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venerdì 12 giugno 2026

Lo scatto che manca

Mauro Magatti
Italia, la sfida è reinventarsi

Corriere della Sera, 12 giugno 2026

Se guardiamo ai dati, il quadro italiano non è incoraggiante. Abbiamo un debito pubblico tra i più elevati al mondo; il nostro profilo demografico è molto negativo; registriamo da anni ritardi nella produttività con salari che di conseguenza crescono poco. Anche il livello medio di istruzione resta inferiore a quello di molti Paesi con cui ci confrontiamo.

Accanto a questi dati negativi, ci sono anche i punti di forza. Le esportazioni italiane superano i 600 miliardi di euro, il turismo continua a crescere, disponiamo di università e centri di ricerca di alto livello e la ricchezza privata rimane consistente. In altre parole, l’Italia non è semplicemente un Paese in declino. È, piuttosto, un Paese ancora ricco che però fatica a capire il proprio modo di stare al mondo. Nel pieno di una grande trasformazione storica ci ritroviamo a metà del guado: l’Italia del ’900 non esiste più, ma i nuovi equilibri ancora non ci sono. I dati negativi che non possiamo più far finta di non vedere sono il riflesso di una questione più profonda: la difficoltà dell’italia di riposizionarsi rispetto alla propria tradizione storica.

Prendiamo la famiglia. Tradizionalmente al centro della vita sociale italiana, la famiglia non era soltanto un luogo affettivo, ma anche un sistema di protezione, solidarietà, sostegno economico e costruzione dell’identità personale. Col tempo, questa struttura è cambiata profondamente. L’aumento dell’istruzione e della partecipazione femminile al lavoro, oltre che il cambiamento nei costumi sessuali e affettivi, hanno smontato quel modello. Senza però che ne sia stato costruito uno nuovo. Così, mentre la famiglia continua a essere indicata come un valore fondamentale, mancano le condizioni materiali e culturali per costruirla. I giovani hanno enormi difficoltà ad accedere a lavori stabili, alla casa, ai servizi per l’infanzia. I rapporti uomo/donna faticano a ridefinirsi, riproducendo vecchi modelli che impediscono la piena valorizzazione delle donne che ormai da molto anni hanno livelli di istruzione elevati. Di fatto non si è costruito un modello di famiglia post-patriarcale adatto condizioni sociali contemporanee. Né tanto meno si e impostata una politica migratoria sensata capace di integrare le nuove famiglie nel tessuto del Paese. Le ben note conseguenze demografiche sono l’effetto di questa transizione incompiuta.

O si pensi al mondo delle imprese. Il modello italiano basato sulle piccole dimensioni è stato a lungo considerato arretrato. Di fatto, però, sono proprio queste imprese che sostengono la competitività italiana, grazie alla flessibilità, alla creatività, al radicamento territoriale, alla qualità produttiva. Nonostante questo, per anni si è cercato di adattare il Paese a modelli importati, insistendo sulla necessita di verticalizzare e aggravando il carico burocratico e fiscale. Unico settore che ha accresciuto il livello di concentrazione è stato quello bancario, col rischio di un suo progressivo disallineamento dalle esigenze del sistema produttivo. Il risultato è paradossale: salvo le poche grandi imprese partecipate, l’Italia non ha più grandi imprese private. Il sistema economico mantiene intatta la sua specificità, ma non è stata sviluppata una politica industriale e finanziaria coerente per rafforzarne i punti di forza e contrastare le debolezze del nostro modello produttivo. E così anche in ambito economico paghiamo lo scotto si non aver portato a modello quelle specificità che gli stranieri ci invidiano.

Stesso discorso per la dimensione politicoistituzionale. Lo Stato nazionale ha avuto un ruolo fondamentale nell’unificare un Paese caratterizzato da marcate diversità territoriali, culturali, economiche. Ma da anni permane un grave scollamento non solo territoriale (tra Nord e Sud, e tra aree interne e centri urbani), ma anche tra la politica e i cittadini. Abbiamo esempi eccellenti di amministrazioni locali, con i sindaci — e in qualche caso presidenti di regione — che sanno esprimere ottime capacità amministrative. Ma il quadro è ben più problematico a livello nazionale, dove perdurano divisioni e inadeguatezze. Di fatto, i continui e sempre più retorici appelli alle riforme istituzionali e alla semplificazione burocratica nascondono l’incapacità della politica di modernizzare lo Stato. Da anni il Paese soffre di una transizione istituzionale mancata che la espone senza protezione alle intemperie di un tempo fortemente instabile.

La modernità, guidata da altri Paesi, corre. La difesa nostalgica del passato o della propria unicità non serve. Per uscire dalla spirale del declino serve piuttosto riconoscere le nostre specificità — il valore delle relazioni, dei territori, della famiglia, della piccola impresa, della qualità della vita e della produzione, della varietà — e lavorare a fondo per portarle all’altezza delle sfide dell’oggi. L’Italia non può diventare quello che non è. Deve però — urgentemente — diventare una versione migliore e aggiornata di sé stessa.

domenica 7 giugno 2026

Democrazie senza leader

Anche nei tempi in apparenza più confusi può accadere che un certo tema emerga come significativo al di là delle divisioni e di un balbettio assordante. Galli della Loggia è da una vita, o quasi, abituato a seminare scetticismo per poi proporre, facendo finta di nulla, le più piatte banalità, le più grossolane assimilazioni. Giorgia Meloni come De Gasperi è solo l'ultima. Ora ci spiega che le democrazie non piacciono, che il conflitto non abita più qui e che della ghigliottina non si può fare a meno. Beata simplicitas. Beata et diabolica, come si addice al personaggio. Poi, in fondo al suo ragionamento che tale non è ma è piuttosto una sequenza imperterrita di opinioni assai discutibili, arriva la scoperta folgorante: in una situazione difficile non tutti riescono a guardare oltre l'apparenza immediata delle cose, per questo particolarmente preziosa risulta la lucidità strategica. Appannaggio di un capo? Non ne saremmo tanto sicuri. Quello che conta è che tra coloro che contano qualcuno mostri di aver capito e sia in grado di orientare le decisioni.   

Ernesto Galli della Loggia
Democrazie senza leader

Corriere della Sera, 7 giugno 2026

È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi «freddi», che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza.
In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé. Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso. Uno di questi spettacoli — di carattere simbolico, ma comunque significativo — nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo «charivari»).
Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali. 
Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati. 
Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità.
Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio. 
Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo?

lunedì 9 marzo 2026

La fine di un mondo

quel fatidico 1494

Turbolenze italiane
Michele Ciliberto
Il Sole 24ore, 1 marzo 2026

Questo mio nuovo saggio prende le mosse dalla crisi e dalla decadenza dell’Italia tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento – quando si compie il passaggio dalla libertà alla servitù politica, sullo sfondo delle eccezionali, coeve, trasformazioni del mondo e dell’universo, in terra e in cielo: sono eventi connessi, che rendono ancora più drammatico questo vero e proprio mutamento d’epoca.

L’anno della morte di Lorenzo de’ Medici, il 1492, è lo stesso della scoperta dell’America. Non si parla però solo della decadenza dell’Italia. Muovendo da questa doppia considerazione, nella parte finale del saggio è analizzato il fenomeno della migrazione intellettuale del Cinquecento, generata dalla servitù politica e dall’implacabile e intransigente dominio nel nostro Paese della Chiesa cattolica che ne fu il tragico effetto. Ed è messo in luce come, nonostante quella decadenza, gli intellettuali italiani, costretti a migrare altrove per sviluppare la loro ricerca e spesso per salvare la vita, abbiano avuto un ruolo decisivo nella costituzione della civiltà europea moderna. È stato questo il contributo – per usare un’espressione un po’ criptica, che spero diventi chiara leggendo il saggio – dell’Italia fuori d’Italia.

Non procedo però, lo segnalo al lettore, secondo i canoni tradizionali dei libri di storia, per i quali ho massimo rispetto: è un saggio – sottolineo il termine – di interpretazione in chiave morfologica della storia italiana in un periodo cruciale, destinato a lasciare segni profondi nella nostra identità nazionale e anche nella storia dell’Europa. L’ho fatto assumendo come punto di partenza il 1494, l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII, il «mostro» – come lo chiama, e non una sola volta, Bernardo Rucellai.

Il saggio è costituito da quattro parti, congiunte dal tema che condividono e che dovrebbero, perciò, reciprocamente chiarirsi; non sono però connesse in modo lineare: per dirla in termini tipici dell’età rinascimentale, si relazionano secondo la dialettica dei contrari. Dunque il 1494. La scelta di questa data è nata da un convincimento preciso: contano le generazioni e contano le date: la cronologia e la geografia, come osservò una volta Vico, sono la chiave per aprire il libro del passato. E il 1494 è un anno fatale. Ci sono nella storia di un Paese, di una nazione, delle date che costituiscono momenti cruciali di crisi, di svolta, di trasformazione: il 1494 lo è, apre un ciclo della storia italiana che si conclude nel 1527, l’anno del sacco di Roma.

Dopo di esse, nulla è più come prima: finisce una storia, ne comincia un’altra, e non è detto che il tempo che comincia sia migliore del tempo passato. Dipende naturalmente dai punti di vista con cui si considera ciò che è stato, e dalle forme in cui si è effettivamente incarnato il futuro. Il nuovo, però, abbiamo imparato dalla storia, non coincide necessariamente con un progresso (posto che esista, e ho molti dubbi, il “progresso”). […]

Il saggio ha origine da una domanda precisa: come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla “civiltà” alla decadenza, alla “barbarie”, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento, ed è durato a lungo, volendo abbozzare una periodizzazione.

Di per sé la crisi, la decadenza, la fine di una repubblica, di uno Stato, non sono eventi sorprendenti o rari. Machiavelli, del resto, lo spiega in modo esplicito nei Discorsi: a qualunque corpo misto – sia una repubblica o una Chiesa – è immanente la decadenza, la fine. Si può rinviarla, ritardarla, ma non evitarla. La morte è il destino di ogni cosa. Anche Spinoza, apprezzando proprio per questo l’«acutissimo» Machiavelli – e condividendo quindi la tesi che lo Stato possa essere travolto dalla crisi e finire –, si era posto nel Trattato politico il problema di come evitare questa fine e si era concentrato, dando una risposta precisa, sulle cause di carattere interno che potevano originarla, individuando una serie di soluzioni per impedire che ciò accadesse.

Ma quando è che in Italia inizia la crisi, la decadenza, e quali sono le generazioni coinvolte – come protagonisti o come sopravvissuti di un mondo ormai finito – in questo processo? E di quali testimonianze possiamo servirci per cercare di rispondere a questa domanda? Su cosa sia accaduto non c’è infatti dubbio: allora comincia la decadenza durata molti secoli, arrivata, per vari aspetti, fino a noi. E in che modo, nonostante questa decadenza, l’Italia è riuscita a dare un contributo – e lo ha dato – all’identità culturale e spirituale europea? Se abbiano senso queste domande, e se sia possibile individuare una risposta, è ovviamente da discutere. Qualunque sia la risposta, questo saggio ambisce ad essere “contemporaneo” pur parlando di secoli passati: c’è una connessione fra quel passato e il nostro presente. Le domande cui cerca di rispondere nascono dal nostro tempo, da un’interrogazione su quello che sta accadendo intorno a noi.

L’Europa, il mondo in cui hanno vissuto moltissime generazioni, sta tramontando nel ferro e nel fuoco; e un altro mondo – dai confini indeterminati, ma duri, violenti, estraneo a ogni principio giuridico o morale – si sta imponendo. È in altre forme ovviamente – la storia non si ripete mai – quello che accadde in Italia e in Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Anche allora un mondo finì nel ferro e nel fuoco, e un altro ne nacque, con un volto preciso, quello che ha incarnato – nel bene e nel male – il ruolo e la funzione dell’Europa nei secoli moderni.

Dove stia andando oggi il mondo, e dove soffi lo spirito della storia, noi però non lo sappiamo. Tutto è ancora confuso e indeterminato, e non si sa quali siano le potenze destinate a imporsi in futuro. Una cosa però è chiara: un intero modo è terminato e con quel vecchio mondo è tramontata la visione che ha costruito di sé stesso, elaborando nei secoli “moderni” immagini dell’identità europea che oggi appaiono esaurite. È anche da questa consapevolezza, certo non solo mia, che nasce questo lavoro.

lunedì 16 febbraio 2026

La stagnazione dell'economia italiana

 

Giorgio La Malfa
Serve un'economia del futuro

Corriere della Sera, 16 febbraio 2026

Penso che dovrebbe esservi un allarme rosso sulle condizioni dell’economia italiana. I dati sono impressionanti, quando li si guardino nella loro evoluzione temporale. Praticamente l’economia italiana è stagnante da un quarto di secolo: è ferma la produttività, declina progressivamente il settore manifatturiero; cresce il settore dei servizi, ma non con imprese ad alto valore tecnologico ma in attività essenzialmente legate al consumo ed al turismo che offrono stipendi molto al di sotto di quelli degli altri paesi dell’Europa Occidentale. Ci si consola dicendo che il reddito nazionale potrebbe crescere di mezzo punto, senza tener conto di tutti i dati che misurano le tendenze di fondo.

Ho scelto due indicatori che sono inconfutabili: fra il 2004 e il 2024 il reddito procapite in seno all’unione Europea è cresciuto del 20%. In taluni paesi entrati di recente in Europa che partivano da redditi molto bassi la crescita è stata molto superiore alla media. Nei grandi paesi dell’Europa Occidentale chi ha fatto peggio è la Spagna, dove il reddito procapite è cresciuto dell’11%. In Francia è cresciuto del 22, in Germania del 24%.

In due soli paesi il reddito procapite è diminuito: in Grecia del 5%, in Italia del 4%. Venti anni fa il nostro reddito procapite superava quello medio dell’unione Europea del 20%, oggi è di circa il 15% sotto la media. Come definiamo questi numeri?

Un secondo dato. Il Sole 24 Ore ha pubblicato le classifiche del reddito procapite delle regioni dell’Unione Europea. Venti anni fa, la Lombardia, il Veneto e il Piemonte erano nel gruppo di testa insieme con alcune regioni della Germania, della Francia etc., mentre regioni come le Marche e l’umbria stavano più o meno a metà classifica. Oggi Lombardia, Veneto e Piemonte sono posizionate a metà classifica, mentre Umbria e Marche sono scivolate verso il fondo, avvicinandosi alla Calabria e alla Sicilia che in quella graduatoria sono state sempre molto in basso.

Non dovrebbe esservi un piano straordinario per affrontare il declino dell’economia italiana? Non si doveva utilizzare il sostegno straordinario offertoci dall’europa con i fondi del Next Generation EU per sostenere una strategia? Il problema è che manca la diagnosi e quindi manca la cura. Il governo italiano, in fondo, ha come unica strategia la più semplice e più superficiale delle politiche keynesiane: pensa che si tratti di sostenere la domanda. Quindi, quando le regole europee lo consentono, abbassa qualche aliquota o aumenta, se ci riesce, la spesa in opere pubbliche pensando in questo modo di dare fiato all’economia. Ma se la crisi è dovuta alla stagnazione della produttività, sostenere la domanda non basta e non serve: bisogna fare una diversa politica: una politica dell’offerta. Bisogna cioè che vengano fatti investimenti in grado di sollevare la produttività. Questa è la sola chiave se si vuole invertire il declino.

Da questa diagnosi discende anche la strategia da adottare. La sola strada che l’italia può imboccare — e che a mio avviso deve imboccare al più presto — è fare massicci investimenti nella scuola, nell’università, nella ricerca scientifica di base, nella ricerca applicata, nell’acquisizione di nuove tecnologie, nel sostegno agli investimenti nei settori avanzati, nella promozione delle start-up tecnologiche e così via.

Questa è la ricetta che ritengo indispensabile. Oggi l’italia spende per l’istruzione circa il 4% del Pil. Dovremmo darci l’obiettivo di raddoppiare questa percentuale nel giro di tre o quattro anni. Se è possibile farlo per la difesa, a maggior ragione va fatto per istruzione e ricerca. Dovremmo inondare di fondi la scuola, l’università, gli enti di ricerca; dovremmo dare contributi agli investimenti in settori avanzati; dovremmo creare poli di ricerca in cui concentrare gli sforzi e aiutare tutti quelli che operano nel campo dell’innovazione, far crescere intorno ad essi delle iniziative del venture capital. Invece di dire che tutto il Mezzogiorno o tutta l’italia è una ZES, dovremmo individuare pochi poli su cui concentrare il massimo degli incentivi e dei sostegni.

Naturalmente non è una strada facile perché, non potendo fare ulteriore debito pubblico, far crescere i finanziamenti dedicati a questi settori impone di limitarli ad altri e ci vuole coraggio e determinazione. Ma si deve sapere che questa è una strategia e non ve ne sono altre.

I governatori della Banca d’italia, da Ignazio Visco a Fabio Panetta, hanno parlato molto in questi anni di questi problemi. C’è quindi il supporto scientifico del maggiore centro di riflessione economica di cui ancora dispone l’italia. Panetta lo ha fatto ancora inaugurando l’anno accademico dell’università di Messina. Le loro analisi confortano questa mia proposta. Ma la scelta di procedere è una scelta politica. Non è un fatto tecnico.

Da dove trarre i fondi necessari? Ovviamente servirà, all’inizio della ormai prossima legislatura, partire da una analisi spietata del bilancio, ma per esempio sarebbe un giusto segnale prendere 13 miliardi che il governo attuale ha messo nel progetto pluriennale di bilancio per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e trasferirli integralmente alla scuola e alla ricerca scientifica. Lasciando da parte le questioni di fattibilità, quello che è certo è che il ponte è espressione di una concezione economica vecchia: è l’idea della piena occupazione attraverso la domanda. È un progetto protokeynesiano. Quello che ci serve è la crescita di un’italia moderna tecnologicamente. Meglio prendere quei soldi e darli alle Università o ai giovani che hanno avviato delle start-up tecnologiche. Se non vogliamo affondare nel Mediterraneo, dobbiamo immaginare un’italia proiettata nel XXI secolo, non nelle illusioni del secolo scorso.

venerdì 13 febbraio 2026

La ritirata strategica dell'Europa



Alden Biesen ha confermato un consenso unanime sulla diagnosi della crisi (l'Europa sta perdendo competitività), ma ha evidenziato profonde divisioni sulla terapia. Il vertice ha segnato un tentativo di passare da una fase di analisi a una di azione, ma la strada verso un'effettiva unione dei mercati dei capitali e una politica industriale comune (finanziata in modo condiviso) rimane in salita, frenata dalle resistenze dei paesi "frugali" e dalle divergenze franco-tedesche.

Carmelo Caruso Parla Enzo Amendola Il Foglio, 13 febbraio 2026

... Parla l’ex ministro degli Affari europei. L’asse Italia-Germania? “Sento la parola ‘asse’ ma qui rischiamo l’osso del collo. Al posto delle chiacchiere mi preoccuperei di come salvare l’Italia oggi: industria, crescita, giovani”. Facciamo la guerra ai burocrati della Ue come propongono Meloni e Merz? “La vera sfida è come mettere insieme il rischio e la forza con più integrazione europea”. Amendola, lei è un “rosicone”?“sento Tajani paragonare Meloni e Merz a De Gasperi e Adenauer. E’ un’affermazione da medaglia d’oro nella discesa libera. Dall’alto Adige a Colle Oppio”. Dove sbaglia Meloni? “Sul tabù del voto all’unanimità. Un tabù incomprensibile. E’ un suicidio per l’Italia. Ci strangola”. ...

Contro il logorio dell’asse Italia-Germania, la frase fatta, ecco il liquore Amendola. Diranno: il Pd soffre il protagonismo di Meloni, il Pd sa spiegare quello che non può fare. Amendola, contro l’asse qual è il suo asso? “Che Italia e Germania abbiano una connessione industriale lo dice la storia. Qualcuno scriverebbe: nulla di nuovo sul fronte occidentale. Mi chiedo: a che serve urlare contro i burocrati di Bruxelles? A che serve dire che stringiamo l’alleanza con la Germania, che produciamo il carro armato di Leonardo-Rheinmetall? Vogliamo farlo girare in tangenziale? Sto dicendo che il tema è semplice: qual è il nostro interesse nazionale? Meloni vuole un’Europa minima ma sa anche lei che con gli eurobond questo asse non esiste”. Lei è a favore del Green deal? “Premesso che andrebbe ricordato che tutte le norme sul Green deal le hanno votate anche i ministri di Meloni. Ecco, detto questo, mi concentrerei sulla parola eurobond. In Italia abbiamo una crescita dello 0,5 per cento e da trentadue mesi la produzione industriale ha segno meno. Fossi in Meloni ragionerei su come uscire da questa crisi di competitività. Da soli non ce la facciamo”. Lo sai che lei puzza di francioso? “A parlare di Safe asset è stata la Bundesbank e non i militanti di Potere al popolo e, mi permetta, quando il Pd è stato al governo, ce l’ha fatta. Meloni non riesce a convincere Merz ma noi abbiamo convinto Angela Merkel. Quando Meloni dice siamo per la neutralità tecnologica io rispondo: e come la finanziamo? Cosa sarebbe oggi l’Italia senza il Pnrr?”. Non abbiamo forse Giorgetti, il ministro che ha vinto il premio di miglior ministro al mondo? “Forse intende il premio austerità 2026? Va bene parlare di Pucci a Sanremo, va bene parlare delle telecronache di Petrecca e di Decima Mas, ma sono tutti diversivi. Il famigerato motore italo-tedesco senza risorse è solo un motore di chiacchiere. Senza il coraggio sopravvive la Germania, ma non l’Italia. E’ molto semplice: Meloni deve fare una scelta ma non la può fare perché si contraddirebbe. Per rafforzare l'Italia serve cedere sovranità all’Europa ma Meloni è una sovranista e infatti parla solo della fragilità dell’Europa, mai di come ottenere più Europa”. Sono preferibili i vostri “Stati Uniti d’Europa”, la proposta lanciata del Pd? Ci perdoni, ma che vuol dire? “Che il lavoro pragmatico, termine tanto caro a Meloni, lo sta facendo Elly Schlein con gli eurodeputati. Andrea Orlando si sta occupando di industria, tema dimenticato dal governo. Sono battaglie vere e non come quelle di Meloni contro i mulini a vento. Anziché fare il braccio di ferro con Bruxelles mi piacerebbe sentire che l’Europa è il nostro comune destino. Dire ‘vogliamo più semplificazione’ non aiuta a fare crescita. Chiedere consulenza a Fitto. Le urne italiane si sono già aperte. I giovani hanno iniziato a votare: la fuga è il loro voto”. Voi del Pd siete antitaliani? “Si sbaglia, la mia critica a Meloni è sull’interesse nazionale”. Ci risparmia almeno la critica su Meloni che fa il ponte con Trump, il tormentone del Pd? “E allora ne proponiamo un altro. Meloni parteciperà alla prima riunione del board di Gaza?”. Amendola, sta dicendo che il board non è un’opportunità per l’italia? “Sa cos’è quel board? Una società immobiliare che si occupa di costruire grattacieli e discoteche mentre ancora si recuperano cadaveri. Offro un consiglio a Meloni. Prima di decidere se partecipare alla prima riunione faccia una telefonata al patriarca di Gerusalemme, Pizzaballa”. ... Lo sa che Meloni parte per l’Africa: si vuole unire pure lei? Partecipare al Piano Mattei? “Innanzitutto vorrei ricordare che il governo ha ereditato ben tre miliardi dal governo Draghi. Anche sul Piano Mattei siamo sempre a metà tra la chiacchiera e la pratica. Sono passati tre anni ma quali sono i progetti concreti? Voglio vedere tabelle, cronoprogrammi, numeri. Non li vedo”.  ...

sabato 12 aprile 2025

Il bullismo americano

Trump come Khomeini

Bill EmmottTrump ha fatto bancarotta quattro volte. Siamo vicini al burrone, è peggio di Lehman, La Stampa, 12 aprile 2025

... sul più lungo termine i vari Paesi dovranno trovare come diventare meno dipendenti dal dollaro americano e meno attaccabili dal bullismo finanziario americano. In passato, il bullismo finanziario era prerogativa di Paesi come Cina, Russia e Iran che si sentivano minacciati dalle sanzioni statunitensi. Viviamo davvero in un mondo diverso. 

Adolfo Segundo Bonilla Neira 

Cual es la racionalidad del Kapitalismo? Ninguna. Y Donald Trump es el mejor representante de un mundo en total irracionalidad. 

Giovanni Carpinelli 

Che cosa è razionale e che cosa non lo è? Il protezionismo appartiene alla logica del capitalismo. Ha una sua razionalità: normalmente è la strategia impiegata da un paese arretrato per incoraggiare lo sviluppo del mercato interno (e di una base industriale autoctona). Con Trump il protezionismo si trasforma nella strategia difensiva con la quale la maggiore potenza economica del mondo tenta di bloccare l'invadenza di una potenza ascendente. Il caso vuole che la potenza ascendente sia governata da un partito comunista. Ossia da un partito che in linea di principio doveva porre fine alla vicenda storica del capitalismo. Poi un cinese di nome Deng ha scoperto che non ci sono gatti rossi o gatti grigi, l'importante è trovare gatti capaci di prendere i topi. Di fronte agli ultimi avvenimenti in particolare l'ironia si rivela assai più efficace della dialettica nell'interpretazione della storia.

lunedì 1 settembre 2014

Claudio Magris, L'Italia stanca e depressa

Claudio Magris
L’impresa di resistere alla crisi in un Paese stanco senza più passioni
Corriere della Sera, 1 settembre 2014


Nel Tramonto dell’Occidente — libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici — Spengler annunciava che la civiltà occidentale — per lui sostanzialmente germanica — esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza — già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino — né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato — con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali — la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

martedì 22 ottobre 2013

Che cosa ha rappresentato Monti







Giulio Sapelli
, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini e Associati, Milano, 2012.

Recensione di Federico Magi, Lankelot, 27 marzo 2012


I said to my soul, be still, and let the dark come upon you. Which shall be the darkness of God. T.S. Elliot, East Coker

“Ora è il più freddo degli inverni, quando si può piangere di sadica crudeltà allontanandosi sempre di più dalla giustizia comunicativa”(p.72)
Che il governo Monti sia un’anomalia credo sia lampante anche agli occhi dei suoi più strenui sostenitori, non fosse altro per il modo in cui si è insediato che definire inusuale risulta certo un eufemismo. Però Monti serviva, serviva eccome, ci è stato detto da più parti: filosofi, scrittori, giornalisti più o meno illuminati e opinionisti di varia specie e natura hanno accolto Monti come il “salvatore dell’Italia”. E lui si è calato nella parte come un novello Batman, non c’è che dire. L’ordine nuovo ha fatto sì che, in una nuova gerarchia, prima venga Monti e poi la politica, i partiti. È stata un’urgenza, una necessità. Una medicina amara da buttar giù tutta d’un fiato per tornare a stare bene. E la politica come l’ha presa? La politica è attualmente prona e statica, prende fiato per reinventarsi o quanto meno riproporsi agli elettori, tra un annetto abbondante, sperando di essersi rifatta il trucco dopo anni di immobilismo e di connivenza con quei poteri (finanza, grandi banche) ai quali da tempo ha dovuto abdicare. Ma davvero Mario Monti era l’unica medicina possibile, per l’Italia? A questa domanda, facendo un po’ di storia recente, risponde con argomenti taglienti e uno sguardo lucido da economista che indaga profondamente i processi storico-politici, il professore ordinario di Storia economica all’università degli Studi di Milano, nonché editorialista del Corriere della Sera, Giulio Sapelli. Nel suo L’inverno di Monti, edito da Guerini e Associati, ci dice che l’inamidato professore bocconiano non solo non è la cura, ma è un passo ulteriore verso un baratro che vede l’Italia e l’Europa in posizione declinante rispetto a un oriente (Cina e India, ma non soltanto) in costante espansione economica che fatalmente diventerà l’interlocutore privilegiato della maggiore potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Per spiegarci il perché di tutto ciò Sapelli analizza un po’ di storia economico-politica dell’Italia in rapporto all’Europa, e dell’Europa rispetto all’intero Occidente, toccando rapidamente i punti chiave a supporto della sua visione di fondo. Prima di tutto, la specificità dell’Italia rispetto all’egemonia tedesco-europea, la sua eterogeneità, l’intreccio tra nazione e internalizzazione operante sin dalla nascita come stato:  “Un intreccio che non è mai stato culturalmente condiviso e che si è rivelato predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Intreccio che diventa vizioso nella seconda metà del Novecento, evidenziato da alcuni fatti che, secondo Sapelli, vanno tutti nella stessa direzione come “la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte della Fiat e Mediobanca, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo nucleare, sino alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni”. Da questo punto di vista, ci dice Sapelli, Prodi è stato molto più organico di Berlusconi rispetto ai poteri che ci tengono in scacco, ma tutte e due le grandi coalizioni elettorali che si sono succedute in questi ultimi vent’anni sono risultate inefficaci davanti al potere delle banche e dell’Europa germanocentrica. Eppure Berlusconi avrebbe potuto fare di più e meglio, secondo Sapelli, viste le interessanti scelte (il legame organico con Putin e con gli stati dell’Africa del nord) che rompevano quest’asse che ci vedeva costretti in un gioco politico-economico di sostanziale subalternità. Ciò non fu possibile per due motivi fondamentali: l’eterogeneità del governo di centro-destra e una evidente mancanza di realismo politico che lo ha portato a sottovalutare l’asse franco-tedesco pronto a far man bassa dell’Italia in svendita. Ed ecco che arriviamo al governo Monti, anzi sarebbe meglio dire Monti-Napolitano, voluto fortemente e ottenuto con abile gioco di mano dal Presidente della Repubblica proprio in ossequio alla realpolitik tanto invocata dall’Europa della Merkel e tanto carente nei governi del Cavaliere. E qui Sapelli ci va giù duro e spiega senza mezze misure l’inganno Monti e i pericoli che l’operazione ideata da Napolitano porta con sé: “Tutto è instabile, tutto rischia di rovinarci addosso. E proprio in questa situazione il Presidente della Repubblica Italiana pensa di  sortire da essa con una sorta di imitazione delle dittature romane. La prassi con cui si è proceduto alla nomina di Mario Monti prima senatore a vita, poi Primo Ministro, ricorda l’essenza del processo di nomina del dictator romano”.
Monti, per Sapelli, è la quintessenza della morte dell’ideologia, perché egli non è altro che ”l’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza”. È il garante di quell’establishment che al contrario dovremmo combattere per rialzare la testa e riaffermare la capacità di autodeterminarci sia economicamente che politicamente, in Italia come in Europa. Tra l’altro Monti rappresenta anche il potere oggi in crisi Italia: “le grandi banche e i loro legami col mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale”. L’unico reale antidoto possibile, secondo Sapelli, contro il declino dell’Italia, ma in una più ampia analisi di tutto il Vecchio continente, è il ritorno alla politica, perché il diffuso populismo e la deflazione europea e mondiale ci dicono che il rischio di nuove dittature è tutt’altro che scongiurato. In Italia, ad esempio, la conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica di cui si sono resi responsabili i principali partiti, è stata ”non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma anche l’emergere di una crudeltà istituzionale sino ad oggi inusitata”. I professori, da questo punto di vista, non solo sono una anomalia che promuove rimedi basati sull’astrattezza delle tesi, ma hanno la colpa ancor più grave di “concepire i soggetti umani come cavie e non come persone”. Senza mezzi termini Sapelli ci dice che quello Monti (Napolitano) non solo non è il governo che ci salverà dalla crisi, ma è addirittura il peggior esecutivo possibile immaginabile visto i tempi e le urgenze politiche, economiche e sociali: ”Questi dictator dimidiati non fanno che aumentare la sofferenza, che diventa disperazione”. Sapelli conclude dicendo la sua sui possibili rimedi, peraltro non così impraticabili come qualcuno vorrebbe ancora farci credere: “Si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la via dell’economia mista senza cedere al ricatto che così facendo si sprofonderà nella corruzione”. L’inverno di Monti è un’opera breve ma incisiva, consigliabile a chiunque si interessi di queste materie e a chiunque voglia guardare all’attualità politica senza schemi precostituiti e fuori dalla retorica e dalla subalternità al potere con cui è descritta dai media.