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venerdì 2 gennaio 2026

Il canto di Grillo

Massimiliano Panarari
Il vaneggiante controcanto di Beppe Grillo

La Stampa, 2 gennaio 2026

Era un appuntamento abituale. Il “controcanto” volutamente irrituale, un po’ sarcastico e un po’ oracolare, di Beppe Grillo al discorso di fine anno del capo dello Stato. A Capodanno 2026, in maniera assai meno magniloquente ci ritroviamo con un suo post. E quello che era precisamente pensato come un tonitruante (e narcisistico) guanto di sfida nei confronti delle istituzioni e del “sistema” si è convertito in un assai più modesto messaggio nella bottiglia, riempita di fiele e amarezza, nonché del consueto egotismo. Il segno di tempi nei quali la bolla grillina è totalmente archiviata, e il M5S è diventato altro. Anzi, un autentico “altro da sé” per l’ex capo comico e capo politico, che non si rassegna a scendere dal palcoscenico e al finale di partita e di un partito che gli è stato sfilato con destrezza dorotea da Giuseppe Conte. Un cumulo di contraddizioni – nulla di nuovo, in verità, da questo punto di vista... –, con un tono oscillante tra il j’accuse antipolitico e l’introspezione intimista, con una spruzzata di quella New age che ha ereditato dal sodale Gianroberto Casaleggio. La cui scomparsa ha impattato drammaticamente, oltre che umanamente, sulla leadership e la capacità progettuale di Grillo il quale, nella divisione dei compiti interna all’allora partito bipersonale era il braccio e il megafono delle visioni elaborate dal socio. Eccolo, così, scagliarsi anche adesso contro «la politica che continua a recitare», ricolma di «zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi», mentre gli attacchi alla giustizia, dopo la condanna del figlio, confermano il qualunquismo di chi vuole una magistratura “à la carte”, con le inchieste da applaudire quando coinvolgono gli avversari e gli anatemi sdegnati e il vaffa di ritorno allorché entrano, letteralmente, nel cortile di casa.

Il silenzio evocato come «la forma più elevata di presenza» da parte dell’ex istrione che da comiziante urlava davanti a piazze piene, prontissime nel passato a tramutarsi in urne altrettanto piene, appare un malcelato sintomo di risentimento. E la dichiarazione secondo cui «il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo» suona come un incrocio fra un «memento existo» da celebrità in disarmo e il suo solito superomismo. Il (malinconico e vaneggiante) «bozzolo dalle dimensioni infinite» da cui pontifica non contiene alcun programma politico-sociale, né alcuna, ancorché vaga, idea. C’è poco da fare, è la dura legge della vita che l’ex Elevato continua a rifiutare: non si può essere uomini di tutte le stagioni. E la sua, per giunta, al Paese non ha certo fatto bene.

lunedì 10 novembre 2025

La peste della propaganda putiniana


Giulia Ricci
No all'evento filo-Putin a Torino. D'Orsi: "Io censurato" Solidarietà di Barbero al docente
La Stampa Torino, 10 novembre 2025

Un contro-dibattito con il giornalista filo-Putin Vincenzo Lorusso, Moni Ovadia e Alessandro Di Battista. Ad organizzarlo è il docente Angelo D’Orsi, che incassa anche la solidarietà dello storico Alessandro Barbero.

Tutto nasce dall’organizzazione di un convegno, da parte degli anti-fascisti dell’Anppia, intitolato “Russofilia-russofobia-verità”, location il Polo del ’900. La polemica dei Radicali, la presa di distanza dell’associazione a livello nazionale e l’intervento dell’eurodeputata dem Pina Picierno (seguito da quello del leader di Azione Carlo Calenda) hanno però spinto il centro culturale a cancellare l’evento. A creare scalpore la partecipazione di Lorusso (in collegamento dal Donbass), lo stesso che consegnò all’ambasciatrice russa a Roma Maria Zakharova una petizione contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E che lavora per un’agenzia stampa che, secondo Reporters senza frontiere, riceverebbe finanziamenti dal Cremlino «come strumento di propaganda».

Le reazioni

La decisione ha prima provocato le reazioni politiche di FdI e M5S. «Un gesto che evita di confondere la libertà di parola con la libertà di propaganda, due categorie che ogni tanto si intrecciano in modo creativo», commenta il consigliere regionale Roberto Ravello. Gli eletti M5S in Comune Andrea Russi e Valentina Sganga, insieme ad Alberto Unia a Palazzo Lascaris, invece attaccano: «Grave l’annullamento della conferenza. Il Polo del ’900 rappresenta un presidio pubblico di memoria e di democrazia: per questo è fondamentale che ogni scelta sia spiegata in modo trasparente e coerente con i suoi principi».

Nuova location

Ma ad alzare le barricate è soprattutto D’Orsi, che dopo aver lanciato l’idea di un mailbombing contro il sindaco Stefano Lo Russo (che, in realtà, avrebbe solo preso atto della decisione del Polo), attacca il centro culturale e annuncia un contro-convegno, sempre il 12 novembre alle 21 ma al circolo Arci La Poderosa: «Gramsci scriveva che i censori sono innanzi tutto stupidi. La conferenza si farà lo stesso, ma il pubblico sarà moltiplicato. E interverranno, sia per solidarietà verso il sottoscritto, sia per esprimere il loro dissenso sull’accaduto, e la loro preoccupazione per la deriva para-fascista in Italia, oltre a Lorusso anche Di Battista e Ovadia». Non solo. Ad intervenire è anche lo storico Barbero: «Esprimo a D’Orsi totale solidarietà; sono costernato che una cosa del genere sia potuta accadere a Torino e al Polo del ’900».

«La peste della propaganda»

Picierno, però, prova a fare chiarezza: «L’evento annullato prevedeva la presentazione del libro di Lorusso, “De Russophobia”, con prefazione di Zakharova, oggi sanzionata dall’Unione europea. Spostare il focus sulla presunta “censura” nei confronti del professor D’Orsi è a sua volta una manovra di propaganda». Lo storico, infatti, «il 17 novembre presenterà un altro volume al Polo. Difendere i luoghi istituzionali e culturali del nostro Paese dalla peste della propaganda putiniana - conclude la dem - significa proteggere il perimetro stesso della nostra democrazia».

giovedì 3 aprile 2025

Barbero e Marc Bloch



Nicola Mirenzi
Guerra e pace sul palco dei Cinque stelle: se solo Barbero parlasse come il suo venerato maestro. La lezione di Marc Bloch
Il Foglio, 3 aprile 2025

I pacifisti? “Insegnavano, a ragione, che la guerra accumula devastazioni inutili. Ma omettevano di distinguere tra la guerra che decidi di fare volontariamente e quella che ti viene imposta, tra omicidio e legittima difesa”. Urlare basta soldi per le armi? “Un vangelo di apparente convenienza, sermoni che trovano una facile eco negli istinti pigramente egoistici che dormono nel fondo di ogni cuore umano”. Oppure quelli che dicono che la sfida autoritaria alle democrazie non esiste? “Inconsapevolmente, lavoravano per fare i codardi”. Che spettacolo meraviglioso sarebbe se, sabato, il professor Alessandro Barbero salisse sul palco della manifestazione dei Cinque stelle “Basta soldi per le armi”, dove parlerà, e anziché fare il proprio monologo seguendo la linea politica di Giuseppe Conte, raccontasse la lezione di uno dei suoi maestri, anzi il suo maestro per eccellenza, lo storico Marc Bloch, cofondatore della École des Annales, la base della storiografia più moderna, a cui nel 2015 dedicò una conferenza strepitosa, diventata celebre grazie al successo dei suoi podcast. Ovvio: non succederà, non può succedere. Ma immaginarlo nell’opera che gli riesce meglio – narrare i fatti e la mentalità di un’epoca, legare le date e gli accadimenti alla psicologia delle masse, all’antropologia – be’, sarebbe una lezione da leccarsi i baffi. “Barbero racconta gli effetti collaterali del pacifismo”. Altro che Barbara Spinelli e Tomaso Montanari, suoi compagni di palco: si vedrebbe la sua stella brillare più di tutt’e cinque le stelle del Movimento messe insieme.
La lezione impossibile potrebbe iniziare con una citazione: “Ai pacifisti piaceva giocare con le parole, e forse, avendo perduto l’abitudine di guardare in faccia i loro pensieri, si lasciarono prendere nelle reti dei loro stessi equivoci”. Così scrive Bloch nel suo libro capolavoro, La strana disfatta, un testo che è una “diagnosi di una lucidità pazzesca”, “uno dei suoi più grandi saggi”, lo definisce Barbero. Venne scritto subito dopo l’invasione nazista della Francia, quando in pochi giorni i tedeschi sbaragliarono l’esercito francese, di cui Bloch era un ufficiale. Come fu possibile quel tracollo? Ci furono ragioni militari, certo, sostiene Bloch. Ma, dopo averle scandagliate nel dettaglio, e impietosamente, aggiunge che “un uomo onesto non poteva esimersi da un esame più generale”, cioè dal prendere in considerazione una questione culturale, per non dire morale, la necessità di fare un “esame di coscienza” dell’intera nazione.
Ebreo nella Francia occupata dai nazisti, dopo la rovina militare Bloch si arruolò nella resistenza non comunista fino a diventarne uno dei capi, cominciando con il portare giornali, poi lettere, nome di battaglia Narbonne. La Gestapo lo arresta su uno dei tanti ponti di Lione. Lo tortura. Lo immerge nell’acqua gelida, gli brucia la pianta dei piedi, gli rompe le costole. Per tirargli fuori informazioni. Il 16 giugno 1944 i tedeschi lo portano in un campo deserto e lo uccidono a colpi di mitra. Aveva scritto: i pacifisti “sussurravano, li sentii, che i nazisti non erano, nel complesso, così malvagi come si pretendeva di dipingerli: probabilmente ci si risparmierebbe più sofferenze spalancando loro le porte che opponendosi all’invasione con la violenza”. Si ricorderà che anche Giuseppe Conte era estremamente seccato dalle dicerie sulla Russia: “Nessuno ci dica che Putin non vuole la pace”. Oggi l’avvocato del popolo pacifista contrappone il riarmo alle bollette. I carri armati agli ospedali. Gli F-35 alle terapie intensive. “Ma si dimentica che la vittoria dei regimi autoritari”, scriveva Bloch, rivolgendosi alla sinistra, “non può non portare alla quasi totale riduzione in schiavitù”, con buona pace del sistema sanitario nazionale. Sarebbe meraviglioso se Barbero lo raccontasse sabato alla manifestazione pacifista. 

martedì 26 novembre 2024

La vera prova di maturità

Tommaseo-Bellini, Dizionario della lingua italiana

Antonio Floridia, M5S, la zavorra dei sospetti e l'illusione dell'egemonia
il manifesto, 26 novembre 2024

Le conclusioni dell’assemblea del M5S segnano alcuni punti all’attivo per il partito-movimento, ma lasciano anche aperti molti interrogativi. All’attivo, si può mettere il fatto che, per la prima volta da molti anni, il M5S ha costruito un momento collettivo di partecipazione che ha coinvolto alcune decine di migliaia di militanti. Una premessa necessaria, anche se non sufficiente, per le future battaglie elettorali. Gli interrogativi riguardano altro: è riuscito il M5S a definire la sua identità e la sua collocazione politica? La risposta deve partire da alcuni presupposti: al M5S, per la sua storia e per la cultura politica dei suoi elettori e militanti più fedeli, non si può chiedere di essere, semplicemente, un «partito di sinistra». Si può e si deve chiedere altro: che questa identità e questa collocazione siano chiaramente ancorati ad un rapporto di collaborazione con altre forze democratiche e di sinistra.

È positivo che l’Assemblea abbia votato a favore della possibilità di coalizioni politiche fondate su programmi comuni; ma questo, per così dire, è il minimo: ci mancherebbe altro, verrebbe da dire… Ma non si può, alla lunga, rendere credibili coalizioni e alleanze se queste vengono prospettate su un fondo di sospetti e di diffidenza, quasi di mala voglia, con l’idea di rassicurare i militanti sulla purezza delle proprie azioni.

«Non abbiamo paura di sporcarci le mani!», ha esclamato più volte Conte nel suo discorso conclusivo: ma è proprio questo l’errore di fondo, accreditare l’idea che i necessari compromessi e le necessarie mediazioni siano qualcosa che mette a repentaglio la propria identità. In questo modo, presentando così le cose, non si aiuta nemmeno un processo di maturazione del proprio elettorato: che, stando ai sondaggi, sembra «tenere» sul piano nazionale, ma appare estremamente volatile in tutte le altre elezioni. D’altro canto, anche questa identità appare piuttosto incerta: definirsi «progressisti», e per di più «indipendenti», appare alquanto vago.

Il M5S resta di fatto ancorato al modello del «contratto» (non è il solo, a dire il vero: in questi giorni il partito di Sahra Wagenknecht ne ha appena firmato uno in Turingia, non solo con la Spd ma anche con la Cdu!): può essere una formula efficace, forse, per convincere elettori riluttanti e tendenzialmente isolazionisti; ma allora, bisognerebbe aggiungere chiaramente che, sulla base delle proposte di merito approvate dall’Assemblea (tutte, in varia misura, con un segno politico «di sinistra»), l’unico contratto possibile (non facile e immediato, certo, ma è questione appunto di trattative) è oggi quello con il Pd e l’Alleanza Verdi-Sinistra. Né ci sono oggi i rapporti di forza e le circostanze che resero possibile nel 2019 il «contratto» con la Lega (ma ricordiamolo, fu Renzi a far fallire l’incarico a Fico per un governo con il Pd).

Manca ancora molto alle elezioni politiche, ma già il prossimo anno ci sono importanti elezioni regionali: la credibilità delle alleanze non la si costruisce last minute. Il quadro è oramai chiaro: a destra, per quante tensioni ci possano essere tra i diversi partiti, esiste una forte cornice ideologica che tiene insieme e accomuna, innanzi tutto, gli elettori.

Anche le ultime elezioni regionali confermano che il principale movimento elettorale è quello dall’astensione al voto, o viceversa, con pochi passaggi tra i blocchi. A sinistra, no, non c’è alcuna cornice ideologica comune immediatamente disponibile nella cultura politica degli attori politici e degli elettori. Va costruita, pazientemente, innanzi tutto come difesa dai pericoli a cui questa destra espone la nostra democrazia; ma non basta questa posizione difensiva, occorre saper prospettare una visione che affronti con radicalità e realismo i disastri della società italiana. Per questo, cominciare a stabilizzare la coalizione alternativa alla destra è una premessa necessaria, ma non è compito che si possa rimandare alla vigilia delle prossime elezioni.

Per quanto riguarda il M5S, si potrebbe pensare che una dialettica di emulazione/concorrenza con il Pd sia una strada perseguibile: ma è un gioco pericoloso, è difficile distinguere tra la logica del «marciare divisi per colpire uniti» e quella che invece che poi, alla fine, indebolisce e delegittima l’azione unitaria. Continue fibrillazioni ne minerebbero alla radice la credibilità e l’affidabilità. Il Pd, dal canto suo, deve rinunciare alla sciagurata teoria della «vocazione maggioritaria»: Elly Schlein, meritoriamente, ad ogni piè sospinto, ripete che il Pd non si considera autosufficiente; ma in casa Pd pare che ci siano ancora molti nostalgici.

E allora, diciamolo chiaramente, l’«egemonia» è come il coraggio di Don Abbondio: se uno non la esercita nei fatti, non può pensare di affermarla battendo i pugni sul tavolo o, nel caso del M5S, rinchiudendosi in un atteggiamento diffidente e sospettoso, o inutilmente assertivo («i valori non negoziabili»). Né tanto meno proclamandosi «indipendenti»: se si è sicuri di sé stessi e della propria identità non ci sarebbe bisogno di dirlo e non si guarderebbe alle alleanze come ad un male necessario, ma come ad un positivo strumento per realizzare i propri programmi. E dicendolo. Sarà questa la vera prova di maturità, per il M5S: non l’uccisione del padre-Grillo.



 

martedì 19 novembre 2024

Elezioni di svolta. Verso un bipolarismo asfittico

 


L’andamento delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Umbria si presta a diverse riflessioni che vanno ben al di là dell’episodio. Avrà anche ragione Mario Sechi quando fa notare che non può essere questo l’inizio della riscossa destinata a condurre la sinistra al potere. Tuttavia alcuni tra i fatti che si sono verificati in questa occasione rivestono un’importanza notevole. Negli anni Sessanta Giorgio Galli ricorreva alla formula del bipartitismo imperfetto per caratterizzare il sistema politico italiano. Ora forse stiamo andando verso un bipolarismo asfittico. 
Al primo posto troviamo il crollo della Lega in entrambe le regioni. A destra in Emilia Romagna Fratelli d’Italia triplica i suoi voti,balzando dall’8,6 per cento al 23,75, Forza Italia li raddoppia, va dal 2,6 al 5,62, mentre la Lega sprofonda: aveva il 32, scende al 5,29, perde cinque voti su sei. In Umbria Fratelli d’Italia quasi raddoppia i consensi,il 10,4 diventa il 19,55, Forza Italia passa dal 5,5 al 9,31, mentre la Lega si ritrova al 7,72 dopo aver raggiunto il 37 la volta precedente. Si ha un bel dire che le elezioni amministrative sono un’altra cosa rispetto alle politiche, i sondaggi nazionali riflettono in parte una tendenza simile: la Lega ottiene un terzo del risultato attribuito a Fratelli d’Italia. Diverso è il caso dei rapporti con Forza Italia. Nelle elezioni locali Forza Italia supera agevolmente la Lega, mentre nei sondaggi i due partiti sono appaiati. La destra estrema si sta unificando sotto le bandiere della forza politica che ha un radicamento nazionale più omogeneo e che si è attestata su posizioni meno oltranziste rispetto a Salvini e ai suoi seguaci. C’è da chiedersi a questo punto se la Lega riuscirà a mantenere il controllo del Veneto e se non le converrebbe intanto cambiare segretario per poter meglio calibrare le sue scelte di fondo.
Al secondo posto c’è un altro crollo, più o meno annunciato, questo. I Cinque stelle scendono al 4,85 per cento in Umbria e al 3,5 in Emilia Romagna. Le pretese egemoniche di Giuseppe Conte appaiono quanto mai ingiustificate, se questa è la misura della forza mantenuta.  Anche in questo caso tanta agitazione e tanti distinguo per sostenere la sfida al maggiore partito della coalizione si sono rivelati inutili, se non controproducenti. La questione di sapere che fine stanno facendo i voti dei suoi dei suoi elettori passati rimane aperta.
Al terzo posto possiamo collocare la ulteriore caduta dell’affluenza: dal 67,6 al 46,42 in Emilia Romagna, dal 64,7 al 52,53 in Umbria. Un sorpasso in discesa. Il fenomeno ha molte cause. La disaffezione per la politica in quanto tale fa certo la sua parte. Altri fattori pesano ugualmente: l’indegna gazzarra a cui si riduce spesso la polemica tra i partiti maggiori, l’allarme per le insorgenze fasciste o comuniste, la disputa sull’antifascismo, le accuse alla magistratura, la trovata dell’Albania come luogo di deportazione per i migranti, le attese frustrate sul terreno delle pensioni, il mantenimento delle accise sulla benzina,e altre bizzarrie. La politica che si accapiglia e non fa, non produce decisioni utili. Ultimo elemento, la rappresentanza introvabile per quegli elettori che si erano lasciati illudere dalle sirene populiste e si ritrovano privi di rappresentanza. L’astensione insomma può essere causata sia da un eccesso che da una carenza di politica. Fratelli d’Italia dopo aver conosciuto una ascesa folgorante nel livello dei consensi sembra aver raggiunto un tetto oltre il quale non riesce ad andare. Forse questo accade per via del persistente legame con le radici fasciste di questa forza politica. Un’altra causa della stasi andrebbe individuata nello straripamento delle tentazioni autoritarie e retrograde. Questo vale anche per la Lega. Gli esempi si moltiplicano: Bandecchi, Delmastro, Valditara. Suscitano scandalo tra gli oppositori, forse rafforzano la coesione della base, difficilmente contribuiscono ad allargare i consensi. Un proverbio napoletano aiuta a capire meglio cosa succede: "trasire ‘e spighette e metterse ‘e chiatto", entrare di fianco e poi allargarsi comodi.
Il grande successo della destra nella sua versione meloniana è consistito nell’assecondare le pulsioni diffuse, nel voler apparire come un riferimento naturale e sicuro. Questo è “entrare di fianco”. I richiami identitari, la faccia feroce, le dichiarazioni roboanti non producono lo stesso effetto. Rassicurano i fedeli, mentre rischiano di spaventare il più vasto pubblico. Se la destra si allarga comoda nelle sue espressioni di volontà allarma tutti quelli che pur essendo sensibili alle sue lusinghe non sono troppo convinti e restano allora sulla soglia. Si fa tanto parlare di egemonia. Gli alleati non si conquistano agitando il bastone del comando. Si conquistano adeguando lo stile e le proposte alle loro esigenze e alle loro aspirazioni.   

sabato 6 aprile 2024

Il fantasma dell'onestà

 

 


 

Piero Sansonetti, La svolta di Bari Giuseppe Conte, il qualunquista che si era travestito da uomo di sinistra: un politico bello e finito, l'Unità, 6 settembre 2024

Conte l’altra sera ha rotto le relazioni con il Pd e ha deciso – non so se su richiesta – di consegnare Bari alla destra. Per quale ragione lo ha fatto? Ci sono due ipotesi.

La prima è che essendo Conte una persona del tutto estranea alla politica – Conte è un funzionario dell’establishment che considera la politica nient’altro che una delle strade possibili per l’accesso al potere – abbia pensato di poter trarre qualche vantaggio elettorale da questo gesto, e dunque abbia calcolato che mettendo su un piatto della bilancia gli interessi di una città e nell’altro piatto la possibilità di un beneficio elettorale, il piatto pesante è il secondo.

E' un ragionamento lineare. Che potrebbe essere smontato solo mettendo su un terzo piatto, di una strana bilancia, le idee di fondo di uno schieramento politico. Ma Conte, sfortunatamente, non ha mai avuto idee politiche, forse ignora persino cosa siano, e quindi il terzo piatto per lui non c’è. Lui continua ad essere un avvocato d’affari.
Poi invece c’è una seconda ipotesi. Più generosa e forse anche più giusta. Conte ha scelto di rompere col Pd perché il Pd, specialmente dopo l’insediamento della Schlein, ha alcune accentuate caratteristiche di partito di sinistra. E Conte non ha mai sopportato la sinistra. Chiunque un po’ lo conosce sa bene che Conte è essenzialmente un reazionario.

Ieri sul Corriere della Sera è uscito un bell’articolo di Tommaso Labate, nel quale si racconta come e perché la simpatia tra Conte e Salvini non si è mai interrotta, nonostante il Papeete. Non si è interrotta perché Conte ha una evidente simpatia per Salvini.

Io non ho mai capito bene quali siano le differenze tra loro, in termini di aspirazioni politiche. Conte è un giustizialista. Salvini (tranne che per i processi che lo riguardano) è un giustizialista. Salvini è un nemico dell’immigrazione, e Conte è del partito che ha inventato la polemica dei “taxi del mare”.Salvini ritiene che la sicurezza e le politiche cosiddette “securitarie” siano il problema principale di uno Stato moderno, e Conte lo segue. A Salvini piace Trump (e un po’ Putin) e Orban. A Conte piace Trump, e Orban (e un po’ Putin).

Dunque, qual è la differenza? L’unica differenza che vedo è che Salvini si rivolge essenzialmente all’elettorato del Nord e Conte all’elettorato del Sud. L’equivoco che in tutti questi anni ha sviato gran parte dei politologi e anche ampi settori della politica, è quello del populismo. Ogni volta che si parla di Conte si parla di leader “populista”. Non è così.

La categoria politica alla quale appartiene Conte è una categoria molto più grezza ma anche più complicata: il qualunquismo. Qualunquismo e populismo sono cose molto diverse. Il populismo sicuramente è un fenomeno e una “para-ideologia” che ha al suo interno forti componenti ribellistiche e di sinistra.

Il populismo spesso contagia i piccoli partiti di estrema sinistra e certamente è stato un elemento fondamentale del grillismo, e ancora lo è del Movimento Cinque Stelle. Penetrò largamente anche nel Pci e nel partito di Pannella.

Ma il populismo si fonda su sentimenti, emozioni e convinzioni profonde. Quasi sempre, a mio parere, sbagliate, ma robuste e radicate. Il qualunquismo è un’altra cosa. È la negazione di ogni principio, la certezza che la politica sia solo un mezzo per acquisire potere, è l’uso strumentale di alcuni elementi del populismo (diciamo: della demagogia) per conquistare consensi che sono considerati essenzialmente materia prima da trasformare in potere.

Il qualunquismo non si riferisce mai a una comunità. O a una classe. O a una concezione dello stato e della società. Con il populismo ha un solo punto in comune: il rifiuto della politica. Che è il punto debole del populismo. La differenza tra populismo e socialismo è sempre stata questo: amore per la politica o rifiuto della politica.

Il più celebre e dotato leader qualunquista fu Guglielmo Giannini, subito dopo la guerra, e lo stesso Togliatti in una certa fase pensò alla possibilità di un’intesa o di un accordo con Giannini. Togliatti era un leader molto spregiudicato, del resto fu lui, negli anni Trenta, a scrivere l’appello ai fratelli in camicia nera.

Il Pd e il suo gruppo dirigente sono pienamente consapevoli, io credo, delle caratteristiche e dell’inaffidabilità di Conte. Perché allora ci fanno gli accordi (talvolta anche con successo, vedi Sardegna)?

Per una ragione semplice e molto comprensibile. Per come sono state combinate in questi anni le leggi elettorali (sfregiando la democrazia politica) le alleanze sono obbligatorie. Perché regni una incertezza sui risultati elettorali, i partiti più grandi devono scegliere dei compagni di viaggio.

E il Pd si è trovato a dover scegliere tra l’andare da solo, o con i piccoli partiti alla sua destra e alla sua sinistra (coi quali difficilmente, oggi, può superare il 30 per cento dei consensi), oppure accettare l’alleanza con il diavolo.

Non so cosa sceglierà il Pd nelle prossime settimane e mesi. La mia opinione è che con Conte mai. Che nessuna sinistra, seppure fosse una sinistra moderata, può convivere con un leader reazionario.

Che la strada maestra sia quella di prendere atto che ora si sta all’opposizione, e si fa seriamente l’opposizione. Verrà il tempo per essere maggioranza, sicuramente verrà, ma non è questo il tempo. E non si aggira la realtà fingendo che un modesto avvocato reazionario sia un leader di sinistra.

mercoledì 15 novembre 2023

L'autodafé di Grillo

 

 
Luca Bottura, E' un Berlusconi che non ce l'ha fatta, ora però un bel vaffa se lo merita lui, La Stampa, 14 novembre 2014
 
A lungo ho creduto che Beppe Grillo avesse influenzato profondamente le quattro facezie che, per me o per gli altri, ho compitato negli anni: "Fantastico", "Te la do io l'America", il teatro "di denuncia"… Tutto molto divertente, energico, sincero. Poi ho scoperto che non era lui. Che dovevo dire grazie ad Antonio Ricci, Michele Serra, a Marco Morosini, gli autori che lo avevano instradato, le diverse tappe: comicità, satira, ecologismo e neo-luddismo.
Poi arrivò Casaleggio e la cosa, da divertente, si fece drammatica. L'ego sconfinato di Grillo si combinò a quello del suo mentore, che voleva diventare "patrone ti monto" e per farlo ventilava una guerra con quattro miliardi di morti. Si specchiarono. Si amarono. Si spalleggiarono. Pensavano entrambi che il popolo fosse composto da fessi, che fossero sufficienti quattro slogan ripetuti per realizzare il loro unico obiettivo: gloria, potere.
L'altra sera, da Fabio Fazio, Grillo ha ammesso che non c'era alcun progetto. Non c'erano risposte. Non esisteva il benché minimo orizzonte. E che ha peggiorato il Paese. Si potrà obiettare (lui lo farebbe) che era spettacolo, farsa, bugia. Ma spettacolo, farsa, bugia, è ciò che Grillo e i suoi epigoni manettari, naturalmente mai con gli amici, hanno miscelato alla politica, quella vera, in questi anni di cupio dissolvi civile. E la politica, purtroppo, cambia realmente la vita delle persone. E delle comunità. Anche devastandone i capisaldi.
Grillo è un Berlusconi che non ce l'ha fatta: accentratore, malato di "vita", mentitore, spregiudicato. Non a caso, Gianroberto Casaleggio veniva da Forza Italia. Non a caso, ogni qual volta gli è toccato di andare a soggetto, gli è uscito di tutto, sempre da destra, dacché ogni populismo da là viene. Il sostegno a Casa Pound, le "botte" agli immigrati, gli attacchi (ora) ai giudici. Tra Bersani e Salvini, scelse Salvini.
Poi, la disinformazione. Casaleggio junior ha fatto sparire da tempo Le Fucine, TzéTzé, e altri siti con cui macinava denaro all'ombra del Movimento Cinque Stelle, con un volano poderoso: il Sacro Blog. Un agglomerato di notizie grigie, gonfiate, spesso prese da siti disinformativi russi come Sputnik. Un mosaico rancoroso che oggi si ritrova tale e quale nei siti "fuori dal coro", una sentina che ha devastato il livello dell'informazione italiana transumandola dal tradizionale asservimento, tra l'altro non sempre, alla confusione deliberata. Con un corollario pre-autoritario: la violenza verbale verso i non allineati.
Grillo è stato responsabile degli attacchi ai cameraman Rai che lo riprendevano, delle gogne ai danni dei cronisti colpevoli di criticarlo (e delle croniste, con che gioia), persino degli autori satirici. Grillo, e Casaleggio, hanno creato coi mezzi dell'epoca – appunto il blog – ciò che Salvini, Meloni, Renzi, avrebbero perfezionato: una Bestia di pessima informazione, aggressiva, basata sul bastone, sulla dannazione, sulla cacciata a furor di popolo dei non allineati. Interni, esterni. Mentre si davano lezioni di democrazia e giornalismo agli altri.
In questa malafede e nei suoi adepti c'è un'aggravante non da poco: l'aver fatto propria, una volta andati al potere, la peggiore consorteria partitica, la più disastrosa lottizzazione, la contrattazione del singolo strapuntino. Chiunque abbia avuto a che fare coi Cinque Stelle "di governo" – a parte lodevoli eccezioni, che resistono tuttora – ricorda una gestione militare dei rapporti con la stampa, la fuga dalle domande, le pagelle dei buoni e cattivi.
La repubblica di Casalino, potentissima, che ancora oggi si sostanzia nelle acque reflue del servizio pubblico: io ti voto il Cda, tu mi dai qualcosa qua… eccetera.
E dire che era tutto chiaro da subito, bastava voler vedere. Dal giorno in cui, a Bologna, i nomi dei principali quotidiani italiani furono scanditi per esporli al vaffanculo della piazza. La colpa: ricevere finanziamenti pubblici. Delegittimarli significava "disintermediare", come diceva Casaleggio. O disintermerdare, com'è accaduto. Sostituire le notizie con la propaganda. Fuggendo, se necessario. Nel 2011, per farsi intervistare, Grillo chiese 2.000 euro «da dare in beneficenza per gli alluvionati liguri». Andai a vedere il bluff: li raccolsi, li versai, lo aspettai in radio. Non venne: «L'iniziativa non è più attiva», mi scrisse a trasmissione conclusa. Ma dai.
Oggi, quando Giorgia Meloni fa passerella web a Palazzo Chigi saltando a piè pari ogni confronto coi giornali, applica la "regola Grillo". Inoltre, sulla spinta dell'indignazione ad minchiam, quella di un Paese in cui il 50% manco paga le tasse, i finanziamenti pubblici sono rimasti solo per le "cooperative", quasi sempre fittizie, che magari schermano imperi nel settore della Sanità o spiegano al mondo i totem del liberismo. Coi soldi pubblici.
La cancellazione dei sostegni all'informazione (che venivano anche hackerati, come tutto in Italia, ma davano una mano al pluralismo) fa il paio con la diminuzione di deputati e senatori: una trovata da repubblica delle banane che il Pd sposò per ignavia, seminando il campo sul quale oggi Meloni sparge concime col premierato. Grillo ha peggiorato anche l'opposizione, ha dato a intendere a una parte del Paese che la sinistra fosse quella roba lì: una giusta – ad esempio il reddito di cittadinanza – insieme a cento sbagliate ma a furor di popolo. Manipolato. Anzi, peggio: in mezzo a un nulla di slogan vuoti, di parole messe lì per far numero: «Giuseppe Conte parlava difficile, non si capiva. L'ho scelto per quello».
L'ultimo paradosso è che l'autodafé di Grillo sia avvenuto anch'esso per promozione, in casa di un conduttore che aveva insultato e irriso, da cui si è fatto agilmente gestire come a suo tempo nel salotto di Bruno Vespa. Una passerella mesta (al netto del colpaccio e del senso giornalistico) a caccia di un pubblico per spettacoli sempre meno affollati, o di qualche lettore in più per un blog che senza Casaleggio è defunto. Per raggranellare un po' di attenzione ad anni luce dal successo di piazza da cui iniziò la caduta: gli 800.000 (autocertificati) di piazza San Giovanni del 2013. Un pubblico così, Grillo, non l'avrebbe mai più avuto. Il suo unico vero programma era completato. Oggi – chapeau - ha il coraggio artistoide di venire in tv a spiegarci che sì, ci aveva preso per i fondelli. Una sincerità che merita adeguata risposta: Beppe, hai settant'anni. Adesso vattene affanculo tu.

 

 

domenica 1 aprile 2018

Il maoismo digitale




David Allegranti, Così si può battere il "maoismo digitale" del M5s. La ricetta di Giuliano da Empoli, Il Foglio, 17 maggio 2017


Roma. Tra i milioni di voti del M5s, ci sono elettori delusi da riconquistare, populisti riluttanti – come il fondamentalista del libro di Moshin Hamid – da recuperare. Elettori che pure hanno le loro ragioni, finiti nelle maglie di un movimento “tecnicamente totalitario”, scrive Giuliano da Empoli nel suo nuovo libro sul grillismo, un pamphlet, in libreria da domani con il titolo “La rabbia e l’algoritmo” (Marsilio, 92 pagine, 12 euro). Ed è totalitario per vocazione, “nel senso che ambisce a rappresentare non una parte, ma la totalità del ‘popolo’”. Lo scrittore, creatore del think tank Volta, suggerisce una strategia teorica per fronteggiare il partito di Grillo, nato in un paese, l’Italia, che “è la Silicon Valley del populismo globale”.

Finora, ci sono stati tre tentativi di risposta al grillismo. “La tentazione giacobina”; “la tentazione elitaria”; “la tentazione dorotea”. La prima consiste nell’inseguire i grillini sul loro terreno, diventando più populisti, più antipolitici e più giacobini di loro, adottando un frame che quindi darà solo vantaggi agli inseguiti e non agli inseguitori. La seconda consiste nell’attribuire il successo del M5s all’ignoranza e alla manipolazione, come se il Movimento prendesse milioni di voti per qualche centinaio di troll su Twitter e Facebook. La terza consiste “nell’asserragliarsi nel bunker del sistema, in un grande revival nostalgico della Prima Repubblica”. Le tre tentazioni, portate alle estreme conseguenze, dice da Empoli, sono destinate a fallire. Così come è destinata a fallire la sola opera di denuncia costante delle contraddizioni, degli abusi e delle violazioni dei principi democratici del M5s. All’origine del successo del populismo grillino c’è una formidabile capacità di attrazione della rabbia che un tempo, come ha rilevato il filosofo Peter Sloterdijk, era propria dei partiti di sinistra, che “sono stati per tutto il Novecento i collettori privilegiati della rabbia popolare”. Recentemente, il Pd aveva recuperato quella capacità, dice da Empoli. “Nei suoi momenti migliori – le primarie del 2012 e poi soprattutto i primi mesi del governo Renzi e le elezioni europee del 2014 – il Pd ha saputo intercettare la rabbia degli scontenti, che è all’origine del successo di Grillo e degli altri trumpisti”. Renzi ha adottato, fin dall’inizio, “alcuni atteggiamenti tipici dello stile populista”, restando però “l’unico leader moderato a essere riuscito – almeno per una fase – a intercettare l’energia della rabbia popolare per portarla nella direzione di un programma di riforme e di apertura… Certo, col passare del tempo la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla pesante sconfitta del referendum”.

Resta dunque tuttora intatto problema di come superare il “maoismo digitale”, come definisce da Empoli l’ideologia grillina riprendendo le idee del tecnologo Jaron Lanier. La prima operazione che le élite devono compiere è “prendere sul serio il populismo”, il che “non significa prendere sul serio i leader populisti, che sono quasi tutti pagliacci. Vuol dire prendere sul serio gli elettori populisti e le ragioni della loro rabbia”. Quegli elettori sono il soggetto ideale dell’egemonia grillina; non il militante convinto che ripete a pappagallo le teorie di Casaleggio, ma “il cittadino X che non crede più a nulla, perché tutti mentono e non ci si può fidare di nessuno”. E per quanto demenziali siano le ricette che propongono, “l’intuizione dei nuovi populisti non è priva di senso”. Fino a quando “i fautori dell’apertura non riusciranno a dimostrare che i diritti del singolo, anziché essere più compressi com’è accaduto negli ultimi anni, possono svilupparsi anche in un contesto aperto, sarà difficile riconciliare una quota crescente dell’opinione pubblica con qualsiasi tipo di integrazione sovranazionale”. Nessun progetto politico può prescindere oggi “dall’esigenza di restituire ai cittadini un certo grado di controllo sulla direzione della loro vita”. I populisti hanno reso esplicite domande e dubbi su alcuni processi che le élite giudicavano ineluttabili e che invece Brexit e vittoria di Trump hanno reso possibili: l’integrazione europea, la globalizzazione. Ma “se vogliono riconquistare il rispetto delle persone, le élite devono smetterla di produrre sempre e solo incertezza e tornare a proporre un certo grado di stabilità. La celebrazione acritica del cambiamento in quanto tale finisce con generare la reazione opposta”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/25/social-network-rabbia-sociale-e-delirio-di-onniscienza-le-nuove-patologie/1621555/

martedì 14 febbraio 2017

Un Consiglio comunale a Torino


Simone Lorenzati, Metti un pomeriggio in Sala Rossa


Metti che un giorno tu decida di vedere come funziona davvero. Che tu sia stufo di telegiornali e giornali e voglia osservare come si muove la macchina amministrativa cittadina da vicino. Metti, poi, che tu voglia vedere in prima persona quella che, secondo un sondaggio commissionato poche settimane fa dal Sole 24 ore, è la Sindaca più amata d'Italia. E allora, con in mente questo ed altro, decidi di presenziare al tuo primo Consiglio comunale a Torino (non certo il primo in assoluto), per inciso il quinto da quando si è insediata la Giunta guidata da Chiara Appendino. Decidi di evitare la trafila da giornalista e, abbandonando il tesserino a casa, ti registri come semplice visitatore per poi andare ad accomodarti in “piccionaia”. E già qui la prima sorpresa. Una città di un milione di abitanti e, ad assistere al Consiglio, dall'inizio alla fine, siamo in tre: io e una coppia di signori, con chiaramente decisione presa da lei visto l'interesse che manifesterà lui durante l'intera seduta. Più altri 5 o 6 che restano grossomodo un'ora ciascuno. In effetti, va detto, le tre ore e mezza di durata non aiutano ad entusiasmare e ad avvicinare alla politica. E deve pensarla così anche Appendino che farà, infatti, una fugace apparizione di una ventina di minuti circa verso metà Consiglio. 
Sono quindici le interpellanze presentate dalle varie opposizioni alla maggioranza pentastellata e ben poche verranno accolte (fatta eccezione per una, in finale di seduta, presentata dalla Artesio di Torino in Comune). Il clima ricalca, in formato mignon, ciò che si vede in Parlamento. Il gruppo M5S e il Pd impegnati a giocare uno contro uno, mentre il resto dei gruppi pare più in disparte. Anche se i veri battibecchi arrivano dalle parti del centro-destra. Dopo una replica dell'assessore all'ambiente Giannuzzi, ad una interpellanza su inquinamento e relativi blocchi alle auto, è Osvaldo Napoli (Forza Italia) ad infiammare la seduta dando dell'imbarazzante all'intervento dell'assessore “sia per cosa ha detto sia per come lo ha esposto. Se si scrive le cose almeno a casa le legga un paio di volte prima di venire in aula. Glielo suggerisco davvero come consiglio”. Brusii e rimostranze dai banchi pentastellati mentre Giannuzzi ha preferito non replicare. Altro scontro sulla linea M5S-Lega in merito ad una interpellanza, firmata dal capogruppo Ricca, sul campo rom di via Germagnano: “Vi preoccupate degli adulti ma non dei bambini che qui respirano veleni tutto il giorno giocando in un campo in cui non hanno deciso di stare”. “Sappia che i bambini ci stanno a cuore ma il problema dei campi-rom non è certamente di semplice soluzione. E questa non sono le ruspe come proponete voi” è stata la replica di Appendino nel suo unico intervento in aula. Il Pd, dal canto suo, orfano di Fassino impegnato alla direzione nazionale del partito, si è diviso tra accuse di dilettantismo e inoperosità alla maggioranza e, specie per bocca del capogruppo Lo Russo, offerte di dialogo per il bene della città (tentativi sostanzialmente sempre respinti dai pentastellati). 
L'impressione è che in Commissione sia più visibile come funziona davvero la macchina comunale mentre, in sede consiliare, sia meno comprensibile. Chiaramente anche in città è più semplice stare all'opposizione che non governare e, seppur a ruoli invertiti, lo schema è lo stesso che in Parlamento. Dando per scontato l'amore per Torino da parte di ciascun consigliere, da buon crociano, uscendo dalla Sala Rossa a fine seduta mi è tornata in mente una sua storica frase: il vero politico onesto è il politico capace.

martedì 22 dicembre 2015

Podemos e i 5 Stelle



Angela Azzaro 
Podemos in Italia si chiama 5 Stelle


Podemos non è Syriza, ma soprattutto non è la Sinistra italiana. Podemos in Italia c'è già e si chiama Movimento cinque stelle. Podemos è il M5s non tanto nei contenuti quanto nell'elemento dirimente e vincente: essere l'anti casta, l'anti sistema. Sinistra italiana nasce, con tutte le buone intenzioni, dentro il sistema. Più che Podemos è Izquierda Unida che ha preso due seggi. Mi chiedo allora se abbia senso, stando così le cose, tentare di costruire in Italia un quarto polo con queste caratteristiche. Non lo dico con cattiveria ma come domanda vera che mi pongo e anche con una certa preoccupazione.

Simone Lorenzati 
L'apparenza inganna


Su Sinistra Italiana concordo con te. Sulla somiglianza tra Podemos e 5 stelle meno. Hanno in comune la polemica anti-casta e l'utilizzo della rete ma le similitudini si fermano qui. La dirigenza di Podemos è fatta da insegnanti universitari di scienze politiche e dintorni, non certo il dilettantismo e l'ignoranza che più di una volta i pentastellati hanno dimostrato. Podemos arriva dal movimento degli indignados, non si definisce di sinistra ma lo è palesemente. E una politica sull'immigrazione come quella che vorrebbero i grillini è lontana anni luce da quella di Iglesias e i suoi. Ciò detto Italia e Spagna sono molto differenti. E vedremo come proseguirà il tutto.

Jacopo Iacoboni
La Sinistra italiana e il sogno (impossibile) di un Podemos
Il risultato di Podemos suscita entusiasmi nella Sinistra italiana, ma i due casi sono abissalmente lontani
Il Movimento non c’è. E il campo è parzialmente occupato dal M5S


La Stampa 22 dicembre 2015

... Il terzo punto, sostanziale, è che Podemos «nasce da un movimento sociale, generazionale, che affonda le radici nel fenomeno degli indignati. Lì c’è un movimento. In Italia, semplicemente, questo movimento non c’è», constata non senza amarezza Airaudo, che pure vorrebbe provare a costruire qualcosa di analogo partendo da Torino. Forse, si potrebbe aggiungere, l’ultima cosa assimilabile a un movimento, nella sinistra italiana, è stata l’esperienza milanese della primavera arancione di Pisapia: che però non ha prodotto una rete nazionale e un’esperienza generativa a sinistra, e probabilmente, almeno in parte - nel 2013 ha finito per avere zone di tangenza col successo elettorale del Movimento cinque stelle. M5S che però è diversissimo, rispetto a Podemos (i due soggetti hanno anche reciprocamente preso le distanze), almeno perché ha due forti elementi di verticismo: l’azienda che comanda (la Casaleggio) e il leader che ne determina il successo iniziale (Grillo).
Sostiene Enrico Rossi che l’insegnamento di Podemos (anche al Pd) è che bisogna stare «alla larga dalle grandi intese e dal partito della nazione, e invece guardare di più a sinistra, ai ceti deboli della società». Ma cosa vuol dire «guardare più a sinistra?». Podemos non partirebbe mai da cotesta genericità, intanto perché ha una notevole componente anche interclassista, pur declinandola a sinistra, e poi perché nasce in maniera concreta, dalle pratiche, non da un proclama. È il quarto elemento: la pratica principale originaria è stata il movimento di lotta per la difesa della casa dalle banche. Podemos nasce dai movimenti che proteggono gli affittuari (ma anche i proprietari di case) non più in grado di pagare affitti o mutui bancari. In questo senso è una prassi, quasi ignota oggi alla sinistra italiana, che è, e resta, un’operazione per lo più politicista, o una fuoruscita dal Pd. Con eccezioni, per esempio la Fiom. Maurizio Landini ha scritto la prefazione italiana al libro di Iglesias, e è ormai convinto che «bisogna andare oltre molti schemi tradizionali, cosa che Podemos fa. Iglesias si dice socialdemocratico, il problema è che ormai in Europa appare estremista anche essere socialdemocratici». In più, per Landini, «in Italia c’è il problema che una fetta di campo è ormai occupata dal M5S, che prima non c’era; e dobbiamo trovare il modo di farci i conti». 

sabato 30 maggio 2015

Come si è arrivati al sistema politico tripolare

Aurelio Musi
Morte e trasfigurazione della forma-partito
L'Acropoli Blog, 8 febbraio 2015
Il grassetto non figura nella versione originale

Negli ultimi anni la transumanza di parlamentari da un partito a un altro è diventata un’inarrestabile tendenza. Pochi giorni fa un’intera formazione politica, Scelta Civica, nata per impulso di Mario Monti, si è quasi completamente dissolta e la maggioranza è confluita nel partito democratico. E’ questo, per ora, solo l’ultimo atto di un processo di profonda trasformazione che ha investito partiti storici italiani, soggetti politici più recenti e la stessa forma-partito come l’abbiamo conosciuta sia in tempi più risalenti come partito di massa sia in anni più vicini a noi.
 E’ il caso allora di ripensare brevemente la storia dei partiti italiani dalla crisi del 1992-93 ad oggi. In poco più di un ventennio abbiamo assistito a veloci cambiamenti che non hanno reso possibile una relativa stabilizzazione del sistema politico italiano e che – è legittimo ipotizzarlo alla luce di quel che è accaduto – non lasciano ancora prevedere una sua possibile e duratura definizione.
  La crisi successiva a Tangentopoli ha contribuito ad eliminare dalla scena politica italiana alcuni partiti storici: la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano. Il Partito Comunista, pur non essendo stato direttamente investito dal ciclone di Mani Pulite, sia per i contraccolpi della fine dei regimi comunisti in Europa, sia a seguito di un processo di evoluzione interna, sia per il venir meno della “conventio ad excludendum” che l’aveva tenuto fuori dell’area di governo, è decisamente cambiato.
  La nascita di Forza Italia e della Lega ha introdotto ulteriori novità soprattutto nella struttura e nella fisionomia della forma-partito. Da un lato, un “partito azienda” che ha assunto i connotati di un “partito personale”, non ha rinunciato ad ereditare alcuni caratteri del “partito pigliatutto” come la tendenza a svilupparsi nell’intero territorio nazionale, la ricerca del consenso in ampi strati sociali, l’assenza di ideologia, ma si è distinto dal partito pigliatutto, esemplificato nella DC, soprattutto sulla questione della leadership, considerata unica e indiscutibile e identificata nel capo, Silvio Berlusconi. D’altro lato, una formazione politica come la Lega di Bossi, un “partito territoriale” che ha fondato la ricerca del consenso al suo stato nascente soprattutto sulla polemica contro “Roma ladrona”, le parole d’ordine ispirate al separatismo, la lotta alla corruzione.
   Il successo delle due formazioni, Forza Italia e Lega, non ha impedito comunque la sopravvivenza di un’area moderata, distinta dalle altre due, che, dopo aver coltivato l’illusione della costituzione di un Grande Centro in Italia, ha quindi svolto la funzione di alleato della destra.
  Dopo un lungo periodo di egemonia berlusconiana e di governi di centro-destra, l’ascesa di Matteo Renzi alla guida del Partito Democratico ha scompaginato gli equilibri politici precedenti e ha condotto al successo il suo partito, che oggi è insediato con relativa stabilità al governo del paese. Renzi ha determinato contraccolpi di natura diversa. Ha portato il pd ad oltre il 40% di consensi elettorali. E’ riuscito a sottrarre il partito di Alfano alla sudditanza di Berlusconi e ad integrarlo nell’area di governo. Ha insediato nel pd una nuova leadership che ha profondamente rinnovato il suo gruppo dirigente. Ha notevolmente influito sulla crisi di Forza Italia, partito che oggi è diviso tra molte anime e non è più saldamente controllato da Berlusconi. Sta cambiando la stessa forma-partito del pd: un nuovo “partito personale” che aspira a diventare “partito della nazione” e a cercare consensi nell’area moderata dell’elettorato.
  Questo non significa che siamo passati dall’epoca del “bipolarismo imperfetto” e dell’alternanza non ancora pienamente realizzata all’unipolarismo renziano. Per ora, certo, non si scorgono all’orizzonte soggetti politici in grado di contrastare l’egemonia renziana. Tuttavia sia il Movimento 5 Stelle sia la nuova Lega di Matteo Salvini sono in grado di proporsi come potenziale alternativa al pd di Renzi, anche se avranno non poche difficoltà a porsi al centro di uno schieramento di alleanze.
  Se questa è in estrema sintesi la nostra storia recente, è possibile oggi ipotizzare una nuova geografia politica italiana che, probabilmente, si articolerà in più poli e che rappresenterà un relativo superamento della classificazione destra/sinistra. Il primo polo è costituito da un grande partito pigliatutto di sistema, quello renziano, capace di aggregare consensi tra gli elettori tradizionali del pd, moderati e di attrarre voti da Sel. L’altro polo è costituito dal Movimento 5 Stelle che, tuttavia, ha non pochi problemi di leadership, appare come un soggetto politico privo di una stabile forma-partito, con continue emorragie di parlamentari. Il terzo polo è la Lega di Salvini, non più partito territoriale ma nazionale, che guarda soprattutto all’Europa e ai suoi movimenti populisti. Quanto a Forza Italia, esso resta la vera incognita attuale.

lunedì 1 settembre 2014

Claudio Magris, L'Italia stanca e depressa

Claudio Magris
L’impresa di resistere alla crisi in un Paese stanco senza più passioni
Corriere della Sera, 1 settembre 2014


Nel Tramonto dell’Occidente — libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici — Spengler annunciava che la civiltà occidentale — per lui sostanzialmente germanica — esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza — già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino — né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato — con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali — la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

mercoledì 6 novembre 2013

Il mandato imperativo. Sartori contro Grillo

Giovanni Sartori
Una violazione macroscopica
Corriere della Sera, 6 novembre 2013


Beppe Grillo è un formidabile attore e demagogo. Probabilmente anche Masaniello lo era nella Napoli del suo tempo, del 1600. Ma Masaniello non aveva l’elettricità (intendi: microfoni, televisioni, Internet e bambini derivati). Masaniello arrivava a Napoli, Grillo arriva a tutta l’Italia. Poteva essere fermato? Può ancora essere fermato?
L’Italia pullula di giuristi e anche di giuristi davvero insigni. Eppure a nessuno di loro è venuto in mente, a quanto pare, l’articolo 67 della nostra Costituzione, per il quale «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Questa disattenzione è spiegabile? Forse sì, perché le nostre facoltà di Giurisprudenza si sono chiuse in un «formalismo» così introverso da ignorare una norma inserita in tutte le costituzioni delle liberal democrazie europee sin da quando fu stabilita dalla Rivoluzione Francese.
Nelle nostre facoltà di Legge si insegna storia del diritto italiano (come è giusto che sia) ma non si insegna storia del costituzionalismo. Incredibile ma vero. Il risultato è che ai nostri costituzionalisti sfugge che il divieto del mandato imperativo istituisce la rappresentanza politica dei moderni. Perché la rappresentanza esisteva anche nel Medioevo e nell’antichità, ma era appunto una rappresentanza assoggettata al vincolo del mandato imperativo, e quindi di delegati o ambasciatori che presentavano al Sovrano le richieste dei loro mandanti. Il divieto del mandato imperativo è dunque vitale per un sistema di democrazia rappresentativa. Se togli questo divieto la uccidi. E il grillismo costituisce di fatto una violazione macroscopica di questo principio.
Non c’è dubbio che il grillismo sia un movimento politico; e, secondo la dottrina, un movimento che riesce a fare eleggere suoi candidati al Parlamento, è un partito politico. Ma questi eletti hanno titolo per entrare e votare in Parlamento? Secondo l’articolo 67 della Costituzione, no. Perché gli eletti del Movimento 5 Stelle sono appunto vincolati da un mandato imperativo di agire, parlare e votare solo su istruzioni di Grillo e del suo guru; una sudditanza che li obbliga, senza istruzioni, al silenzio o alla inazione.
Come ne usciamo? L’articolo 67 sopracitato suggerisce - mi pare - che questi eletti non possono essere accolti in Parlamento senza prima sottoscrivere uno ad uno il loro ripudio del mandato imperativo. So immaginare gli strilli e i «vaffa» dei grillini e di chi li vota. Il che non toglie che i giuristi della Corte costituzionale non possano ignorare il problema e nemmeno lo dovrebbe ignorare, mi sembra, il presidente della Repubblica. Perché Scalfari ha davvero ragione quando, su la Repubblica di domenica scorsa, dice di temere, con il grillismo, il definitivo sfascio di un Paese già sfasciatissimo.
Verrò ricoperto di «vaffa», ma poco male sarebbe un male minore. Non posso invece dargli ragione sul rimedio del federalismo europeo. È comprensibile che questa tesi sia cara a Barbara Spinelli, figlia di un padre illustre che ne è stato grande animatore. Ma non si è mai visto un sistema federale senza una lingua comune. Nemmeno l’India fa eccezione, perché l’élite che la domina parla l’inglese. Ma vorrei vedere un povero votante italiano al quale vengono sottoposti, per l’elezione federale, candidati finlandesi (dei quali non saprebbe nemmeno pronunziare il nome); e così per una diecina e passa di altri Paesi che parlano per noi un linguaggio indecifrabile. Il federalismo di Bossi per fortuna è morto; e potremmo senza danno (lo sussurro e basta) sopprimere anche le Regioni.
Ma lo dico di sfuggita. Una scarica di «vaffa» alla volta .

martedì 4 giugno 2013

La sfortuna leggendaria di Bersani

L’unico modo per ammettere Superman nel nostro mondo è dotarlo di una sfortuna tale da neutralizzare del tutto i suoi superpoteri, affinché alla fine di ogni sua avventura gli enormi sforzi positivi di Superman e le enormi energie negative dei suoi antagonisti diano una somma zero. Il nostro mondo imperfetto diventa così il risultato della lotta titanica tra Superman e i suoi perfidi avversari.  ...La sfortuna è in fondo il calco in negativo dell’eroe...
Leonardo, Teoria narratologica della sfortuna, in Cronache di una sorte annunciata

Ma davvero Bersani nella trattativa con i potenziali dissidenti grillini è stato così sfortunato? Perché l'accordo non si è fatto alla fine? Perché, si dice, le votazioni per il Quirinale hanno avuto un esito disastroso.  Difficilmente chi non sa bene cosa vuole trova la sua strada, questo è il punto. Il caso riserva sorprese positive da cogliere e preservare. In un tale scenario l'intelligenza e il carattere mantengono il loro ruolo: l'intelligenza, quando c'è,  aiuta a capire quello che è accaduto, il carattere, quando c'è, conduce a muoversi con determinazione. Bersani era a capo di un partito senza una cultura politica definita e senza una visione strategica chiara. E' tanto strano che quel partito non sia stato in grado di afferrare per i capelli la fortuna e trattenerla?


Paola Fabi
Il tentativo di Bersani? Non riuscì ma per poco... Europa, 3 giugno 2013

Pier Luigi Bersani ce la poteva fare a formare il governo ma per una serie di fatti (alcuni anche rocamboleschi) non se ne fece niente.
Perché Grillo ha ragione: all’interno del M5S esiste un gruppo di dissidenti. Ma la storia è vecchia: questo nucleo di dissidenti era pronto a staccarsi già ai tempi del tentativo di Bersani di formare il governo e a votare la fiducia all’esecutivo guidato dall’allora segretario del Pd. Un gruppo formato da 13 parlamentari e che, secondo la ricostruzione di Loris Mazzetti del Fatto Quotidiano, ebbero contatti con il Partito democratico. Una ricostruzione confermata sullo stesso giornale dall’intervista di Eduardo Di Blasi a Miguel Gotor, fedelissimo di Bersani, che si occupò della trattativa.
La storia inizia con i contatti di un gruppo di grillini – stanchi e delusi dal comportamento del Movimento dopo le elezioni – con Sonia Alfano, che venne incaricata di segnalare a Bersani la disponibilità di parte del gruppetto. In cambio del voto favorevole a un esecutivo a guida Bersani, i dissidenti chiedevano, oltre alla condivisione di alcuni punti programmatici, anche una «protezione mediatica» da Grillo e Casaleggio. «I temi del confronto erano quelli emersi anche dall’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del senato: anticorruzione, legalità e lotta alla mafia», ha spiegato Gotor.
Un dialogo così difficile con il M5S che alla prima telefonata di Sonia Alfano, Bersani attaccò pensando a «uno scherzo del solito Cruciani della Zanzara». Ma una volta capito che la cosa era seria, il segretario del Pd inviò Gotor in Sicilia per un incontro, che però non andò a buon fine: «Bisognava attendere l’elezione del nuovo presidente della repubblica», ha spiegato lo storico. Ma anche una parte dei democratici, racconta il Fatto, auspicava un governo delle larghe intese «con Berlusconi e Monti mandando a casa Bersani».
Risultato: il fallimento del tentativo dell’allora numero uno del Pd. D’altronde – secondo la ricostruzione giornalistica – agganciare i grillini non sembrava facile nemmeno a lui, visto che credeva ad uno scherzo…

mercoledì 24 aprile 2013

I numeri del dottor Gribbels

editoriale del Foglio quotidiano, oggi

Dopo giorni di “non so” e “alla gente non interessa”, finalmente ieri Beppe Grillo ha reso noti i voti delle Quirinarie che hanno portato Stefano Rodotà a essere il candidato per il Colle votato dal M5s. Il leader è nudo. I numeri dei risultati sono impietosi e imbarazzanti: 28.518 votanti su 48.292 aventi diritto, Rodotà scelto da 4.677 persone, meno del tetto massimo di amici che si possono avere su Facebook, Gabanelli prima classificata con 5.796 preferenze. I numeri svelano però anche la bravura di Grillo e dei suoi nel promuovere il grande equivoco di questi giorni, quel se-lo-chiede-la-rete-è-il-popolo-che-lo-vuole che ha mandato nel panico i politici piddini. [...]
La democrazia non è un "mi piace" sul Web. E anche se lo fosse, non con questi numeri.
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