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lunedì 1 settembre 2014

Claudio Magris, L'Italia stanca e depressa

Claudio Magris
L’impresa di resistere alla crisi in un Paese stanco senza più passioni
Corriere della Sera, 1 settembre 2014


Nel Tramonto dell’Occidente — libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici — Spengler annunciava che la civiltà occidentale — per lui sostanzialmente germanica — esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza — già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino — né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato — con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali — la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

lunedì 4 febbraio 2013

Guido Vitiello contro la melanconia

Ho passato la prima metà della mia vita di lettore a leggere libri sulla melanconia, la seconda a scrollarmeli di dosso; perdendone, per quel che conta, ogni fede nei libri e nelle loro promesse. Oggi li trovo tutti ricapitolati in uno, L’encre de la mélancolie (Seuil) di Jean Starobinski. Sono saggi composti nel giro di mezzo secolo, alcuni un poco rimaneggiati, dalla tesi di dottorato in medicina che Starobinski presentò nel 1959 all’Università di Losanna a qualche pagina recente su Baudelaire, Mandelstam e la nostalgia. Non manca nessuno, al nuovo rendez-vous, dei convitati di quelle mie prime letture: i medici antichi e i loro umori atrabiliari, gli asceti fiaccati dal demone meridiano; il furore degli artisti rinascimentali nati sotto Saturno e la neghittosa erudizione dei trattatisti barocchi; Cervantes e Shakespeare, Kierkegaard e Benjamin, il black ink e l’umor nero. E soprattutto quel grande angelo scuro, l’angelaccio sublime e detestabile dell’incisione di Dürer, il volto recline un poco in ombra, quasi appollaiato sulla mano, e quell’aria di bambinone annoiato in mezzo ai troppi balocchi: il compasso e la clessidra, la palla e la stadera, il quadrato magico e la pietra nera, sotto i raggi di un astro bianchissimo nel quale legioni di interpreti, chissà per quale traveggola, si sono illusi di vedere un sole nero.
[...] Smascherare il prestigio della melanconia, questo si deve; riconoscervi, il più delle volte, un odioso strumento di distinzione, di orgoglio spirituale, in ultimo di sopraffazione e di dominio. E farlo non già con l’ottimismo igienico e artificiale dei futuristi, ma con lo scetticismo dei moralisti o dei buffoni. Com’è vezzoso, credersi nati sotto Saturno, scorgere nelle proprie miserie il segno di un’oscura elezione, affiliarsi a un club di sventurati illustri, agganciare i propri umori a una genealogia fantastica che annovera Nerval e Piranesi, Rembrandt e il giovane Goethe. E quanti poseur intellettuali si sono, con il richiamo all’atrabile, conferiti quarti di nobiltà! Sarebbe da farne l’inventario, la galleria di ritratti. C’è il tipo del teorico della decadenza, lo spengleriano che i destini trascinano volente o nolente, [...]. C’è il tardo marxista benjaminiano, a cui la melanconia dona un severo prestigio anche accademico, che ama atteggiarsi ad archeologo divorziato dal tempo, rimesta tra le rovine della storia, medita su una rivoluzione e una redenzione tutte libresche, combina e ricombina all’infinito come un cabalista sillabe di filosofi tedeschi a cui ha avuto cura di fare il vuoto attorno, cancellando con un gesto il mondo: la melanconia cinge il suo esilio come un antico maniero. C’è poi la posa più scoperta, la più arrogante, il melanconico aforistico che fa strage di illusioni, il truffatore spirituale alla Emil Cioran, che stagna nei propri risentimenti e nei propri disgusti per farne moneta splendente – e falsa: e se ha fortuna ne ha in premio, questo misantropo ossessionato dagli altri, di veder riconosciuta una sovranità tutta mondana sul proprio tempo, il posto in balconata del Grande Spregiatore.
Ne ha suggerite, quell’angelo, di pose – e di alibi, e di specchi deformanti. Una disposizione transitoria e finale della Costituzione dello spirito dovrebbe abolire quest’ultimo titolo nobiliare, la melanconia usurpata dei letterati e degli intellettuali, e stabilire per legge che dopo Gérard de Nerval a nessuno più è consentito proclamarsi Principe d’Aquitania dalla torre abolita.

Articolo uscito sul Foglio il 28 novembre 2012 con il titolo Saturno a favore ovvero come smascherare il prestigio della melanconia