alla coalizione è inserito in un sistema di regole, fortemente voluto da Verdini, che lo rendono funzionale al progetto di ricompattare il centrodestra intorno a una coalizione dei moderati a guida Forza Italia. Il meccanismo chiave è quello della soglia con lo sconto. Attualmente chi decide di presentarsi alle elezioni da solo deve avere l'8% dei voti per ottenere seggi. Se invece si entra in coalizione allora la soglia si abbassa al 4,5%. Con questo meccanismo il Ncd di Alfano, Fdi della Meloni e la Lega di Salvini sono "costretti" a fare l'accordo con Berlusconi per non rischiare di restare fuori dalla Camera. E così Berlusconi torna ad essere il federatore del centrodestra italiano come ai bei tempi.
Oggi questo "schema verdiniano" sembra superato. Pare che Renzi e Berlusconi vogliano puntare dritti verso il bipartitismo. Non basta più il bipolarismo. Non una coalizione deve vincere le elezioni ma un partito. Va da sé che un sistema del genere semplifica non solo il quadro politico ma anche l'ingegneria elettorale. Se il premio va al partito e non alla coalizione tutti i problemi legati al conteggio dei voti di liste coalizzate, ma sotto la soglia, o alla presentazione di liste fasulle, ma buone per raccattare qualche voto in più, sono superati. Tutto è più semplice e più comprensibile. Ma resta qualche dubbio.
Perché Berlusconi si è convinto a rinunciare allo "schema verdiniano"? Senza avere informazioni dirette è difficile rispondere. La vera ragione potrebbe essere la Lega. Il partito di Salvini non è più quello di Bossi, con cui il Cavaliere andava d'amore e d'accordo. La Lega non è più il partito della padania ma sta diventando il partito della destra nazionale. Una destra dura che assomiglia sempre di più al Fronte nazionale di Marine Le Pen. Con una destra del genere anche Berlusconi non può fare accordi. E allora forse meglio puntare a fare il partito unico dei moderati invece della coalizione dei moderati.
Resta da capire perché i partiti minori dovrebbero appoggiare un disegno del genere. Soprattutto quelli del centrodestra. Certo, se il premio va solo al partito e quindi sparisce lo sconto, il buon senso dice che la soglia dell'8% sarà abbassata. Immaginiamo che venga portata al 4%. A quel punto Ncd e Fdi, ma anche Sel, avrebbero in teoria una scelta: entrare nel partito unico (di centrodestra e di centrosinistra) o presentarsi da soli. La seconda opzione presenta il vantaggio che se nessuno dei maggiori partiti vince il premio al primo turno e si va al ballottaggio i loro voti possono diventare determinanti. Ma in primo luogo dovrebbe essere modificato l'Italicum che al momento non prevede apparentamenti. E poi non è detto che questo evento si verifichi. Potrebbe invece verificarsi un evento ancora più deleterio per loro: potrebbero non superare la soglia e restare fuori dalla Camera. Ergo sparire. Si capisce che per Alfano e soci tornare sotto le ali del Cavaliere è cosa indigesta, ma sparire forse lo è ancora di più.
Ora capita che il Ncd sia un alleato di Renzi al governo. Per essere più precisi il premier non ha al Senato la maggioranza senza i voti del Ncd. L'Italicum in versione bipartitica può essere approvato anche senza i voti di Alfano ma poi Alfano che fa? Continua a stare al governo con il Pd come se nulla fosse? E se non succede Renzi il governo con chi lo fa? Oppure punta al voto con l'attuale sistema elettorale proporzionale, quello disegnato dalla Consulta? L'incertezza sotto il cielo è ancora tanta.

giovedì 18 settembre 2014

Renzi, il palazzo e il paese

Se il premier diventa inevitabile
di Giovanni Orsina
La Stampa, 18 settembre 2014

L’inevitabile. Così già nel 1903, quando l’età giolittiana cominciava appena, Francesco Papafava definì Giovanni Giolitti in una delle sue acutissime cronache politiche per il «Giornale degli Economisti». L’apatia rassegnata con la quale l’altroieri le Camere hanno accolto il discorso di Renzi lascia credere che, dopo più d’un secolo, di «inevitabile» la politica italiana ne abbia infine trovato un altro. Il parallelismo non è soltanto retorico o giocoso: se vogliamo davvero comprendere la mutazione profonda che il sistema politico italiano ha subito negli ultimi tre anni, guardare a Giolitti e all’Italia liberale potrebbe esserci assai più utile che restare aggrappati alle logiche bipolari per il momento del tutto superate del 1994-2011, o a quelle partitiche del 1948-1992.
Col discorso di martedì – in particolare coi passaggi su lavoro e giustizia, nei quali ha preso posizioni che solo con grande sforzo possono esser distinte da quelle della tradizione berlusconiana – Renzi ha completato un’operazione che, in senso tecnico e non morale, potremmo definire trasformistica: ha colmato parte del fossato che divide destra da sinistra, preparando il terreno per una grande confluenza al centro.
È un pezzo che quest’operazione va prendendo forma, del resto: si pensi soltanto alle retoriche e ai ragionamenti sul Pd «partito della nazione» che hanno cominciato a circolare all’indomani delle elezioni europee e sono proseguiti per tutta l’estate.
Come sempre accade nelle operazioni trasformistiche, anche quella che sta compiendo il presidente del Consiglio si collega – causa e conseguenza insieme – all’evanescenza politica delle opposizioni. Troppo deboli in partenza per impedire a Renzi di conquistare il centro, i suoi avversari sono condannati adesso a scegliere fra due vie ugualmente perdenti: o condurre un’opposizione del tutto sterile, o convergere con lui, ma in posizione subalterna. Sulla prima strada si è buttato il Movimento 5 stelle – che, pur andando ancora bene nei sondaggi, a un anno e mezzo dalle elezioni si configura in termini politici come un’esperienza completamente fallimentare. La seconda opzione è invece quella a cui sempre più si va accomodando Forza Italia, con buona pace di Renato Brunetta. A guardarli, salgono davvero alla mente gli avversari dell’uomo di Dronero: il povero Sidney Sonnino, galantuomo impolitico i cui due governi non riuscirono a durare più di cento giorni l’uno; i socialisti perennemente oscillanti fra la collaborazione e il sovversivismo; i radicali che non sapevano più da che parte girarsi, finché non si misero in pancia a Giolitti dando due ministri al suo quarto gabinetto.
Come sempre accade nelle operazioni trasformistiche, anche in questo caso i dissensi e le insoddisfazioni, frustrati e compressi dall’assenza di uno sbocco politico, riemergono di continuo in maniera surrettizia, disordinata, distruttiva. Tutte le votazioni a scrutinio segreto che si sono svolte nelle Camere negli ultimi tempi, ad esempio, hanno sistematicamente dato un risultato differente da quello che ci si aspettava sulla carta – fino allo psicodramma attuale dell’elezione dei giudici costituzionali. O ancora: Renzi, che come ogni buon comunicatore ha bisogno di nemici, non riesce a trovarne neppure uno che abbia un volto e un’identità precisi, e deve continuare all’infinito a sgranare il rosario, tanto vago quanto stucchevole, dei gufi e rosiconi.
L’inevitabile Giolitti lo era a tal punto che la sua era è durata fino al 1914. Fra l’uomo di Dronero e quello di Pontassieve, però, corrono due differenze fondamentali. La prima: Giolitti poteva governare un parlamento sminuzzato e caotico perché si appoggiava su tre pilastri: il sovrano; la capacità di convocare e condizionare le elezioni; un controllo ferreo sulla macchina amministrativa, fatto di grande competenza e durezza sorprendente. A Renzi un punto d’appoggio al Quirinale certo non manca, ma non si sa per quanto tempo ancora resterà. Le elezioni il presidente del Consiglio le minaccia, proprio perché soltanto così può sperare di aver ragione delle opposizioni striscianti – ma la minaccia non è efficacissima, visto che non è facile darle davvero seguito. La macchina amministrativa, infine, per lui non è una soluzione, ma un problema.
La seconda differenza è che il sistema politico giolittiano era fatto per funzionare così, e altro non si conosceva. Il trasformismo renziano viene invece dopo quasi vent’anni di bipolarismo – e i protagonisti stessi dell’operazione trasformistica, l’uomo di Pontassieve e quello di Arcore, restano in teoria dei bipolaristi convinti. Bisognerà capire, in queste circostanze, se la soluzione trasformista oggi provvisoria è destinata a farsi permanente, complici il sistema elettorale proporzionale attualmente in vigore e le viscosità della cultura politica italiana. Oppure se stiamo vivendo una fase di transizione verso il ripristino di una situazione di competizione politica nella quale di «inevitabili», almeno, ce ne siano due.

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Giovanni Carpinelli
Il trasformismo al di là di Renzi e Berlusconi


Questa pur brillante analisi ha solo due difetti. Non allarga lo sguardo dal Parlamento al paese e neppure considera il trasformismo come regime. Tutto sembra ridursi a una dinamica che avrebbe il suo punto focale tra gli eletti. Perché Renzi si trova a occupare il centro? Perché il moderato Berlusconi tanto moderato non era. E perché il movimentista Grillo ha dato voce a una rabbia difficilmente collocabile sull'asse destra/sinistra. Le due opposizioni incongrue hanno prodotto schiere di orfani potenziali a cui il giovane Renzi con la sua aria da fratello maggiore spalanca le porte di una famiglia. La questione che Orsina non affronta è quella del trasformismo alla base. Perché le manipolazioni parlamentari dei leader trasformisti reggono? Se quelli che si sentono traditi non arrivano a formare un vero, potente partito di opposizione una ragione ci sarà. Quanto poi alle previsioni per il futuro, Orsina sembra dare per scontate troppe cose. Come uscirà Berlusconi dalla alleanza mascherata con Renzi? Quanto ancora resisterà in Forza Italia la soggezione al demiurgo fondatore? Già il centrismo di Monti è andato in pezzi. E quello ancora più fragile di Alfano è destinato a rientrare nell'orbita della destra? A giudicare dalle tendenze in atto una scomposizione molecolare non è da escludere, come per Scelta Civica, come per Sel. Insomma, se la fase di transizione si prolunga, alla fine i protagonisti non dovrebbero essere più esattamente gli stessi. Saranno probabilmente i refrattari al nuovo equilibrio a fungere da elemento catalizzatore per la formazione di una destra nuova, che al momento non si intravede certo nel disagio dei vari Fitto e Brunetta. La vera debolezza di Renzi sta nella sua prudenza in Europa. Nessun rilancio strategico è previsto per ora. Una destra confederalista per esempio potrebbe avere un diverso respiro in confronto alle esitazioni berlusconiane. Qui non c'è per ora nessun convitato di pietra, il demiurgo sminuito continua a svolgere un ruolo senza che sia alle viste un successore credibile.   

giovedì 4 settembre 2014

Renzi al posto della realtà, una ipnosi collettiva

Non ci vuole molto a capire che Renzi domina la scena della politica italiana. Lungi da me l'idea che l'individuazione delle responsabilità sia un fenomeno perverso. Finalmente sappiamo che qualcuno ha se non altro l'intenzione di decidere, di affrontare un certo numero di nodi irrisolti. Non tutti, non subito, ora si parla di mille giorni, e non è necessario aspettare mille giorni per capire. Ci sono problemi urgenti sul terreno dell'economia. Se tra due o tre mesi nulla cambia, o se addirittura le prospettive dovessero peggiorare, già si saprà come si sta mettendo la partita; i più impazienti potranno pensare che non ha proprio senso aspettare ancora.
In una situazione del genere, l'attenzione per la figura del supremo responsabile ci sta tutta, perché no. Altra cosa è l'attenzione esclusiva. Gran parte dei commenti e degli editoriali ruotano intorno a ciò che Renzi promette di fare. E allora ci si chiede se ce la farà o no. Molto spesso gli si suggerisce di fare altro. "Sarebbe molto meglio occuparsi di questo o di quest'altro" è la formula di base, rigirata in tutte le salse. Il paese compare solo in quanto banco di prova per Renzi. La scommessa è diventata più importante della realtà a cui si riferisce.
A pensarci bene Renzi o chi per lui, il decisore supremo, non è il problema e non è neppure la soluzione. E' solo uno tra i fattori in gioco. E non sembra neppure avere una chiara visione strategica. Dà spesso l'impressione di navigare a vista. Da politico abile quale ha dimostrato di essere ha certo un occhio di riguardo per la sua base elettorale. Per quella riunita alle europee e per quella possibile in un prossimo futuro. Chi non ha da misurarsi con calcoli di questo tipo, potrebbe dire invece quale è, a suo parere, l'ordine delle priorità. Renzi o non Renzi: oggettivamente, guardando alle cose e alle persone, nel paese, e non adottando logiche di palazzo.
Lo statista pensa alle generazioni future, si dice. E il giornalista, l'analista politico, a cosa pensano? Al mondo visto con gli occhi di Renzi? O al mondo che si colloca al di fuori, in uno dei tanti aggregati di interessi pure presenti sulla scena politica? E' legittimo fare l'una e l'altra cosa, beninteso. Ma è utile? Aiuta davvero a ragionare sulle possibili vie d'uscita? No di certo. Le grandi opzioni che si delineano all'orizzonte in una situazione difficile si riducono spesso a due o tre in tutto. Per esempio adesso e riguardo all'Europa, ci può essere l'uscita dall'euro, o una permanenza più o meno conflittuale dentro il sistema della moneta unica. Quanto è indispensabile nel secondo caso il riferimento alla Germania? Se è vero che anche per il paese guida dell'Europa la questione dell'egemonia è aperta, su quali terreni e in quali direzioni sarebbe auspicabile sperimentare nuove impostazioni di lungo periodo? Guardiamoci intorno, guardatevi in giro. Pochi si pronunciano con chiarezza su temi simili e la loro voce si perde e si confonde nel brusio prodotto dalle chiacchiere sul destino di Renzi. E' un peccato ed è un brutto segno per il futuro del paese e del continente.
Quanto a Renzi, i problemi connessi all'esercizio della sua leadership sono seri e non vanno sottovalutati. E tuttavia, per come sono messe le cose in Italia, i gruppi dirigenti passano, i problemi restano. E non sono affari di questo o di quello. Sono i nostri affari, quelli sui quali si decide qui e ora il nostro futuro per molti anni a venire.

sabato 14 giugno 2014

Quello che Berlinguer aveva capito

Marcello Sorgi
Il partito diviso e l’eredità di Berlinguer
La Stampa, 14 giugno 2014


Matteo Renzi affronta oggi la direzione del Pd cercando di costruire un assetto unitario del partito che gli consentirebbe di affrontare meglio di quanto è accaduto nell’ultima settimana - tra franchi tiratori e dissidenti espulsi e auto sospesi al Senato - le scadenze che lo attendono. Finora lo scontro tra il premier e i suoi oppositori interni è stato rappresentato come una prosecuzione della lunga battaglia che lo ha portato alla segreteria al posto di Bersani e poi a Palazzo Chigi. In sintesi, il braccio di ferro finale tra il giovane leader cattolico e post-democristiano e quel che resta degli ultimi post-comunisti. Uno schema fin troppo chiaramente semplificatorio, dal momento che gran parte degli ex-Pci sono schierati con il segretario e Renzi stesso non può essere considerato erede diretto della tradizione Dc. A una rappresentazione del genere hanno contribuito anche alcune superficialità (poi corrette dal segretario) dei renziani sulle distinzioni tra vecchio e nuovo nel Pd. Renzi avrebbe invece una carta importante da giocare, proprio recuperando alcune delle più innovative - e inascoltate - proposte fatte dal Pci nella seconda fase della segreteria berlingueriana, dopo la fine del compromesso storico e prima del corpo a corpo, negli anni della presidenza socialista, tra Craxi e il leader comunista. Le ha ricordate Emanuele Macaluso, commemorando alla Camera il leader scomparso trent’anni fa. Ai post-comunisti della commissione lavoro di Montecitorio, schierati contro la riforma del lavoro del ministro Poletti, e pronti alla resistenza al «Jobs Act», Renzi potrebbe opporre il Berlinguer che proponeva «la riforma della struttura del salario, per stabilire un legame più diretto delle retribuzioni con la professionalità e la produttività». E ai senatori contrari alla riforma del Senato potrebbe rammentare il Berlinguer favorevole al «superamento del bicameralismo», al rafforzamento «dell’efficienza e dei poteri dell’esecutivo», e al cambiamento «dei criteri di nomina negli enti pubblici per por fine alla lottizzazione». Per concludere con il Berlinguer della «questione morale». Un allarme rivolto a tutti, Pci compreso: «La questione morale s’è aperta in Italia perché gli interessi di partito sono diventati così predominanti da correre contro l’interesse generale. Questo è lo stato delle cose da cambiare, per evitare una rivolta contro tutti i partiti». Queste cose diceva Berlinguer nell’83: dieci anni prima di Tangentopoli e trenta prima di Renzi, Grillo e del gorgo che, dopo la Prima, sta inghiottendo anche la Seconda Repubblica.

martedì 10 giugno 2014

Mauro Calise: Renzi profeta disarmato

Lina Palmerini
Il politologo Mauro Calise
Media e magistratura: i «rischi» del premier senza più opposizioni

Il Sole 24 ore, 10 giugno 2014


Un premier senza più opposizioni o almeno con opposizioni assai deboli: debole è il suo stesso partito, deboli sono gli altri partiti, deboli le parti sociali, debole perfino quel partito dei sindaci che tanto ha pesato nella storia della sinistra. È una novità che Matteo Renzi ha anche reso più evidente con quella frase "Ci metto la faccia" che scalza il rapporto con i cosiddetti corpi intermedi per un corpo a corpo solo con l'elettorato. Di questo inedito momento politico parliamo con Mauro Calise professore di scienza della politica e autore di libri tra cui "Il partito personale".

«La sua domanda sull'assenza di opposizioni è legittima ma fa riferimento a una fase passata. Non siamo più in un sistema classico in cui ciascun partito si definiva nella relazione con l'altro. Con populismo e personalizzazione della politica si è superata la contrapposizione tra partiti fondata su fratture storiche: non c'è più, quindi, destra/sinistra perché il populismo tende alla trasversalità degli elettorati mentre il personalismo carica di aspettative e responsabilità solo il leader».

In sintesi: se Renzi è arrivato al 41% pescando tra i voti moderati di Scelta civica, ma anche tra i delusi berlusconiani e i grillini pentiti questo è dovuto a un populismo che diluisce i confini tra partiti e a una leadership forte che carica solo su di sè le attese dell'elettorato. Punti di forza che hanno però le loro trappole. E non solo quelle che si vedono a occhio nudo: cioè che l'assenza di alternative azzera gli alibi e identifica con chiarezza la responsabilità del leader. Non a caso Renzi nel suo "patto" con gli elettori mette sul tavolo la sua stessa poltrona e dice: «Posso andare a casa domani». Oltre a questo ci sono fattori di rischio che Calise chiama "fattori M".

«Il fattore media e il fattore magistratura. Le spiego. L'esposizione personale del leader crea molte attese alimentate dai media che, però, con la facilità con cui si innamorano riescono a disinnamorarsi. Si ricordi, poi, che Berlusconi aveva ed ha i suoi media di riferimento, Renzi no».

E l'altro?

«È il fattore magistratura. La personalizzazione della politica espone un leader all'azione investigativa molto più di prima anche perchè privo dello scudo-partito. Uno scudo che ha avuto sempre la sinistra ma che Renzi non ha più».

Insomma, spariscono gli alibi e compare l'insidia di diventare «preda» dei "fattori M". Con qualche contromisura che Renzi può – o forse deve assolutamente – prendere.

«Direi che i punti di fragilità sono due: da un lato quella carica di aspettative che deve indurre il premier alla formazione di una squadra solida che lavori sui tanti e complicati dossier. Il presidente americano si prende qualche mese per la definizione del team. Sull'altra fragilità, quella che lo rende preda della magistratura, serve una corazza istituzionale. Non è un caso che sistemi di personalizzazione della politica abbiano assetti costituzionali coerenti: parlo di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte. Se Sarkozy fosse stato in Italia sarebbe finito in galera e se Hollande fosse stato italiano con il 16% delle ultime europee a quest'ora staremmo già discutendo di elezioni a ottobre».

Esempi chiarissimi, che hanno una logica, ma che è stata sempre stata rifiutata.

«Guardi quando sento parlare di deriva autoritaria mi viene da ridere. C'è invece una responsabilità chiara, imputabile e dunque serve autorità. Ma siamo ancora in un dibattito vetero-costituzionalista mentre già tutto è cambiato: i partiti si sono sgretolati, l'elettorato è diventato volatile e trasversale catturato da quello che chiamiamo populismo e leaderismo».

E del resto la prova del nove sta proprio in quel balzo del Pd fatto solo in un anno, dal 25% circa al 41% circa.

«Renzi ha fatto approdare la sinistra a una fase post-sistemica in cui il punto politico non è la contrapposizione – berlusconismo e anti-berlusconismo – ma la capacità operativa del leader».

E che dice a Susanna Camusso che chiede un partito unico della sinistra?

«Auguri».

°°°

Marco Damilano
Matteo Renzi il populismo di governo che predilige Checco Zalone alle élites di sinistra
l'Espresso, 11 gennaio 2016

Morto il re, viva il re. È morto il partito, torna il sovrano. Il leader è il nuovo re, potentissimo e vulnerabile, nudo. E l’Italia di Matteo Renzi è laboratorio privilegiato di questo processo, scrive Mauro Calise, politologo dell’università di Napoli Federico II, inventore negli anni Novanta del “partito personale”, in libreria con il saggio “La democrazia del leader” (Laterza), destinato a far discutere. La spiegazione di sé che il renzismo non ha mai trovato (e che non ha mai voluto). Ma anche la denuncia dei limiti della leadership personale, la sua debolezza: «I cittadini chiedono sempre al leader di turno molto di più di quanto potrà fare».

La fine dei partiti è un fenomeno italiano?
«No. In tutta Europa siamo di fronte al tramonto dell’ultimo grande corpo collettivo, il partito. Una costruzione millenaria: per spersonalizzare il potere del sovrano ci sono voluti secoli, ora siamo al processo inverso. I partiti non hanno più il monopolio della rappresentanza e non fanno più sistema. In Inghilterra, patria del bipolarismo, ci sono ormai almeno cinque partiti. In Francia siamo al tutti contro Marine Le Pen. In Spagna le nuove liste come Podemos sono cresciute in maniera impetuosa e imprevista. In Germania mi chiedo cosa resterà dopo Angela Merkel. Si è segretolato il sistema».

Al suo posto cosa c’è?
«C’è il ritorno del potere monocratico. Un processo che è nato prima nella società: l’individuo, l’io narcisista, l’io che si esprime nella Rete. In questo habitat individualistico hanno trovato posto le leadership personalizzate. L’Italia ha avuto una forte accelerazione con Silvio Berlusconi, una forma vitalistica, anti-istituzionale, iper-comunicativa: il peggiore dei modi. Alla Francia è andata molto meglio, con la Quinta Repubblica De Gaulle ha trasformato la spinta della leadership carismatica in istituzione. Da noi Berlusconi non ha mai neppure provato a farlo. Sul piano storico Berlusconi non ha fallito per il bunga bunga, ma per non aver mutato la sua leadership da personale a istituzionale».

Renzi è l’erede di Berlusconi nella personalizzazione della leadership?
«Tra i due ci sono differenze enormi. Berlusconi primo ministro non è mai esistito, non ha lasciato traccia, non è stato per nulla decisionista. Berlusconi, più che un premier, è rimasto un capopartito, con la tendenza a fare il capopopolo. Renzi invece fa solo il primo ministro, dalla mattina alla sera. Lei che fa il giornalista può scrivere che lo fa bene o male, io che sono uno studioso devo far notare che lo spostamento della leadership sulla guida del governo è un fenomeno inedito. In altri Paesi sarebbe una non-notizia, qui da noi non era mai successo».

Renzi fa il premier, certo, ma non è immune da quello che lei definisce il «demone populista». «Un vortice di promesse» per conquistare un elettorato mutevole.
«Ovunque il populismo è la forma che si manifesta con la crisi della democrazia. È la forma egemone della politica contemporanea. Il punto è: come riesci a governarlo? E come si comporta il populismo quando vince le elezioni e arriva alla prova del governo. Renzi è senza dubbio un leader che conosce la retorica del populismo. Se la deve vedere, d’altra parte, con Beppe Grillo e con Matteo Salvini, che quanto a populismo non sono secondi a nessuno. Chi lo critica per questo dovrebbe poi spiegare con chi intende sconfiggere avversari di quella statura. Con Mario Monti? Con Enrico Letta? Il populismo va cavalcato senza farsi divorare».

C’è stato un momento in cui Renzi si è perso in questo labirinto? In cui il gioco di guidare dall’alto la rivolta anti-establishment gli si è ritorto contro?
«Il punto critico è l’operazione sulle banche di queste settimane. Contro il governo c’è una reazione tipicamente populista, la difesa dei risparmiatori truffati. E su questo Renzi è in evidente difficoltà, fatica a smarcarsi».

Chi sono i nemici del premier?
«Nessuno. È un’altra differenza con Berlusconi. Il capo di Forza Italia spaccava il Paese, o con lui o contro di lui, o berlusconiani o anti-berlusconiani. Renzi insegue consensi trasversali, vorrebbe parlare a tutti. Non divide, si identifica con tutto il popolo, il suo bersaglio sono i gufi, quelli che non vogliono il bene del Paese: le élites, meglio se di sinistra. E rappresenta gli italiani che vogliono le riforme, moderatamente. Sa chi rappresenta meglio di tutti questo stato d’animo? Checco Zalone. Sono andato a vedere il suo film il primo giorno. Sono uno zaloniano convinto, da sempre. C’è l’impiegato travolto dal taglio delle province che tutti volevano purché non toccasse a loro. Dentro ci trovi una fotografia. La Prima Repubblica, come dice l’inno del film, non si scorda mai...»

Per il 2016, però, il premier vuole che il referendum sia sulla Costituzione, ma anche sul suo operato. Sì o no: sulla riforma del Senato e su Renzi. L’atto di nascita del renzismo (e dell’anti-renzismo).
«Io credo che sia soprattutto un modo per bypassare le elezioni amministrative, molto difficili per lui. E sta scegliendo come terreno di confronto un tema, la riforma del Senato, che forse in altri tempi avrebbe appassionato, ma che oggi riscalda poco. Farà una campagna elettorale con pochi slogan e poco divisivi. Il cambiamento contro chi vuole frenare. Certo, è una competizione che all’improvviso può complicarsi, se ad esempio le amministrative dovessero andare molto male...».

I pericoli per Renzi vanno cercati fuori dal Parlamento. Lei lo definisce fattore M: magistratura e media.
«Governo e Parlamento sono le componenti del sistema legittimate dal voto dei cittadini. Le caratteristiche della magistratura e dell’informazione sono l’autonomia e l’indipendenza dagli altri poteri. Ma in presenza della crisi democratica la magistratura e l’informazione hanno esteso il loro potere. Pensi soltanto alle sentenze della Corte costituzionale che hanno cancellato la legge elettorale Porcellum o riscritto la riforma delle pensioni. Per non parlare delle inchieste della magistratura ordinaria, da Tangentopoli in poi. Sia chiaro: non chiedo una subordinazione della magistratura al potere politico, segnalo che il fattore M è per ogni leader il rischio da cui deve sapersi difendere».

Cosa significa il fatto che Renzi affidi molto potere al magistrato più popolare d’Italia, Raffaele Cantone?
«Credo che Cantone rappresenti un compromesso tra Renzi e il fattore M. Anche in questo vedo un parallelismo. Di Pietro era un capopopolo, come Berlusconi, e come lui fondò un partito personale. Cantone è, come Renzi, un uomo che si gioca la sua partita nelle istituzioni. Personalizza l’organismo che presiede. Non è un’authority impersonale, è una persona credibile con un capitale inestimabile: la fiducia».

I media sono la benzina nel motore del leader, nel momento della scalata. Poi, a potere conquistato, cominciano le lamentazioni: i talk parlano male del Paese, i giornalisti non mi capiscono...
«È il ciclo del carisma, Renzi non ne è esente. Il linguaggio dei media è individualistico, creano il leader e poi lo distruggono. Media e magistratura sono portati a concentrarsi sul leader. E quando le cose vanno male, quando il leader va sotto assedio, viene salvato da una corazza istituzionale o dal suo partito. Che nel caso italiano mancano completamente. È questo il tallone di Renzi, la sua debolezza».

Il Pd, il partito di cui Renzi è segretario, rischia di perdere le amministrative a Roma e a Napoli, dove si ripresenta Antonio Bassolino di cui lei fu consigliere. È lì che nel 2016 si rivelerà fragile?
«Su Roma Renzi poteva lasciare che se ne occupassero i romani o metterci la faccia. Invece ha fatto fuori Ignazio Marino senza avere soluzioni di ricambio in mano, un’operazione improvvisata. Su Napoli le idee sono ancora più confuse. Non gli fa piacere la candidatura di Bassolino, ma neppure la prospettiva di confezionare un’alternativa contro De Magistris che magari si rivelerà perdente. In questo c’è la solitudine del leader. I partiti erano sistemi fiduciari. Ma ora chi gli racconta come vanno le cose fuori da Roma? Dov’è la sua intelligence? Il suo Ponte delle spie? Film per film, meglio Zalone».

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