Visualizzazione post con etichetta melanconia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta melanconia. Mostra tutti i post

venerdì 5 giugno 2015

Adorno, la salvezza come sogno





Al di là dei monti. Biancaneve esprime la malinconia in modo più perfetto di ogni altra fiaba. L'immagine più pura di questo sentimento è quella della regina che guarda la neve che cade attraverso i vetri della finestra e si augura di avere una bambina che somigli alla bellezza senza vita e pur vivente dei fiocchi, alla tinta nera e luttuosa del telaio della finestra e alla goccia di sangue che scaturisce dalla puntura; e che muore proprio nel momento in cui essa nasce. Questa impressione iniziale non può essere cancellata nemmeno dal lieto fine della favola. Come l'esaudimento della preghiera non era altro che la morte, così anche il salvataggio finale rimane una semplice apparenza. Poiché la percezione più profonda del lettore o dell'ascoltatore non riesce a credere che sia stata svegliata effetivamente la fanciulla che giaceva come se dormisse nella sua bara di vetro. E il boccone di mela avvelenato che le esce dalla gola per effetto delle scosse subite durante il viaggio non è forse, piuttosto che lo strumento adoperato per ucciderla, l'ultimo resto della vita sciupata e messa al bando, da cui essa guarisce veramente soltanto ora, che non è più esposta alle tentazioni di nessuna falsa messaggera? E come suona fragile e caduca la felicità espressa nelle parole: "allora Biancaneve gli volle bene e andò insieme a lui". Come è smentita, subito dopo, dalla perfidia del trionfo che è celebrato sulla malvagità*. Così una voce ci dice, quando speriamo nella salvezza, che la nostra speranza è vana, eppure è soltanto lei, la speranza impotente, a permetterci anche solo di tirare il fiato. Ogni contemplazione e speculazione filosofica non può fare altro che ricalcare pazientemente, in figure e abbozzi sempre nuovi, l'ambiguità della malinconia. La verità è inseparabile dall'illusione che un giorno, dalle figure e dai simboli dell'apparenza, possa emergere, nonostante tutto, libera da ogni traccia di apparenza, l'immagine reale della salvezza.


(Th. W. Adorno, Minima Moralia (meditazioni della vita offesa), Torino, Einaudi, 1994, p. 140-141, traduzione di Renato Solmi)

lunedì 4 febbraio 2013

Guido Vitiello contro la melanconia

Ho passato la prima metà della mia vita di lettore a leggere libri sulla melanconia, la seconda a scrollarmeli di dosso; perdendone, per quel che conta, ogni fede nei libri e nelle loro promesse. Oggi li trovo tutti ricapitolati in uno, L’encre de la mélancolie (Seuil) di Jean Starobinski. Sono saggi composti nel giro di mezzo secolo, alcuni un poco rimaneggiati, dalla tesi di dottorato in medicina che Starobinski presentò nel 1959 all’Università di Losanna a qualche pagina recente su Baudelaire, Mandelstam e la nostalgia. Non manca nessuno, al nuovo rendez-vous, dei convitati di quelle mie prime letture: i medici antichi e i loro umori atrabiliari, gli asceti fiaccati dal demone meridiano; il furore degli artisti rinascimentali nati sotto Saturno e la neghittosa erudizione dei trattatisti barocchi; Cervantes e Shakespeare, Kierkegaard e Benjamin, il black ink e l’umor nero. E soprattutto quel grande angelo scuro, l’angelaccio sublime e detestabile dell’incisione di Dürer, il volto recline un poco in ombra, quasi appollaiato sulla mano, e quell’aria di bambinone annoiato in mezzo ai troppi balocchi: il compasso e la clessidra, la palla e la stadera, il quadrato magico e la pietra nera, sotto i raggi di un astro bianchissimo nel quale legioni di interpreti, chissà per quale traveggola, si sono illusi di vedere un sole nero.
[...] Smascherare il prestigio della melanconia, questo si deve; riconoscervi, il più delle volte, un odioso strumento di distinzione, di orgoglio spirituale, in ultimo di sopraffazione e di dominio. E farlo non già con l’ottimismo igienico e artificiale dei futuristi, ma con lo scetticismo dei moralisti o dei buffoni. Com’è vezzoso, credersi nati sotto Saturno, scorgere nelle proprie miserie il segno di un’oscura elezione, affiliarsi a un club di sventurati illustri, agganciare i propri umori a una genealogia fantastica che annovera Nerval e Piranesi, Rembrandt e il giovane Goethe. E quanti poseur intellettuali si sono, con il richiamo all’atrabile, conferiti quarti di nobiltà! Sarebbe da farne l’inventario, la galleria di ritratti. C’è il tipo del teorico della decadenza, lo spengleriano che i destini trascinano volente o nolente, [...]. C’è il tardo marxista benjaminiano, a cui la melanconia dona un severo prestigio anche accademico, che ama atteggiarsi ad archeologo divorziato dal tempo, rimesta tra le rovine della storia, medita su una rivoluzione e una redenzione tutte libresche, combina e ricombina all’infinito come un cabalista sillabe di filosofi tedeschi a cui ha avuto cura di fare il vuoto attorno, cancellando con un gesto il mondo: la melanconia cinge il suo esilio come un antico maniero. C’è poi la posa più scoperta, la più arrogante, il melanconico aforistico che fa strage di illusioni, il truffatore spirituale alla Emil Cioran, che stagna nei propri risentimenti e nei propri disgusti per farne moneta splendente – e falsa: e se ha fortuna ne ha in premio, questo misantropo ossessionato dagli altri, di veder riconosciuta una sovranità tutta mondana sul proprio tempo, il posto in balconata del Grande Spregiatore.
Ne ha suggerite, quell’angelo, di pose – e di alibi, e di specchi deformanti. Una disposizione transitoria e finale della Costituzione dello spirito dovrebbe abolire quest’ultimo titolo nobiliare, la melanconia usurpata dei letterati e degli intellettuali, e stabilire per legge che dopo Gérard de Nerval a nessuno più è consentito proclamarsi Principe d’Aquitania dalla torre abolita.

Articolo uscito sul Foglio il 28 novembre 2012 con il titolo Saturno a favore ovvero come smascherare il prestigio della melanconia