Visualizzazione post con etichetta Occidente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Occidente. Mostra tutti i post

giovedì 22 gennaio 2026

Carney indica la strada

Paolo Viganò
Carney, la via canadese per resistere a Washington
il manifesto, 22 gennaio 2026

Ieri sul palco del World Economic Forum Donald Trump si è rivolto direttamente al primo ministro canadese Mark Carney con le consuete minacce: «Il Canada ha ricevuto molti omaggi dagli Stati uniti. Dovrebbero esserci grati ma non lo sono. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo Mark, la prossima volta che farai le tue considerazioni».

Il riferimento è ovviamente al memorabile discorso tenuto martedì dal premier canadese, il quale ha parlato della fine dell’ordine mondiale e del definitivo smantellamento dell’«utile finzione» del diritto internazionale in favore di una nuova «realtà brutale». «Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione» ha detto Carney, prospettando un atteggiamento sia etico che pragmatico da parte delle «potenze medie» e guadagnandosi così la standing ovation del pubblico di Davos.

FINO AD ORA Carney aveva mantenuto dei rapporti cordiali con l’amministrazione Usa, nonostante le minacce di pesanti dazi e di annessioni da parte di Trump, che martedì su Truth ha postato una nuova foto di una cartina del Nord America dove il Canada è rappresentato come uno stato a stelle e strisce. Tuttavia, come fa notare il New York Times, al momento le trattative tra i due Paesi sarebbero congelate, e non era previsto nessun incontro fra i due nonostante si trovassero entrambi a Davos ieri.

Nel frattempo, il discorso di Carney – particolarmente significativo perché pronunciato dopo i recenti accordi commerciali con il governo cinese, oltre che dopo l’annuncio di ingenti finanziamenti militari per fortificare il confine meridionale – ha avuto ampia eco su tutti i principali mezzi di informazione americani. Fox News, principale sostenitore dei Maga fra i media mainstream, ha sottolineato come il presidente abbia giustamente rimproverato Carney, alludendo alla supposta volontà di Trump, accennata ieri a Davos, di coinvolgere il Canada nella costruzione del Golden Dome – il sistema missilistico di difesa che dovrebbe proteggere l’intero Nord America.

Particolare spazio al discorso di Carney è stato dedicato dai mass media progressisti. La Cnn ha definito le parole del premier «una rotta per il futuro del Canada», aggiungendo che Ottawa starebbe valutando di inviare un contingente in Groenlandia come gesto simbolico di vicinanza al Paese.

DALLE COLONNE del Washington Post, lo storico Matthew Specter ha notato come il discorso di Carney «strappi il cerotto da un ordine liberale ormai logoro, ma con uno spirito stoico, non celebrativo». The Atlantic si è concentrato sulle reazioni di Trump, definendo il discorso del presidente Usa una «classica minaccia da mafioso», e lo ha criticato per gli attacchi contro il premier canadese. «Il discorso di Carney è significativo non solo per lo status del Canada come principale partner commerciale degli Stati uniti» osserva invece The New Republic «ma anche per il suo background nel mondo della finanza prima di entrare in politica».

Con il discorso di ieri Carney ha in un certo modo mostrato una via canadese come risposta alle politiche della Casa bianca degli ultimi mesi, ritagliandosi una posizione di rilievo tra gli oppositori di Trump. Una mossa giunta inaspettatata, anche considerando il background del premier canadese. Economista formatosi tra Harvard e Oxford, Carney è stato prima governatore della Bank of Canada tra il 2008 e il 2013, e in seguito della Bank of England tra il 2013 e il 2020 – peraltro, il primo cittadino non inglese a ricoprire questo ruolo. Definito spesso come un centrista e un liberale «blue grit» – ovvero aderente a quella corrente del progressismo canadese considerata più tradizionalista – ha vinto le scorse elezioni sebbene fosse dato per sfavorito.

NONOSTANTE di formazione si direbbe forse più un tecnico che un politico, nel discorso di martedì ha posto fortemente l’accento sui valori morali da perseguire, oltre che sulla pragmatica, facendo riferimento a un «realismo basato sui valori». «Siamo guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali» ha affermato «sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni unite, il rispetto dei diritti umani».

mercoledì 14 gennaio 2026

La monarchia Pahlavi

Alessia Melcangi
Il figlio dello Scià, alternativa debole
La Stampa, 14 gennaio 2026

In molti ricordano i fasti della mitica Persepoli, riportata a nuova vita nel 1971 in occasione della grandiosa (e decisamente kitsch) celebrazione dei 2.500 anni della monarchia persiana: un tentativo di legare l’Iran moderno alle vestigia dell’antica Persia, oscurandone le radici islamiche. Creano stupore – e talvolta malinconia – le immagini delle ragazze in gonna e a capo scoperto che passeggiavano nelle strade di Teheran; lascia increduli la memoria dell’alleanza tra l’Iran pre-rivoluzionario e gli Stati Uniti, così stretta da trasformare il Paese in uno dei principali avamposti americani nella regione. Sembra quasi di parlare di un’età dell’oro, quella della monarchia di Mohammad Reza Pahlavi iniziata nel 1941 e conclusasi drammaticamente nel 1979 con la rivoluzione khomeinista. La narrazione occidentale tende spesso a rileggere lo scià come “filo-moderno”, “secolarizzatore”, “alleato dell’Occidente”, quasi un modello illuminato da contrapporre all’attuale teocrazia. Ma la realtà storica è molto più complessa e molto meno romantica.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l’Occidente. Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall’alto in cambio di obbedienza assoluta. Il perno del regime era il suo apparato repressivo capillare: la Savak, i temutissimi “sgherri” dello scià, addestrati anche con il supporto della Cia e del Mossad, noti per torture, sorveglianza capillare ed eliminazione del dissenso.
Lo scià era amato, sì, ma dentro una fetta precisa della società: élite urbanizzate, ricchi occidentalizzati, famiglie vicine al potere, settori istruiti delle grandi città. La maggioranza silenziosa, soprattutto nelle campagne e nelle periferie, viveva invece una frattura crescente fra modernizzazione imposta e identità islamica calpestata dalla “Rivoluzione Bianca”. La rivoluzione del 1979 – spesso etichettata in Occidente come un semplice “colpo degli islamisti” – fu in realtà l’esplosione di una crisi sociale, economica e culturale molto più vasta che vedeva attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh, e le correnti liberal-nazionaliste. E l’Occidente, che oggi cerca nel nome “Pahlavi” la salvezza dalla Repubblica islamica, dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano, probabilmente, anche i giovani iraniani che quel periodo l’hanno forse sentito solo raccontato. Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore. In questo contesto appare davvero difficile immaginare che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, possa rappresentare l’alternativa vincente agli ayatollah. Estraneo alla realtà iraniana fin da prima del 1979 poiché cresciuto all’estero, è diventato una figura di riferimento per parte della diaspora. Si presenta come promotore di una futura transizione democratica, sostenuto da gruppi politici esterni al Paese. Negli anni ha cercato appoggi in ambienti conservatori statunitensi e in settori filo-israeliani. Un profilo che parla molto alle cancellerie straniere, meno alla società iraniana: per questo emerge come figura riconoscibile e facilmente leggibile dall’Occidente, non necessariamente come leader possibile per l’Iran. Loda apertamente il Presidente Trump e sostiene la destra americana: per questo gode di visibilità internazionale, ma allo stesso tempo viene rifiutato da molti iraniani, per i quali ogni interferenza straniera rappresenta un tabù storico.
Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia rappresenta ordine, modernità, apertura al mondo. Per molti dentro l’Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti. Questa ambiguità pesa enormemente sul possibile ruolo politico del figlio. E allora perché, oggi, nell’Iran in rivolta del 2026, il nome “Pahlavi” torna nelle piazze? A differenza del 1978, oggi non esiste una leadership interna. Non ci sono movimenti organizzati, figure carismatiche. La Repubblica islamica ha demolito ogni struttura politica alternativa. I giovani che protestano — per la gran parte nati dopo il 2000 — non conoscono la monarchia. Gridano «Viva lo scià» non per nostalgia, ma probabilmente perché evocare il nemico storico del regime è il modo più radicale ed efficace per colpirlo sul piano simbolico. È rabbia, non restaurazione. A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal suo progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa: in un paese ferito da decenni di autoritarismo, non prendere posizione sul passato equivale a non essere credibili sul futuro. Resta, poi, un ostacolo cruciale: la percezione di “estraneità”.
Nell’immaginario iraniano ogni intervento esterno, ogni figura percepita come installata dall’estero, è destinata al rigetto. Gli slogan delle piazze non vanno confusi con un mandato al ritorno del trono. L’Iran del futuro, se nascerà dalle rovine del sistema attuale, non potrà essere il riflesso nostalgico di un passato: un simbolo non rappresenta mai una soluzione politica.


venerdì 21 novembre 2025

Grazie Islam

Luigi Grassia
Il "Grazie Islam!" di Franco Cardini

la Repubblica, 21 novembre 2025

Due libri, due facce della realtà, ma non contrapposte. L’anno scorso Federico Rampini pubblicò Grazie Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto (Mondadori) per sottolineare i meriti che la nostra civiltà ha cumulato nei confronti del resto del mondo, e per esortarci a smettere con l’autoflagellazione in cui amiamo esercitarci noi occidentali, quantomeno da quando è di moda il “woke” (ma in realtà già da prima) come se fossimo responsabili di tutti i mali del mondo. Nel 2025 Franco Cardini ha risposto con Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l'Occidente moderno deve al mondo musulmano (PaperFirst), un saggio in cui lo storico si propone di riequilibrare la prospettiva, senza cadere nel woke a cui è refrattario. I due autori e i due libri non sono l’un contro l’altro armati: si tratta di considerare entrambe le facce della medaglia. Al lettore il compito della sintesi.

La campana pro-occidentale

Rampini rivendica le tante cose fatta dall’Occidente e a cui si tende a non attribuire merito perché le si dà per scontate. Citiamo dal risvolto di copertina. Che sintetizza l’argomento alla perfezione: “È ora di ribellarsi, in nome della verità. Cinesi o indiani, brasiliani o africani, il mondo è popolato da miliardi di persone che devono la loro stessa esistenza... a noi. La scienza occidentale, pensiamo alla nostra medicina e alla nostra agronomia, è stata copiata e applicata dal resto dell'umanità con benefici immensi. Se la longevità è aumentata, la mortalità infantile è crollata, il livello d'istruzione è cresciuto nel mondo intero, è perché l'Occidente ha esportato progresso. Dove si combatte per migliorare i diritti umani - per esempio la condizione della donna - il paradigma da emulare siamo noi. Il nostro modello industriale ha sollevato dalla miseria grandi nazioni. La sfida per un'economia più sostenibile e per decarbonizzare l'ambiente sarà vinta grazie alla ricerca scientifica e all'innovazione tecnologica dell'Occidente. Viviamo in un'epoca in cui pronunciare queste verità è scandaloso, è proibito. Il conformismo dominante impone una versione bugiarda della storia, in cui la ‘razza bianca’, europea o nordamericana, ha seminato solo distruzione, oppressione, sofferenze. L'idea stessa di progresso è disprezzata, siamo sottoposti a un lavaggio del cervello quotidiano per inculcare la certezza che l'Apocalisse è dietro l'angolo (per colpa nostra). Perché la Cina e l'Iran oggi si definiscono ‘repubbliche’, un concetto che non esiste in Confucio o nel Corano? Una lezione di onestà storica è urgente per le nuove generazioni, aiuta a ricostruire la nostra autostima e a vedere il futuro con più fiducia”.

La replica di Franco Cardini

Lo storico Cardini non nega che l’Occidente abbia cumulato meriti, ma sottolinea che anche altre civiltà lo hanno fatto (e nel suo libro presta attenzione in particolare all’Islam) e nota che se il resto del mondo recrimina con l’Occidente le ragioni non sono peregrine.

Cominciamo citando (anche per il libro di Cardini) il risvolto di copertina. “L'Islam ci appartiene. Ha le nostre stesse profonde radici: la cultura ellenistico-mediterranea e il monoteismo abramitico; i suoi profeti sono i medesimi dell'ebraismo e del cristianesimo. La sua scienza e la sua filosofia, certo originali, restano impensabili senza le nostre. L'Islam è l'Occidente dell'Oriente. I fondamenti della sua cultura, radicati in quella ellenistica passata a Roma e a Bisanzio, sono arrivati alla nostra esattamente come le merci provenienti dall'Asia profonda giungevano in Europa. All'Islam dobbiamo i fondamenti della nostra matematica, della nostra logica, della nostra astronomia, della nostra cartografia, della nostra geografia, della nostra fisica, della nostra medicina. Le nostre università medievali sono nate nell'XI-XII secolo come "studia" monastici e diocesani vivificati dall'esempio che proveniva loro dalle città musulmane. Dante ci rammenta che Avicenna e Averroè sono padri del nostro sapere al pari di Platone e di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno. E non ci sono guerre, non ci sono atrocità, non ci sono fanatismi che tengano. La violenza e le infamie passano: ma le civiltà, i saperi, le scienze, le culture, rimangono. Come l'arcobaleno sulla cascata”.

La dimensione storica della violenza

Resta il fatto che oggi l’Islam in Occidente è visto anche (non solo, ma anche) come una fucina di terroristi. È una visione a cui lo storico Cardini ne contrappone un’altra, e simmetrica (ribaltando i punti di vista) che espone così parlando al telefono con La Stampa: “Dal XVI al XX secolo l’Europa ha esportato la sua civiltà nel resto del mondo facendo leva sulla forza di attrazione del suo sistema, ma anche sulla violenza militare, che ha usato con spirito autoassolutorio, senza sensi di colpa, come fanno ancora nel XXI secolo gli Stati Uniti: noi siamo portatori di valori, rechiamo il bene, e perciò siamo in diritto di realizzarlo su tutta la Terra anche usando la forza. L’Occidente si è affermato nel resto del pianeta non solo e non tanto per i suoi valori, ma soprattutto grazie alla superiorità che aveva nelle vele e nei cannoni”, e qui Cardini si richiama al libro Vele e cannoni (Il Mulino) di Carlo Maria Cipolla. Constata il professor Cardini: “L’espansione europea nel mondo non è avvenuta nel segno di Aristotele e di Gesù Cristo”.

È un’affermazione su cui converge l’analista di geopolitica Dario Fabbri: “A prescindere da quello che a noi occidentali piace immaginare di noi stessi, quando gli altri popoli pensano all’influenza che l’Occidente ha avuto su di loro la percezione che ne hanno non è certamente valoriale”.

Un futuro multilaterale

Ma in futuro? Da qui a 50 o 100 anni quale sarà l’evoluzione dei rapporti fra Occidente e Islam? E con il mondo non europeo in generale? Magari avremo un secolo cinese?

Cardini osserva che “la Cina non ha una tradizione storica di aggressioni militari all’estero, e questo potrebbe renderla bene accetta, agli occhi del resto del mondo, a un ruolo di leadership”; tuttavia lo storico non prevede un’egemonia cinese, casomai prefigura un mondo multilaterale, in cui, peraltro, continuerà a esserci un ruolo non marginale per l’Occidente: “La cultura occidentale è pur sempre quella che ha dato il via alla unificazione del mondo a partire dal XVI secolo, e tuttora fornisce il basic english che connette tutti i popoli della Terra”. Tutti gli altri popoli devono fare i conti con l’Occidente, tutti i popoli sono attratti dal benessere economico, e in molti casi anche dall’espansione dei diritti dell’individuo, però non recepiscono i messaggi occidentali in toto, così come sono, e semmai cercano di adattarli. La “Fine della Storia” preconizzata da Francis Fukuyama non si è realizzata e non si realizzerà, e “non ci sarà – conclude Franco Cardini – un appiattimento generale sul modello dell’Occidente”.

Eurabia o Islam mondiale europeizzato

Riguardo specificamente ai rapporti con l’Islam, ha acquisito una certa notorietà il concetto di Eurabia che si riferisce all’ipotetica, futura islamizzazione dell’Europa a seguito della denatalità interna europea e delle correnti migratorie dall’esterno. Non è altrettanto familiare al pubblico il punto di vista di un filosofo musulmano che ha osservato: “In ogni fase storica la Umma (cioè la comunità dei credenti islamici, ndr) ha trovato una nuova staffetta. Dopo quella araba, c’è stata la turca, poi i Moghul indiani, quindi le meraviglie persiane, adesso tocca agli europei”, cioè potrebbe essere un’Europa convertita ad assumere la guida dell’Islam in tutto il mondo. Citato da Pierangelo Buttafuoco in Cabaret Voltaire. L’Islam, il sacro, l’Occidente (Bompiani). Di suo Buttafuoco aggiunge: “Leggiamo nel Corano, sura XII: il meglio deve ancora venire”. Una prospettiva davvero ardita di conquista o riconquista della leadership europea.

lunedì 29 settembre 2025

Il vuoto


Massimo Cacciari

Gli occidentali vivono nell'età del vuoto. Ma l'uscita non può essere la guerra

La Stampa, 29 settembre 2025

Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la “cosa” - chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. Il vuoto può contenere certo, ancora invisibili, i germi di nuovi organismi e nuovi ordini, ma nel momento in cui si manifesta sono la distruzione del passato, il mischiarsi dei relitti che da esso provengono, la babelica confusione delle lingue a dominare la scena. Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.

Dentro di esso, segni destituiti ormai di ogni significato, vagano, come nobili fantasmi, le parole che credevamo potessero orientare le nostre vite. Democrazia significava inderogabile dovere di solidarietà, compito dello Stato rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà reale della persona, ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali. Democrazia significava anche un’idea dei “diritti umani” non fondata sulla presunzione che la nostra civiltà ne costituisse la sola misura, e che a essa dovessero assimilarsi tutte le altre. Tutto sembra dimenticato. Il vuoto che si è aperto è anche questo buco della memoria, che si allarga di ora in ora. Dimentichiamo anzitutto le nostre responsabilità e le nostre colpe.

La colpa è sempre dell’altro, il male sta sempre dall’altra parte. Noi, gli occidentali, i democratici, siamo innocenti. Le grandi Guerre sono colpa di padri e nonni. Roba passata, come mai esistita. Nulla ci insegna, nessun pericolo ci indica. La Guerra stessa diviene un “pezzo” della conversazione quotidiana. Dimenticato il suo orrore, se ne chiacchiera come di un evento “naturalmente” possibile. Proprio così avveniva nella Belle Époque alla vigilia dell’apocalisse 1914. Invece di gridare che la Guerra deve essere impossibile e fare tutto il possibile per risolvere le guerre in atto, si discetta sulla forma che essa potrebbe assumere e su come intanto continuare a condurre quelle ancora “locali”.

C’è davvero da chiedersi se questa condizione di vuoto e di smemoratezza non sia il prodotto della evoluzione dei sistemi democratici dell’Occidente dopo la seconda Grande Guerra. L’“uomo democratico” si è via via ridotto all’“uomo proprietario”, per il quale l’unico bene che appare reale è il bene per sé. Pericolosissima illusione, che de-responsabilizza e nega ogni forma di partecipazione politica. Il passaggio da una libertà dimentica di ogni dovere, innocente nei confronti di ogni ingiustizia subiscano “gli altri”, a una libertà obbediente ai poteri che si pensa la possano proteggere, è una soglia facilissima da oltrepassare. Non appena una crisi metta in discussione i sacri diritti del solitario individuo, questi sarà sempre pronto a rifugiarsi in seno agli “amici del popolo”, che lo assicureranno della propria naturale bontà e gli spiegheranno come la crisi sia colpa esclusiva della perfidia del Nemico. È il passaggio sempre aperto tra democrazia e autoritarismo, libertà e sottomissione. Noi abbiamo dimenticato quanto sia facile varcarlo.

Il vuoto è pieno soltanto del senso della nostra impotenza. Impotenza a dare un nuovo, concreto, pratico significato alle parole di cui ci siamo nutriti. Impotenza nei confronti di un sistema oligarchico-plutocratico di cui avvertiamo bene il dominio, ma che sfugge a ogni presa, in nessun modo determinabile secondo i vecchi criteri del Politico. Un sistema che tiene tutti liberamente al lavoro e “sotto processo”. Solo Kafka nel Novecento è riuscito a presagire una tale condizione umana. Naturalmente, abbiamo dimenticato anche lui. Se lo ricordassimo, proveremmo come lui orrore per tale condizione – e questo sarebbe davvero il primo passo per superarla.

All’orrore siamo ormai del tutto assuefatti? Se sì, ricordiamo che questo è il presupposto perché la Guerra dilaghi. Dopo l’assuefazione alla sua idea potrebbe venire anche l’applauso. Magari non quello entusiasta delle masse del ’14 e del ’39, ma poco cambia. Basterà non vi sia una massa capace di opporsi. Ma perché questa esista occorre prepararla, organizzarla, schierarla contro i predicatori, mascherati o no, dell’inevitabile. Qualche dissenso e un po’ di sdegno sono il contorno della resa. Una simil-sanzione contro i criminali aumenta, non copre la vergogna.

Dallo spirito d’Europa può venire il contraccolpo? Dobbiamo sperarlo, nonostante tutto. Oggi siamo stretti tra due vuoti, la dimenticanza del passato e un futuro che ha assunto il solo significato della indefinita crescita. Il nostro presente si è sradicato dal suo passato nella stessa misura in cui è divenuto cieco sul fine del proprio procedere.

Tuttavia, se ritorniamo in noi stessi, possiamo sconfiggere la diabolica tentazione di pensare ancora alla Guerra come all’unico mezzo per ricondurre tutti in un ovile, in una religione e sotto un solo principe; possiamo dar vita a un Diritto realisticamente imperniato su organismi e istituzioni terze, ai quali gli Stati attribuiscano poteri effettivi; possiamo governare il progresso tecnico-scientifico secondo le energie liberatrici che esso pure in sé contiene e dargli così quel senso che oggi non manifesta in alcun modo. Questi sono pure “valori”, principi che hanno contato nella nostra cultura. Il loro peso si è del tutto liquidato? Se così fosse, l’accelerazione senza freno della nostra vita, che lo sviluppo delle forze produttive dimostra, sviluppo che non sa indicare alcun fine oltre sé stesso, è destino precipiti prima o poi in una catastrofe risolutiva.

mercoledì 27 agosto 2025

Giorgia Meloni a Rimini



Ci sembra importante riprodurre il discorso tenuto dalla premier Giorgia Meloni a Rimini sui temi della politica europea e dei rapporti con  l'Occidente. 

Rivendichiamo il ruolo pragmatico, propositivo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e in seno all’Unione europea. Un’Unione europea che sembra sempre più condannata all’irrilevanza geopolitica, incapace di rispondere efficacemente alle sfide di competitività poste dalla Cina e dagli Stati Uniti, come ha giustamente rilevato Mario Draghi qualche giorno fa da questo palco. Ora, io che sono passata dall’essere un’impresentabile per aver collocato il mio partito all’opposizione del Governo Draghi all’essere definita una “draghiana di ferro” mi divertirò domani a leggere i giornali per capire in quale delle due caselle verrò inserita questa volta.
Però in realtà non mi interessa questo. Mi interessano invece i temi che sono stati posti. Mi interessa rilevare che molte delle critiche che ho sentito rispetto all’attuale condizione dell’Unione europea le condivido così tanto da averle formulate molto spesso nel corso degli anni, venendo per questo aspramente criticata anche da molti di coloro che oggi si spellano le mani. Ma sapevo che prima o poi tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà, perché questa fase di enormi mutamenti, una fase nella quale sono saltati i paradigmi su cui abbiamo visto costruire l’Unione Europea e democrazie decidenti, autocrazie ciniche ci sfidano ogni giorno, ci offre per paradosso una grande opportunità. Un’opportunità che noi possiamo cogliere solo se l'Unione europea sarà capace di riscoprire la propria anima e le proprie radici. Sì, anche quelle culturali, anche quelle religiose colpevolmente negate anni fa. Banalmente, perché se non sai chi sei, non puoi neanche definire il tuo ruolo nel mondo, la tua missione nella storia. La burocrazia non ci tirerà fuori dalla tempesta. La politica può farlo. 

Le regolamentazioni non ci renderanno più forti, le idee possono farlo. Le ideologie cieche non libereranno le nostre società, i valori di riferimento applicati alla realtà che viviamo possono farlo. Però, dobbiamo sapere che tornare protagonisti della storia e del proprio destino non è facile, non è indolore, non è gratis. 

Bisogna, ad esempio, essere disposti a pagare il prezzo della propria libertà e della propria indipendenza, dopo che per decenni noi abbiamo appaltato agli Stati Uniti la sicurezza europea, a costo di una inevitabile dipendenza politica. 
Il mondo politico dal quale provengo ha sempre posto il problema, assumendosi la responsabilità, anche il costo politico in termini di consensi, di sostenere che solo chi è in grado di difendersi da solo è veramente libero nelle scelte che fa. 

Abbiamo parlato dell'esigenza di una colonna europea della Nato, di pari forze e dignità rispetto a quella americana, quando questi temi non erano di moda. E consentitemi di dire anche qui che mi fa un po’sorridere che coloro che oggi rivendicano la necessità di emanciparsi dagli Stati Uniti siano gli stessi che da sempre si oppongono a una politica di indipendenza in termini di difesa e sicurezza. Perché, signori, le due cose banalmente non stanno insieme. 

Allora, costruire con mattoni nuovi in Europa significa soprattutto ripartire dalla Politica – sono d’accordo anche su questo -, che è visione, passione, conflitto e sintesi, partecipazione e democrazia. Significa ridurre la burocrazia soverchiante, significa sostenere la competitività delle imprese per combattere la desertificazione produttiva. Significa rimettere l'Uomo, e non l'ideologia, al centro della natura. Significa investire sulle proprie filiere per ridurre le troppe dipendenze strategiche che abbiamo. Significa porsi il problema demografico perché, signori, altrimenti, tra non molti decenni, non ci sarà alcuna civiltà europea da difendere. 

Significa - come dicevo - costruire un proprio modello di sicurezza, integrato nel sistema di valori e di difesa dell'Occidente. Significa, insomma, delineare un'Europa del pragmatismo e del realismo, andando oltre il dibattito un po’stantio tra più Europa e meno Europa.
Perché la vera sfida è un'Europa che faccia meno e che lo faccia meglio, che non soffochi gli Stati nazionali, ma ne rispetti i ruoli e le specificità, che non annulli le identità ma le sublimi in una sintesi virtuosa e più grande. Uniti nella diversità è, del resto, il motto dell'Unione europea e io penso che sia un motto al quale dovremmo tutti ispirarci davvero.

Perché i “nuovi mattoni” sono anche un modo nuovo di vivere identità antiche, culturali, spirituali, religiose. Io non mi sono mai fidata di chi si vergogna della propria identità, però non mi fido neanche di chi non è disposto a viverla in modo nuovo. Eliot diceva che la tradizione va sempre reinventata. Essere conservatori non vuol dire costruire con mattoni vecchi, significa cercare sempre mattoni nuovi per continuare a edificare una casa che non hai iniziato tu. Significa amare le linfe di una storia che altri hanno avviato, desiderare che grazie al tuo contributo quella storia produca frutti sempre più abbondanti. 

E la nostra casa, a cui aggiungere mattoni nuovi, è l'Occidente. Non - come ho detto diverse volte - un luogo fisico, ma un sistema di valori nato tra l'incontro tra la filosofia greca, il diritto romano e l’umanismo cristiano. Sintesi che ha fertilizzato il terreno dove è cresciuta la separazione tra Stato e Chiesa, dove gli uomini nascono uguali e liberi, dove la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto. 

Questo è quello che siamo. È quello che siamo. Ed è quello che ha permesso alla nostra civiltà di progredire nei secoli e di essere un modello da seguire. 
E, signori, l’Occidente ha ancora molto da dire, l’Occidente ha ancora molto da dare. Ma serve consapevolezza e serve umiltà, serve sapersi mettere in discussione, serve rispetto per noi stessi, condizione imprescindibile per rispettare anche gli altri. 
E l’Italia cerca di fare la sua parte anche in questo, per mostrare la strada. 
Penso che abbiamo portato mattoni nuovi in Africa, creando un modello di cooperazione che rifugge tanto l'approccio paternalistico quanto quello predatorio, costruendo invece partenariati basati sul rispetto reciproco, sulla fiducia, sulla condivisione, cioè sulla capacità di guardarsi negli occhi da pari per trovare insieme gli ambiti nei quali poter fare la differenza e avere benefici reciproci. 
Perché a differenza di altri attori non abbiamo secondi fini, non ci interessa sfruttare il continente africano per le ricchissime materie prime che possiede, utilizzandole per accrescere il nostro benessere. Ci interessa invece che l’Africa prosperi insieme a noi processando le sue risorse, coltivando i suoi campi, dando lavoro e una prospettiva alle sue energie migliori, potendo contare su governi stabili e società dinamiche. E abbiamo lavorato per realizzare questo approccio, l’abbiamo fatto soprattutto attraverso il Piano Mattei per l’Africa, cioè la strategia che l'Italia porta avanti assieme a diverse Nazioni africane per favorire investimenti di qualità, grandi progetti in campo infrastrutturale, energetico, produttivo e soprattutto di valorizzazione del capitale umano. Perché la formazione e l'educazione sono due costanti dei progetti che abbiamo lanciato, dal grande Centro di formazione e innovazione in ambito agricolo che nascerà in Algeria, fino all'impegno che stiamo portando avanti con la Fondazione ASVI in Costa d'Avorio per raggiungere oltre 800 scuole primarie e circa 200 mila bambini e ragazzi che vivono nei contesti più difficili. 

Però quello che vogliamo costruire non è un semplice pacchetto di progetti. È un nuovo patto tra Nazioni libere, che scelgono di cooperare perché credono nei valori della centralità della persona, della dignità del lavoro e della libertà. E sta diventando un modello anche per molti altri Paesi.
E sono fiera che quel modello coinvolga le energie migliori della nostra Nazione, in un gioco di squadra che mette insieme tutto il Sistema Italia, il settore privato, la società civile, il Terzo Settore. Ed è la prova che quando l’Italia agisce con visione e concretezza, ma anche unita, riesce a fare la differenza. 

https://www.governo.it/it/articolo/intervento-del-presidente-meloni-al-meeting-di-rimini-2025/29604
https://machiave.blogspot.com/2025/08/meloni-e-i-suoi-fratelli.html

Flavia Perina
Se la premier punta alla prateria moderata

La Stampa, 28 agosto 2025

La famiglia, la persona, il sostegno alla scuola paritaria, il no alla maternità surrogata, la sussidiarietà, ma anche una manovra in difesa del ceto medio, la rivendicazione di un personale “draghismo prima di Draghi”, un Piano Casa in via di elaborazione che echeggia fin dal nome il progetto di Amintore Fanfani, volano del boom nel dopoguerra.

Un discorso moderato

Giorgia Meloni ha usato l’occasione del Meeting di Rimini non solo per accarezzare il mondo cattolico (scontato) ma per presentarsi all’Italia moderata come leader credibile e tranquilla (meno scontato). Ha ridotto al minimo le polemiche contro gli avversari e certe battute sarcastiche che sono la forza dei suoi comizi al popolo della destra. Ha archiviato i riferimenti bellicosi del Signore degli Anelli in favore de La Storia Infinita, il vero libro di formazione della sua vecchia comunità, meno paganeggiante e guerresco. Persino sugli sbarchi ha evitato riferimenti divisivi all’Albania o alle Ong per proporsi soprattutto come garante dell’immigrazione legale e di patti con l’Africa fondati sul reciproco rispetto. Un discorso abile che fa capire quale sarà la fase due della premier: approfittare dello slittamento a sinistra del campo largo per portare dalla sua il voto moderato in cerca di casa.

La corsa all’area di centro

La presidente del Consiglio ha aspettato per tre anni che lo spazio del centro fosse dragato dai suoi alleati, Forza Italia e Noi Moderati. Lei era impegnata altrove, e principalmente nella gara con Matteo Salvini sui temi legge e ordine, con un obbiettivo chiaro: tenere nel recinto della destra conservatrice i voti leghisti che nel 2022 erano scivolati verso la Fiamma, un po’ per delusione e un po’ per noia. Quel consenso è ormai acquisito. Ogni tentativo di remuntada del Capitano è fallito. Ma nell’altro quadrante dell’azione politica di maggioranza, il benedetto centro, non tutto è andato come doveva.

Nessuno si è addentrato nelle famose “praterie moderate”, laddove pascolano i piccoli greggi di Matteo Renzi, Carlo Calenda, Più Europa e la galassia di mini-sigle collegate, compresi i riformisti del Pd. Nessuno nel centrodestra è stato capace di occuparle e nemmeno di prendersene un pezzetto, anche se le condizioni c’erano. Meloni, a quanto pare, ha deciso di far da sé. Ha sposato la citazione-bandiera del Meeting: nei luoghi abbandonati costruiremo con mattoni nuovi. E ha deciso che i mattoni possono essere i suoi.

Il pragmatismo e la strada verso le Politiche

Frase di riferimento: «Il campo in cui abbiamo dimostrato di voler stare non è quello delle ideologie, delle utopie, di chi vuole modellare la realtà. Il campo che abbiamo scelto è il campo del reale». Traduzione: il pragmatismo sarà la cifra del governo nei due anni che separano dalle Politiche, e nel nome di questo pragmatismo si potrà trovare la leader di FdI con Ursula von der Leyen in Europa e con Donald Trump dall’altra parte dell’oceano, con Matteo Salvini a Palazzo Chigi e con Emmanuel Macron nei vertici dei Volenterosi, insomma ovunque risulti “pratico” stare per consolidare l’immagine di una premiership efficace e circondata dal più generale apprezzamento. Se nella prima fase del suo mandato e nei messaggi al mondo dei suoi elettori Meloni ha coltivato l’immagine dell’underdog circondata da nemici, ora fa l’esatto contrario. Si sveste della grinta ostracizzata dei vecchi tempi. É una signora votabile da tutti. 

Le insidie per il campo largo

Chi deve preoccuparsi? Il campo largo, innanzitutto. Con Elly Schlein un po’ persa nell’inseguimento di Giuseppe Conte e adesso anche dell’Alleanza Verdi e Sinistra, che al tavolo delle candidature regionali è stata surclassata dai Cinque Stelle e chiede compensazioni e riconoscimento. La “testardaggine unitaria” della leader Pd su quel versante forse è una scelta obbligata. Ma il rischio è evidente: se nel 2022 fu la sinistra a usare il formidabile argomento polemico del “salto nel buio” costituito da un governo delle destre sovraniste, fra un paio d’anni potrebbe succedere il contrario. Potrebbe essere la destra a rivendicare l’alternativa tra un governo stabile, concreto, sostenuto da solide alleanze internazionali, e l’avventura di quelli del reddito di cittadinanza, Pro-Pal, Yankee Go Home, wokisti, immigrazionisti, eccetera. Chi sceglieranno i moderati?

Ma qualche pensierino preoccupato dovranno farlo anche i centristi della maggioranza che in questi tre anni non sono riusciti ne’ a incrementare il loro consenso ne’ a caratterizzare il loro ruolo di governo in modo preciso. Se la linea espressa al Meeting avrà un seguito, se si rivelerà davvero la strategia per il prossimo biennio, Meloni diventerà un problema anche per chi si è proposto come “contrappeso moderato” a una premiership fortemente caratterizzata a destra, come mediatore del rapporto di Palazzo Chigi con l’Europa, come pompiere degli eccessi sovranisti.

Tutti ruoli diventati inutili perché il contrappeso la premier se lo è fatto da sola, e a dar retta agli applausi del Meeting ci è riuscita.


lunedì 11 agosto 2025

Il leone Trump e la volpe Putin


Danilo Ceccarelli
Yves Mény: "La Russia non farà concessioni a Kiev. Trump sta distruggendo il multilateralismo"

La Stampa, 11 agosto 2025

«Sulla guerra in Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin non vuole spingersi oltre una certa soglia per non avere troppi guai, ma al tempo stesso non ha intenzione di cedere». Per questo il politologo francese Yves Mény parla di un «gioco molto delicato» quando descrive la trattativa in corso tra Washington e Mosca.

Professor Mény, cosa c’è da attendersi dal dialogo tra Trump e Putin?
«Non credo che i tempi siano maturi per vedere Putin fare delle concessioni. Il presidente russo magari potrebbe accettare una ritirata simbolica, per poi smentirsi e fare tutto il contrario qualche giorno dopo».

In che posizione si trova il presidente statunitense?
«Trump è senza dubbio il più potente, ma di certo non è il più intelligente. Lui fa la parte del leone, ma Putin e Netanyahu sono le volpi. Il premier israeliano combatte per la sua incolumità giuridica, mentre il presidente russo è consapevole che in un sistema di potere assoluto o vince o sarà eliminato. Mi viene da citare Madame de Staël, aristocratica dell’Ottocento di origini svizzere vissuta in Francia, che aveva definito la Russia come una dittatura basata sullo strangolamento dopo che Caterina II fece presumibilmente uccidere il marito, lo Zar Pietro III. Oggi avviene lo stesso, con dei personaggi che hanno come unico limite l’omicidio o la guerra».

Intanto, stiamo assistendo al ritorno di un clima da Guerra Fredda. Ne è un esempio il recente invio di sottomarini nucleari americani nei pressi delle acque russe.
«Siamo in una situazione diversa, perché in quel periodo gli Stati Uniti erano i leader incontrastati della resistenza all’Unione Sovietica. Oggi, invece, gli americani non sono più così seguiti dagli altri occidentali. Inoltre, dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962 venne concordata una sorta di pace armata, con rischi razionalizzati per evitare il peggio, a differenza di adesso dove la situazione è meno rassicurante. Oggi la bomba atomica è detenuta da molti Paesi che durante la Guerra Fredda non l’avevano, come India, Cina, Pakistan e Israele. Per questo siamo in un mondo più incerto e squilibrato».

Non c’è più la logica dei due blocchi?
«Esatto, in essa si combatteva anche una guerra ideologica: democrazia contro regime sovietico. Oggi la Russia non è più comunista, sebbene resti un Paese autoritario, mentre gli Stati Uniti sono ancora una democrazia, ma fino ad un certo punto perché c’è una forte limitazione della libertà. Penso ad esempio alla crisi in corso nel Texas e alla volontà di ridisegnare la mappa dei collegi elettorali in vista del Midterm. Le manipolazioni del voto da parte di Mosca sono evidenti, ma anche gli americani sono dei grandi esperti in questo campo».

Vede molte similitudini tra i due Paesi?
«Presentano un comportamento molto simile, con due uomini soli al comando che possono gestire il potere in base alle loro volontà. I due sistemi si somigliano sempre di più, perché gli americani si stanno avvicinando ad un sistema autoritario, mentre le speranze degli Occidentali nel vedere la Russia diventare una democrazia, magari imperfetta, stanno svanendo».

Tra guerre e tensioni commerciali il multilateralismo sembrerebbe essere in serio pericolo.
«Più che a rischio, direi che è quasi morto. Almeno in una parte del mondo. Questo perché uno degli attori principali, gli Stati Uniti, ha deciso di non voler più far parte del sistema. Lo stesso voluto fortemente dopo la fine della Seconda Guerra mondiale proprio da Washington, che all’epoca ha sollecitato la creazione di organizzazioni internazionali, come l’Ocse, per poi spingere verso una maggiore cooperazione europea. Ma questa tendenza era cominciata già prima dell’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, che adesso sta dando il colpo di grazia con una serie di accordi bilaterali decisi attraverso i dazi. Il fatto poi che ora il presidente statunitense voglia far uscire il suo Paese da alcuni organismi, tra cui l’Unesco, per evitare di finanziarli rappresenta un altro modo per uccidere il multilateralismo».

Questa crisi come si riflette all’interno dell’Unione europea?
«In due modi. Prima di tutto a livello esterno: l’Ue appariva come un modello costruito su rapporti consensuali e pacifici, basati sullo Stato di diritto. Un’Europa come forza gentile, per riprendere le parole dell’economista Tommaso Padoa-Schioppa. Ma non stiamo vivendo in un’epoca gentile, ce lo dimostra la distruzione del multilateralismo in corso. Poi, sul piano interno, c’è una struttura commerciale che varia da Stato a Stato. Germania ed Italia, ad esempio, sono potenze esportatrici, a differenza della Francia. Questo si ripercuote negli atteggiamenti adottati in merito ai dazi nei confronti degli Stati Uniti, con Parigi che è più riservata a differenza di Berlino e Roma».

I Brics potrebbero rappresentare un’alternativa credibile per un nuovo multilateralismo?
«Non credo. È un gruppo molto eterogeneo, che gioca una partita complicata, all’interno della quale prevalgono gli interessi nazionali. Prendiamo ad esempio l’India, che fa parte dell’alleanza: ha interesse nel combattere Trump sul piano commerciale perché è penalizzata dai dazi, ma ha anche bisogno della politica statunitense in chiave anti-cinese».

giovedì 8 maggio 2025

Se il sacro diventa umano


Mauro Magatti
Là dove l'umano è più fragile
Avvenire, 8 maggio 2025

Nel cuore della storia dell’Occidente, il cristianesimo ha rappresentato una svolta radicale nel modo di concepire il sacro. Secondo molti interpreti, è proprio questa tradizione religiosa ad aver compiuto la secolarizzazione del sacro: un paradosso solo apparente, se si considera che il suo fondamento è un Dio che si fa uomo. L’Incarnazione, al centro del messaggio cristiano, rompe la distanza tra divino e umano, tra trascendenza e immanenza. Non è più l’uomo che si eleva verso il sacro, ma è il sacro che discende nella carne, nella storia, nella fragilità dell’esistenza umana. Questo evento non ha solo una portata teologica, ma è il punto di partenza di un’intera civiltà.
L’Occidente, infatti, si è sviluppato a partire da questo presupposto fondamentale: la centralità della persona, la dignità della vita terrena, il valore dell’esperienza individuale e comunitaria. Senza il cristianesimo, non si comprenderebbe l’enfasi che la modernità ha posto sull’essere umano, sulla sua libertà e sulla sua responsabilità. La cultura dei diritti, il pensiero democratico, la fiducia nella storia come luogo di redenzione possibile – anche se profana – affondano le radici in quell’idea cristiana che ha fuso sacro e umano, che ha reso l’altro degno di cura perché immagine di Dio.
Per molti secoli, questo equilibrio è stato mantenuto grazie al ruolo che il cristianesimo ha svolto come religione civile. Attraverso la liturgia, la ritualità, le celebrazioni collettive e i simboli condivisi, il sacro è rimasto una dimensione viva del tessuto sociale, anche nei suoi aspetti più civili e quotidiani. I riti cristiani hanno dato forma e senso al tempo, ai passaggi della vita, ai legami comunitari. Il sacro non era solo un’esperienza individuale o mistica, ma un collante sociale, un riferimento culturale condiviso.
Oggi, tuttavia, questo ruolo si è molto ridimensionato. La religione, almeno nei Paesi occidentali, ha ridotto progressivamente la sua funzione pubblica. Il cristianesimo non è più la religione civile dell’Occidente, e con esso sembra perdersi anche la capacità di coniugare sacro e umano, rito e società. La modernità, con la sua pretesa di autonomia assoluta della ragione e dell’individuo, si è sviluppata spesso come un progetto nichilista, volto a espellere ogni riferimento al sacro o al trascendente. L’uomo, nella sua autosufficienza, finisce però per diventare misura di tutto: ma un uomo senza oltre, senza mistero, è anche un uomo esposto al rischio dell’eccesso, del delirio di onnipotenza, o al contrario della disperazione.
È in questa cornice che si possono comprendere le molte spinte fondamentaliste che attraversano oggi tutte le tradizioni religiose, compresa quella cristiana. Di fronte a una modernità che sembra svuotare ogni senso, molte culture reagiscono irrigidendosi, chiudendosi, contrapponendo il sacro come legge assoluta all’umano vissuto come decadenza. È una reazione speculare al nichilismo, e altrettanto pericolosa: perché sacrifica l’umano in nome del divino, perdendo così la novità radicale che il cristianesimo aveva portato nel mondo.
La vera sfida, oggi, è allora quella di curare l’eccesso di uomo senza negare l’umano. La Chiesa si trova di fronte a un compito inedito: mostrare che il sacro autentico non è ciò che si oppone alla vita concreta, ma ciò che la attraversa, la redime, la trasfigura. È in questa direzione che si è mosso il messaggio di papa Francesco. La sua insistenza sul volto dell’altro, sulla carne dei poveri, sull’ecologia integrale, sulla tenerezza come linguaggio divino, indica una via in cui il sacro si lascia riconoscere proprio là dove l’umano è più fragile e più vero.
Non si tratta di tornare indietro, a un passato in cui il sacro era imposto dall’alto, né di rinunciare al confronto con la modernità. Si tratta di raccogliere il cuore del Vangelo e declinarlo nell’oggi: un Dio che continua a farsi uomo, che continua ad abitare le periferie, che continua a chiamarci a una fraternità concreta, che si fa interpellare dal volto dell’altro. Il sacro, per essere credibile oggi, deve passare attraverso la carne dell’uomo, deve entrare nei suoi conflitti, nelle sue domande, nelle sue ferite. Questa è la sfida più grande della Chiesa contemporanea, ed è l’eredità più alta che Francesco lascia al mondo: un cristianesimo che non separa mai Dio dall’uomo, perché sa che è proprio lì, nell’umano, che il sacro si rivela.

sabato 19 aprile 2025

Ambiguità sovrana




Marcello Sorgi

Tanti complimenti, ok. Ma di concreto cosa è uscito dall’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Giorgia Meloni? Con accenti diversi, molti autorevoli giornali stranieri, dall’inglese Guardian, al francese Le Monde, allo spagnolo El Pais ieri si sono posti questa domanda (che potrebbe riguardare anche il successivo appuntamento romano con il vicepresidente americano Vance e i due italiani Tajani e Salvini). Sui dazi, nulla al di là della buona volontà di cercare un accordoSul riavvicinamento Usa-Europa, altrettanto, con una certa vaghezza sulla possibilità che ad accogliere a Roma Trump, che ha accettato l’invito di Meloni a restituirle la visita, possano farsi trovare anche i leader europei, a cominciare da Von der Leyen. Sull’Ucraina e su Putin, poco, se non il segnale che l’alleato americano comincia a spazientirsi. Sulla Nato qualcosa.

Sull’Occidente, a tratti presentato, soprattutto da Vance come una religione o un insieme di valori, qualcosa di più: tal che alla domanda dei colleghi stranieri, posta anche in termini leggermente urticanti, che fanno pensare a un pizzico d’invidia per l’innegabile successo della premier italiana, si può rispondere che sia questo il risultato più importante dei due confronti tra Trump e Meloni e tra Vance e il vertice del governo italiano: dimostrare o voler dimostrare che l’Occidente esiste ancora. “In che senso? ”, potrebbero ancora chiederci i qualificati osservatori di cui prima. Nel senso che, solo per fare un esempio, era quanto meno avventata l’affermazione di VdL a Die Zeit, pronunciata proprio alla vigilia del viaggio di Meloni, secondo cui «l’Occidente come lo conoscevamo non esiste più». E di conseguenza anche le scommesse, della stessa VdL e di alcuni leader europei, sulla costruzione di un sistema alternativo di alleanze, a cominciare dalla Cina di Xi-Jinping. Non perché non sia lecito scommettere, né ipotizzare piani diversi, di fronte all’evidente, progressivo disinteresse di Trump e dei suoi più stretti collaboratori per l’Europa; ma un conto è una scommessa e un conto è la realtà di un’alleanza. Che, acciaccata per quanto sia, può essere rammendata, restaurata, rafforzata anche in un tempo breve. Mentre tra il volgere lo sguardo da un’altra parte e realizzare effettivamente qualcosa – per restare sempre alla concretezza – ce ne vuole,

Sì dirà che le strizzatine d’occhio verso la Cinao verso il complesso mondo arabo, a cui s’è assistito in queste settimane di confusione dopo l’annuncio (e il ritiro per novanta giorni) dei dazi americani potevano essere mosse tattiche, anzi sicuramente lo erano, per spingere Trump a pensarci bene prima di tagliarsi i ponti con l’Europa. Ma che questa fosse la strategia più adatta a ottenere il ripensamento, non è detto. Fatto sta che Trump la sua marcia indietro – si vedrà fino a che punto – sugli europei considerati fino a poco prima «parassiti e scrocconi» l’ha fatta davanti a Meloni, cioè di fronte alla sola leader dell’Unione che s’è schierata contro quelle strizzatine, e quando il primo ministro spagnolo ha preso un’iniziativa in senso opposto, lo ha attaccato.

Poi ci sono le affermazioni seguite ai faccia a faccia. Magari ambigue, come la dichiarazione del segretario di Stato americano Rubio, che pur ribadendo che l’Ucraina non è la priorità dell’amministrazione di cui è membro, ha confermato che gli Usa non intendono affatto ritirarsi dalla Nato, ed è quello, sembra di capire, lo strumento di pressione attraverso il quale si pensa di agire sulle resistenze di Putin. A condizione, ovviamente, che tutti i Paesi che ne fanno parte mantengano gli impegni economici per il finanziamento dell’alleanza fin qui disattesi. Insomma, anche in questo caso, l’Occidente c’è e la Nato c’è. Mentre di altre alleanze strategiche – a parte quella dei “volenterosi” promossa da Starmer e Macron in una cornice comunque occidentale – non si vede neanche l'ombra.

Come poi si possa stabilire un asse con un Paese schierato in questo momento con Putin e come quest’asse possa servire a ottenere la pace in Ucraina, è tutto da capire. E seppure si trattasse di intese commerciali per rimediare alla tempesta dei dazi, questo tipo di accordi, che in passato, è giusto rammentare, furono fatti perfino con Putin, in genere si fanno in tempi di pace. Finché in Ucraina si continua a combattere e finché Putin punta a espropriare Zelenski dell’intero territorio, sarebbe alquanto strano fare affari con chi dichiaratamente o dietro le quinte lo aiuta a realizzare i suoi obiettivi.

In conclusione, la politica estera – materia a cui presto o tardi tutti i presidenti del consiglio italiani si sono appassionati – è fatta di risultati reali e di mutamenti di clima che precedono, spesso, gli stessi risultatiMeloni con il suo viaggio ha realizzato un cambiamento di clima, non solo tra Italia e Usa ma anche tra Europa e Stati Uniti. Adesso, c’è molto da lavorare, e molto da riflettere prima di parlare. Un’idea di Trump, nel bene e nel male ormai ce la si è fatta. E la sua apparizione nella Sala Ovale con Meloni non ha certo contribuito a dissipare i dubbi. Conoscendo l’Italia e l’Europa, la strada s’intravede, ma è molto in salita. 

Stefano Folli 

Si poteva immaginare che con J. D. Vance, il vicepresidente, si sarebbe entrati più nel merito delle questioni che dividono l’Europa — o meglio l’Unione — e gli Stati Uniti, a cominciare dai famosi dazi. Sembra invece che i colloqui con la premier Giorgia Meloni abbiano ricalcato alla lettera l’atmosfera della Casa Bianca: un dialogo gentile e assai cordiale, tanti sorrisi, scarsa concretezza.

In parte è comprensibile. Da un lato l’Italia non vuole e non può infrangere il vincolo europeo, per cui sulle tariffe si resta solidali e nessuno tratta per se stesso. Dall’altro è logico che Vance non abbia titolo per andare oltre Trump, tanto più che sono passate solo poche ore dal primo incontro, quello di Washington.

In sostanza la visita del vicepresidente è servita a rafforzare l’operazione simpatia americana verso un alleato che gode, diciamo così, dello status di “nazione preferita” nella scala delle preferenze di Trump e Vance.

Preferenza non commerciale, s’intende, visto che sui dazi siamo in alto mare. Meglio sulle spese militari, dove l’Italia sta facendo uno sforzo non indifferente. Preferenza sentimentale, dunque, dal momento che il presidente non esita ad affermare che il privilegio dell’Italia durerà fin quando ci sarà Giorgia Meloni a palazzo Chigi.

Viva la franchezza… e in effetti non si fatica a credere che tale sia il pensiero dell’amministrazione americana. Tanto più che l’arcipelago politico italiano è abbastanza frastagliato: a destra c’è Salvini che vorrebbe essere lui l’alleato preferito del trumpismo arrembante, ma non sembra aver trovato sponde a Washington, dove i voti si pesano, certo, ma si pesano anche. E Giorgia Meloni è in vantaggio sul leghista in entrambi i campi.

Quanto al centrosinistra, la scelta è evidente: tutti, dal Pd ai 5S a Renzi, con l’unica eccezione di Calenda, puntano al prossimo turno. Aspettano che Trump esaurisca il suo mandato quadriennale e sperano che, al momento dei bilanci, i fallimenti superino i successi, così da evitare che la stagione del presidente isolazionista e protezionista si trasformi in una specie di dinastia, con Vance nelle vesti del principe ereditario. Lui ci crede fin d’ora e non poco. Quindi si preoccupa di tessere una rete di relazioni in Europa e nel resto del mondo. L’Italia meloniana è senz’altro in cima alla lista e qui Trump e Vance la pensano allo stesso modo.

Quanto alla presidente del Consiglio, anche lei si è dedicata a un’operazione simpatia, sia in Usa sia ieri a Roma. È già stato scritto che si muove facendo attenzione a non indebolire il filo che unisce l’Italia all’Europa di Ursula von der Leyen. È assolutamente così. Ma c’è un margine per le iniziative nazionali, diciamo meglio per affermare una certa dose di autonomia.

Quando Giorgia Meloni alla Casa Bianca afferma che occorre agire insieme «per fare l’Occidente di nuovo grande» mette in campo un gioco di parole piuttosto abile a patto di vederne anche l’ambiguità. Il gioco di parole riguarda il Maga trumpiano: in questo caso non sarebbe solo l’America a tornare grande, bensì, appunto l’Occidente. Eppure c’è una domanda a cui né la nostra premier né tanto meno il neo presidente hanno risposto in modo definitivo. In questo Occidente, destinato a ritrovare una grandezza, l’Ucraina avrà o no un posto.

A sentire le frasi di Trump e Vance, e ancor più i loro silenzi, si direbbe che la nozione di Occidente nel 2025 non arrivi a comprendere Kiev. L’America di Trump la sta cedendo alla Russia un passo alla volta. La presidente del Consiglio è stata invece, come è noto, una strenua difensora dell’indipendenza ucraina. Ora sarebbe il caso che il suo pensiero fosse reso più esplicito.


Danilo Paolini
Avvenire, 18 aprile 2025


Meloni, quindi, cammina su un filo: qualora rischiasse il “licenziamento” da Trump, dovrebbe scegliere se seguire le orme di Orbán e isolarsi dal resto dell’Ue (ma l’Italia non è l’Ungheria, nella storia dell’Unione) oppure rompere con l’amico Donald, sancendo il fallimento della sua missione. Missione che lei ha sintetizzato in «fare di nuovo grande l’Occidente». Trumpianamente.

Forse troppo, perché la grandezza dell’Occidente, per come l’abbiamo conosciuto finora, risiede nelle sue istituzioni liberaldemocratiche, cioè nel sistema di controlli e contrappesi che ciascun potere esercita sugli altri, garantendo appunto libertà e democrazia. E non sembra questa la priorità di un presidente che appena tre mesi fa ha concesso la grazia a 1.500 suoi sostenitori che nel 2021, dopo la vittoria di Biden alle presidenziali, diedero l’assalto alla sede del Congresso.