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domenica 13 settembre 2026

La rabbia e l'orgoglio

Mariano Croce
Cosa resta de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci: non ha predetto ma plasmato il futuro

Domani, 11 settembre 2026

Se pochi sono gli eventi nella storia davvero capaci di segnare un prima e un dopo, l’11 settembre 2001 è tra questi. Quel giorno, due aerei furono fatti schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, provocandone il crollo, e un terzo colpì il Pentagono.

Da allora, la lotta al terrorismo divenne uno dei principali strumenti di espansione del potere governativo, nel segno del controverso concetto di “stato di eccezione”, che di fatto legittimò forme talora estreme di violazione dei diritti fondamentali in nome della sicurezza. La cupa retorica che ne seguì trasformò per sempre la percezione delle popolazioni musulmane, già osservate attraverso il prisma deformante dell’orientalismo e, dal 2001, impropriamente associate a una minaccia fatale recata da un presunto nemico esistenziale.

Una delle voci che più di altre contribuì a far sedimentare questa percezione fu quella di Oriana Fallaci, fiera e stentorea, che il 29 settembre 2001, dopo dieci anni di silenzio pubblico, diede alle stampe un lungo articolo intitolato La rabbia e l’orgoglio: una tonitruante requisitoria contro il terrorismo, sì, ma soprattutto contro la civiltà occidentale, affrescata come senescente e languida.

Le previsioni 


Per un verso, Fallaci proponeva un’azzardata sineddoche: assumeva una parte minima dell’Islam, costituita da gruppi fanatici come al-Qaida, quale rappresentazione di un’intera civiltà, accusata di perseguire lo sterminio di una civiltà rivale. Per l’altro, riversava la propria collera sull’Occidente, specie sulla viltà e sul grado di complicità dei suoi politici e dei suoi intellettuali, soprattutto a sinistra e dentro la Chiesa, che fungevano da stolidi cavalli di Troia per un’imminente conquista da parte di una cultura predatoria e feroce. Il testo, che ebbe un’eco vastissima ben oltre i confini nazionali, divenne per Rizzoli un fortunato libro, La rabbia e l’orgoglio, cui seguirono, nel 2004, La forza della ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse.

La trilogia non brilla per chiaroveggenza, almeno nelle sue previsioni più cupe: non si sono realizzate né la conquista dell’Europa da parte delle milizie islamiche né la progressiva riduzione dei cristiani a una minoranza subordinata, sul modello della dhimma medievale. Eppure, la presa di posizione di Fallaci concorse alla legittimazione e alla diffusione di un discorso fortemente ostile al mondo musulmano, che sarebbe stato successivamente ripreso e rielaborato da settori delle destre, più o meno radicali.

Il capitale simbolico della celebre reporter, accresciuto dalla sua capacità di testimoniare in prima persona e dal prestigio derivante dalla biografia antifascista, le permise di far circolare nello spazio pubblico un discorso apertamente islamofobico, fino ad allora non esprimibile in termini altrettanto radicali. Quel dispositivo polemico poté così diffondersi nel campo dei media generalisti attraverso un suadente registro, che oscillava tra il fattuale e l’allusivo e conferiva all’argomento il vigore del tono assertivo e del racconto iperbolico.

Il panorama oggi 


A vent’anni dalla morte di Fallaci, il panorama è mutato. Il nesso che le destre radicali di oggi mantengono con gli attentati del settembre 2001 è anfibio. Se hanno conservato la figura del nemico, hanno però dislocato la minaccia terroristica nella presenza costante e quotidiana del migrante: un potenziale terrorista, certo, ma soprattutto un invasivo parassita da ricacciare entro i confini del Paese natale. In tal modo, il discorso d’odio ha potuto svincolarsi dalla contingenza di attacchi straordinari e assumere il carattere più ordinario della criminalità comune e dell'espansione demografica.

Nelle aree più rarefatte ed estreme della destra, l’evento dell’11 settembre è stato persino riassorbito nel fascicolo complottista, spesso in forme antisemite che lo interpretano come un’operazione orchestrata dai servizi segreti sotto mentite spoglie. Lo scontro di civiltà, di fallaciana memoria, si perde così in una lotta senza quartiere contro chi, dall’interno dei confini nostrani, cospira per l’abbattimento della civiltà occidentale, nella quale un’élite cosmopolita, genericamente identificata con il progressismo, i movimenti arcobaleno e la finanza internazionale, opererebbe in segreto per favorire l’immigrazione e infiacchire i valori della tradizione.

Quel che rimane dell’11 settembre e della presa di posizione che ne seguì a destra non è che una postura: il modello aggressivo per cui una minaccia definita come esistenziale legittima la crescente intolleranza nei confronti di un certo segmento della popolazione, dipinto come un nemico pubblico, che un tempo agiva dall’esterno e che oggi, invece, è acquartierato tra le nostre case. Rimane dunque poco, se non la tendenza a deformare problemi di natura pragmatica, da trattarsi con ben congegnati strumenti di politica amministrativa, radicandoli entro quadri sospettosi e profezie di rovina, certo in grado di intensificare la rabbia, ma per i quali è ben difficile provare un moto d’orgoglio.

giovedì 22 gennaio 2026

Carney indica la strada

Paolo Viganò
Carney, la via canadese per resistere a Washington
il manifesto, 22 gennaio 2026

Ieri sul palco del World Economic Forum Donald Trump si è rivolto direttamente al primo ministro canadese Mark Carney con le consuete minacce: «Il Canada ha ricevuto molti omaggi dagli Stati uniti. Dovrebbero esserci grati ma non lo sono. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo Mark, la prossima volta che farai le tue considerazioni».

Il riferimento è ovviamente al memorabile discorso tenuto martedì dal premier canadese, il quale ha parlato della fine dell’ordine mondiale e del definitivo smantellamento dell’«utile finzione» del diritto internazionale in favore di una nuova «realtà brutale». «Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione» ha detto Carney, prospettando un atteggiamento sia etico che pragmatico da parte delle «potenze medie» e guadagnandosi così la standing ovation del pubblico di Davos.

FINO AD ORA Carney aveva mantenuto dei rapporti cordiali con l’amministrazione Usa, nonostante le minacce di pesanti dazi e di annessioni da parte di Trump, che martedì su Truth ha postato una nuova foto di una cartina del Nord America dove il Canada è rappresentato come uno stato a stelle e strisce. Tuttavia, come fa notare il New York Times, al momento le trattative tra i due Paesi sarebbero congelate, e non era previsto nessun incontro fra i due nonostante si trovassero entrambi a Davos ieri.

Nel frattempo, il discorso di Carney – particolarmente significativo perché pronunciato dopo i recenti accordi commerciali con il governo cinese, oltre che dopo l’annuncio di ingenti finanziamenti militari per fortificare il confine meridionale – ha avuto ampia eco su tutti i principali mezzi di informazione americani. Fox News, principale sostenitore dei Maga fra i media mainstream, ha sottolineato come il presidente abbia giustamente rimproverato Carney, alludendo alla supposta volontà di Trump, accennata ieri a Davos, di coinvolgere il Canada nella costruzione del Golden Dome – il sistema missilistico di difesa che dovrebbe proteggere l’intero Nord America.

Particolare spazio al discorso di Carney è stato dedicato dai mass media progressisti. La Cnn ha definito le parole del premier «una rotta per il futuro del Canada», aggiungendo che Ottawa starebbe valutando di inviare un contingente in Groenlandia come gesto simbolico di vicinanza al Paese.

DALLE COLONNE del Washington Post, lo storico Matthew Specter ha notato come il discorso di Carney «strappi il cerotto da un ordine liberale ormai logoro, ma con uno spirito stoico, non celebrativo». The Atlantic si è concentrato sulle reazioni di Trump, definendo il discorso del presidente Usa una «classica minaccia da mafioso», e lo ha criticato per gli attacchi contro il premier canadese. «Il discorso di Carney è significativo non solo per lo status del Canada come principale partner commerciale degli Stati uniti» osserva invece The New Republic «ma anche per il suo background nel mondo della finanza prima di entrare in politica».

Con il discorso di ieri Carney ha in un certo modo mostrato una via canadese come risposta alle politiche della Casa bianca degli ultimi mesi, ritagliandosi una posizione di rilievo tra gli oppositori di Trump. Una mossa giunta inaspettatata, anche considerando il background del premier canadese. Economista formatosi tra Harvard e Oxford, Carney è stato prima governatore della Bank of Canada tra il 2008 e il 2013, e in seguito della Bank of England tra il 2013 e il 2020 – peraltro, il primo cittadino non inglese a ricoprire questo ruolo. Definito spesso come un centrista e un liberale «blue grit» – ovvero aderente a quella corrente del progressismo canadese considerata più tradizionalista – ha vinto le scorse elezioni sebbene fosse dato per sfavorito.

NONOSTANTE di formazione si direbbe forse più un tecnico che un politico, nel discorso di martedì ha posto fortemente l’accento sui valori morali da perseguire, oltre che sulla pragmatica, facendo riferimento a un «realismo basato sui valori». «Siamo guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali» ha affermato «sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni unite, il rispetto dei diritti umani».

mercoledì 14 gennaio 2026

La monarchia Pahlavi

Alessia Melcangi
Il figlio dello Scià, alternativa debole
La Stampa, 14 gennaio 2026

In molti ricordano i fasti della mitica Persepoli, riportata a nuova vita nel 1971 in occasione della grandiosa (e decisamente kitsch) celebrazione dei 2.500 anni della monarchia persiana: un tentativo di legare l’Iran moderno alle vestigia dell’antica Persia, oscurandone le radici islamiche. Creano stupore – e talvolta malinconia – le immagini delle ragazze in gonna e a capo scoperto che passeggiavano nelle strade di Teheran; lascia increduli la memoria dell’alleanza tra l’Iran pre-rivoluzionario e gli Stati Uniti, così stretta da trasformare il Paese in uno dei principali avamposti americani nella regione. Sembra quasi di parlare di un’età dell’oro, quella della monarchia di Mohammad Reza Pahlavi iniziata nel 1941 e conclusasi drammaticamente nel 1979 con la rivoluzione khomeinista. La narrazione occidentale tende spesso a rileggere lo scià come “filo-moderno”, “secolarizzatore”, “alleato dell’Occidente”, quasi un modello illuminato da contrapporre all’attuale teocrazia. Ma la realtà storica è molto più complessa e molto meno romantica.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l’Occidente. Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall’alto in cambio di obbedienza assoluta. Il perno del regime era il suo apparato repressivo capillare: la Savak, i temutissimi “sgherri” dello scià, addestrati anche con il supporto della Cia e del Mossad, noti per torture, sorveglianza capillare ed eliminazione del dissenso.
Lo scià era amato, sì, ma dentro una fetta precisa della società: élite urbanizzate, ricchi occidentalizzati, famiglie vicine al potere, settori istruiti delle grandi città. La maggioranza silenziosa, soprattutto nelle campagne e nelle periferie, viveva invece una frattura crescente fra modernizzazione imposta e identità islamica calpestata dalla “Rivoluzione Bianca”. La rivoluzione del 1979 – spesso etichettata in Occidente come un semplice “colpo degli islamisti” – fu in realtà l’esplosione di una crisi sociale, economica e culturale molto più vasta che vedeva attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh, e le correnti liberal-nazionaliste. E l’Occidente, che oggi cerca nel nome “Pahlavi” la salvezza dalla Repubblica islamica, dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano, probabilmente, anche i giovani iraniani che quel periodo l’hanno forse sentito solo raccontato. Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore. In questo contesto appare davvero difficile immaginare che Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, possa rappresentare l’alternativa vincente agli ayatollah. Estraneo alla realtà iraniana fin da prima del 1979 poiché cresciuto all’estero, è diventato una figura di riferimento per parte della diaspora. Si presenta come promotore di una futura transizione democratica, sostenuto da gruppi politici esterni al Paese. Negli anni ha cercato appoggi in ambienti conservatori statunitensi e in settori filo-israeliani. Un profilo che parla molto alle cancellerie straniere, meno alla società iraniana: per questo emerge come figura riconoscibile e facilmente leggibile dall’Occidente, non necessariamente come leader possibile per l’Iran. Loda apertamente il Presidente Trump e sostiene la destra americana: per questo gode di visibilità internazionale, ma allo stesso tempo viene rifiutato da molti iraniani, per i quali ogni interferenza straniera rappresenta un tabù storico.
Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia rappresenta ordine, modernità, apertura al mondo. Per molti dentro l’Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti. Questa ambiguità pesa enormemente sul possibile ruolo politico del figlio. E allora perché, oggi, nell’Iran in rivolta del 2026, il nome “Pahlavi” torna nelle piazze? A differenza del 1978, oggi non esiste una leadership interna. Non ci sono movimenti organizzati, figure carismatiche. La Repubblica islamica ha demolito ogni struttura politica alternativa. I giovani che protestano — per la gran parte nati dopo il 2000 — non conoscono la monarchia. Gridano «Viva lo scià» non per nostalgia, ma probabilmente perché evocare il nemico storico del regime è il modo più radicale ed efficace per colpirlo sul piano simbolico. È rabbia, non restaurazione. A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal suo progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa: in un paese ferito da decenni di autoritarismo, non prendere posizione sul passato equivale a non essere credibili sul futuro. Resta, poi, un ostacolo cruciale: la percezione di “estraneità”.
Nell’immaginario iraniano ogni intervento esterno, ogni figura percepita come installata dall’estero, è destinata al rigetto. Gli slogan delle piazze non vanno confusi con un mandato al ritorno del trono. L’Iran del futuro, se nascerà dalle rovine del sistema attuale, non potrà essere il riflesso nostalgico di un passato: un simbolo non rappresenta mai una soluzione politica.


venerdì 21 novembre 2025

Grazie Islam

Luigi Grassia
Il "Grazie Islam!" di Franco Cardini

la Repubblica, 21 novembre 2025

Due libri, due facce della realtà, ma non contrapposte. L’anno scorso Federico Rampini pubblicò Grazie Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto (Mondadori) per sottolineare i meriti che la nostra civiltà ha cumulato nei confronti del resto del mondo, e per esortarci a smettere con l’autoflagellazione in cui amiamo esercitarci noi occidentali, quantomeno da quando è di moda il “woke” (ma in realtà già da prima) come se fossimo responsabili di tutti i mali del mondo. Nel 2025 Franco Cardini ha risposto con Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l'Occidente moderno deve al mondo musulmano (PaperFirst), un saggio in cui lo storico si propone di riequilibrare la prospettiva, senza cadere nel woke a cui è refrattario. I due autori e i due libri non sono l’un contro l’altro armati: si tratta di considerare entrambe le facce della medaglia. Al lettore il compito della sintesi.

La campana pro-occidentale

Rampini rivendica le tante cose fatta dall’Occidente e a cui si tende a non attribuire merito perché le si dà per scontate. Citiamo dal risvolto di copertina. Che sintetizza l’argomento alla perfezione: “È ora di ribellarsi, in nome della verità. Cinesi o indiani, brasiliani o africani, il mondo è popolato da miliardi di persone che devono la loro stessa esistenza... a noi. La scienza occidentale, pensiamo alla nostra medicina e alla nostra agronomia, è stata copiata e applicata dal resto dell'umanità con benefici immensi. Se la longevità è aumentata, la mortalità infantile è crollata, il livello d'istruzione è cresciuto nel mondo intero, è perché l'Occidente ha esportato progresso. Dove si combatte per migliorare i diritti umani - per esempio la condizione della donna - il paradigma da emulare siamo noi. Il nostro modello industriale ha sollevato dalla miseria grandi nazioni. La sfida per un'economia più sostenibile e per decarbonizzare l'ambiente sarà vinta grazie alla ricerca scientifica e all'innovazione tecnologica dell'Occidente. Viviamo in un'epoca in cui pronunciare queste verità è scandaloso, è proibito. Il conformismo dominante impone una versione bugiarda della storia, in cui la ‘razza bianca’, europea o nordamericana, ha seminato solo distruzione, oppressione, sofferenze. L'idea stessa di progresso è disprezzata, siamo sottoposti a un lavaggio del cervello quotidiano per inculcare la certezza che l'Apocalisse è dietro l'angolo (per colpa nostra). Perché la Cina e l'Iran oggi si definiscono ‘repubbliche’, un concetto che non esiste in Confucio o nel Corano? Una lezione di onestà storica è urgente per le nuove generazioni, aiuta a ricostruire la nostra autostima e a vedere il futuro con più fiducia”.

La replica di Franco Cardini

Lo storico Cardini non nega che l’Occidente abbia cumulato meriti, ma sottolinea che anche altre civiltà lo hanno fatto (e nel suo libro presta attenzione in particolare all’Islam) e nota che se il resto del mondo recrimina con l’Occidente le ragioni non sono peregrine.

Cominciamo citando (anche per il libro di Cardini) il risvolto di copertina. “L'Islam ci appartiene. Ha le nostre stesse profonde radici: la cultura ellenistico-mediterranea e il monoteismo abramitico; i suoi profeti sono i medesimi dell'ebraismo e del cristianesimo. La sua scienza e la sua filosofia, certo originali, restano impensabili senza le nostre. L'Islam è l'Occidente dell'Oriente. I fondamenti della sua cultura, radicati in quella ellenistica passata a Roma e a Bisanzio, sono arrivati alla nostra esattamente come le merci provenienti dall'Asia profonda giungevano in Europa. All'Islam dobbiamo i fondamenti della nostra matematica, della nostra logica, della nostra astronomia, della nostra cartografia, della nostra geografia, della nostra fisica, della nostra medicina. Le nostre università medievali sono nate nell'XI-XII secolo come "studia" monastici e diocesani vivificati dall'esempio che proveniva loro dalle città musulmane. Dante ci rammenta che Avicenna e Averroè sono padri del nostro sapere al pari di Platone e di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno. E non ci sono guerre, non ci sono atrocità, non ci sono fanatismi che tengano. La violenza e le infamie passano: ma le civiltà, i saperi, le scienze, le culture, rimangono. Come l'arcobaleno sulla cascata”.

La dimensione storica della violenza

Resta il fatto che oggi l’Islam in Occidente è visto anche (non solo, ma anche) come una fucina di terroristi. È una visione a cui lo storico Cardini ne contrappone un’altra, e simmetrica (ribaltando i punti di vista) che espone così parlando al telefono con La Stampa: “Dal XVI al XX secolo l’Europa ha esportato la sua civiltà nel resto del mondo facendo leva sulla forza di attrazione del suo sistema, ma anche sulla violenza militare, che ha usato con spirito autoassolutorio, senza sensi di colpa, come fanno ancora nel XXI secolo gli Stati Uniti: noi siamo portatori di valori, rechiamo il bene, e perciò siamo in diritto di realizzarlo su tutta la Terra anche usando la forza. L’Occidente si è affermato nel resto del pianeta non solo e non tanto per i suoi valori, ma soprattutto grazie alla superiorità che aveva nelle vele e nei cannoni”, e qui Cardini si richiama al libro Vele e cannoni (Il Mulino) di Carlo Maria Cipolla. Constata il professor Cardini: “L’espansione europea nel mondo non è avvenuta nel segno di Aristotele e di Gesù Cristo”.

È un’affermazione su cui converge l’analista di geopolitica Dario Fabbri: “A prescindere da quello che a noi occidentali piace immaginare di noi stessi, quando gli altri popoli pensano all’influenza che l’Occidente ha avuto su di loro la percezione che ne hanno non è certamente valoriale”.

Un futuro multilaterale

Ma in futuro? Da qui a 50 o 100 anni quale sarà l’evoluzione dei rapporti fra Occidente e Islam? E con il mondo non europeo in generale? Magari avremo un secolo cinese?

Cardini osserva che “la Cina non ha una tradizione storica di aggressioni militari all’estero, e questo potrebbe renderla bene accetta, agli occhi del resto del mondo, a un ruolo di leadership”; tuttavia lo storico non prevede un’egemonia cinese, casomai prefigura un mondo multilaterale, in cui, peraltro, continuerà a esserci un ruolo non marginale per l’Occidente: “La cultura occidentale è pur sempre quella che ha dato il via alla unificazione del mondo a partire dal XVI secolo, e tuttora fornisce il basic english che connette tutti i popoli della Terra”. Tutti gli altri popoli devono fare i conti con l’Occidente, tutti i popoli sono attratti dal benessere economico, e in molti casi anche dall’espansione dei diritti dell’individuo, però non recepiscono i messaggi occidentali in toto, così come sono, e semmai cercano di adattarli. La “Fine della Storia” preconizzata da Francis Fukuyama non si è realizzata e non si realizzerà, e “non ci sarà – conclude Franco Cardini – un appiattimento generale sul modello dell’Occidente”.

Eurabia o Islam mondiale europeizzato

Riguardo specificamente ai rapporti con l’Islam, ha acquisito una certa notorietà il concetto di Eurabia che si riferisce all’ipotetica, futura islamizzazione dell’Europa a seguito della denatalità interna europea e delle correnti migratorie dall’esterno. Non è altrettanto familiare al pubblico il punto di vista di un filosofo musulmano che ha osservato: “In ogni fase storica la Umma (cioè la comunità dei credenti islamici, ndr) ha trovato una nuova staffetta. Dopo quella araba, c’è stata la turca, poi i Moghul indiani, quindi le meraviglie persiane, adesso tocca agli europei”, cioè potrebbe essere un’Europa convertita ad assumere la guida dell’Islam in tutto il mondo. Citato da Pierangelo Buttafuoco in Cabaret Voltaire. L’Islam, il sacro, l’Occidente (Bompiani). Di suo Buttafuoco aggiunge: “Leggiamo nel Corano, sura XII: il meglio deve ancora venire”. Una prospettiva davvero ardita di conquista o riconquista della leadership europea.

lunedì 29 settembre 2025

Il vuoto


Massimo Cacciari

Gli occidentali vivono nell'età del vuoto. Ma l'uscita non può essere la guerra

La Stampa, 29 settembre 2025

Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la “cosa” - chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. Il vuoto può contenere certo, ancora invisibili, i germi di nuovi organismi e nuovi ordini, ma nel momento in cui si manifesta sono la distruzione del passato, il mischiarsi dei relitti che da esso provengono, la babelica confusione delle lingue a dominare la scena. Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.

Dentro di esso, segni destituiti ormai di ogni significato, vagano, come nobili fantasmi, le parole che credevamo potessero orientare le nostre vite. Democrazia significava inderogabile dovere di solidarietà, compito dello Stato rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà reale della persona, ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali. Democrazia significava anche un’idea dei “diritti umani” non fondata sulla presunzione che la nostra civiltà ne costituisse la sola misura, e che a essa dovessero assimilarsi tutte le altre. Tutto sembra dimenticato. Il vuoto che si è aperto è anche questo buco della memoria, che si allarga di ora in ora. Dimentichiamo anzitutto le nostre responsabilità e le nostre colpe.

La colpa è sempre dell’altro, il male sta sempre dall’altra parte. Noi, gli occidentali, i democratici, siamo innocenti. Le grandi Guerre sono colpa di padri e nonni. Roba passata, come mai esistita. Nulla ci insegna, nessun pericolo ci indica. La Guerra stessa diviene un “pezzo” della conversazione quotidiana. Dimenticato il suo orrore, se ne chiacchiera come di un evento “naturalmente” possibile. Proprio così avveniva nella Belle Époque alla vigilia dell’apocalisse 1914. Invece di gridare che la Guerra deve essere impossibile e fare tutto il possibile per risolvere le guerre in atto, si discetta sulla forma che essa potrebbe assumere e su come intanto continuare a condurre quelle ancora “locali”.

C’è davvero da chiedersi se questa condizione di vuoto e di smemoratezza non sia il prodotto della evoluzione dei sistemi democratici dell’Occidente dopo la seconda Grande Guerra. L’“uomo democratico” si è via via ridotto all’“uomo proprietario”, per il quale l’unico bene che appare reale è il bene per sé. Pericolosissima illusione, che de-responsabilizza e nega ogni forma di partecipazione politica. Il passaggio da una libertà dimentica di ogni dovere, innocente nei confronti di ogni ingiustizia subiscano “gli altri”, a una libertà obbediente ai poteri che si pensa la possano proteggere, è una soglia facilissima da oltrepassare. Non appena una crisi metta in discussione i sacri diritti del solitario individuo, questi sarà sempre pronto a rifugiarsi in seno agli “amici del popolo”, che lo assicureranno della propria naturale bontà e gli spiegheranno come la crisi sia colpa esclusiva della perfidia del Nemico. È il passaggio sempre aperto tra democrazia e autoritarismo, libertà e sottomissione. Noi abbiamo dimenticato quanto sia facile varcarlo.

Il vuoto è pieno soltanto del senso della nostra impotenza. Impotenza a dare un nuovo, concreto, pratico significato alle parole di cui ci siamo nutriti. Impotenza nei confronti di un sistema oligarchico-plutocratico di cui avvertiamo bene il dominio, ma che sfugge a ogni presa, in nessun modo determinabile secondo i vecchi criteri del Politico. Un sistema che tiene tutti liberamente al lavoro e “sotto processo”. Solo Kafka nel Novecento è riuscito a presagire una tale condizione umana. Naturalmente, abbiamo dimenticato anche lui. Se lo ricordassimo, proveremmo come lui orrore per tale condizione – e questo sarebbe davvero il primo passo per superarla.

All’orrore siamo ormai del tutto assuefatti? Se sì, ricordiamo che questo è il presupposto perché la Guerra dilaghi. Dopo l’assuefazione alla sua idea potrebbe venire anche l’applauso. Magari non quello entusiasta delle masse del ’14 e del ’39, ma poco cambia. Basterà non vi sia una massa capace di opporsi. Ma perché questa esista occorre prepararla, organizzarla, schierarla contro i predicatori, mascherati o no, dell’inevitabile. Qualche dissenso e un po’ di sdegno sono il contorno della resa. Una simil-sanzione contro i criminali aumenta, non copre la vergogna.

Dallo spirito d’Europa può venire il contraccolpo? Dobbiamo sperarlo, nonostante tutto. Oggi siamo stretti tra due vuoti, la dimenticanza del passato e un futuro che ha assunto il solo significato della indefinita crescita. Il nostro presente si è sradicato dal suo passato nella stessa misura in cui è divenuto cieco sul fine del proprio procedere.

Tuttavia, se ritorniamo in noi stessi, possiamo sconfiggere la diabolica tentazione di pensare ancora alla Guerra come all’unico mezzo per ricondurre tutti in un ovile, in una religione e sotto un solo principe; possiamo dar vita a un Diritto realisticamente imperniato su organismi e istituzioni terze, ai quali gli Stati attribuiscano poteri effettivi; possiamo governare il progresso tecnico-scientifico secondo le energie liberatrici che esso pure in sé contiene e dargli così quel senso che oggi non manifesta in alcun modo. Questi sono pure “valori”, principi che hanno contato nella nostra cultura. Il loro peso si è del tutto liquidato? Se così fosse, l’accelerazione senza freno della nostra vita, che lo sviluppo delle forze produttive dimostra, sviluppo che non sa indicare alcun fine oltre sé stesso, è destino precipiti prima o poi in una catastrofe risolutiva.