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venerdì 24 gennaio 2025

Quando un buffone è il re, e viceversa


Guido Vitiello, Joker scatenato. Il lato oscuro della comicità, Feltrinelli, Milano 2025

Per più di mezzo secolo abbiamo considerato il divertimento, la comicità e l’umorismo come strumenti di pacificazione sociale. Nel 1985 un pamphlet del critico americano Neil Postman, Divertirsi da morire, annunciava che grazie alla droga della tv commerciale eravamo ormai entrati in un “mondo nuovo” ilare e rincretinito profetizzato dallo scrittore Aldous Huxley.

Poi però è successo qualcosa di imprevisto. La nostra è tuttora una società del divertimento, ma la comicità non è più soltanto un innocuo gas esilarante: è l’arma con cui si combattono duelli politici all’ultimo sangue e guerre culturali ferocissime. Un umorismo cinico e sarcastico si è impadronito del discorso pubblico. Il re e il suo buffone si cambiano continuamente di posto: i leader politici adottano uno stile da stand-up comedy e i comici avviano inopinate carriere politiche. Una frangia della sinistra americana ha scatenato una war on jokes moralizzatrice, e la comicità si va spostando a destra. Dai bassifondi della rete è emersa la troll culture, con il suo sarcasmo nichilistico e sottilmente sociopatico, e ha trovato una consonanza entusiastica con il ritorno trionfale di Donald Trump – battezzato non per caso Troll-in-Chief dalla stampa americana – alla Casa Bianca.

Guido Vitiello tenta di decifrare questo carnevale perpetuo rivisitando alcuni passaggi cruciali nella storia sociale dell’umorismo. A fargli da guida in questo inferno sghignazzante è la figura di Joker, l’antieroe della saga di Batman, le cui successive metamorfosi hanno rispecchiato fin dagli anni quaranta le diverse fasi del nostro rapporto con il “lato oscuro della farsa” e con il nesso ineludibile tra comicità e violenza. Nelle sue ultime incarnazioni, dal Cavaliere oscuro di Christopher Nolan al Joker di Todd Phillips, il supervillain ha assunto i tratti sinistramente convergenti del terrorista e dello stand-up comedian. Scappato, dopo decenni, dalla gabbia dorata dell’egemonia televisiva, soporifera ma universalistica, si è mescolato tra le bande identitarie dei social network, che si sbranano a colpi di risate.

sabato 9 aprile 2022

Il fascino della vertigine

 


Marco Revelli, La vertigine della guerra e il fascino del gioco crudele, Volere la luna, 6 aprile 2022 

“Va chiamata ‘vertigine’ ogni attrazione il cui primo effetto sorprenda e disorienti l’istinto di conservazione”. Così scriveva Roger Caillois in un testo dell’esilio sudamericano, pubblicato nel 1943 ma risalente agli anni immediatamente precedenti, quando la catastrofe della guerra mondiale si avvicinava ed esplodeva. In questo caso, spiegava, “l’essere è trascinato alla rovina e come persuaso dalla visione del proprio annientamento a non resistere alla potente fascinazione che lo seduce terrorizzandolo”. Per l’insetto, aggiungeva, “è lo sfolgorare della fiamma, per l’uccello sono gli occhi fissi del serpente”. Per l’uomo è l’attrazione irresistibile del vuoto. In particolare di quel vuoto estremo che è la guerra: il vortice della distruzione in cui ogni volontà individuale è travolta di fronte al dominio assoluto dell’elementare, e privata del potere, costitutivo dell’esistenza, “di dire di no”.

Ho ripensato a queste parole nelle settimane scorse, in cui la guerra ha invaso, senza trovare resistenza, le nostre vite e le nostre menti, trascinandoci tutti, società e individui, nel suo vortice, con le sue categorie totalizzanti e totalitarie che non lasciano spazio al pensiero complesso, soprattutto che assolutizzano la sola risorsa delle armi (lo strumento per eccellenza concepito per “fare il vuoto”). E infatti Caillois, dopo aver passato rapidamente in rassegna i vari tipi di vertigine che mettono in scena “l’estrema abdicazione dell’uomo” di fronte alle “tentazioni che lo spingono alla rovina” – la figura delle femme fatale [sic], l’ebbrezza patologica del gioco d’azzardo… – si sofferma appunto sulla “vertigine della guerra”, la più potente di tutte nel suo trasformare agli occhi dell’uomo la propria resa all’attrazione dell’abisso in “dovere, grandezza, ebbrezza”. La distruzione, e l’autodistruzione, come destino, a cui è dolce abbandonarsi, cessando di tentare di nuotare contro una corrente che appare l’ineluttabile corso del mondo.

E’ così che nel discorso pubblico e nel racconto prevalente che gli fa da involucro, persino la solidarietà o è armata o non è. E chi prova a immaginare forme alternative di sostegno alle vittime ucraine dell’aggressione diventa, automaticamente, fautore della resa, amico del macellaio, bellicista dalla parte sbagliata. Come se nella vertigine della guerra non ci fosse nessuna alternativa credibile alle armi, né diplomazia, né mobilitazione radicale dell’opinione pubblica, né tantomeno quelle tecniche della non-violenza, ormai sperimentate e dimostrate spesso più efficaci, in condizioni di scontro asimmetrico, della nuda resistenza armata. In questa condizione l’immaginazione scende al grado zero mentre l’adrenalina sale vertiginosamente (appunto), cancellando ogni articolazione del ragionamento perché, nella regressione al livello elementare dell’essere, contano solo le alternative istintuali: combattimento o fuga, uccidere o essere uccisi, dominare o essere dominati, vincere o morire… E mentre la parola Pace sembra sempre più una bestemmia nel fragore delle armi, sollevando sguardi di compatimento o accigliati rimbrotti per “anime belle” (se ne potrà parlare solo “dopo che le armi avranno definito il reale rapporto tra le forze in campo”), persino il più autorevole tra gli opinion leader globali, Papa Francesco, viene oscurato, inserito d’ufficio nella lista degli inaffidabili, ignorato nei testosteronici salotti dei talk show televisivi. Eppure non sta affatto riproponendo l’evangelico “porgere l’altra guancia” (come superficialmente i suoi critici affermano con espressione di superiore sufficienza: mi è capitato di sentirlo dire esattamente così, in una trasmissione cui ho partecipato) ma parla pragmaticamente il linguaggio di una politica al livello dei tempi invitando a pensare un modo diverso di governo del mondo, che non ne avvicini la fine (testualmente: “La vera risposta alla guerra non sono altri armamenti, sanzioni, alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti”.

D’altra parte a tal punto le feroci leggi della guerra penetrano nel nostro universo di senso (o meglio di non-senso), che persino il dolente popolo dei profughi e dei rifugiati ne viene sezionato, con la distinzione atroce tra profughi buoni e profughi cattivi, rifugiati veri e rifugiati falsi – ascoltare per credere -, dove il discrimine tra gli uni (i salvati) e gli altri (i sommersi) passa per le forche caudine della schmittiana coppia “amico/nemico”, e gli amici sono quelli che combattono (sul terreno, e “da europei”!) la nostra stessa battaglia (virtuale) e cattivi tutti gli altri, non importa che provengano dall’inferno di Aleppo (non diverso da quello di Mariupol), o dallo Yemen bombardato con le bombe prodotte e vendute da noi, o dal Kurdistan usato e abbandonato… Una spaccatura sulla pelle degli ultimi ben visibile sui confini polacchi, polarizzati tra la gara di accoglienza sul lato a sud est, dove transitano gli amici, e il filo spinato e la tortura su quello a nord est, dove è respinto nei boschi e nel gelo il popolo dolente della “rotta balcanica” (gli “altri”) e dove le lanterne verdi continuano a essere considerate dalle autorità polacche un reato.

Sul tema della vertigine Caillois sarebbe tornato una quindicina di anni più tardi, nel 1958, in un celebre libro dedicato in primo luogo al gioco (titolo Les jeux et les hommes, sottotitolo La masque et le vertige). Quello del gioco, vi si affermava, è una sorta di “spazio magico”, per certi versi analogo a quello del “sacro” – in particolare del “sacro di trasgressione” – nel quale le consolidate regole che strutturano la vita quotidiana vengono sospese ed è possibile tentare di “distruggere per un attimo la stabilità della percezione e far subire alla coscienza, lucida, una sorta di voluttuoso panico”. Come commenterà nell’Introduzione Pier Aldo Rovatti, per il giocatore, soprattutto per quel tipo estremo che è il giocatore d’azzardo, “entrare nel gioco, in-ludere, non significa solo entrare in una dimensione illusoria, già di per sé instabile, ma anche esporsi al rischio e infine partecipare di quello stato ‘incandescente’” ben noto a chi si è seduto al tavolo verde di una bisca. E a maggior ragione a chi si è abbandonato al vortice della guerra, ovvero, ancora una volta, alla sua “vertigine” – che in questo contesto Caillois richiama nella sua radice greca, ilinx, che letteralmente significa “gorgo” – la quale, appunto, “si accompagna spesso con il gusto normalmente represso del disordine e della distruzione che tradisce forme rozze e brutali di affermazione della personalità”.

Letta in questa accezione, la guerra – forma estrema di gioco feroce – costituirebbe lo spazio per eccellenza dell’anti-quotidianità: la sfera dei comportamenti umani in cui i fondamenti stessi della società costituita vengono sospesi (gli individui ne vengono “liberati”), a cominciare dal comandamento primo “non uccidere”. E come nel “tempo festivo” o nel Carnevale (Franco Cardini ha scritto un libro essenziale sulla guerra come Antica festa crudele), la trasgressione diventa la regola (è, appunto, un “mondo alla rovescia”), e tutto appare possibile sotto il dominio di una irresistibile “necessità”. Come nel gioco, tanto più “eccitante” quanto più pericoloso, anche in guerra la vita sembra acquistare un di più di intensità e di “autenticità” (resa possibile dalla a-normalità delle condizioni e delle regole rispetto a quelle della “banale” quotidianità).

Basta rileggersi le cronache della febbricitante atmosfera nelle giornate del “maggio radioso” del 1915, quando in un tripudio di retorica e di bandiere ci si precipitò nell’”inutile massacro”. E al misero prezzo di qualche esibizione in piazza si poteva comprare la possibilità di distinguersi dagli ignobili “panciafichisti”. O ritornare alla prima pagina delle celebri Tempeste d’acciaio di Ernst Jünger, dove si descrive lo spirito con cui il suo battaglione di reclute si avvicinava a “quella melodia da laminatoio” che era il fronte, per il proprio battesimo del fuoco: ”…poche settimane d’istruzione militare avevano fatto di noi un sol corpo bruciante d’entusiasmo. Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli… Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prender parte a quella grande prova. Non chiedevamo altro”.

Ecco, credo che potremmo mettere in conto anche questo, per spiegare l’apparente irresistibilità dell’attuale ruere in bellum: questo bisogno di evasione dalla banalità inerte di un’esistenza dominata dall’universo delle merci e dal calcolo d’utilità per accedere facilmente, relativamente a buon mercato, a una sfera mobilitata e mobilitante di sentimenti forti, solo semplicemente chiamando “alle armi” e alla solidarietà armata (non importa poi che a usare quelle armi siano gli altri, nel più perfetto stile dell’”armiamoci e partite”). Una sorta di riscatto facile rispetto all’insensatezza del proprio quotidiano, con uno zelo tanto più ostentato (si pensi alle performances di tanti conduttori televisivi e opinion leader) quanto più conformi, e totali, erano state le precedenti adesioni ai dettami della mercificazione.

Un caro amico, Paulo Barone, in un denso messaggio di questi giorni, ha parlato dell’”esaltazione di chi trova finalmente nel ‘bene’” con cui schierarsi (la libertà del popolo ucraino, le nostre democrazie violate) “un motivo assoluto per ‘contrastare’ il vuoto nichilista che li attanaglia ‘da dentro’”: di “un’ebbrezza bellica che scaccerebbe via (in realtà attuandola) l’insensatezza di questo stile di vita”. E direi che meglio non poteva dirlo. C’è, in questa fibrillazione bellica che pervade pressoché tutto, la sensazione che, lungi dall’essere in opposizione radicale, idealistica e spiritualmente qualificata, rispetto al precedente demi-monde affaristico/consumistico vissuto all’insegna di un materialismo tutt’altro che storico – un soprassalto di mobilitazione valoriale alternativa all’affarismo mercuriale – essa ne rappresenti un mimetico prolungamento: una sorta di tentativo di fuga riconfermante da un presente insoddisfacente ma considerato intrascendibile se non nel (temporaneo, come appunto per il tempo festivo e per quello del gioco) oltrepassamento del confine che separa dal campo “altro” della mobilitazione bellica. La metamorfosi del vecchio bue in minotauro fa parte, strutturalmente, del carattere bipolare dell’esperienza bellica, del suo fascino e della sua contagiosità, con l’opportunità offerta a chi vi partecipa, di vivere la propria doppiezza – la norma da animale da soma e lo stato d’eccezione dell’esperienza eroica -, senza doversi più preoccupare della coerenza tra le diverse parti del sé. Potendo dar convivere il massimo del conformismo e il massimo della trasgressività. Soprattutto, liberando finalmente la propria “ombra” senza timore di perdere il proprio posto nella società ma anzi potendo vivere la propria bipolarità senza remore né sensi di colpa. Anzi ostentandola come segno di virtù.

In questo mondo che si rovescia preso nella propria vertigine, capita allora di vedere vecchi post-fascisti tessere l’elogio di quei partigiani che fino a ieri indicavano come feroci infoibatori e che oggi, in quanto “armati”, diventano modello da imitare. Antichi seguaci del fucilatore Almirante mettere in croce l’ANPI colpevole di non valorizzare abbastanza oggi, col rifiuto dell’invio di armi alla “resistenza ucraina”, la scelta “armata” di quelli che quel loro precedente idolo avrebbe bellamente fucilato. E che dire di Francesco Merlo, che in un articolo sulla “Cosa negazionista che fa il gioco di Putin”, proclama che “un po’ di sdegno verso l’Anpi bisognerà tirarlo fuori”, contro questa “associazione in mano a un ceto di impiegati, che si è allontanata dai partigiani”, colpevole d’imbelle “neneismo” e dunque “amica di Putin” per non aver aderito senza se e senza ma alla campagna di riarmo e per aver chiesto, a proposito del massacro di Bucha, la stessa cosa rivendicata dal Segretario generale dell’ONU, ovvero una immediata e rapida inchiesta indipendente?

Merlo scrive su un giornale che ha pubblicato regolarmente per sei anni – lo documenta il “Fatto quotidiano” – un inserto sponsorizzato dal Cremlino, tra il 2010 e il 2016, quando noi, come l’Anpi e molti antifascisti veri, muovevamo aspre critiche all’autocrazia putiniana mentre i lettori del quotidiano di cui lui era editorialista di punta dovevano sorbirsi interessati (e poco interessanti) reportages sul concorso bandito per trovare un nome al cane di Putin, o pelosi elogi del Patriarca Kirill (definito “una delle personalità di maggior rilievo del mondo cristiano” sic), o ancora commenti entusiastici sull’incontro tra Putin e Renzi a Milano nell’ottobre del 2014 (a Crimea annessa: ”Renzi ha capito di avere davanti un interlocutore serio, che porta avanti la sua linea e difende gli interessi del suo Paese”…). L’inserto s’intitolava Russia oggi (poi cambiato in Russia beyond headlines), era curato da Rossjiskaja Gazeta e faceva capo al personale amministrativo di Repubblica: a quel “ceto di impiegati” cioè che Merlo attribuisce all’Anpi. Un’ultima perla, a conclusione dell’articolo, merita di essere citata, è dove, dopo aver affermato che “in nessun altro paese d’Europa la disinformazione russa sta trovando così tanti utili idioti” (sic) si invita Enrico Letta a far pulizia dei troppi “negazionisti” (di cosa?) che occuperebbero indebitamente la “casa della sinistra” (come se quella fosse un immobile privato e Letta il proprietario): “Ha la statura morale per cacciarli via dalla sinistra come furono cacciati i mercanti dal tempio”, conclude il Merlo parlante. Ed è come se avesse parlato Zarathustra.

Ma restiamo ancora un momento sul PD. Il PD di questo secondo Enrico, così diverso dal primo. Anche il suo percorso è esemplare di quel rovesciamento in un doppio opposto eppure congruente. Come ha potuto un partito, erede sia pur lontano di una cultura che della pace aveva fatto un valore fondante del vivere civile, farsi di colpo “partito della guerra”? Capofila della politica di riarmo massiccio con i miliardi sottratti a welfare, sanità e sostegno a famiglie e imprese a favore dei buoni affari di quanti delle armi e del loro fiorente mercato hanno fatto il proprio core business. Com’è possibile che sia oggi il principale serbatoio dei guardiani dell’ortodossia bellica, impegnato con maggior zelo e acrimonia a smascherare e marginalizzare le voci non allineate, o anche semplicemente pensose?

Sarà volgare materialismo ma certo la quantità di esponenti del PD che affollano i vertici delle nostre industrie degli armamenti, a cominciare da Finmeccanica e dalla successiva Leonardo, sono tanti. A cominciare da Marco Minniti, che imperversa nei talk show nel contrastare i pacifisti di turno in nome della difesa della democrazia e che ricopre la carica di Presidente di MedOr, la Fondazione promossa da Leonardo. Mentre Luciano Violante – quello della riconciliazione con i “ragazzi di Salò” – presiede la parallela Fondazione Leonardo. E Nicola Latorre guida la Fondazione Aid (Agenzia Industriale Difesa). Niente d’illegale, anzi! Ma un po’ dovrebbe farci pensare…

Quanto a noi, intendo chi vuole resistere a questa progressiva “caduta nella catastrofe” – “moto che si accelera senza che occorra intervenire e che non si riesce né si vuole rallentare” [Caillois] e che riesce persino a utilizzare gli orrori della guerra per favorirne il prolungamento e l’estensione – non ci resta che proclamare il nostro pacifismo, come condizione culturale prima che politica per tenere aperta almeno una piccola porta verso il ritorno alla ragione. Saremo vox clamantis in deserto, ma se quel deserto è lo spirito del tempo attuale, non sarà una testimonianza inutile.

Guido Vitiello, I conflitti e le catastrofi risvegliano ciclicamente il nostro intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Ma poi tutto passa e torniamo a sonnecchiare, Il Foglio, 12 marzo 2022

 ... più che una teoria da discutere, la fine della storia mi sembra uno stato d’animo, un’atmosfera spirituale, una Stimmung. Del resto, nel più importante libro sul tema, scritto alla fine degli anni Ottanta, Lutz Niethammer aveva osservato che questa idea dell’esaurimento di ogni orizzonte storico ebbe i suoi picchi di fortuna in due contesti precisi: nel secondo Dopoguerra, tra gli intellettuali di destra delusi dal nazismo in cui avevano riposto le loro speranze (come Arnold Gehlen); e poi negli anni Settanta, tra gli intellettuali di sinistra che avevano visto frustrate le loro aspettative rivoluzionarie (come Jean-François Lyotard). Insomma, un ripiegamento da innamorati delusi, sottilmente risentiti e interiormente impigriti. Ma per quelli di noi, la maggioranza, che non hanno mai avuto il batticuore per il Reich millenario o per la società senza classi, lo stato d’animo post storico è più che altro il frutto mentale di decenni di pace, di relativa sicurezza e di relativo benessere. Non è un cinismo ostentato da amanti disamorati, semmai un intorpidimento psichico da bambinoni viziati. Vogliamo che la storia continui a sonnecchiare, o che al limite vada a far baldoria in continenti molto più lontani. E soprattutto, che Zelensky la smetta di fare tutto quel chiasso: qui c’è gente che dorme. 



 

 

domenica 6 novembre 2016

Tina e Maria Elena


Angelo d'Orsi 
Facebook,  342 mi piace, 152 condivisioni

Se ne va anche Tina Anselmi, con dignità, come aveva vissuto i suoi 89 anni. Una partigiana, una combattente, una politica che aveva principi morali, un'amministratrice che ha saputo fare il suo lavoro (a lei, più di chiunque altro, dobbiamo il Servizio Sanitario Nazionale, tra l'altro), una sindacalista, la prima donna ad essere ministro nella storia italiana. Sempre dalla parte giusta, anche quando scelse linee moderate di pensiero e di azione, da cattolica e da democristiana, sapendo sempre ascoltare e imparare dagli altri, in particolare dai comunisti. Importantissimo il ruolo svolto come presidente della Commissione di inchiesta sulla loggia segreta P2: da autentica democratica era nemica dei poteri occulti, convinta che la democrazia si fondasse sulla visibilità degli atti del potere. Fa rabbrividire (o sorridere amaramente?) il commento della ministra Maria Elena Boschi, che afferma di aver intrapreso la carriera politica prendendo esempio da questa donna, che può essere considerata una della grandi madri della Repubblica, dunque della Costituzione, quella che la signora Boschi vorrebbe ridurre in macerie.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/tina-e-maria-elena-le-due-italie-al-femminile/


Guido Vitiello
L'onorevole Tina e Boschi la malafemmina. Il neorealismo non passa mai
Il Foglio, 5 novembre 2016

... Facciamo un esperimento in un corpo vile, molto vile. Ecco un estratto dall'articolo: "Tina e Maria Elena. Le due Italie al femminile", 2 novembre 2016, scritto dallo storico Angelo D'Orsi per il sito di Micromega (sono poche righe, ma abbiamo a che fare con una miscela di acidi, dunque massima precauzione, occhiali protettivi e guanti monouso): "E' difficile immaginare due icone contrapposte come queste due donne in politica (due cattoliche): apparenza contro sostanza, imparaticcio contro cultura, bell'aspetto contro aspetto dimesso, chiacchiera contro rigore, selfie contro discrezione, talk show contro dibattito parlamentare, slogan contro ragionamenti, il 'nuovo' che sa di stantio e il 'vecchio' che sa di durevole". Se con una colonna di distillazione separiamo le sostanze tossiche presenti nella miscela, liberandoci pure dalle più volatili (la chiama pure "belloccia" e donna-immagine del capo), l'allergia a tutto quel che sa di comunicazione e di pubblicità* - sempre lì ritorniamo. L'onorevole Tina, ex partigiana, come sintesi fra l'onorevole Angelina e la popolana Pina di "Roma città aperta". Alla diva Boschi - la malafemmena - si contrappone il corpo delle nonne, struccate e senza vezzi. Così Corrado Stajano, recensendo mesi fa sul Corriere un libro sulle "Donne della Repubblica" - dove c'erano, tra gli altri - ritratti della Anselmi e della Magnani - accostava malinconicamente "Tina Anselmi e le ministrine di oggi, insipide ma arroganti, attente, sembra, soprattutto al colore del loro tailleur". Non ci sono più le donne in bianco e nero di una volta. E noi non ci libereremo mai del neorealismo. Nulla si crea, nulla si distrugge, nulla si trasforma.

(*) Per la verità d'Orsi una concessione alla civiltà dell'immagine l'ha fatta: ha impostato tutto il confronto facendo riferimento a due "icone", non a due persone. (Giovanni Carpinelli)

lunedì 14 settembre 2015

Galimberti e Crepet, monumenti all'insipienza del guru


Guido Vitiello 
Dove non arriva il diritto, supplisca la gogna
Il Foglio, 12 settembre 2015 




La signorina Filosofia potrebbe accompagnarsi a una statua di Umberto Galimberti a grandezza naturale, intabarrato in una tunica. Il 16 giugno del 1997, a meno di quarantott’ore dall’arresto di Scattone e Ferraro, il filosofo illustrò la sua disciplina affidando a Repubblica il commento “Filosofi e assassini”. Qui, usando Platone come un battipanni, prima sculacciava i presunti innocenti perché avevano speso tanti anni sui libri “senza capir bene la differenza che passa tra la vita e la morte”; poi sculacciava il direttore dell’istituto di Filosofia del diritto (di cui proponeva la chiusura, come un comune infiltrato dalla mafia) perché non aveva spiegato bene il suddetto Platone “al dottor Giovanni Scattone e al dottor Salvatore Ferraro che, nelle pause di studio, sparavano dalle finestre di un’aula”; infine lamentava “il collasso della cultura nel tempio della cultura”. Con Scattone esiliato a Colono il tempio non crollerà, la Filosofia resterà illibata e i Galimberti si moltiplicheranno come fotocopie.


 La Psicologia, invece, la immagino come una ninfa delicata e pensosa inseguita da una figura in marmo del professor Paolo Crepet ignudo, tutto drappeggi e capelli mossi dal vento come l’Apollo di Bernini. Che onore fece alla sua disciplina quando, dopo la condanna in primo grado degli imputati, disse che lo psicologo è come un orafo, capace di lavorare su minuzie, e che lui da una foto in cui Ferraro sorrideva aveva capito che quello era il sorriso di uno che l’ha fatta franca, perché gli innocenti non ridono! Ora che Scattone dovrà inventarsi un mestiere manuale più grossolano (lui propone imbianchino) anche quest’alta oreficeria della psiche è salva.

sabato 23 maggio 2015

Marco Travaglio e l'italica ossessione della vecchiezza


Guido Vitiello
L'elogio della sacra prostata di Sorrentino segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio (vero Travaglio?)
Il Foglio, 23 maggio 2015








Ricapitoliamo. C'è "Youth" di Sorrentino con i suoi dialoghi sulla caducità e sulla prostata. C'è Scalfari che minaccia a mezzo stampa un suo "De Senectute". C'è Berlusconi che fa capolino su Instagram stritolando cagnolini. Da quando Jep Gambardella ha sollevato il coperchio il contagio è irrefrenabile, e la sua eau de parfum si effonde per tutta la nazione. Alludo all'odore delle case dei vecchi, quell'odore che il dandy della "Grande bellezza" diceva di preferire addirittura alla "fessa". Non tutti reagiscono allo stesso modo. Silvia Truzzi per esempio ci immerge il naso con tossica avidità, e ha appena pubblicato "Un paese ci vuole", un libro di conversazioni con ottuagenari che al solo aprirlo manda zaffate di salotto gozzaniano. Ma il caso più interessante è quello di Marco Travaglio nella nuova veste di critico cinematografico. Il suo elogio di "Youth", a leggerlo bene, segna un piccolo evento nella psicostoria dell'ultimo ventennio.
Il meno che si possa dire di uno che sfida il professor Fiandaca a duello dicendo che troverà "pane per la sua dentiera" è che ha in orrore la vecchiaia. ...
Ma l'odore delle case dei vecchi ha conquistato anche lui. Il film gli pare un inno all'eleganza, all'amore, all'arte, alla bellezza. "Anche sullo scorcio degli ottant'anni si può essere tutte queste cose insieme".
Non sappiamo se la visione della sacra prostata di Sorrentino avrà su Travaglio lo stesso effetto che ebbe il Cristo morto di Holbein su Dostoevskij. Ma questo piccolo smottamento aiuta a illuminare la storia profonda degli ultimi anni, e la segreta simmetria tra mitologie berlusconiane e antiberlusconiane, tra gli uomini del lifting e gli uomini delle manette. Da questa specola più alta quel che ci appare è il panorama di un paese ossessionato dalla decadenza e dalla corruzione, che non sa se appigliarsi alla chirurgia estetica o alla magistratura inquirente.

sabato 16 maggio 2015

Dio ci salvi da Zag


Guido Vitiello
Liberi servi
La paura di leggere Il Grande Inquisitore di Zagrebelsky e la voglia di fare come Kirillov: pum!
Il Foglio, 15 maggio 2015






Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Gustavo Zagrebelsky (d’accordo, pagherò le royalty a Battiato, ma la tentazione era troppo forte). E insomma, il professore dalla voce chioccia e dalle antiche origini pietroburghesi ha scritto un libro su Dostoevskij, “Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere” (Einaudi). Confesso, ho paura di leggerlo. Lo adocchio da giorni in libreria, ci giro intorno, lo soppeso, lo sfoglio, quel piccolo inquisitore del commesso non mi leva gli occhi di dosso perché devo aver l’aria di un taccheggiatore, ma alla fine lo lascio lì.
Ho paura perché sono un tipo irascibile, e avvampare senza necessità non fa bene all’anima, lo insegna Zagrebelsky proprio in questo libro: solo “quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi” possiamo avere “speranza di ‘salvazione’”. E quindi devo stare attento, perché la mia calma ha già rischiato brutto leggendo la recensione di Vito Mancuso. Quando una firma di Repubblica parla su Repubblica del libro di un’altra firma di Repubblica è sempre una specie di potlatch amerindio, uno scambio rituale di elogi iperbolici che lascia ammutolito l’etnologo. Stavolta, per dirne una, il libro è accostato alle “Variazioni Goldberg” e il suo autore è collocato tra Berdjaev e Mann. Ho paura anche perché quando uno come Dostoevskij finisce nelle mani dei liberi e giusti, gente che ha l’orizzonte morale di un parroco di campagna senza neppure il conforto della fede, ne possono venir fuori cose grottesche. Qualche anno fa toccò a Gherardo Colombo cimentarsi con quelle terribili pagine dei Karamazov, in un volumetto Salani intitolato appunto “Il Grande Inquisitore”, e il risultato furono trenta pagine su questo tono (fate un respiro profondo): “Nel mondo della globalizzazione, nel quale i confini hanno sempre minor importanza, dove lo Stato non è più l’esclusivo detentore del potere e i cittadini sembrano essere progressivamente trasformati in semplici consumatori, il Grande Inquisitore si nasconde dietro il concetto impersonale di mercato, e attraverso la pubblicità influenza non solo gli acquisti ma anche gli stili di vita. Stabilisce cosa è ‘in’ e cosa è ‘out’”. A metà lettura volevo piantarmi una pallottola in testa, come Kirillov. Chissà com’è andata, forse sotto la copertina dei Karamazov gli avevano rifilato “I love shopping” della Kinsella: fatto sta che ho paura per la mia salvazione.
Ho paura perché anche se Zagrebelsky è ben più raffinato di Colombo – per dire, è uno che ammalia Silvia Truzzi del Fatto quotidiano offrendole il tè al gelsomino in una terrazza fiorita, e altre delizie da aristocrazia zarista – è pure lui nel pool anime pulite, e questi qui sappiamo come sono fatti, anche se leggono Kafka o Céline l’ora di educazione civica è dietro l’angolo. Dal Grande Inquisitore Zagrebelsky trae lezioni come questa, che sarebbe parsa un po’ démodée anche in un libro Rusconi del 1971: “La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiano provette e denaro”. Ma professore, almeno suoniamoli come si deve i vecchi cari “standards” dell’umanista di provincia che coltiva fantasie cospiratorie sulla stanza dei bottoni! I diafanoidi del laboratorio sono in camice bianco, va bene, ma i banchieri hanno da essere “grigi”, e gli speculatori finanziari al limite “inamidati”. C’è da sperare che, passando dalle provette al denaro e viceversa, i druidi del brave new world di Zagrebelsky si lavino almeno le mani. Le mani pulite sono importanti. Io però ho paura, non lo leggo: ne va della mia salvazione.

sabato 18 aprile 2015

Renzi, un rimosso ingombrante

Guido Vitiello
Il goffo colonialismo degli #intellò antirenziani che trattano Mike-Matteo-Bongiorno come il buon selvaggio senza coscienza
Il Foglio, 18 aprile 2015














Quando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”.L'articolo, scritto a ridosso delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per varie ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall'attrito tra la perentorietà dell'affermazione e l'irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti: perché mi ha  fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent'anni di antirenzismo come copia irrealista dell'antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la "Fenomenologia di Mike Bongiorno" di Umberto Eco. Quel saggio, a leggerlo bene, era il ritratto bonariamente coloniale di un selvaggio televisivo: l'everyman felice della propria mediocrità, ignorante senza vergogna, impermeabile al pensiero critico, che gongola sempre e non conosce il tragico della  vita. Dicevano qualcosa di Mike Bongiorno quelle pagine?  Non più di quanto il mito del buon selvaggio dicesse delle società primitive; ma consentivano a Eco e ai suoi lettori di collocarsi nella posizione degli etnologi civilizzati. Ne derivò mezzo secolo di abbagli, se pensiamo che il primo vagito dell’antiberlusconismo, “La sinistra nell’èra del karaoke” di Bobbio, Vattimo e Bosetti, si apriva con l’introduzione “Il trionfo di Mike Bongiorno” (il tono era meno bonario, però: i primitivi avevano appena messo gli etnologi nel pentolone). Il riflesso coloniale rischia di riproporsi con Renzi, trattato alla stregua di un “Naturmensch in un mondo civilizzato”, per usare la formula di Ortega y Gasset sull’uomo-massa. Leggo per esempio un divertente pamphlet di Paolo Taggi, “Il contromago di Oz” (Luca Sossella editore), dove Renzi è presentato come il “primo leader totalmente televisivo del mondo”, una sorta di nativo in gonnellino di banane; ritrovo, su Internazionale, un intervento di Christian Raimo dove si dice che Renzi è estraneo al pensiero critico, ignora “il sospetto, il dubbio, la crisi che è stata la forma mentis dell’educazione alla modernità”, e rivedo anche qui il neoprimitivo senza coscienza infelice. Un caso più interessante – e benaugurante – è “Essere #matteorenzi” (il Mulino) di Claudio Giunta.

Qui i tratti della “Fenomenologia” di Eco tornano tutti, come intoccati dal tempo: Renzi che non conosce il lato oscuro della vita; Renzi felice abitante di un mondo che non fa distinzioni tra l’alto e il basso; Renzi che non ha inibizioni, come i selvaggi. Tornano, è vero, ma tornano per bocca dell’“amico snob”, finzione retorica a cui Giunta affida, fustigandolo, il proprio voler essere #umbertoeco. Dal colonialismo ingenuo, l’antropologia del costume italiano approda alla riflessività postcoloniale. L’espediente è felicemente schizofrenico, e fa ben sperare in una stagione intellettualmente psicotica in cui ciascuno si azzufferà nella propria testa con l’amico snob. Foss’anche solo per non finire di nuovo nel pentolone.
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sabato 21 marzo 2015

Gherardo Colombo, come ti erudisco il pupo






La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro

— Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. — Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo che veramente mi vada a genio.
— E questo mestiere sarebbe?
— Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.
— Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma — tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo spedale o in prigione.
— Bada, Grillaccio del mal’augurio!... se mi monta la bizza, guai a te!...
— Povero Pinocchio! mi fai proprio compassione!...
— Perché ti faccio compassione?
— Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno. —
A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante.
Forse non credeva nemmeno di colpirlo; ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crí-crí-crí, e poi rimase lí stecchito e appiccicato alla parete.




Guido Vitiello
Lettera di un pm al figlio 
Il Foglio, 21 marzo 2015 















Una lettera a un figlio che esce il 19 marzo, giorno della Festa del papà, dovrebbe destare un bel po' di sospetti su chi sia il vero destinatario del dono. La "Lettera a un figlio su Mani pulite" di Gherardo Colombo li conferma tutti. Ma la data di pubblicazione conta fino a un certo punto, il veleno è nel genere stesso. Chi sono questi figli a cui si scrive per spiegar loro di volta in volta, la Costituzione, la Resistenza, il Sessantotto? Sono finzioni retoriche che consentono di collocarsi nella posizione del buon padre, o del Seneca in veste da camera, e di godere piuttosto oscenamente della propria virtù.
... io che fin da ragazzo ho lottato per la Costituzione, io avvilito dall'arroganza del potere senza però arrendermi mai, io che neppure tentavano di corrompermi perché sono un osso duro, io così saggio che propongo di superare il carcere, anche se poche pagine prima difendevo con le unghie e con i denti la custodia cautelare (si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio).
... Ma perché giocare retorica contro retorica? E' più forte, pruriginosa direi, la voglia di gridare a questo "figlio" l'allarme di Massimo Troisi a Robertino, ostaggio della virtuosissima madre Ida: "Robe', tu ti devi salvare, va mmiez'a strada, tocca 'e femmene, va' a arrubbà, fa' chello che vuo' tu!".




lunedì 2 marzo 2015

Le lacrime, le vittime, il tradimento: il repertorio melodrammatico nella politica italiana

Guido Vitiello





Può capitare che la frase giusta sia pronunciata dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato e con l’intendimento sbagliato. La risposta che il capo brigatista Mario Moretti diede a Sergio Zavoli, che gli domandava con quale animo avesse affrontato i momenti prima dell’uccisione di Aldo Moro, è probabilmente uno di questi casi: “È difficile in un paese come il nostro, abituato al melodramma, spiegare la tragedia”. Se in Germania il sequestro Schleyer da parte della Raf apparve subito in una luce tragica – tanto che in un film girato a caldo, Germania in autunno, l’archetipo portante era l’Antigone di Sofocle – in Italia anche al caso Moro abbiamo adattato gli schemi più familiari del melodramma: la vittima tenuta ostaggio da barbari aguzzini, che testimonia nella sofferenza la sua virtù, smascherando viltà e macchinazioni dei vecchi compagni di partito. A questa consuetudine antica – Gramsci parlava di “malattia melodrammatica” – la storica Carlotta Sorba ha appena dedicato un libro prezioso, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento (Laterza). Prezioso, perché mette in ordine e in prospettiva tratti più o meno latenti della vita pubblica italiana, dal culto della vittima all’onnipresenza delle lacrime all’ostentazione virtuosa dell’indignazione.

Ma al presente si arriva per vie tortuose. Dalla Francia prerivoluzionaria il mélo si propaga ai teatri d’Europa, dove conquista il suo pubblico con storie di vittime innocenti, di malvagi che le tengono prigioniere, di duelli e di raggiri, di una virtù trionfante dopo mille peripezie, il tutto tra luci e ombre violentissime, passioni arroventate, fiumi di lacrime che ne suggellano l’autenticità. Presto però il melodramma esce dai teatri e offre il suo canovaccio alle narrazioni politiche, specie a quelle del riscatto patriottico. In Italia la vittima è la Nazione oppressa da secoli, che patisce gli oltraggi dello straniero in attesa dei patrioti vendicatori della sua virtù. “Un giusto fremito per l’innocenza tradita, per la virtù oppressa, per l’infamia in trionfo”, recita un proclama del 1848 che pare la locandina di un mélo. L’impresa dei Mille verrà anch’essa narrata in questa chiave, e Mazzini in veste di spin doctor contribuirà a creare intorno a Garibaldi l’aura dell’eroe melodrammatico.



Il guaio è che, se in altri paesi le vie dell’intrattenimento e quelle della politica si separarono ben presto, in Italia questo non è avvenuto mai, o mai del tutto. Osserva Sorba in coda al libro che ancor oggi le cronache parlamentari sembrano figlie del melodramma, fitte di tradimenti, di intrighi, di un registro morale e sentimentale spinto all’eccesso. Ci sarebbe da scrivere un altro libro, sugli ultimi due decenni nel paese del melodramma, o almeno da immaginarlo. Un capitolo potrebbe affrontare l’insolito tasso di umidità della Seconda repubblica, tra le lacrime di Occhetto e le lacrime di Bersani, le lacrime della Fornero e le lacrime della Forleo, le lacrime di Livia Turco e le lacrime di Berlusconi. Chi non piange, qui, è sospettato di insincerità (e di colpevolezza certa, se si ritrova imputato). Un altro capitolo potrebbe trattare l’applicazione del repertorio melodrammatico a una lunga serie di vittime (possibili paragrafi: Moro, Pasolini, Berlinguer, Borsellino) e il vittimismo come ideologia nazionale trasversale. Un altro ancora dovrebbe mostrare come il mito della patria oppressa sia stato riversato, pari pari, in quello della Costituzione tradita o peggio stuprata, con i nazareni al posto degli austriaci. E un ultimo capitolo potrebbe risalire all’origine melodrammatica dell’indignazione virtuosa, capace di generare non solo occasionali campagne ma, cosa incredibile, interi partiti.




Sarebbe un libro gremito di scene madri, di “Che fai, mi cacci?” e di “Fassina chi?”; ma come superare in spirito melodrammatico il grido di battaglia dell’intrepido Civati, quando in vista del congresso lanciò il guanto di sfida ai centouno felloni? “Vendicherò Prodi e Rodotà”.

Articolo uscito sul Foglio il 28 febbraio 2015 con il titolo La politica italiana e quella storica tendenza al repertorio melodrammatico

sabato 20 settembre 2014

Bauman e Recalcati, o dell'ubiquità

Guido Vitiello
Oscuro come il cuore
Il Foglio, 20 settembre 2014




      Edmondo Berselli si divertiva a immaginare che nelle riunioni a via Solferino, quando i casi del giorno richiedevano un commento dotto e pensoso, la redazione del Corriere brancolasse nel buio finché una vocina esitante non tirava fuori, per il sollievo generale, il nome decisivo: “Magris?”. A Repubblica non hanno più in panchina l’asso absburgico, ma chissà che anche lì non si svolgano di quei conclavi. C’è un affare tenebroso, una madre infanticida, uno zio cannibale, una suocera licantropa, qualcosa insomma che imponga di scandagliare l’animo umano a profondità dostoevskiane inaccessibili a Michela Marzano. Si discute, ci si arrovella, si pondera, ci si dispera. Poi, tana libera tutti: “Recalcati?”. Ma non è necessario che le cronache offrano crudeltà favolistiche. Può accadere per esempio che un venerato maestro di Repubblica scriva un romanzo a base di isteriche viennesi, e che questo sia accolto nella (fu) nobile collana dei Supercoralli Einaudi. Da Largo Fochetti, dopo la fumata bianca, parte una telefonata: “Professore, ci psicoanalizzi Augias”.
      A egregie cose il forte animo accendono le collane de’ forti, e così la psicostar lacaniano-foscoliana s’inventa un incipit grandioso: “Quid est veritas? È la domanda che Pilato rivolse a Gesù e che risuona sulle labbra di un personaggio di Il lato oscuro del cuore, prima prova di letteratura ‘alta’ di Corrado Augias che Einaudi ha deciso di ospitare nella sua collana più prestigiosa, dove appaiono i nomi dei grandi: Rigoni Stern, Roth, Auster, McCarthy, Calvino, DeLillo”. Ma scartiamo subito la chiave del ridicolo. Il ridicolo è alle spalle, lo vediamo dal lunotto posteriore mentre sventola il fazzoletto di lontano: siamo entrati in un territorio nuovo, lampantemente parodistico, che richiede congetture più sottili. La prima è una mia personale teoria cospiratoria intorno alla quale sto raccogliendo un piccolo dossier: in breve – tenetevi forte – Repubblica non esiste più, a Largo Fochetti c’è ormai un centro polisportivo o una sala bingo, e gli articoli delle grandi firme, Recalcati Spinelli Cordero Saviano Merlo, li scrive tutti Michele Serra nello stile delle parodie di Cuore (ho capito che era qualcosa più di una teoria dopo i reportage brasiliani di Concita De Gregorio).
      Io so, ma non ho le prove. Ho invece qualche indizio in più per una seconda congettura: Massimo Recalcati è un agente segreto, un infiltrato, la cui missione è far saltare in aria le roccaforti del potere culturale italiano, che vivono di adulazione e d’incesto, portando quella stessa adulazione a un grado eroico, parossistico, iperrealistico, infine pantoclastico. A dire il vero, da buon paranoico ho sempre sospettato qualcosa di simile anche del suo maestro Lacan: credo cioè che parlasse a vanvera in piena consapevolezza, per svelare il ridicolo della società intellettuale parigina che si affannava a decifrarlo, salvo ogni sera tapparsi in casa, guardarsi allo specchio e scoppiare a ridere come un pazzo. Così forse se la ride Recalcati mentre recensisce una dopo l'altra tutte le firme di Rep. Loda "il nuovo, imperdibile libro di Michele Serra con una raffica di superlativi tale da farlo sobbalzare sull'amaca. Innalza un monumento perenne più del bronzo alla già bronzea autobiografia del Fondatore. Scrive del nuovo libro del filosofo Esposito come altri scriverebbero del "Discorso sul metodo". Vede Augias in cielo che conversa con Mosè ed Elia dopo la trasfigurazione supercorallina.

      Non c'è dubbio, Recalcati ha una missione segreta. Non so spiegarmi altrimenti la sua agenda diplomatica, più fitta di quella di Talleyrand: solo nelle ultime settimane era al festival della mente, al festival della comunicazione, a un paio di festival della letteratura, un ritmo che neppure Bauman riuscirebbe a tenere senza doping. E anzi, ultima paranoia, mi piace immaginare che i due, l'uomo dell'amore liquefatto e l'uomo del padre evaporato - il Dottor Liquido e il Dottor Gassoso - ridano sotto i baffi ("Anche lei qui?") incrociandosi davanti ai solidissimi buffet di tutti i festival del Regno.