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venerdì 6 marzo 2026

Elogio della Stampa

 


Gad Lerner
La Stampa e il disastro del finanziere indispettito

il manifesto, 6 marzo 2026

John Elkann che svende La Stampa a un collezionista di giornali di provincia, messi insieme attraverso reti di finanziatori locali, simboleggia brutalmente l’addio del capitalismo novecentesco italiano alla sua città-fabbrica: Torino, ormai desertificata nei suoi impianti produttivi.

Resta ora solo da chiederci: a quando la cessione della Juventus? L’altro simbolo torinese di un’egemonia secolare degli Agnelli consumatasi nel giro di pochi anni, tra promesse menzognere e lo stato d’animo di perenne diffidenza che affligge un capo-azienda che si sente malvisto e incompreso. Una sfiducia che si è tradotta in improvvisazione. Basti pensare che il nipote di Agnelli ha piazzato la stessa persona [Maurizio Scanavino] sia alla guida del gruppo editoriale Gedi – ormai prossimo al definitivo smantellamento con la cessione di Repubblica al greco Kyriakou – sia alla guida della blasonata squadra bianconera: un manager digiuno tanto di editoria quanto di calcio, prescelto con l’unico criterio della fedeltà assoluta.

Torino sta facendo così i conti con il distacco sentimentale di una ricchezza finanziaria per sua natura indifferente a qualsivoglia responsabilità sociale dell’impresa, svuotata di ogni dimensione culturale. Aveva esordito nel 2020 con la superbia di chi si sente protagonista dei processi di trasformazione dell’economia mondiale, in grado di dar lezioni anche nel campo dell’editoria. Non ne ha azzeccata una; e patisce la perdita di reputazione in quello che fu il suo territorio domestico perché non ha avuto l’umiltà di comprendere che i giornali hanno un’anima, e quella non gliela puoi espiantare o trapiantare. Annunci roboanti di rivoluzione digitale, ostentazione di rapporti privilegiati con i big della new economy, empatia zero con un pubblico di lettori considerato obsoleto e rimpiazzabile, licenziamento in tronco a Repubblica del direttore Verdelli, sostituito con il corpo estraneo Maurizio Molinari elevato, niente meno, pure a direttore editoriale Gedi.

Io che ho lavorato tre anni con Ezio Mauro nella direzione de La Stampa, dal 1993 al 1996, posso testimoniare come quel giornale fosse riuscito a dar vita a un amalgama, un impasto fecondo di sensibilità radicate nella società circostante. Non solo gli interessi della Fiat e la vocazione internazionale, ma la storia di una borghesia torinese che nell’azionismo, durante la Resistenza, aveva superato il tabù anticomunista e cercato l’incontro con il movimento operaio. Penso alla vecchia guardia dei Primo Levi, Massimo Mila, Carlo Casalegno, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Frane Barbieri, Vittorio Gorresio, Furio Colombo. Ma penso anche alla nuova leva dei Filippo Ceccarelli, Curzio Maltese, Pino Corrias, Massimo Gramellini, Aldo Cazzullo, Domenico Quirico.

Mi scuso per la lunghezza di questo, peraltro incompleto, elenco di firme. Oggi Elkann si libera di un giornale che ha saputo nonostante la crisi mantenere indubbia qualità. Benché le sue perdite di bilancio rappresentino spiccioli nel portafoglio Exor, recide un legame storico, indispettito perché La Stampa non è servita né a proteggerlo personalmente né a garantirgli buoni rapporti con il governo. Liquida con disinvoltura un passato glorioso assieme alla sua torinesità.

Mi è venuto da chiedermi come si sarebbe comportato di fronte a un tale scempio Gianni Agnelli, figura certo assai discutibile nelle sue scelte imprenditoriali di timoniere della Fiat, ma editore di ben altra levatura, sinceramente rispettoso dal mestiere giornalistico. Per com’era fatto non credo avrebbe reagito con l’esuberanza di Carlo De Benedetti che, dopo la cessione di Repubblica a Exor voluta dai suoi figli, ha finanziato di tasca sua Domani, piccolo giornale di indubbia qualità.

L’Avvocato era meno battagliero, badava piuttosto a un culto del sé che lo avrebbe tenuto lontano da avventure minoritarie benché prestigiose. Di certo, però, avrebbe sofferto questa perdita. Esportava molti capitali all’estero ma non si sarebbe mai intestato un abbandono così plateale di Torino.


sabato 12 aprile 2025

Il bullismo americano

Trump come Khomeini

Bill EmmottTrump ha fatto bancarotta quattro volte. Siamo vicini al burrone, è peggio di Lehman, La Stampa, 12 aprile 2025

... sul più lungo termine i vari Paesi dovranno trovare come diventare meno dipendenti dal dollaro americano e meno attaccabili dal bullismo finanziario americano. In passato, il bullismo finanziario era prerogativa di Paesi come Cina, Russia e Iran che si sentivano minacciati dalle sanzioni statunitensi. Viviamo davvero in un mondo diverso. 

Adolfo Segundo Bonilla Neira 

Cual es la racionalidad del Kapitalismo? Ninguna. Y Donald Trump es el mejor representante de un mundo en total irracionalidad. 

Giovanni Carpinelli 

Che cosa è razionale e che cosa non lo è? Il protezionismo appartiene alla logica del capitalismo. Ha una sua razionalità: normalmente è la strategia impiegata da un paese arretrato per incoraggiare lo sviluppo del mercato interno (e di una base industriale autoctona). Con Trump il protezionismo si trasforma nella strategia difensiva con la quale la maggiore potenza economica del mondo tenta di bloccare l'invadenza di una potenza ascendente. Il caso vuole che la potenza ascendente sia governata da un partito comunista. Ossia da un partito che in linea di principio doveva porre fine alla vicenda storica del capitalismo. Poi un cinese di nome Deng ha scoperto che non ci sono gatti rossi o gatti grigi, l'importante è trovare gatti capaci di prendere i topi. Di fronte agli ultimi avvenimenti in particolare l'ironia si rivela assai più efficace della dialettica nell'interpretazione della storia.

sabato 15 febbraio 2025

L'ultima spiaggia del capitalismo

 


Thomas Piketty, Il socialismo del futuro. Cronache, trad. S. Arecco
Baldini & Castoldi, Milano 2024

Se nel 1990 mi avessero detto che avrei pubblicato una raccolta di "Cronache" intitolata "Il socialismo del futuro", avrei creduto a uno scherzo di cattivo gusto. Dall'alto dei miei diciotto anni, avevo trascorso l'autunno 1989 ad ascoltare alla radio le notizie sul collasso delle dittature comuniste e del "socialismo reale" nell'Est Europa. Ma eccoci qui: trent'anni dopo l'ultracapitalismo ha passato ogni limite e, oggi, ritengo necessario riflettere sia su un nuovo superamento del capitalismo, sia su una nuova forma di socialismo, partecipativo e decentrato, federale e democratico, ecologico, multiculturale e femminista. La storia deciderà se la parola "socialismo" debba considerarsi definitivamente estinta ed essere sostituita. Io penso, per parte mia, che possa essere salvata. Non solo: penso che "socialismo" resti il termine più adatto per significare l'idea di un sistema economico alternativo al capitalismo. In tutti i casi, non è possibile limitarsi a essere "contro" il capitalismo o il neoliberismo: occorre anche e soprattutto essere "pro", favorevoli a qualcos'altro. Il che ci obbliga a individuare con precisione il sistema economico ideale che si desidera adottare, la società ugualitaria che si ha in mente, a prescindere dal nome che alla fine si deciderà di assegnarle. È diventato d'uso corrente dire che il sistema capitalista attuale non ha futuro, poiché accresce le disuguaglianze e annienta il pianeta. Non è scorretto dirlo, salvo che, in assenza di un'alternativa chiaramente espressa, l'attuale sistema ha ancora, di sicuro, una lunga vita davanti a sé.

Alfio Mastropaolo, Sdemocratizzazione, l'ultima spiaggia del capitalismo
il manifesto, 14 febbraio 2025

Sgombrando la paccottiglia populista venduta nei mercatini mediatici e accademici per trent’anni, la rielezione di Trump e il governo Meloni hanno rimesso in primo piano il suprematismo bianco in America e in Europa il nazionalismo etno-identitario.

Che minaccioso dilaga anche fuori dall’occidente. La derivazione della destra ultrà italiana palesemente deriva dal nazionalismo del primo Novecento. Tramite il fascismo, che ne fu forma estrema. Benché paia aver appreso i riti ufficiali della democrazia, non a caso cela a fatica la sua insofferenza. Donde la ferocia con cui cambia le norme, e rimuove ogni contropotere, che contrastino le sue intenzioni. A confermare la sua ascendenza, l’ha celebrata in pompa magna con una discussa mostra sul futurismo. Di qui breve è il passo alla grande tradizione reazionaria, sorta al tempo della Rivoluzione francese. Anti universalista, anti pluralista, anti politica, anti diritti dell’uomo, razzista, fatta d’idee, movimenti, partiti, tale tradizione è variegata e incoerente. Ma è l’altro polo della modernità politica, opponendo l’autocrazia a quell’insieme di tecniche di governo collegiale e condiviso che chiamiamo rappresentativo-democratiche. Da due secoli è la vera alternanza che agita l’Europa.

Viene rilegittimata la tradizione reazionaria dal «fascismo edulcorato», come l’ha definito Marc Lazar, di Berlusconi: il dolcificante con Meloni è finito. Purtroppo, non è il solo nemico del governo rappresentativo-democratico e dei valori sedimentati intorno ad esso. Non meno temibile è il capitalismo. L’inimicizia stavolta è più complessa. I ceti capitalistici nascenti furono decisivi per inventare il governo rappresentativo. Che non ha ancora imparato a fare a meno del capitalismo. Mentre non è vero il contrario. Ciò non toglie – la socialdemocrazia ne era consapevole – che il contrasto sia irriducibile. Il capitalismo si fonda sul primato dell’interesse privato. Il governo rappresentativo, pur se la pratica corrisponde di rado, si legittima invocando il bene pubblico. Benché possano convivere, la democrazia deve stare bene in guardia.

Ogni qualvolta l’autocrazia è prevalsa, i capitalisti – e i loro portavoce politici – erano in maggioranza dalla sua parte. Forse sta di nuovo accadendo. Le società democratiche paiono giunte al culmine di un percorso inesorabile di sdemocratizzazione intrapreso negli anni ‘70, in coincidenza con la crisi della manifattura e il declino dei profitti manifestatosi in quel momento. Da allora, la sdemocratizzazione è occorsa a più livelli. Il postfordismo ha devastato, senza opposizioni, il mondo del lavoro, la cui presenza organizzata era un contropotere fondamentale; welfare e diritti sociali sono stati smantellati; il solidarismo faticosamente penetrato nel senso comune ha ceduto il passo all’utilitarismo egoistico, alla riuscita personale, al merito, alla proprietà privata promossi a valori prioritari. Infine, sottomesse le amministrazioni pubbliche a una pelosa privatizzazione che le ha rese impotenti, sono state riscritte le regole della contesa politica. Chi vince la lotteria elettorale, si dice, è stato intronizzato dal popolo sovrano e governa perciò senza vincoli.

L’ultima mossa dell’odierna rapace variante di capitalismo è il suo pronunciamento a favore della destra ultrà. Già ha messo a sua disposizione mezzi finanziari e un’enorme potenza di fuoco mediatica, anzitutto esasperando la questione migratoria. Come negli anni 20 e 30 del Novecento, moderati e liberali spesso si accodano. Mentre le sinistre pagano i loro cedimenti. Quattro sopra tutti: hanno abbandonato la rappresentanza del mondo del lavoro e dei più deboli, hanno condiviso l’ubriacatura maggioritaria e hanno delegato ai tecnici, hanno soprattutto celebrato il capitalismo come dispositivo neutro e virtuoso: che faccia senza intralci il suo mestiere.

In realtà, il matrimonio con la destra ultrà può essere segno che il capitalismo occidentale sta incontrando difficoltà molto serie. Il neoliberismo ha perso smalto, l’assedio delle potenze emergenti è sempre più stringente, la crisi climatica è in atto. L’occidente a guida americana detiene paurosi mezzi militari, ma sul terreno della competitività perde colpi e i cittadini sono inquieti. Benedetta dagli elettori, l’inclinazione alla brutalità dell’ultradestra potrebbe sottomettere chi provi a resistere. Non fosse che le sfide che favoriscono il matrimonio fanno tremare i polsi, mentre le società occidentali sono troppo complesse per arrendersi come un secolo fa. La brutalità si può usare sui migranti che sono indifesi, con i nativi serve più cautela.

Orbene, se da qualche parte c’è una sinistra d’opposizione, disposta a far ammenda dei suoi errori, sarebbe suo compito accelerare il processo. Oltre denunciare gli oltraggi alla democrazia, facendosi apertamente portavoce delle vittime del capitalismo rapace, pianeta incluso; riscoprendo la democrazia come governo condiviso della cosa pubblica; rammentandosi che il capitalismo non è un dispositivo impersonale, ma un sistema di potere. Non avendo ancora appreso come liberarcene, nei suoi confronti si può riassumere una postura critica: per disciplinarlo, restringerlo e contrastarlo. Si può tornare a programmare e, in alcune sfere, va sostituito. Non è impossibile.

domenica 23 ottobre 2016

L'impero del cotone




Massimiliano Panarari
Tra sangue, smog, denaro il mondo è una balla di cotone
Dagli schiavi neri agli operai di Manchester così un tessuto ha innescato la modernità
La Stampa, 20 ottobre 2016

La storia del globo dell’evo contemporaneo letta attraverso una balla grezza di cotone. È risaputa l’attitudine di vari studiosi anglosassoni a fare un’autentica storiografia globale, partendo da un elemento, un fatto o un personaggio, che diventa un prisma alla luce delle cui rifrazioni ricostruire un’intera epoca. E può avvenire anche, con notevole forza euristica e di suggestione, prendendo a oggetto di indagine una commodity, vista la centralità delle materie prime nell’edificazione delle società umane.

Un esempio eccellente è L’impero del cotone di Sven Beckert, celebrato studioso del capitalismo e professore di Storia americana a Harvard; un libro importante e affascinante, che ha fatto incetta di premi ed è piaciuto molto al presidente Barack Obama. Una ricerca monumentale che palesa la centralità del cotone – la cui lavorazione aveva rappresentato la principale industria manifatturiera dal 1000 al 1900 – e la sua funzione di rampa di lancio per il decollo della rivoluzione industriale e l’avvento della modernità in Occidente (a partire dall’Inghilterra, lembo geografico periferico di un continente che non lo generava per via naturale).

Questa fibra lanuginosa commerciata da tempo quasi immemorabile si convertì così, in virtù dell’esplosione della sua nuova lavorazione meccanizzata e industriale, nella commodity per eccellenza del XVIII e del XIX secolo e nella merce globale n. 1 (l’«oro bianco»), determinando intorno a sé un’epocale e durissima riorganizzazione dell’esistenza di vere masse della popolazione europea (perché vari territori, dall’Italia del Nord alla Germania del Sud, divennero satelliti di questa catena e rete planetaria del valore). Attraverso le traiettorie della produzione, trasformazione, commercializzazione e circolazione del cotone, lo studioso harvardiano effettua la storia del capitalismo industriale che si globalizza, ovvero la storia del mondo moderno e della genesi della nostra epoca (prima della conquista dell’egemonia da parte del capitalismo digitale e «immateriale»). E analizza, a tutto campo, le conseguenze tecnologiche, giuridiche, sociali e politiche che il trionfo della manifattura capitalistica ha innescato, tessendo altresì una fitta trama di narrazioni – comprese, come sa fare magistralmente soltanto lo storytelling «non fiction» degli anglosassoni, storie di singoli – che mescola il tragico vissuto biografico degli schiavi neri delle piantagioni del continente americano con quello sfavillante delle grandi famiglie agrarie sudiste degli Usa e delle dinastie 
industriali britanniche (come gli Ashworth e i Potter), che accumularono fortune inusitate. Perché un passaggio decisivo, e un motore formidabile per l’industrializzazione totale della manifattura cotoniera, derivò precisamente dall’esigenza di ridurre le importazioni made in England e di fronteggiare l’inarrestabile concorrenza dell’Inghilterra che, mediante la meccanizzazione, aveva inondato il mercato mondiale di filati a basso costo.


Il consolidamento come ineguagliabile potenza commerciale esportatrice di prodotti cotonieri dell’Impero britannico è un altro prisma esemplare da scomporre, come fa l’autore, per comprendere una molteplicità di snodi della modernizzazione ottocentesca (e i suoi pesantissimi lasciti). Se il capitalismo contemporaneo trova il proprio fondamento nello Stato di diritto e nelle sue relazioni con un sistema di istituzioni pubbliche nazionali e sovranazionali, quello originario decollato con la globalizzazione commerciale della commodity cotoniera è, nell’intepretazione di Beckert, il «capitalismo di guerra». E la sua culla britannica era ben lungi dal rappresentare uno Stato liberale e democratico, ma coincideva con una potenza imperialista estremamente aggressiva, autoritaria e protezionista, perennemente in guerra, contraddistinta da una burocrazia oppressiva e gravata da un enorme debito pubblico per le incessanti spese militari.

La storia dell’impero del cotone e delle sue capitali Manchester e Liverpool (scrigni di immense ricchezze in un paesaggio «dantesco» di fuliggine, smog, eserciti di poveri e dolenti maree umane) è una vicenda impastata di sopraffazione, sudore e sangue. Quello dei milioni di schiavi e operai, uomini, bambini e donne (destinatari di un dispositivo «foucaultiano» di disciplinamento eretto sull’applicazione continua di tremende punizioni corporali), a cui si indirizza la compassione umana di un simpatetico Beckert, che dell’epopea dei filari rischiara e illumina doviziosamente il dark side. Come pure i risvolti della lotta politica ai quattro angoli del pianeta di contadini e coltivatori, strozzati dalle contrattazioni al ribasso e dai vari crolli globali dei prezzi, contro l’asse tra gli industriali e le classi politiche metropolitane imperialistiche: il «populismo cotoniero» dagli Stati Uniti di fine Ottocento e inizio Novecento (dove la Farmers Alliance riuscì a influenzare l’elezione del presidente nel 1896) all’India nella quale animò il movimento nazionalista e anticolonialista, dall’Egitto al Messico (in cui i populisti furono tra i protagonisti della rivoluzione degli anni Dieci).

Fino a che, appunto, nella sua impressionante parabola anche quello cotoniero dovette sottostare alle «leggi» inesorabili e inaggirabili che presiedono alla caduta degli imperi. 

 http://www.delteatro.it/2015/01/31/lehman-trilogy-magistrale-storia-di-un-crollo/

lunedì 1 settembre 2014

Claudio Magris, L'Italia stanca e depressa

Claudio Magris
L’impresa di resistere alla crisi in un Paese stanco senza più passioni
Corriere della Sera, 1 settembre 2014


Nel Tramonto dell’Occidente — libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo per il suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici — Spengler annunciava che la civiltà occidentale — per lui sostanzialmente germanica — esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta. Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi. Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza — già la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino — né dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà occidentale ha certo le sue gravi difficoltà, nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese. La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione. Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità della loro esistenza. Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità di progetto e di protesta, passione. Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato — con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità, i suoi ideali — la vita del Paese dal Dopoguerra (l’antifascismo e i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sé tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi. L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese.
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacché la politica è la vita della Polis, della comunità. Un Paese senza. Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso. Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret. La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà».

giovedì 31 luglio 2014

Il Novecento di Giovanni Arrighi

Benedetto Vecchi
Novecento. La casa editrice il Saggiatore ripropone a venti anni dalla prima pubblicazione «Il lungo XX secolo» di Giovanni Arrighi. Un appassionante affresco sullo sviluppo del capitalismo storico che mantiene ancora intatta la sua forza analitica 
il manifesto,  31 luglio 2014


Uno dei più impor­tanti libri delle scienze sociali di fine Nove­cento. È cosi che Mario Pianta defi­ni­sce Il lungo XX secolo nella pre­fa­zione che accom­pa­gna la nuova edi­zione del libro di Gio­vanni Arri­ghi voluta da Sag­gia­tore nel ven­ten­nale della prima pub­bli­ca­zione ita­liana. Un giu­di­zio con­di­vi­si­bile, non per motivi «disci­pli­nari», bensì per la capa­cità del sag­gio di Arri­ghi di for­nire una let­tura «forte» del capi­ta­li­smo sto­rico, espres­sione mutuata dal com­pa­gno di strada Imma­nuel Wal­ler­stein, che l’economista ita­liano conobbe in Africa e con il quale, dopo il suo tra­sfe­ri­mento defi­ni­tivo negli Stati Uniti, con­di­vise le sorti del Fer­nand Brau­del Cen­ter. Come ogni let­tura «forte» che si rispetti, anche il Lungo XX secolo non è esente da limiti, ma ha comun­que rap­pre­sen­tato una ven­tata di aria nuova, con­tri­buendo a dira­dare la neb­bia che avvol­geva, negli anni Novanta del Nove­cento, il pen­siero cri­tico sta­tu­ni­tense.  Quello di Arri­ghi, assieme agli studi di Saskia Sas­sen sulla glo­ba­liz­za­zione e per altri versi Impero di Michael Hardt e Toni Negri hanno infatti rap­pre­sen­tato i ten­ta­tivi più impe­gnati, negli Stati Uniti, nella ripresa di una pun­tuale e ade­guata cri­tica mar­xiana del capi­ta­li­smo contemporaneo.

Una ten­denza di lunga durata

Il Lungo XX secolo arriva nelle libre­rie una man­ciata di anni dopo la pub­bli­ca­zione delle Con­se­guenze della moder­nità di David Har­vey e della Logica cul­tu­rale del tardo capi­ta­li­smo di Fre­dric Jame­son, inno­va­tive rico­gni­zioni del post­mo­derno, una pro­spet­tiva filo­so­fica che, a dif­fe­renza dell’Europa, costi­tuiva negli Stati Uniti un’elaborazione che l’establishment cul­tu­rale col­lo­cava alla sini­stra del pan­theon acca­de­mico. A dif­fe­renza di Har­vey e Jame­son, Arri­ghi era però inte­res­sato a rin­trac­ciare le inva­rianti dello svi­luppo capi­ta­li­stico, alla luce del ruolo sem­pre più rile­vante assunto dalla finanza nel ridi­se­gnare le gerar­chie sociali e poli­ti­che sia a livello «locale» che pla­ne­ta­rio. Da que­sto punto di vista, Il lungo XX secolo secolo è da con­si­de­rare un punto di svolta nella pro­du­zione teo­rica di Arri­ghi.
I libri che segui­ranno, a par­tire dal sag­gio scritto a quat­tro mani con Beverly Sil­ver sul caos deri­vato dalla crisi irre­ver­si­bile dell’egemonia sta­tu­ni­tense nel capi­ta­li­smo mon­diale (Caos e governo del mondo, Bruno Mon­da­dori) e Adam Smith a Pechino (Fel­tri­nelli) si con­cen­trano infatti sul mondo emerso dal venir meno della forza pro­pul­siva dell’egemonia sta­tu­ni­tense. E se il caos raf­forza il mili­ta­ri­smo del capi­tale, la Cina è inter­pre­tata come un modello sociale che ha le carte in regola per aspi­rare a diven­tare il cen­tro di un nuovo ciclo di espan­sione eco­no­mica, in virtù del fatto che non è più una società socia­li­sta, ma non è però diven­tata un paese capi­ta­li­sta. Dun­que, non un nuovo modello di capi­ta­li­smo, bensì una società di mer­cato che man­tiene alcune carat­te­ri­sti­che «socia­li­ste» del recente pas­sato, men­tre ne ha adot­tate alcune «capi­ta­li­ste». In chiu­sura del libro «cinese», l’autore annun­cia una ulte­riore tappa del suo nuovo per­corso teo­rico, che non sarà però resa pos­si­bile a causa della sua morte nel 2009.
Quel che emerge dalla rilet­tura del Lungo XX secolo è la scelta di Arri­ghi di un’analisi sulla lunga durata dello svi­luppo eco­no­mico, carat­te­riz­zato da un anda­mento ciclico, dove alla fase auro­rale, che pone le basi di un’egemonia eco­no­mica e poli­tica di una realtà locale, ne segue una espan­siva, che sta­bi­li­sce un rap­porto di inter­di­pen­denza tra il cen­tro dello svi­luppo e le zone di influenza, che ven­gono pla­smate in base ai vin­coli posti dalla cre­scita eco­no­mica. È all’azimut del ciclo, qua­li­fi­cato come siste­mico, che si mani­fe­stano le con­trad­di­zioni, i limiti di quel modo di pro­du­zione ege­mo­nico. Ed è in que­sta con­tin­genza che, mar­xia­na­mente, la finanza diviene momento di sta­bi­liz­za­zione, di gestione della crisi, senza che però possa arre­stare il declino del cen­tro del sistema-mondo che quel ciclo ha prodotto.

Il nuovo bari­cen­tro atlantico

La crisi non coin­cide mai, tut­ta­via, con la fine di un modo di pro­du­zione, bensì con una sua tra­sfor­ma­zione coin­ci­dente con uno spo­sta­mento «geo­gra­fico» del cen­tro dello svi­luppo eco­no­mico. Sono tutt’ora pagine belle da leg­gere quelle dove Arri­ghi descrive l’ascesa, nel XIV secolo, di Genova come una potenza eco­no­mica che arriva a con­di­zio­nare il regno impe­riale spa­gnolo, per poi pas­sare lo scet­tro a Vene­zia. E quando la Sere­nis­sima arriva al mas­simo del suo splen­dore, assi­stiamo alla prima crisi siste­mica. È in que­sta con­tin­genza che emerge l’Olanda come paese ege­mone del capi­ta­li­smo sto­rico, prima di cono­scere l’inevitabile declino a favore dell’Inghilterra. Con il Regno Unito, ini­zia il terzo ciclo siste­mico del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico, che si con­clu­derà solo negli ultimi anni del Nove­cento, con la crisi del 1973, anno tote­mico per indi­care l’inizio del declino sta­tu­ni­tense. Ogni ciclo siste­mico vede un’innovazione tec­nica: nella tec­ni­che di costru­zione delle navi per Genova e Vene­zia, che con­sen­tono alle due città ita­liane di con­se­guire un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto alle pos­si­bili con­cor­renti, ma anche nello sfrut­tare e sta­bi­lire rap­porti pri­vi­le­giati con realtà eco­no­mi­che emer­genti nella lavo­ra­zione del cotone (Lione), nello sfrut­tare tec­ni­che «finan­zia­rie» inno­va­tive (le let­tere di cam­bio e la con­ta­bi­lità svi­lup­pate a Firenze); nell’accedere alle riserve di argento e oro del Nuovo mondo. L’Olanda invece rie­sce, al tra­monto della Repub­blica di Vene­zia, a sfrut­tare il dina­mi­smo dell’industria tes­sile inglese e nelle nuove tec­ni­che di lavo­ra­zione dei metalli messe in campo nell’attuale Ger­ma­nia. L’Inghilterra si farà forte invece della sua rivo­lu­zione indu­striale.
Come testi­mo­niano le appas­sio­nate e appas­sio­nanti rico­stru­zioni sto­ri­che di Arri­ghi, nel ciclo siste­mico dell’accumulazione capi­ta­li­stica con­ver­gono ele­menti esterni (l’oro e l’argento pro­ve­niente dalle Ame­ri­che, ad esem­pio) che interne all’attività eco­no­mica, dove l’innovazione del pro­cesso lavo­ra­tivo e orga­niz­za­tiva hanno sem­pre una fun­zione pro­pul­siva e dina­mica. Fedele però alla gri­glia ana­li­tica di Fer­nand Brau­del, Arri­ghi intro­duce un altro fat­tore, il «ter­ri­to­ria­li­smo», cioè la posi­zione occu­pata da una città o da una nazione nei flussi di merci e mate­rie prime. Così, Genova e Vene­zia sono col­lo­cate in posi­zione stra­te­gica rispetto ai com­merci che met­tono in rela­zione l’«oriente» con l’Europa, men­tre l’Olanda è uno snodo nel tra­sporto dei metalli lavo­rati nel cen­tro Europa verso l’Inghilterra e il «Nuovo mondo». Lo stesso si può dire dell’Inghilterra nel periodo che vede una cen­tra­lità «atlan­tica» nello svi­luppo capi­ta­li­stico.
Non è certo una novità l’interesse di Arri­ghi verso la geo­gra­fia, intesa però come angolo di osser­va­zione dell’evoluzione del sistema-mondo. Lo testi­mo­nia il libro, da tempo intro­va­bile, sulla Geo­me­tria dell’imperialismo (Fel­tri­nelli), dove la geo­gra­fia è appunto intro­dotta come una varia­bile fon­da­men­tale per spie­gare le linee di ten­denza dello svi­luppo capi­ta­li­stico e gli assetti poli­tici che rego­lano il «sistema-mondo», espres­sione quest’ultima «presa in pre­stito» da Imma­nuel Wallerstein.

La cat­tiva transizione

Il ciclo siste­mico dell’accumulazione è così con­trad­di­stinto dalla tra­sfor­ma­zione di una inno­va­zione in un fat­tore pro­dut­tivo che con­sente un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto ai poten­ziali con­cor­renti; dalla posi­zione occu­pate nel flusso delle merci e delle mate­rie prime. Il terzo fat­tore è dovuto alla finanza. Quanto viene esa­mi­nato il suo ruolo nello svi­luppo eco­no­mico, Arri­ghi fa leva sulle tesi mar­xiane che vedono nella finanza una fun­zione rile­vante nella ripro­du­zione allar­gata del capi­tale. Diviene, e qui il Marx evo­cato è quello del terzo libro del Capi­tale, fun­zione paras­si­ta­ria quando la capa­cità inno­va­tiva viene meno e c’è con­tra­zione nella capa­cità di garan­tire inve­sti­menti pro­dut­tivi. È qui che comin­cia la fase discen­dente del ciclo siste­mico. Que­sto non signi­fica che si mani­fe­sti la crisi, ma che la finanza la dila­ziona nel tempo: ha cioè una fun­zione sta­bi­liz­za­trice del ciclo eco­no­mico, diven­tando però un osta­colo nel pro­durre nuove inno­va­zioni. È que­sta una fase di tran­si­zione tra un ciclo siste­mico di accu­mu­la­zione e un altro, che vedrà il suo cen­tro col­lo­cato altrove da quello in fase decli­nante.
La descri­zione che Arri­ghi for­ni­sce del pas­sag­gio che c’è tra un ciclo e l’altro ha le sue fonti in un paziente lavoro sto­rio­gra­fico che annulla le bar­riere disci­pli­nari. Il Lungo XX secolo non è infatti solo un libro di teo­ria eco­no­mica, ma anche e soprat­tutto un con­den­sato di sto­ria sociale, di antro­po­lo­gia. Per gli appas­sio­nati di una sto­ria delle idee, le radici teo­re­ti­che di Arri­ghi stanno certo in Marx, ma anche nelle teo­rie del ciclo eco­no­mico di Kon­dra­tieff, negli «Anna­les» fran­cesi, nell’antropologia strut­tu­ra­li­sta di Levi-Strauss, nella socio­lo­gia eco­no­mica di Joseph Shum­pe­ter, di Karl Polany e di Max Weber. Assenti sono però alcune varia­bili indi­pen­denti, come ad esem­pio la lotta di classe.

Il trit­tico del capitale

Gio­vanni Arri­ghi è stata una figura impor­tante nel Ses­san­totto mila­nese. For­ma­tosi alla Uni­ver­sità Boc­coni, già allora cuore delle teo­rie eco­no­mi­che libe­rali, si tra­sferì gio­va­nis­simo in Africa dove inse­gnò all’università dell’allora Rho­de­sia, l’attuale Zim­ba­bwe. È durante il periodo afri­cano che incon­tra Imma­nuel Wal­ler­stein, con il quale avvia un forte e dura­turo soda­li­zio intel­let­tuale. Tor­nato in Ita­lia par­te­cipa al Ses­san­totto e fonda, assieme a molti altri mili­tanti del movi­mento stu­den­te­sco, il gruppo Gram­sci, gruppo che si carat­te­rizza per la sua atti­vità poli­tica nelle fab­bri­che dell’hinterland mila­nese. E tut­ta­via negli scritti di Arri­ghi, la lotta di classe svolge un ruolo sem­pre secon­da­rio rispetto l’analisi delle ten­denze in atto nel capi­ta­li­smo. Alle cri­ti­che che sot­to­li­nea­vano que­sta assenza, Arri­ghi ha sem­pre rispo­sto che il ruolo del con­flitto di classe e dell’azione poli­tica del movi­mento ope­raio nella pos­si­bi­lità di con­di­zio­nare le dina­mi­che imma­nenti al ciclo eco­no­mico era dato per scon­tato. Lo ricorda anche nella post­fa­zione pre­sente nel volume, scritta nel 2009 pochi mesi prima della sua morte. Ma la lotta di classe è un «impre­vi­sto» che non mette in discus­sione il ciclo eco­no­mico, che ha quasi una sua «natu­rale ogget­ti­vità».
Nel tempo, poi, nell’analisi pro­po­sta da Arri­ghi il capi­ta­li­smo sto­rico è sovrap­po­sto all’economia di mer­cato, facendo così venire meno quella pecu­lia­rità messa in evi­denza da Marx, che è la com­parsa del lavoro sala­riato e il trit­tico di plu­sva­lore rela­tivo, asso­luto e plu­sla­voro che spiega lo sfrut­ta­mento del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Per Arri­ghi, invece, il capi­ta­li­smo è un regime sociale e eco­no­mico che si base su una distri­bu­zione ine­guale della ric­chezza, spie­gata però come l’esito di una appro­pria­zione pri­vata attra­verso l’uso della forza. Per que­sto, ad esem­pio, Adam Smith a Pechino si chiude con la denun­cia del mili­ta­ri­smo e delle pra­ti­che di espro­pria­zione delle mate­rie prime che ha carat­te­riz­zato il «lungo nove­cento», non­ché que­sto primo decen­nio del nuovo mil­len­nio. Non è quindi un caso che Arri­ghi si sia dimo­strato sem­pre restio a defi­nire la Cina con­tem­po­ra­nea come una società capi­ta­li­stica governa da un par­tito comu­ni­sta, pre­fe­rendo qua­li­fi­carla come una società di mer­cato.
Il valore della rifles­sione di Arri­ghi non sta però nelle fedeltà o meno ai testi mar­xiani, bensì sulla capa­cità di offrire uno sguardo d’insieme e un con­te­sto sto­rico allo svi­luppo capi­ta­li­stico. Un ordine sociale, poli­tico e eco­no­mico, cioè, che non ha nulla di natu­rale e che è desti­nato a lasciare il posto ad altre for­ma­zioni sociali e poli­ti­che. Sta dun­que alle azioni degli uomini e delle donne la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare la mise­ria del pre­sente attra­verso quella ric­chezza del pos­si­bile che la coo­pe­ra­zione pro­dut­tiva e sociale rie­sce ad esprimere.

mercoledì 11 giugno 2014

Nuove frontiere per la sinistra: Bobbio e oltre

Mario Lavia 
Rileggere Bobbio e cercare ancora
L'ultimo numero di Lettera Internazionale dedicato al "cantiere Europa" 
Europa, 11 giugno 2014

... Qui si riprende una bellissima intervista che gli fece uno dei fondatori di Lettera Internazionale, un intellettuale socialista la cui memoria resta negli studiosi ma forse non nel grado che gli spetterebbe, Federico Coen, che pone al grande intellettuale torinese domande acute sulla fine del comunismo, la crisi dello stesso socialismo, e sulla necessità di disegnare «nuove frontiere» per la sinistra – e quali. Bobbio risponde con pacatezza, di solito con frasi brevi ma densissime di pensiero, lungo un filo di coerenza robusta di liberale e di socialista – liberale sui generis, socialista sui generis.
Siamo a una manciata di mesi dalla caduta del Muro, cioè del fallimento dell’esperienza storica chiamata comunismo, esperienza che il liberalsocialista Bobbio aveva combattuto per una vita anche attraverso memorabili battaglie delle idee (fondamentale quella con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura nei primi anni Cinquanta): ed ecco che nel 1989 il crollo del comunismo rischia di trascinare con sé anche l’idea socialista e finanche qualsivoglia tensione progressiva figlia della Rivoluzione francese. Un colpo gigantesco all’idea di far scorrere il Progresso dentro i canali della Politica.
Ma nella grande crisi del progressismo  Bobbio scorge invece i barlumi di un ulteriore riscatto: «Gran parte dei problemi a cui il comunismo pretendeva di dare soluzione una volta per tutte ce li troviamo davanti intatti. Dobbiamo cercare nuove risposte, altro che celebrare il trionfo del capitalismo!». Sta qui l’intima contraddizione fra tensione anticapitalistica e evoluzione della democrazia, come apparirà anche a molti intellettuali di sinistra qualche lustro più tardi.
Non solo. Il filosofo torinese si rende conto come la classe operaia, ormai «largamente minoritaria», non possa più ragionevolmente essere vista come il soggetto “liberante”, né che gli schemi politici della sinistra italiana riescano a reggere ancora: «La formula che più mi convince – dice Bobbio, abbastanza in sintonia con le prime analisi del nuovo Pds sorto dalle ceneri del Pci – è quella di una “sinistra dei diritti”».
Già, una nuova sinistra. «Resta il fatto che oggi richiamarsi alla sinistra ha una sua giustificazione – spiega il filosofo – in quanto la “sinistra” comprende i socialisti ma comprende anche tutti quei movimenti nuovi che sono sorti da situazioni di fatto che i partiti socialisti non avevano previsto. È vero che oggi la dicotomia sinistra/destra è molto contestata (su questo, Bobbio scriverà più tardi un libretto famosissimo, peraltro riedito in questi ultimi mesi-ndr), ma io ritengo che abbia ancora un valore distintivo profondo».
Nuova sinistra, nuovi diritti. Non più solo quelli “classici”, inerenti alle problematiche del lavoro o sociali ma pure quelle nuove, l’ambiente, i temi etici, la riservatezza. Più l’individuo che la classe. E qui si ritorna al più genuino filone liberale – quello che sa dialogare con la cultura “alta” del cattolicesimo – che in Norberto Bobbio ha uno dei suoi punti più alti, da rileggere sempre.

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Per il testo originale dell'articolo in questione si veda Norberto Bobbio, Le nuove frontiere della sinistra. Intervista di Federico Coen, Lettera Internazionale, n. 30, IV trimestre 1991. 

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Su ciò che rimane irrisolto dopo la caduta del comunismo si è espresso anche François Furet ne Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano, 1995. Ecco cosa scriveva in proposito Jean Birnbaum (Le Monde, 20 août 2008):

... Le vrai enjeu était ailleurs, et nous voici revenus à la conclusion du livre. Une chose est de constater le désastre auquel a abouti la "mythologie" soviétique, en effet, autre chose est de décréter que l'idée même d'une autre société est désormais épuisée. Cette objection a été formulée par Claude Lefort dans La Complication (Fayard, 1999). Le philosophe y posait la question : peut-on vraiment faire du communisme une "illusion", une simple "divagation de l'esprit", sans prendre en compte le réel social et politique des luttes idéologiques ? "La première tâche est de revenir au concret", tranchait Claude Lefort, ajoutant qu'alors, si "le communisme appartient au passé, (...) en revanche la question du communisme reste au coeur de notre temps".

Sur ce point comme sur bien d'autres, pourtant, Le Passé d'une illusion apparaît moins arrogant que ne l'ont dit ses détracteurs, fustigeant la morgue d'un manifeste "néolibéral". Bien plus contradictoire, aussi, que ne l'ont prétendu ses admirateurs, célébrant "l'audace" d'un brûlot anticommuniste. Car, loin d'être satisfait, le libéralisme de l'historien apparaissait plutôt "mélancolique", selon une jolie formule de Pierre Hassner. Lui-même ancien militant stalinien (de 1945 à 1949), François Furet savait de quoi il parlait. Cette dimension autobiographique donne au livre une fragilité et un mystère qui restent entiers.

A la toute fin de son ouvrage, du reste, il admettait que la fin de l'URSS laissait intact "le besoin d'un monde postérieur à la bourgeoisie et au Capital, où pourrait s'épanouir une véritable communauté humaine". Là est la différence entre l'auteur du Passé d'une illusion et certains de ses héritiers autoproclamés. François Furet a retracé les tragédies de la passion révolutionnaire, il a écrit l'histoire de ses emballements et de ses crimes. Mais il ne haïssait pas l'espérance. Jusque dans l'effroi, il continuait d'en témoigner.


sabato 21 dicembre 2013

Il capitalismo infinito: una lettura

Giuseppe De Rita 
Nella palude del lavoro liquido. Dal post-fordismo alla dispersione: una parabola discendente
Corriere della Sera, 20 dicembre 2013
a proposito di Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori nella crisi, Einaudi 2013


Da antico sodale nella ricerca sulla composizione sociale del Paese, ho ritrovato nel recente volume di Aldo Bonomi su Il capitalismo infinito tanti richiami alla mia storia intellettuale e professionale, con le tante scoperte e le tante delusioni che ci ha dato la straordinaria decennale dinamica della nostra struttura sociale.
All’inizio, negli anni 60 tutto sembrava chiaro e solidamente proiettato in avanti: stava contraendosi fortemente la componente agricola, che ancora al censimento del ‘51 contava sul 54% della popolazione; aumentava e si compattava come «classe operaia» la componente «fordista» dei lavoratori dipendenti dell’industria; cresceva con passo inarrestabile la componente impiegatizia, specialmente concentrata nel lavoro pubblico e nelle attività bancarie e assicurative. Sembrava un mondo destinato a durare per decenni, anche perché esso trovava la sua corrispondenza nella articolazione delle forze politiche, attraverso il tipico fenomeno del collateralismo categoriale (del mondo agricolo, della classe operaia, del ceto medio impiegatizio).
E invece con l’inizio degli anni 70 cambia tutto, e radicalmente, pur se non tutti allora se ne accorsero, impegnati com’erano su altre impressive ma sovrastrutturali tematiche. Succede che in quegli anni esplode l’economia sommersa (3-4 milioni di «spezzoni di lavoro» non riconducibili ad alcuna rappresentazione statistica come di rappresentanza); con l’economia sommersa matura ed esplode la piccola e piccolissima impresa (solo per il settore industriale ci fu il raddoppio del numero delle imprese create nei cento anni precedenti); esplode nel settore terziario non la grande organizzazione dei servizi, ma il lavoro autonomo e individuale (per esempio nei trasporti scomparve il grande Istituto Nazionale Trasporti e dilagò il popolo dei proprietari di camioncini e di camion); il pubblico impiego si dilata in maniera importante, ma perde compattezza e identità a vantaggio della moltiplicazione di nuove figure professionali e più ancora della corrosione operata da milioni di «secondi lavoristi»; si affermava un enorme processo di cetomedizzazione segnato più da una antropologica propensione alla soggettività dell’agiatezza che da una seria potenziale maturazione di classe borghese.
Noi ricercatori ci ritrovammo a lavorare in una realtà senza più confini e schemi certi; e dovemmo prendere atto che tutto era cambiato, e che vivevamo in una realtà di «post-fordismo», coscienti da un lato che la dimensione organizzativa non funzionava più come facitrice di composizione sociale; e dall’altro che tutto il nuovo (economia sommersa, piccola impresa, lavoro autonomo, ecc.) aveva un motore immobile e profondissimo: il valore della soggettività e della libertà di essere se stessi, contro ogni vincolo sovraordinato, e non è un caso che gli anni 70 furono anche gli anni, sul piano sociale e valoriale, dell’accettazione referendaria del divorzio e dell’aborto).
Cavalcammo allora, specialmente Bonomi e io, la tematica del post-fordismo, impegnati però ad uscire dall’indistinto tipico di ogni «post». E i lettori di quegli anni ritrovarono testi, anche nostri, su definizioni meno indistinte: si parlò di capitalismo molecolare, di capitalismo personale, di «piccolo è bello», di primato del fai da te, della centralità della creatività individuale. Cercando di incardinare questo panorama di scelte in alcuni processi più solidi e concreti (del territorio, con il localismo, ai mercati internazionali con il made in Italy). È stata, parlo almeno per me, una cavalcata fenomenologica di grande interesse, e anche di soddisfazione, visto che vedevamo cose che gli altri non capivano. Ma sapevamo che non potevamo restare a goderci lo studio del post-fordismo, della molecolarizzazione, del primato della soggettività. Sapevamo, anche perché lo constatavamo ogni giorno nelle nostre ricerche, che i meccanismi della articolazione molecolare del sistema continuavano a operare, sottotraccia, ma con estrema potenza. E così oggi ci ritroviamo in un mondo di totale varietà, dove l’economia dei servizi e la società della conoscenza producono non solo piccoli imprenditori, lavoratori sommersi e lavoratori in proprio ma una miriade di altre posizioni di lavoro, come (cito Bonomi) «classe creativa, capitalisti personali, lavoratori della conoscenza, professionisti metropolitani e globalizzati, imprenditori, cognitivi, giovani e adulti esodati, precari, quarto stato» e si potrebbe continuare nell’elencazione, in una quasi orgia di identità e figure professionali «liquide».
Mi viene, rileggendo, un po’ di vertigine. E ho la sensazione che una tale frastagliata fenomenologia non permetta più di esercitare quel riconoscimento collettivo che è necessario in ogni società (in termini di ricerca, di rappresentazione mediatica, di rappresentanza sociale e politica). Gli schemi, anche i nostri, non servono più, non bastano più; la realtà e la dinamica quotidiana sono soverchiati, dovremo solo aspettare che si sedimentino. Ci resta solo la soddisfazione, sempre gratificante per chi fa fenomenologia, che la realtà è più forte di ogni sforzo di programmazione e organizzazione, anche intellettuale .

lunedì 7 ottobre 2013

Massimo Recalcati, Una domanda latente di pausa

Massimo Recalcati
La  stanchezza dell'Occidente
la Repubblica, 6 ottobre 2013

L’esaurimento è una reazione alle sirene dell’edonismo esasperato che produce anche la precarietà sociale ed economica Il fenomeno nasce dal “principio di prestazione”, che costringe la vita a essere “produttiva” e l’individuo ad affermare se stesso. Recentemente il sociologo coreano Byung-Chul Han ha proposto l’immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza. In contrasto solo apparente con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Tutti ci lamentiamo di come il tempo della nostra vita sia incostante accelerazione. Rocco Ronchi per definire questa tendenza ha evocato l’immagine della “mobilitazione generalizzata” con la quale Ernst Jünger aveva definito il tempo caotico della prima guerra mondiale. La nostra mobilitazione permanente non ha però come bussola la difesa del suolo, dell’identità, dei confini. Noi non abitiamo piuttosto il tempo della liquefazione di ogni identità, della contaminazione, della globalizzazione, della relativizzazione di tutti i confini?
Questo significa che l’attuale mobilitazione in cui tutti siamo coinvolti non ha un obbiettivo fuori dalla riproduzione di se medesima. Siamo tutti stanchi e al tempo stesso tutti mobilitati. Siamo bipolari, costretti a servire un principio di prestazione inflessibile e superegoico per poi riconoscerci esausti, sfiniti, senza più risorse. Questo paradosso lo indicava già Heidegger nella sua diagnosi del nichilismo occidentale: il nostro tempo è il tempo della riduzione del mondo a pura risorsa da sfruttare illimitatamente. In questo senso la nostra stanchezza rivela la verità dell’iperattivismo che non affligge solo le vite dei bambini occidentali ma, ben più radicalmente, la vita stessa dell’Occidente. La vita è esausta, spossata, afflitta da una stanchezza reattiva alle sirene dell’iperedonismo che, non dimentichiamolo, produce anche la precarietà sociale ed economica che è il vero volto dell’Occidente sotto la maschera della sua giostra maniacale. Marcuse aveva già messo in luce come il capitalismo avesse trasfigurato il principio freudiano di realtà nel principio di prestazione. Una nuova forma di alienazione si delineava: non solo quella relativa allo sfruttamento della forza lavoro – secondo lo schema marxista –, ma quella di una nuova forma di oppressione della vita costretta ad essere necessariamente produttiva, liberata dai vincoli oscurantisti della tradizione, ma asservita ad un nuovo padrone: la necessità della affermazione ad ogni costo della propria individualità. Ebbene, la stanchezza che ci affligge oggi non mostra forse il limite di questo mito antropologico? Non mostra la corda del sogno narcisistico di diventare padroni di noi stessi, di realizzare il nostro nome a prescindere da quello dell’Altro?
Facciamo due soli esempi. Il primo è quello del disagio giovanile che non si caratterizza più per il conflitto vitale tra le generazioni, ma per uno spegnimento del sentimento della vita. Al centro non è più il disagio tra la giovinezza che avanza le sue esigenze di trasformazione del mondo e l’ordine granitico dell’esistente, ma il disagio di un vita spenta, stanca, lontana dal desiderio. I sintomi attuali degli adolescenti che si rivolgono allo psicoanalista (violenza, alcoolismo, tossicomanie, dipendenza dall’oggetto tecnologico, anoressia, bulimia, isolamento, ecc.) hanno questa radice in comune: non scaturiscono più dalla dissonanza tra il desiderio e la realtà, ma da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita che dovrebbe sbocciare nel tempo della sua primavera tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. Questo movimento regressivo contrasta solo apparentemente con l’esaltazione maniacale di cui si nutre la nostra Civiltà poiché, in realtà, è solo l’altra faccia di quella medaglia.
Il secondo esempio riguarda uno dei grandi simboli dell’Occidente; è la stanchezza di Benedetto XVI che, sfinito, lascia il suo posto mostrando il volto umano del rappresentante ideale e normativo di Dio in terra. Cosa vi possiamo leggere? Non solo un dramma interno alla Chiesa Cattolica e alla necessità di un suo profondo rinnovamento. Esso rivela una stanchezza profonda nella vita di tutte le istituzioni che non sembra più in grado di essere animata da passioni profonde. Il senso religioso della vita e quello laico della polis sembrano entrambi esauriti. Si pensi solo alla stanchezza che avvolge la politica come tale. In questo tornante non è in gioco l’esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all’homo felix dedito alla ricerca compulsiva della “sensazione”, prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v’è più il nulla che minaccia l’essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan.
Eppure questa ultima grande crisi economica mostra tutti i segni della gravissima patologia che affligge l’Occidente. Siamo in un punto di snodo: dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell’Occidente non solo come l’effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. L’uomo dell’Occidente è un uomo stanco della vita o di questa vita? Dovremmo provare a leggere in questa nostra stanchezza non solo una caduta depressiva della vita, ma anche l’esigenza di un’altra vita. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo “obbligati”, contiene già una esigenza positiva di silenzio.

giovedì 21 febbraio 2013

Una lettera di Trentin su Di Vittorio

Quelli che seguono sono alcuni brani di una lettera che Bruno Trentin (1926-2007), segretario generale della Fiom (1962-1977) e poi della Cgil (1988-1994), scrive in francese alla sorella Franca il 27 novembre del 1957, alcuni giorni dopo la morte improvvisa di Giuseppe Di Vittorio (1892-1957), storico leader della Cgil, una delle figure più affascinanti e carismatiche nella storia della sinistra italiana. 

Il documento fa parte del Fondo Bruno Trentin, custodito presso la Fondazione Di Vittorio di Roma, ed è inserito all’interno del volume Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, curato da Sante Cruciani (Collection de l’École française de Rome, 2012, pp. 465-469).

Trentin sottolinea prima di tutto il suo personale debito di riconoscenza nei confronti di un uomo al quale dichiara di dovere molto, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello umano, pur non negando le reciproche, talvolta profonde, differenze, per altro plasticamente evidenziate dalla fotografia che correda questo post.

L’aspetto della personalità di Di Vittorio che Trentin tiene a sottolineare maggiormente è l’ansia di essere fino in fondo un uomo del suo tempo, che non vuole essere tagliato fuori dal processo di sviluppo della società; da qui una sua apertura alla modernità, anche a quella del sistema capitalistico, se questa si dimostra in grado di apportare miglioramenti tangibili delle condizioni di vita delle classi lavoratrici che egli rappresenta, per l’ottenimento dei quali si mostra disponibile a battersi. In lui, aggiunge Trentin, è sempre stata presente, non senza contraddizioni, la ricerca dell’elemento positivo che può essere presente in qualsiasi realtà, piuttosto che la semplice sottolineatura, pur doverosa, dei limiti e delle storture che questa realtà ha in sé.
A questo schema mentale sembra proprio ispirarsi il Piano del lavoro, presentato nel 1949 dalla Cgil da lui guidata, tipico esempio di proposta attenta non solo a soddisfare le rivendicazioni dei propri iscritti, ma che mostra di avere a cuore anche le esigenze dello sviluppo economico di tutto il paese. Non è forse un caso se esso verrà accolto dal gruppo dirigente del Pci con una freddezza ai limiti dell’ostilità.

Il fatto che queste considerazioni vengano svolte in una lettera privata, piuttosto che in una commemorazione ufficiale, contribuisce a renderle particolarmente autentiche.

Roma, 27 novembre 1957 



Mia Franchina, 

dopo un lungo silenzio posso scriverti e tramite te anche a Mario. Quest’ultimo periodo è stato convulso e sconvolgente, per me. Prima, il Congresso di Lipsia, con tutte le discussioni e le battaglie che ha comportato. Poi una serie di riunioni e di conferenze in Italia compresa la commissione elettorale del partito di cui faccio parte e dove si sono riaperte vecchie ferite dell’VIII Congresso. (...)

La morte di Di Vittorio ha rappresentato naturalmente il maggiore elemento di sconvolgimento. Ero a Napoli, di ritorno da Palermo, quando si è diffusa la notizia. E puoi immaginare quanto mi abbia colpito.

Tuttora non ho ancora completamente eliminato la sensazione d’angoscia e di dolore che mi ha provocato. Dio sa quanto conoscessi i suoi limiti e le sue debolezze e quante volte mi sia ribellato a certe ristrette manifestazioni della sua mentalità di contadino meridionale. Ma sento sempre di più quello che quest’uomo ha rappresentato per me, nella mia formazione di uomo politico e retorica a parte semplicemente di uomo. Sento la sua forza e la sua giovinezza, il suo ottimismo intellettuale, sempre «provocatorio», come una delle cose più ricche che mi abbiano trasformato in questi ultimi anni. Qualche volta e in questi ultimi tempi, spesso questa forza diventava meno razionale, ingenua e puramente polemica. Ma anche in questi casi restava come un’esigenza, come un richiamo a un certo linguaggio, fresco e stimolante, come l’affermazione polemica di un metodo che io sento sempre più vivo e valido: non si può mettere in crisi nessun «sistema», in una società o in un uomo, se non avendo fiducia nell’elemento positivo, progressivo, illuminato, che ne ha giustificato l’esistenza, se non sottolineando l’incapacità di una società o di un uomo a realizzare vittoriosamente «la sua ragione d’essere».

Anche in modo ingenuo, Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana «la ricchezza che poteva essere prodotta» e che non lo era piuttosto che la «povertà» esistente. Ed era l’idea della «ricchezza» ad entusiasmarlo.

Per questo non poteva essere un fatalista o un positivista da quattro soldi. Per questo voleva, con accanimento, da autodidatta, essere un uomo del proprio tempo: era stupito dalle macchine, dalla televisione e dai nuovi modelli di automobili. Rispettava come profeti gli scienziati e i medici. Voleva essere sempre «al corrente» delle cose. Temeva con angoscia, come uomo e come Cgil, di venir «escluso», di non svolgere un ruolo riconosciuto nello sviluppo della società contemporanea.

Era d’altro canto uomo di un’altra epoca e aveva il fiatone negli ultimi tempi. Il suo sforzo diventava straziante ma era sempre magnifico e grandioso. La sua morte rappresenta davvero, in Italia, la fine di un’epoca, quella un po’ «populistica» e romantica del dopoguerra, e gli inizi di un’altra. E ha saputo essere l’uomo del passato e insieme l’uomo della transizione. Ha capito quello che c’era di nuovo nella storia e, con tutte le sue forze, da toro qual era, ha fatto di tutto per capire, e per esistere, da uomo moderno.

Capisco, ora che è morto, quanto io l’amassi. Purtroppo non c’è nessuno del suo calibro a sostituirlo, i migliori hanno un respiro molto più modesto. Gli ultimi giorni sono stati occupati come puoi immaginare dalle discussioni sulla «successione». Sembra che sia stata adottata la soluzione migliore: quella di sostituire Di Vittorio non con un uomo ma con una nuova segreteria, con un collettivo di uomini nuovi, dopo aver eliminato tutte le «zavorre», tutte le mummie. Se si otterrà questo risultato, avremo fatto un grande passo in avanti.